Archivi del mese: gennaio 2013

E poi dicono che Grillo non va in tv

La settimana scorsa, il 15 gennaio, è cominciato lo Tsunami Tour di Beppe Grillo ovvero, in termini più comuni, la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle. In una settimana Grillo è apparso in due talk show: Servizio pubblico, giovedì 17, e Piazzapulita, lunedì 21. Inoltre, ovviamente, in molti servizi dei Tg: più o meno ritagliato, ma è apparso. Mi sfugge qualche ulteriore apparizione?

Ieri sera fra l’altro a Piazzapulita Grillo non è stato ripreso solo mentre faceva il comizio a Salerno, ma intervistato direttamente da una giornalista della redazione: appariva sotto il titolo “Grillo contro tutti”, bagnato di pioggia, con un cappello calato sugli occhi per ripararsi, stretto fra tante persone, affannato, pressato. Bastava la contrapposizione fra queste due immagini a parlare chiaro: lui in mezzo alla gente (=nella vita reale), i politici al caldo del salotto televisivo (=in un mondo distaccato e privilegiato). Scusate se è poco.

Grillo intervistato da Piazzapulita

Lo studio di Piazzapulita 21 gennaio

«Persone perfette», Le Iene. Denuncia o ostentazione morbosa?

Ieri sera è andato in onda un servizio de Le Iene intitolato «Persone perfette», che sta circolando moltissimo sui social media, con commenti come «Agghiacciante», «Mostruoso», «A me quelle donne fanno schifo», «Che idiote», «Che poverette», e via dicendo.

Il servizio mostra i ben noti disastri della chirurgia estetica. Il problema, dal mio punto di vista, non sta solo in quei disastri, che ormai tutti conosciamo. Il problema sta anche in questo genere di trasmissioni che, con la scusa dell’«inchiesta giornalistica» e della «denuncia» del fenomeno, mostrano a raffica – con sguardo insistente e morboso – immagini di seni abnormi, labbroni, sederi nudi e mostruosità varie.

È un’inchiesta giornalistica? No, perché non racconta nulla di nuovo: sono cose che sappiamo tutti benissimo, al punto che diversi format televisivi, da anni, mostrano interventi di chirurgia estetica in diretta, con tanto di storie personali sul prima e dopo.

Serve a dissuadere qualche ragazza dal sottoporsi a quel tipo di interventi reiterati? Nemmeno, perché queste persone soffrono di problemi psicologici di varia natura, alla base dei quali spesso stanno forme più o meno gravi di dismorfofobia: non si vedono come le vediamo noi e sono sempre ossessionate da difetti corporei che solo loro vedono. Non cambierebbero idea neppure se le costringessimo a rivedere il filmato per ore.

A cosa serve, allora, un servizio come questo? A fare audience, prendendosi  gioco, per l’ennesima volta, della miseria psicologica e sociale, prendendosi gioco delle donne. E mostrando – soprattutto – un bel po’ di tette e culi. (Se proprio vuoi vedere la trasmissione, la trovi sul sito di Mediaset. Io non la linko.)

Persone perfette 2

Persone perfette 3

Persone perfette 4

La pagella alla comunicazione online dei politici italiani

A corredo di un articolo di Fabio Chiusi su L’Espresso (cartaceo) di questa settimana, Giovanni Boccia Artieri, Alessandro Ianni, Andrea Scanzi (in rigoroso ordine alfabetico) e io (last but not least) abbiamo dato i voti alla comunicazione online di Berlusconi, Bersani e Monti (in rigoroso ordine alfabetico) in questa campagna elettorale. Con l’aggiunta di una motivazione in meno di 500 caratteri (questo era il diktat redazionale, poi ulteriormente tagliato).

Nel confronto vince Bersani, ma non è detta l’ultima parola (suspense!), perché online usciranno le nostre valutazioni anche su Grillo e Ingroia. Clic e zoom per leggere:

Le pagelle ai politici online

Dopo i Fantastici 5 del Pd, anche i fan di Ingroia fanno trolling coi fumetti

Ai sostenitori, fan e seguaci di Antonio Ingroia deve essere piaciuto il giochetto che i gestori del sito del Pd avevano fatto il 12 novembre scorso, per attirare – assieme alle polemiche – l’attenzione sul dibattito che i cinque candidati alle primarie del centrosinistra avrebbero avuto su Sky di lì a poche ore.

Ecco infatti cosa sta circolando in rete da qualche giorno. Con tanto di reazioni snob da parte di chi grida alla grafica lesa. E con annessa diffida da parte dell’editore Bonelli, che non vuole si usi l’immagine di Dylan Dog per sostenere una formazione politica. Ma è solo un tentativo di internet meme, pensato per fare più rumore possibile. Qualcuno si vuole aggiungere al coro di indignati? È (anche) di questo che un internet meme vive e si nutre.

Ingroia Grande Puffo

Ingroia SuperMario

Ingroia Superman

Ingroia Peppa Pig

Ingroia Jeeg Robot

Ingroia Thor

Monti: fra (ex) sobrietà e politica pop

Da quando Monti è entrato in campagna elettorale non passa giorno senza che qualcuno ne evidenzi la «svolta comunicativa»: come se d’improvviso fosse riuscito a cambiare radicalmente stile di comunicazione, passando dall’argomentazione agli slogan facili, dalla ponderazione ai toni accesi.

In realtà già nei primi mesi del suo governo, Monti aveva dato prova più volte di sapersi ben adattare alla politica spettacolarizzata che Mazzoleni e Sfardini hanno chiamato «politica pop». È sempre stato abile, per esempio, a confezionare formule facilmente traducibili in titoli di giornali e di servizi televisivi: dalle manovre «salva Italia» e «cresci Italia» con cui ha descritto le azioni di governo, alla più recente «salita in politica», con cui ha etichettato il suo ingresso in campagna elettorale per distinguersi dalla «discesa in campo» di Berlusconi nel 1994.

Monti in tv

Ma entrare nel circo mediatico senza esperienza comporta rischiare gaffe e scivoloni. Anche di questi Monti ha dato spesso prova, insieme ad altri membri del suo governo. Cominciò nel febbraio 2012: «I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso tutta la vita. E del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso tutta la vita». Soffiò sul fuoco la ministra Fornero: «Il posto fisso per tutti è un’illusione». Rincarò la dose la ministra Cancellieri: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà».

Di esempi analoghi è costellato tutto il 2012, ma mi limito a questi perché li considero rappresentativi, da un lato, della capacità di Monti – e del suo governo – di guadagnare le prime pagine, dall’altro della scarsa empatia verso il vissuto delle persone, in questo caso masse crescenti di precari e disoccupati, specie giovani. Una volta in campagna elettorale, poi, ha preso di mira gli avversari politici: si pensi alla frase sulla necessità, per il Pd, di «silenziare» le ali estreme, rappresentate dall’alleanza con Nichi Vendola, da un lato, e dall’economista Fassina al suo interno; una frase infelice e autoritaria, che certo non esprime pacatezza.

D’altra parte accade a molti: la girandola mediatica prima seduce, poi ipnotizza, infine stordisce. Riuscirà Monti a trovare un buon equilibrio fra sobrietà e vena pop? Finora non ci è riuscito. In futuro chissà.

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Bello essere Habesha (bello, fare un documentario)

Oggi do notizia di un documentario che mi pare molto ben fatto, oltre che coraggioso, realizzato da tre giovani, fra cui un mio ex studente, Akio Takemoto. Ecco come lo presentano:

Fare un documentario nel 2012 ed in Italia non è cosa facile, forse lo sapete o potete comunque facilmente immaginarlo. Noi (Akio Takemoto, Enrico Turci e Inês Vieira) abbiamo deciso di provarci lo stesso, senza soldi, senza molta esperienza, ma con tanta passione. Il risultato è “Bello Essere Habesha”, un’indagine sulla comunità etiope ed eritrea a Bologna.

Bello essere Habesha

Abbiamo deciso di non piegarci a tutti quegli elementi avversi che inevitabilmente remano contro la realizzazione di un audiovisivo, ma abbiamo anche deciso di non piegarci a quelle forze che forse ci vorrebbero in giacca e cravatta seduti dietro una scrivania a fare quel che non ci piace (per di più, malpagati); insomma abbiamo deciso che nella vita vogliamo continuare a divulgare la nostra ricerca, a fare documentari e, perché no, film… Spero che conveniate con noi che il mondo ne ha ancora bisogno.

Quello che vi chiediamo non sono soldi (lo so, siamo dei “poveri pirla”), ma una semplice condivisione tramite social network o mail del trailer. Siamo consci che tutto ciò probabilmente non porterà a niente, ma… non si sa mai! Grazie mille a tutti e tutte, Akio, Enrico e Inês

PS: non abbiamo condiviso l’intero documentario perché alcuni festival e concorsi richiedono che gli audiovisivi non siano mai stati pubblicati, ma a chi è interessato o semplicemente curioso chiediamo di seguire il nostro blog e contattarci (belloesserehabesha chiocciola gmail.com) per sapere come partecipare o organizzare una presentazione del documentario.

Parentopoli e #tengofamiglia nei partiti: anche questa è comunicazione

Ho scritto un libro intero (SpotPolitik) per dimostrare che la comunicazione politica non va ridotta a semplici (ammesso che lo siano) questioni di grafica, estetica fotografica e affissioni più o meno ben (più spesso mal) riuscite. Eppure…

Un esempio di questi giorni. Se un partito inserisce nelle sue liste candidati e candidate “parenti di” (figli di, mogli di, cognati di ecc.), e lo fa in questo momento storico in Italia, be’, sta comunicando qualcosa di molto preciso ai suoi elettori: non siamo cambiati e non abbiamo intenzione di farlo. Alla faccia delle dichiarazioni e delle promesse. Alla faccia vostra.

Parentopoli

Leggi in proposito l’articolo di Marina Terragni oggi sul suo blog. Leggilo per intero. Stralcio qui solo il pezzo che riguarda il Pd, le donne e l’annosa questione delle cosiddette “quote rosa”. Sui casi singoli menzionati da Marina non mi pronuncio, perché – a parte i più noti a livello nazionale – non li conosco.

«Che un partito che si dichiara progressista come il Pd non metta un fortissimo impegno in questa direzione è cosa grave: il Comitato dei Garanti  – Francesca Brezzi, Luigi Berlinguer, Francesco Forgione, Mario Chiti – che sta vagliando le candidature dovrebbe occuparsene con il necessario rigore, portando alla luce i mugugni della base e dando una prova di trasparenza che aumenterebbe i consensi. Cose di questo genere capitano solo nei paesi arretrati, e li mantengono tali.

Del resto l’ottimo Codice Etico del Pd, che fa riferimento spesso alla questione “parenti e affini”, dice espressamente che “ogni componente di governo, a tutti i livelli, del Partito Democratico si impegna a: non conferire né favorire il conferimento di incarichi a propri familiari” e che gli eletti o gli aventi incarichi nel partito “rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite”.

Quanto alle donne: è pur vero, qualcuno dice, che quando si applicano quote “rosa” – mi scuso per dirlo in modo così orribile – come nel caso di questa tornata elettorale, è facile che entri una percentuale di mogli e figlie “segnaposto”. Capita anche nei cda costretti ad aumentare la partecipazione femminile. Sono gli uomini a decidere, e si sentono più tranquilli a candidare “donne di”, scelte per ragioni dinastiche: gli pare così di non sprecare una posizione e di poterla più efficacemente controllare. Perché le donne in gamba, si sa, hanno il difetto di ragionare con la propria testa.»