Educare (e educarsi) ai media «senza chiedere il permesso»

Mentre gli adulti discutono di elezioni, masse di adolescenti passano ore davanti ai programmi televisivi di intrattenimento. E lo fanno a maggior ragione in questi giorni, per almeno due ragioni: perché c’è crisi, hanno meno soldi e dunque meno possibilità di uscire di casa (anche una Coca Cola costa); perché rifiutano la politica e il bla bla bla preelettorale.

Cosa implicano tante ore trascorse davanti all’intrattenimento della televisione generalista? (quella tematica costa.)

Implica respirare, assorbire stereotipi, perché la comunicazione di massa (tutta: dalla televisione alla pubblicità, dai videogiochi a un certo cinema e una certa letteratura) usa essenzialmente cliché e storie semplici, con l’idea che sia più facile per tutti capirle, apprezzarle e ricordarle. (Naturalmente la cosiddetta “massa” apprezzerebbe anche storie e immagini più originali, se ben concepite, ma ripetere stereotipi è più facile e costa meno: dunque si fa.)

Da tempo sociologi, psicologi, pedagogisti e semiologi indagano il rapporto fra i media e ciò che di fatto le persone credono, desiderano, si aspettano nella vita. È chiaro infatti che fra media e società ci sono rimandi reciproci da cui è difficile districarsi, soprattutto se gli stereotipi che i media presentano toccano gli aspetti più intimi della nostra vita, su cui di solito c’è minore consapevolezza: la rappresentazione del corpo, le relazioni fra i generi sessuali, la vita affettiva. Da tempo sociologi, psicologi, pedagogisti e semiologi dicono che fin dalle scuole elementari bisognerebbe educare i ragazzi e le ragazze a vedere la televisione con più consapevolezza: per capirla e difendersene, per crescere in modo più libero e autonomo. Al punto che da molti anni ormai si è assestato, a livello internazionale, il settore di studi della Media Education. Purtroppo però, specie in Italia, in questo campo fioriscono più teorie che pratiche e di fatto la media education non è applicata né diffusa come dovrebbe.

Con qualche felice eccezione, per fortuna. Come il lavoro che dal 2009 Lorella Zanardo e Cesare Cantù fanno nelle scuole superiori, di cui il libro Senza chiedere il permesso (Feltrinelli) offre una preziosa testimonianza: contiene riflessioni e racconti personali, dà voce ai ragazzi e alle ragazze che Lorella e Cesare hanno incontrato, e tenta persino considerazioni generali sull’intreccio fra media, società e politica senza mai cadere nel generico, in un ambito in cui di banalizzazioni ne leggiamo e sentiamo tutti i giorni. Ma soprattutto contiene una traccia dettagliata di cosa Lorella e Cesare fanno in pratica nelle scuole, come smontano i programmi televisivi, le singole inquadrature, come spiegano le leggi dell’audience e i limiti dell’Auditel, come intrecciano la riflessione sulla televisione (tutta: fino ai telegiornali) con quella sugli altri media, dal cinema ai social media, dalla pubblicità ai videogiochi.

Senza chiedere il permesso

Un vademecum chiaro, intelligente, concreto, uno strumento utilissimo che consiglio a genitori, insegnanti, docenti universitari. Ma possono leggerlo anche le ragazze e i ragazzi perché il libro è leggero, piacevole. Anzi dovrebbero, perché sai che c’è? Se non gliele insegnano gli adulti certe cose, col libro di Lorella Zanardo ce la fanno benissimo anche da soli. Senza chiedere il permesso.

16 risposte a “Educare (e educarsi) ai media «senza chiedere il permesso»

  1. Sulla media education in Italia è molto interessante il lavoro svolto dal Centro Zaffiria di Rimini http://www.zaffiria.it/

  2. considerare il cinema (anche un “certo” cinema) e una letteratura (anche una “certa” letteratura etichettata come “commerciale”) solo un “media”..mi pare riduttivo, per me si parla comunque di arte e l’arte può anche conciliarsi col successo di pubblico (o di “mercato” se si preferisce questa parola). Analizzare un film o un serial con lo stesso sguardo con cui si analizza uno spot o un talk show o un quiz mi lascia perplesso. Diversi gli obiettivi, diverso e più complesso il linguaggio,

  3. comunque, checchè se ne dica, clichè e storia semplice non è sinonimo di pessima storia o storia dannosa..bisogna vedere come il clichè (che di per sè non è il male, e può anche partire da riscontri nella realtà) è raccontato

  4. Paolo: “Analizzare un film o un serial con lo stesso sguardo con cui si analizza uno spot o un talk show o un quiz mi lascia perplesso” Davvero? anche un cinepanettone? anche Cinquanta sfumature di grigio? Dipende da cosa intendi per “sguardo” ovviamente. Se è lo sguardo di un beota non va bene in nessun caso. Non mi fare tu l’errore di considerare per forza talk show e pubblicità di serie B, eh. Cultura alta e bassa, no, ti prego!

    Non ho detto che cliché equivalga per forza a pessima storia, suvvia. Eddai.🙂

  5. vabbè magari per le sfumature di grigio e i cinepanettoni italiani potrei fare un eccezione..:)

  6. Reblogged this on Moralia in lob and commented:
    Ecco un buon punto di partenza
    Un saluto

  7. ciao a tutti, sulla media education segnalo http://www.myqwert.it un social media (in crescita) per lo sviluppo delle life skills dei pre -teen frutto della collaborazione di Azienda Ulss, Comune e partner privati.
    Scheda progetto: http://egov.formez.it/content/qwert-il-social-network-i-ragazzi-creato-dallulss-di-treviso

  8. Ottimo e sempre utilissimo, Giovanna, il discorso sugli stereotipi, avendone io riscontrato la modesta salienza persino tra i professionisti attivi nel campo della media education, almeno nel nostro paese… Tant’è che persino al recente convegno di Rimini, organizzato pur bene dal Centro Zaffiria che Ilaria citava poco sopra, quasi tutti gli altri progetti che ho visto presentare erano attività rivolte a bambini e ragazzi per farli familiarizzare con i media, anzi i media consumer più a loro disposizione come videogiochi e smartphones, utilizzando questi ultimi come strumenti di apprendimento; oppure si trattava di audiovisivi volti a infondere atteggiamenti di prudenza e di rispetto per l’uso più elementare di quei media stessi, insieme alla consapevolezza dei rischi che si corrono nel confidare la propria vita privata sul web o nell’accettare l’amicizia di sconosciuti sui social network.
    Pare insomma che l’influenza dei modelli e dei simboli diffusi dai media, il potere delle immagini e dei messaggi veicolati, gli effetti cognitivi ed emotivi a breve o lungo termine e via dicendo, preoccupino marginalmente gli educatori, il pubblico, e persino i genitori (io ero nel seminario dedicato ai problemi delle famiglie); tant’è che persino quei contributi audiovisivi, realizzati con indubbia competenza sia progettuale che tecnica, utilizzavano talvolta immagini dense di stereotipi e simboli sessisti, senza spunti di riflessione critica al riguardo.

  9. Cara Giò, grazie per questo post e soprattutto in questo momento politico perchè quello di cui parli dovrebbero primeggiare tra gli obiettivi delle agende politiche… invece!!! Perchè la grande forza e importanza culturale della media education è che, mentre si educa ai media, con i media e ai media, si va anche oltre, ovvero si forma al pensiero metacognitivo, si sviluppano competenze e linguaggi; si affrontano nuclei tematici che riguardano apprendimenti scolastici ma anche valori e tematiche di vita, che non verrebbero affrontati a scuola, nella rigida suddivisione delle discipline… Per questo qui voglio solo aggiungere al tuo “Da tempo sociologi, psicologi e semiologi indagano il rapporto fra i media e ciò che di fatto le persone credono, desiderano, si aspettano nella vita”…, che ci sono, ci siamo anche noi pedagogisti ed esperti di didattica ad occuparcene e preoccuparcene. E anche da tempo: gli esempi più noti sono Don Lorenzo Milani, con il suo fare scuola costruendo quotidianamente il giornale con i suoi ragazzi e ragazze, leggendo i quotidiani in classe e da quello si cominciava a fare scuola su tutto, perchè “È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui. “…; un altro bell’esempio, noto a molti, è il grande Alberto Manzi, il maestro televisivo di “non è mai troppo tardi”, forse davvero il fautore della media education in Italia… E penso che la grande forza e possibilità di questo approccio è l’interdisciplinarietà, che non toglie specificità a nessuno 8semiologi, psicologi, sociologi…), ma anzi ci potenzia e rafforza la possibilità che abbiamo di cambiare paradigmi culturali, come Lorella ci ricorda. E quest’anno le mie studentesse di Chieti porteranno tra i testi d’esame proprio i due libri della Zanardo, perchè la media education può essere anche una concreta direzione lavorativa per le future educatrici (ed educatori… speriamo, ma qui si apre un’ulteriore nodo tematico), riflettendo anche sui social media e i videogames… Continuiamo, dunque, a costruire e decostruire, unite negli intenti!🙂

  10. Rosy, mi scuso con te e con tutti: certo che ci sono anche i pedagogisti a lavorare su questo tema. Soprattutto loro, anzi. Ho scritto in fretta e mi è sfuggito. Ora correggo. Grazie!

  11. Giovanna, figurati, ma non l’ho scritto pensando che tu debba scusarti! Anzi, so bene che tu ci hai ben presente (e ne abbiamo avuto anche la prova e l’onore di sentirlo dal vivo con l’incontro con la Zanardo!) e che ti piace “sconfinare” insieme in territori ibridi! Ci tenevo solo a postarlo per incoraggiare le studentesse e gli studenti delle scienze delal formazione, epr pensarsi sempre più in questi percorsi lavorativi! Grazie a te, davvero!

  12. Oggi a mio parere un’ educazione mediale è quanto mai importante, quindi trovo molto interessante questa iniziativa. Ci si scorda troppo spesso che tanto la televisione quanto i social media sono importanti agenzie di socializzazione. Veicolano relazioni di potere , la violenza di genere è anche figlia della rappresentazione di dominanza-subalternità tra uomo e donna, quanto risorse simboliche fondamentali per l’espressione del sé e l’interazione tra pari di giovani e meno giovani. Tra l’altro la costruzione dell’identità va a incidere fortemente sulle forme della partecipazione politica e sul concetto stesso di cittadinanza. Ovviamente non bisogna cadere nello stereotipo della mera ricezione passiva, nel bene o nel male vi è sempre una rielaborazione all’interno della “propria cerchia”,né della rappresentazione che gli stessi media danno del cosiddetto mondo giovanile. Una corretta educazione mediale dovrebbe (anche) riguardare il mondo“adulto” in quanto ,tanto quanto i giovani, incorpora i prodotti mediali per creare le proprie reti relazionali e in quanto agenzia di socializzazione primaria. Penso che un’ educazione ad una corretta fruizione passi anche da una formazione alla produzione e diffusione di messaggi, dalle web tv ai blog collettivi. Rapportarsi con i media facendo i media all’interno di un modello che favorisca la fruizione attiva e non passiva.

  13. grazie per questo bel post Giovanna che ci da coraggio ed energia! In alcune regioni, Toscana e Trentino in particolare siamo riusciti a proporre il corso FORMAZIONE/FORMATORI con vantaggi evidenti sia perchè il sapere resta sul territorio sia perchè il processo si velocizza: ad oggi sono gia migliaia i ragazzi/e che hanno cosi potuto srguire i corsi. Il nostro cruccio resta il sud da dove provengono molte richieste ma dove ci è impossibile intervenire per cronica mancanza di fondi. Noi continuiamo.🙂

  14. Grazie Giovanna per le tue parole. Commento da Senigallia dove oggi 30 adulti hanno seguito il corso introduttivo di Nuovi Occhi per i Media, ieri a Fano stesso corso domani si replica a Macerata. I partecipanti sono per lo più insegnanti, psicologi, giornalisti che vogliono portare nel loro lavoro quotidiano una maggiore consapevolezza sulla comunicazione e sul linguaggio audiovisivo, per andare oltre gli stereotipi e le discriminazioni di cui tanta informazione e intrattenimento sono infarciti. Questi incontri, i molti degli ultimi tre anni, mi confermano lo sdoppiamento del nostro Paese: da una parte le elite del potere (politico, mediatico, intellettuale) avulse dalla vita delle persone a cui dovrebbero proprio in forza del loro ruolo relazionarsi; dall’altra i tanti e le tante che dalle loro professioni, dal loro precariato, dal loro volontariato si impegnano a fare cultura, a fare comunicazione, a fare politica, sul serio. Che pensano agli altri oltre che a se stessi. Sono la forza e la resistenza del Paese, sono quelli che addirittura riescono a entrare in relazione con le nuove generazioni, o almeno ci provano con sincerità, non perché è conveniente e porta voti o soldi. Sono felice di poterli incontrare e passare loro il mio sapere, quell’educazione ai media che sono sicuro useranno per costruire nuovi ponti verso i ragazzi e le ragazze.
    Grazie ancora Giovanna per il lavoro che fai e per la condivisone delle idee e delle prospettive, ciao

  15. Osservando i numerosi dibattiti,conflitti tra gli esponenti politici trasmessi in questo periodo di elezioni, mi accorgo , da comune ventenne, di non possedere la capacità di filtrare le argomentazioni,riflessioni ma sopratutto verità della politica stessa(che si presentano cosi contrastanti da politico a politico) espresse da tali esponenti in maniera obiettiva e credibile,al fine di trarre le dovute conclusioni sulle rispettive ideologie o programmi.Tutto ciò che percepisco altro non sono che reciproche accuse dirette al programma politico che si intende adottare o alle precedenti gestioni al governo dei rispettivi partiti( gioco dell’opposizione, che par esser la strategia più diffusa). Il punto è che chi come me non è vaccinato contro le incessanti smentite e i conseguenti contrattacchi, non sa minimamente a chi e cosa credere! dove stanno i dati/fatti obiettivi e veritieri? è giusto esser lasciati alla propria capacità e volontà di ricerca della ” verità politica”? La sensazione è quella che ogni singolo esponente politico abbia una realtà e rappresentazione dei fatti completamente differente dai suoi avversari!.è mai possibile che opposizioni politiche non riescano a definire,a trovare dati OGGETTIVI E COMUNEMENTE RISPETTATI da cui partire o far evolvere i propri programmi?grazie a quale nozione posso affermare che abbia un risvolto positivo eliminare la tassa X , e se tolta, le probabili conseguenze?come mai ci sono pareri altamente contrastanti? non so se queste problematiche siano dovute ad una personale ignoranza( cosa probabile considerando anche il fatto che i programmi scolastici tipici delle scuole superiori si concludono comunemente con l’inizio della guerra fredda,e io sono del parere che una minima coscienza della RECENTE vita politica del proprio Paese chiunque dovrebbe possederla per comprendere e seguire quella odierna) o ad una mancata credibilità dei rappresentanti della politica, giunta a tal punto da definire ciarlatano chiunque,indistintamente,faccia parte del mondo della politica( se cosi fosse non saprei da quanto sia presente,perchè e come si sia evoluta, e sono qui anche per tentare di comprenderlo meglio)

  16. @Mattia
    Tu segnali con molta lucidità un problema secondo me cruciale, che meriterebbe di essere discusso anche qui, se già non lo è stato.

    Mi limito ad aggiungere, a quello che dici tu, che, oltre a informazioni sulla storia politica recente, la scuola dovrebbe anche fornire informazioni basilari sull’economia e sullo Stato. Aiuterebbero molto i cittadini a orientarsi fra le versioni contrastanti di cui parli.

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