Il “prestigio” sociale delle professioni

Sabato scorso è uscito su Repubblica il risultato di un sondaggio condotto da Demos-Coop per la Repubblica delle idee, da cui risulta che:

Il “lavoro in proprio” e la “libera professione” non sono più un mito condiviso, come negli ultimi vent’anni. Nel 2004 – considerati insieme – costituivano il primo riferimento per oltre metà degli italiani (53%). Oggi per meno del 40%. Per contro, ha ripreso a farsi sentire il richiamo del lavoro dipendente nella piccola e, ancor più, della grande impresa. Ma, soprattutto, il “pubblico impiego” oggi è (ri)diventato il lavoro preferito dalla maggioranza degli italiani: il 31%, 5 punti più del 2004.

E vabbe’, me lo aspettavo. Una cosa che invece non mi aspettavo è la classifica del cosiddetto “prestigio sociale” che gli italiani e le italiane, nel campione sondato da Demos-Coop, assegnano alle varie professioni. Da cui emerge che il medico, il magistrato e il professore universitario sono considerati (ancora!) i tre mestieri più prestigiosi. Ma non solo: si considera “prestigioso” anche fare il maestro di scuola elementare e il professore di scuola media superiore. Sono felice per me, che faccio la prof in università, e per i colleghi maestri e insegnanti di scuola, ma… davvero siamo considerati in generale così prestigiosi? Mah.

Chiaro invece che in fondo alla classifica stiano i dirigenti della pubblica amministrazione e i politici, dopo tutti gli scandali che sappiamo. Dunque il prestigio non è (più) così legato al possesso di danaro e potere come credevo? Ri-mah. Ma che significato hanno dato al termine “prestigioso” i signori e le signore del campione Demos-Coop? (Clic per ingrandire.)

Il prestigio sociale delle professioni

27 risposte a “Il “prestigio” sociale delle professioni

  1. Mi fa piacere che anni di diffamazione non abbiano peggiorato la considerazione per la docenza universitaria. Ma hanno attaccato in maniera esiziale il nostro stipendio e le nostre aspettative di carriera.

  2. Condivido la perplessitá “ma che significato hanno dato al termine prestigioso?”. Inoltre mi chiedo: il concetto di prestigio non varia sensibilmente per per fasce di etá e livello di istruzione? Per un sondaggio del genere ha senso un campione senza distinguo? Non so…

  3. “. Ma non solo: si considera “prestigioso” anche fare il maestro di scuola elementare e il professore di scuola media superiore. Sono felice per me, che faccio la prof in università, e per i colleghi maestri e insegnanti di scuola, ma… davvero siamo considerati in generale così prestigiosi? Mah.”

    Infatti, mah. Spieghiamo l’arcano: scegli parametri fissi e ti fisserai su quei parametri. È chiaro che se le categorie sono quelle proposte nel sondaggio cosa vuoi mai ottenere? Su tredici categegorie lavorative ben tre declinano l’insegnamento (perché non radunarle in una sola?) mentre l’imprenditoria (che è la categoria che articola pià variazioni possibili) viene presentata come una sola voce. Non parliamo poi della scelta di introdurre due figure assurde come il dirigente d’impresa e quello della pubblica amministrazione che non qualificano nemmneo un lavoro in sé bensì solo una posizione di gerarchia (idem per la voce “impiegato”. Allora mi domando perché fare un sondaggio sul prestigio delle diverse professioni: meglio essere un re, un barone o un servo della gleba? Che geni questi sondaggisti, nevvero?)
    Che dire dell’assenza di notai, avvocati, artisti (musicisti, attori, etc.), agricoltori (vinai, produttori di olio, etc), psicologi, aggiungere ad libitum.
    È imbarazzante dirlo ma ho come l’impressione che l’unico elemento di conoscenza che questo ottuso sondaggio ci dà riguarda proprio i sondaggisti e la loro percezione o meno della realtà.

  4. Ps
    A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre. Non sarà mica che questo sondaggio Demos-Coop esplicitamente realizzato per Repubblica voglia “scoprire” una composizione di opinioni che guarda caso rappresentano l’elettorato PD, tanto per chiudere il cerchio? Sarò maligno ma sulle tredici categorie proposte sul podio salgono solo professioni pagate dallo Stato e per il resto le totalmente indipendenti (imprenditore, commerciante) sono solo due.
    Chiaro che la categorie degli insegnanti sia rappresentata per quasi il 25% (ed è infatti la prima categoria prodessionale del bacino elettorale del Pd) laddove le professioni totalmente autonome sono rappresentate per poco più che il 15% (guarda caso l’ultima categoria professionale per voti dati sempre al Pd)
    E secondo voi Repubblica cosa vota (domanda retorica)?

  5. Ps2
    Scusate l’invadenza ma sto mangiando un boccone e il mio barista di fiducia mi fa notare che lui non figura in classifica (e ci ride, perché anche lui ha fatto il professore per un una serie di seminari universitari sul marketing al dettaglio, tanto per sottolinearmi che oggi la professione più squalificante è il docente universitario, categoria in cui le invasioni barbariche hanno già inquinato la purezza della razza🙂 ).
    Ma mi fa notare che un sondaggio in cui il voto medio dato al prestigio dell’operaio (in una scala da uno a dieci) è 7,5, identica a quella dell’imprenditore da cui si suppone lavora, c’è qualcosa che non va. Inoltre il massimo voto lo prende il medico, con un 8.5 di media. Perciò fare il medico ti porta un prestigio sociale appena superiore all’operaio dove l’unica insufficienza la becca il politico.
    “Che però è il mestiere più prestigioso” conclude il barista. “O non è prestigioso ciò che i più ambirebbero a fare?”
    spezziamo una lancia in favore dei sondaggisti. Forse per presitigo intendevano il gioco, quello dei maghi. In effetti così la classifica degli illusionisti è già più credibile”

  6. effettivamente, mi pare piuttosto fatto male il sondaggio.
    Professione è fare l’operaio?
    Professione il maestro?
    E perchè non sono tra i professionisti neanche il commercialista o l’avvocato?
    Infine, professionista diventa anche il politico.
    Inquietante. Io non sono per il politico “missionario”; ma definire l’attività politica una professione … ingloba anche la cultura della parcella.

    mi dispiace, ma trovo il sondaggio di pessima qualità.
    Per fortuna, di solito, non li leggo nemmeno i sondaggi (un pochino, confesso, solo quelli elettorali. Ma, giuro, non credo nemmeno a quelli)

    peirperrone

  7. Più che altro mi chiedo, ammettendo anche le categorie scelte come risposta alla domanda – auspicando, probabilmente a torto, che siano l’esito di un’indagine pilota a domande aperte , ne dubito – questa domanda, ha validità di costrutto? Misura quello che vuole misurare? Prestigio, non è una parola tanto complicata e polivalente, ci si arriva, ma non è che combacia con stima, per cui siccome la cultura è un valore stimabile culturalmente condiviso allora si stima chi lavora nella cultura, e invece ci sono gli scandali politici e allora i politici buh. Il prestigio ce l’ha anche chi ci sta sulle palle, perchè fondamentalmente ha a che fare con la capacità di dimostrare un potere sociale. Proprio in conseguenza di questa variabile, non penso che sia facile dedurre il prestigio delle professioni con una sola domanda diretta a una persona che debba rilevare direttamente il costrutto. Ci vuole una discreta riflessione sostanzialmente per capire a chi si conferisce prestigio.
    (Per esempio per i politici godono ancora di altissimo prestigio, come alcune libere professioni. e i docenti universitari: il prestigio convive benissimo con l’invidia. Per gli insegnanti della scuola media non so, ma ho seri dubbi.)

  8. In questo sondaggio non c’è un’analisi statistica con il margine di errore e i dati relativi al campionamento, ma non è l’unico motivo che mi fa sospettare che sia poco rappresentativo: l’esperienza mi dice il contrario (va bene, certe volte i sondaggi e le ricerche mostrano che non è vera l’impressione ricavata dall’esperienza), come quando si scopre che è diffusissimo il uogo comune dell’insegnante che non lavora e che guadagna in maniera spropositata rispetto alla sua importanza sociale e al valore della propria attività. Se è così diffusa questa opinione (e magari qualcuno potrà confermarlo/smentirlo), di che prestigio stiamo parlando?

  9. Mah….
    Posso supporre che de Lillo e Schizzerotto avrebbero da ridire su questo sondaggio.

  10. Di solito prestigioso lo dice il rappresentante immobiliare, che si becca un insulto da parte mia appena pronuncia questa parola.
    Invece mi piacerebbe (giuro!) un sondaggio sul mestiere che ottiene piu` rispetto.

  11. Oltre la misurazione del fenomeno, avrei gradito fossero state nominate le caratteristiche del campione del sondaggio (età, professioni, classe, aree demografiche di appartenenza) per capire se il risultato si può generalizzare per l’intera popolazione. Il binomio prestigio = successo e autorealizzazione, negli USA per esempio viene correlato anche alla classe di appartenenza. (Scriveva il NYTimes pochi giorni prima di Natale: “I studenti poveri si fanno in quattro mentre la classe gioca un ruolo sempre maggiore nel successo”. E citando un sociologo di Stanford University continua “Sta diventando sempre più improbabile che uno studente di basso reddito, non importa quanto eccellente, alzi la propria posizione nella scala socioeconomica. Quello di cui stiamo parlando è una minaccia al sogno americano.” http://www.nytimes.com/2012/12/23/education/poor-students-struggle-as-class-plays-a-greater-role-in-success.html?pagewanted=all).

  12. Mah, a me basterebbe lavorare. Che tipo di lavoro, è una necessità secondaria. E non chiamatemi choosy, ho fatto veramente di tutto, ma ora, una laurea e 30 anni impediscono ai datori di considerarmi appetibile…

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  14. Scusate, mi sono accorto che il link che avevo lasciato nel mio commento precedente era “broken”. Eccolo qui: http://culturaliberta.wordpress.com/2012/10/24/la-tristemente-diffusa-opinione/

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  16. @Leida Ruvina ha scritto: ” E citando un sociologo di Stanford University continua “Sta diventando sempre più improbabile che uno studente di basso reddito, non importa quanto eccellente, alzi la propria posizione nella scala socioeconomica. Quello di cui stiamo parlando è una minaccia al sogno americano.”

    Ma poiché il sogno americano è appunto un sogno, la minaccia ad esso non potrà che disvelarne la sua natura ontologicamente onirica. E così facendo ci dirà qualcosa sulla truffaldinità di questa retorica.

  17. @Ugo
    Davvero non vorrei ricominciare una delle nostre diatribe.
    Ti suggerisco solo di considerare la possibilità di una posizione meno drastica.
    Il cosiddetto sogno americano, non è solo americano e non è solo un sogno. Riguarda l’uguaglianza delle opportunità di partenza e la mobilità sociale, entrambe variabili scalari (può essercene di più o di meno) piuttosto che dicotomiche (o c’è o non c’è). Scusa la banalità.

    Ovvio che la totale uguaglianza delle opportunità di partenza e la perfetta mobilità sociale non sono possibili nelle società capitalistiche. Ma non mi pare che siano state conseguite in nessuna società storicamente realizzatasi, incluse quelle socialiste o comuniste, comunque le si definisca. Dubito che siano completamente realizzabili, almeno in un orizzonte temporale limitato.

    Verissimo che vi è molta retorica e mistificazione nel “sogno americano”, come vi era retorica e mistificazione, magari in misura minore, anche riguardo alla pretesa uguaglianza del socialismo reale.

    Ma vi è differenza fra società in cui uguaglianza delle opportunità di partenza e mobilità sociale sono maggiori o minori (altra ovvietà). E vi è differenza fra scelte politiche che le accrescono o le riducono, in USA, in Italia, in India o in Cina.

    Non entro nel merito di una discussione se ce ne sia di più in USA, in Svezia, in Francia o in Cina. Questo sì che sarebbe interessante, ma è troppo OT.
    Non mi meraviglierei se su questo ci trovassimo poi d’accordo.🙂

    Ma perché ridurre a nero o bianco quelle che in realtà sono varietà di grigi?
    Senza con ciò sottovalutare l’enorme differenza fra il grigio chiaro e il grigio scuro.😉

    Scusate di nuovo tutti questa sfilza di ovvietà.

  18. @Ben
    Non è colpa mia se gli statunitensi sono talmente pragmatici, trasparenti e al limite della tautologia, da aver chiamato “sogno” appunto un sogno. Tutta la mia ammirazione per usare i termini con tale correttezza semantica.
    Il problema è posto da tutti coloro che parlano di “sogno americano”, (di gran lunga la maggioranza, a cominciare dal candido stupore del sociologo citato da Leida Ruvina, a cui anch’essa si accoda); tutti coloro che leggono “sogno” e capiscono “realtà”; sognano “possibilità” e non ne comprendono la “probabilità” laddove, vista l’improbabilità, dovrebbero pensare in termini di impossibilità.
    Io non riduco la realtà al bianco e nero, faccio esattamente il contrario: mostro le infinite sfumature di grigio, e il grigio è un brutto colore, chiaro o scuro che sia. Sopratutto quando la bianca e angelicata ascesa al cielo del sogno americano si schianta nella nera e luciferina discesa nella terra della realtà.
    Io mi limito a cercare di evitare gli schianti, ritendo pacifica una verità: che più in alto si vola e più dannoso è l’urto. Ma probabilmente questa ovvia legge di gravità dell’esistenza non vale nel vuoto fisico delle tue ovvietà.

  19. ps
    Guarda che per quanto ti riguarda hai sognato pure il sogno sbagliato.
    Il sogno americano non consiste nell’avere pari “uguaglianza delle opportunità di partenza e la mobilità sociale” ma nel riuscire a raggiungere posizioni dominanti in termini di potere o portafoglio economico all’interno della società. Il comunismo, indipendentemente dal giudizio che possiamo darne, invece non si poneva lo scopo di raggiungere pari condizioni di partenza ma medie condizione di esistenza, e non certo pari condizioni di arrivo.
    Purtroppo per te, una mente che non viva 24 ore immersa nel sogno deve constatare che se uno su mille ce la fa gli altri 999 si distribuiscono in posizioni intermedie da 0 a 1000.
    Tralasciamo per un attimo il tema della violenza necessaria a raggiungere i vertici, anche perché basta guardarsi attorno a tutti i livelli.
    Il problema è che la reotrica del sogno americano non pone limiti all’accumulazione personale, ed è sufficiente constatare la sua realtà per dedurre che la distribuzione dellel risorse in mano a quei mille non articola solo una gerarchia ma anche una non linearità; uno squilibrio in cui la funzione non è nemmeno gaussiana.
    Perciò questa retorica più che essere un sogno assomiglia decisamente a un incubo. A meno che i dormienti sognatori non siano siano così irrazionali da pensare che la competizione giovi all’insieme dei candidati e non solo a chi vinca.

    Wake up🙂

  20. @Ugo
    “riuscire a raggiungere posizioni dominanti in termini di potere o portafoglio economico all’interno della società” (parole tue) è ovviamente un aspetto della mobilità sociale.
    Ovviamente🙂 partendo da posizioni non dominanti, il che riguarda il grado di uguaglianza/diseguaglianza delle opportunità di partenza.

    Le mie sono davvero ovvietà e non meritano l’onore delle tue obiezioni!🙂

  21. @Ben
    Infatti dovresti porre una distinzione tra ovvietà e banalità, dove se le prime sono pacifiche verità le seconde portano il fardello di irrilevanti truismi.
    Non hai notato infatti che il sogno americano può essitere logicamente solo a livello di individuo e non di sistema, ovvero di insiseme di individui. A nessun onirista del sogno americano interessa una cippa della mobilit e dell’ugugaglianza delle opportunità, Ben: interessa il proprio personale destino. Infatti chi arriva ai vertici declama quella retorica che lo ha fatto arrivare dov’è, ma non si rende conto del cimitero invisibile di tutte quelle voci che non sono arrivate.
    Sono solo quelli come te che declinano il sogno americano come criterio collettivo di regole volte alla partecipazione alla gara; quelli come te, che sono innamorati della competizione e vi vedono di gran lunga vantaggi rispetto alla cooperazione. Ti ho già dimostrato che se valesse la sbandierata competitività in un sistema economico logicamente si avrebbero: assenza di disoccupazione però con salari di sussistenza e profitto assenti.
    Quindi coloro che ambiscono per mezzo della competitività a raggiungere i vertici e poi magnificano la bontà del sogno americano stanno parlando della loro fortuna adanno degli altri. Come vedi la definizione di sogno resta perfetta: infatti i sogni sono sempre un’attività soggettiva e individuale, non collettiva; sono difficilemnte comunicabili; illudono colui che sogna di essere plausibili.

  22. @Ugo
    …e non ho detto nulla sui propositi del comunismo, che peraltro condivido. Ma dò poco peso ai propositi, essendo in questo inguaribilmente marxista.🙂

    Quanto a competizione e cooperazione, preferisco la seconda, ma l’una non esclude l’altra.
    Ultima ovvietà che mi lascio strappare.🙂

  23. @Ben
    Allora concludo anch’io caro amico con qualche ovvietà: si agitano notevoli incoerenze nel tuo pensiero. Però basta di parlare del passato: parliamo del futuro. Vogliamo cominciare a gestirlo dall’alto dei nostri mezzi simulativi o ritieni che la sommatoria dei comportamenti individuali articoli basti ad articolare un sistema decente? Rispondere a questa domanda vuol dire aver compreso per quale motivo uno come Giannino dice cose molto logiche, a patto di assumerne il dogma religioso: il privato è meglio del pubblico, in saecula saeculorum.
    Per concludere a bomba, ecco una posizione professionale che ha prestigio ma nessuna stima.

  24. @Ugo
    Se Giannino aderisce a quel dogma, com’è probabile, io no.

    Quanto alla tua domanda, niente in contrario a gestire il futuro dall’alto dei nostri mezzi simulativi — di cui peraltro ho più rispetto che padronanza. Vorrà dire che, come Capo del prossimo Governo mondiale, ti lascerò il Ministero della Programmazione Economica.🙂

  25. @Ugo
    Molto prestigoso🙂
    Ci sto, a patto di mettere Giovanna a capo del Ministero della Verità e tu a capo del Partito Esterno😉
    Lascio spazio alle opinioni degli altri per oggi, verso cui mi scuso per l’obesità.

  26. Non posso che unirmi al coro di coloro che avanzano dubbi sulle modalita’ con cui e’ stato fatto questo sondaggio. A giudicare dai risultati, verrebbe da dire che li abbiano azzardati a caso. L’unico risultato veramente attendibile e’ il ruolo di primo piano dei medici (in Italia un medico riceve letteralmente favori e regali da tutti, dal salumiere come dall’avvocato). La categoria dei professori universitari ha perso prestigio negli ultimi 30 anni come probabilmente nessun altra. L’istruzione universitaria “non e’ di moda”, il numero di laureati in Italia e’ il piu’ basso d’Europa e sta scendendo, e questo non e’ solo il risultato della crisi economica che lascia a spasso i laureati, ma anche di un complesso di fattori sociali, culturali e mediatici che fa si’ che i giovani ritengano la laurea un pezzo di carta e il casting delle trasmissioni televisive una scala per farsi una vita. D’altra parte, se una comparsa che fa il pubblico in una trasmissione televisiva guadagna 70 Euro in due ore, come dargli torto?

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