Come si diventa un “cervello in fuga” in tre mosse

Sul blog di Francesca, che si è laureata con me  alcuni anni fa e ora vive e lavora felicemente in Olanda, trovo una spiegazione breve e chiara del fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga”:

Cervelli in fuga

Io sono dell’82.

Quando avevo 20 anni la mia generazione era la generazione Erasmus.

Quando ne avevo 25 era la generazione 1000 euro.

Ora che ne ho 30 è la generazione dei cervelli in fuga.

Se ci fate caso è un’evoluzione naturale. Prendi uno studente universitario e mandalo a studiare all’estero: impara una lingua, si familiarizza con un paese straniero, si accorge che staccarsi dalla gonna di mammà non è poi male, anzi si diverte pure.

Prendi questo studente – che nel frattempo è tornato a casa e si è laureato – e mettilo a lavorare 10 ore al giorno per 950 euro da precario, senza ferie, senza malattie, senza la prospettiva di una crescita professionale né di beccarsi un mutuo, perché una volta che esci di casa poi ci vuoi restare… Be’, quello prende e se ne torna all’estero. Non importa se l’Erasmus l’ha fatto in Spagna e la Spagna è messa anche peggio, quello ormai parla 2 o 3 lingue e ormai sa che sopravvive anche senza le lasagne della domenica: un posto nell’Europa transalpina lo trova.

Se poi l’Erasmus l’ha fatto in Francia o in Germania, torna nella patria del suo Erasmus, magari nella stessa città e si sente quasi a casa. Così nasce la generazione dei cervelli in fuga. (Francesca Romagnoli, La deriva dei continenti)

18 risposte a “Come si diventa un “cervello in fuga” in tre mosse

  1. Sono d’accordo con Francesca, ma credo che la cosa non sia così “semplicistica”, ci sono altri fattori, purtroppo negativi, a far nascere i cosidetti cervelli in fuga.

  2. Io sono del 77. Dunque appartengo alla generazione 35, che per quanto mi riguarda ha fatto il seguente passo avanti: “cervelli in fuga che tentano di tornare a casa pensando di essere diventati abbastanza forti da provare a combinare qualcosa di buono nel proprio paese.”
    In questo che dovrebbe essere un commento mi limito a scrivere, se non altro per pietà umana: No Comment; ne riparleremo verso i 40.
    Ovviamente, questa storia non è ancora finita.

  3. Bel post, mi ci rivedo. Anagraficamente, lavorativamente, e anche per l’Erasmus. Non sono, però, tornata all’estero, sto tentando di costruirmi un piccolo spazio qui, con tutte le frustrazioni del caso. Giusto o sbagliato? Per ora ci provo..stiamo a vedere…

  4. Cervelli in fuga, certamente. Però c’è una domanda: in fuga verso dove, allo stato attuale? Ho la netta sensazione che questo film sia già vecchio: all’estero non c’è fortuna e gloria ma l’anticamera del nomadismo ora come ora, a partire dal Regno Unito per finire alla Germania. Direi che più che parlare in termini di mosse occorrerebbe prlare in termini di passi. Ma del gioco dell’oca.
    Rimane da aggiornare anche la vignetta: “ambizioso, dinamico, laureato bilingue con Master”, il classico ritratto di un dirigente inglese”
    e l’altro: “Once upon a time…”.

  5. “quello ormai parla 2 o 3 lingue e ormai sa che sopravvive anche senza le lasagne della domenica”

    E chi lo ferma piu’ un Italiano tri-lingue uscito dal tunnel della lasagna domenicale!
    😀

  6. Io porto la mia esperienza, anche se credo servirà poco o niente con gli scettici di professione che allignano pure qui…
    Diploma tecnico con specializzazioni successive, quadrilingue (bilingue IT/EN + FR/ES meno scorrevoli ma OK anche sul vocabolario tecnico), ottime skills informatiche (troppe competenze da dettagliare qui senza finire OT) commerciale estero gg. 5 su 7, estero 60% dell’anno, compresi alcuni weekend, 13 mensilità. In Italia: 2€K netti mese, ritenuta alla fonte 40%, rinfacciati come una regalia in ogni momento dal “padroncino” aziendale, mutuo 2009 (Bologna) con spread bancario +3% su EURIBOR 1 mese. In Svizzera: 4€K netti mese, ritenuta alla fonte (residente AIRE) 28% comprese assicurazioni e cassa malati, continui incentivi a dare il mio contributo e crescere, mutuo 2012 (Basilea) con spread +0,49% su EURIBOR 1 mese. Per non dire del funzionamento dei trasporti pubblici, dei servizi, della sensazione di “sicurezza” anche in piena notte. Avendo vissuto anche in Irlanda, Inghilterra, Belgio e Germania, rispetto a questi ultimi due e ad altri come Olanda, Danimarca, Francia, nella mia esperienza, l’Italia è da dimenticare, a meno di non comandare ad alti livelli, che come diceva quello: come farne a meno, con un popolo di servi?!

  7. Fra le persone a me più vicine almeno due corrispondono perfettamente all’identikit del cervello in fuga in tre mosse fatto da Francesca.

    Un altro caso, nella mia cerchia più stretta, è diverso, ma in parte sovrapponibile: giovane coppia (35 anni) con due bimbi, lei laureata con esperienza di studio e vita in paesi anglofoni, lui piccolo imprenditore idraulico senza studi e senza conoscenza dell’inglese.
    Sono emigrati ora in Sud-Africa dal Veneto principalmente per la mancanza di lavoro per LUI, dovuta al continuo aggravarsi della crisi nel settore dell’edilizia. L’esperienza cosmopolita di LEI è stata determinante nella scelta.

  8. @Valerio
    “Io porto la mia esperienza, anche se credo servirà poco o niente con gli scettici di professione che allignano pure qui”
    Spero non si riferisca a me. Lei è il ritratto del nomade (Irlanda, Inghilterra, Belgio, Germania, Olanda, Danimarca, Francia, Svizzera – dove presumo lei alberghi al momento…)
    Quadrilingue che tra l’altro non è neanche laureato né ha Master, quindi non solo disattende il diktat del curriculum standard ma lo confuta.
    Insomma, lei è un uomo coraggioso che se non avesse fatto un mestiere tecnico sarebbe stato il candidato ideale per la Legione straniera. Però non può pretendere che la maggioranza degli studenti abbia le sue qualità se non intellettuali almeno caratteriali.

    @Ben
    Chissà cosa ne pensa Giannino, che richiesto di commentare sui 55000 immatricolazioni in meno all’Università ha detto, senza provocazione:” “cinquantamila universitari in meno vuol dire che i giovani non sono fessi”.

  9. Come trentenne “dal cervello in fuga” condivido pienamente questa descizione. Certo ci sono tanti fattori a condizionare la scelta di partire, ma la verità è che quando ti apri ad altre esperienze e all’estero ti rendi conto ché è possibile vivere in un altro modo, che altre opzioni sono possibili e anzi esistono già. Quando capisci questo cambia tutto. Il rischio di un continuo nomadismo esiste, ma a quel punto diventa una tua scelta e la contropartita è la tua crescita.

  10. Quest’anno ho avuto nel mio corso uno studente coreano. A luglio terminerà gli studi e tornerà in Corea. Ha imparato sufficientemente bene l’italiano e ha visitato il nostro Paese con curiosità e attenzione. Non ha intenzione di restare perché vuole trasferire ciò che ha appreso in Asia, dove ha già diverse concrete possibilità di lavoro inerenti i suoi studi (Corea, Cina, Giappone)e dove l’italianità è ben spendibile. È convinto che l’Italia ha molto da offrire in termini di storia e cultura ma ben poco -a parte le lasagne– per quanto attiene la vivibilità delle città, i sevizi, la burocrazia, l’eventualità di intraprendere o trovare occupazione.
    Non sono numerosi gli studenti stranieri in Italia, non quanti potrebbero essere se fossimo capaci di essere attrattivi, se avessimo concreta coscienza del valore spesso frantumato, frammisto e occultato dallo schifo di uno sviluppo quantitativo miserabile e demenziale, dall’ingordigia di una minoranza (forse) di cialtroni sostanzialmente mafiosi.
    Chi se ne va dall’Italia –dopo aver studiato in parte a nostre spese– non torna e capisco il perché. Chi viene a studiare non si ferma. Siamo un paese capovolto, opposto a quello che potremmo essere (e che ben pochi paesi potrebbero essere).

  11. Se ho dato l’impressione di essere scettica con la mia battuta vorrei rettificare. Trovo che Francesca abbia descritto perfettamente gli Italiani all’estero. E ho trovato simpatica l’osservazione sulle lasagne. A me dopo 14 anni all’estero il cibo e’ la cosa che ancora continua a mancarmi di piu’ anche se gli affetti famigliari e i vecchi amici, sara’ per la paura di perderli, sara’ perche’ alla fine sono maturata, stanno riguadagnando di quota.

  12. La questione di base sollevata da Francesca, di un paese che impiega risorse per preparare laureati e poi finisce per perdere questo investimento poichè alcuni fra i migliori di essi sono costretti ad usarlo in nuovi paesi dove trovano lavoro, mi rende attuale una mia lunga esperienza come responsabile di alcuni programmi UNESCO formalmente finalizzati a contrastare la “fuga di cervelli” da paesi che pudicamente erano denotati “in via di sviluppo”. Una fuga che, indipendentemente dalle “buone intenzioni” , era sostanzialmente incrementata da questi programi di borse di studio, scambi e facilitazioni alla mobilità. verso paesi scientificamente e tecnicamnte “sviluppati”. La stessa Italia ha rappresentato per decenni un paese dove si sono trattenuti dopo gli studi un bel numero di studenti di vari continenti. Mi permetto un ricordo autobiografico: il mio dubbio se ostacolare o meno la concessione di permessi di soggiorno in Italia a “dottorati” dalla mia Università dove vi avevano studiato in base ad un accordo preciso, sottoscritto anche da loro, che prevedeva il ritorno nella istituzione di origine.
    In concreto, non ho trovato altro di meglio che perseguire idee diverse, di finanziamento a programmi che favoriscono brevi soggiorni di insegnamento e ricerca nel paese di origine da parte di scienziati e tecnici oramai inquadrati in un nuovo paese.
    Ma sono curioso di venire a conoscenza di altre idee.

  13. mò me ne scappo anche io🙂

  14. non tutti quelli in fuga sono cervelli, però.

  15. @Ugo Per scettici di professione avevo solo in mente il 90% dei miei coetanei che lamentano le condizioni del lavoro in Italia e dipendono in gran parte da genitori, parenti e condizioni di nascita. Più racconto esperienze positive all’estero, più loro trovano ragione per dire che in Italia comunque si mangia bene, ci si diverte, etc… Ringrazio per la stima ed in effetti è il carattere (leggasi attributi nel mio caso) che fa spesso la differenza, come direbbe Democrito. Se posso senza piaggeria, ricambio la stima, le qualità intelletuali che trapelano dai suoi commenti sono impressionanti. Per rimanere in topic, deprovincializzarsi vuol dire valorizzarsi, almeno nel mondo odierno e per l’epoca che viviamo.

  16. Ho sempre pensato che il mito del cervello in fuga venga troppo pompato. Ultimamente, in modo quasi insopportabile, quasi quanto le accorate richieste di meritocrazia.
    Tutti gli italiani all’estero sono cervelli in fuga, la parola emigrato ricorda troppo le valigie di cartone.
    Non si parla mai di chi parte per “l’america” e torna con le pive nel sacco, dopo essere stato proficuamente spremuto con contratti atipici in uk francia belgio germania. Non ne parla lui, perché è troppa la vergogna di non essere stato capace di diventare un cervello in fuga di successo.
    Non ricordiamo che l’ex 20enne della “generazione erasmus” è mediamente figlio di famiglia che può permettersi di investire su di lui, sulla sua educazione, sulla sua formazione all’estero. che costa. Anche se fai l’università pubblica.
    E sì, c’è il ragazzo figlio di operai che ha studiato proficuamente ed ora insegna ad harvard, ma è uno su mille.
    E tutto questo pompare il mito del cervello in fuga è ancora, e maggiormente, dare del cog*ne a chi non ce la fa, mostrandolo come debole, incapace di lottare per conquistare il proprio posto, troppo molle per stare lontano dalla mamma; favorendo il processo di accettazione di questo tipo di flessibilità come unica soluzione.
    “Uno su mille ce la fa, sarò io. Fatevi sotto.”
    Massì, continuiamo a massacrarci.

  17. Ciao mima, concordo che sui cervelli in fuga ci sia una certa mistificazione: nel mio post ripreso da Giovanna non né faccio certo un mito, né do giudizi di valore su chi resta. Del resto hai ragione: andare all’estero richiede un investimento iniziale che non è alla portata di tutti (come le lasagne alla domenica del resto,e qui non scherzo): il mio post ripercorre la genesi di un fenomeno che è tipico soprattutto di un ceto medio-alto.
    Concordo anche sul fatto che lo status di cervello in fuga sia sopravvalutato (non sono tutte rose e fiori), non è certo quello che esprimo nel mio post ripreso da Giovanna. Sul fatto che non si usa piú la parola emigrato, il mio post si chiude con il rimando a un altro post “Cosa (non) é un expat” che ti invito a leggere😉 http://wp.me/p2Lkil-8h
    Infine completerei la riflessione con questa nota: nell’espressione “cervello in fuga” cervello è usato come sinonimo di “laureato” e per opposizione implica non-laureato=non-cervello. Insomma un’espressione infelice e impropria, come dico nel post che ti linko la definizione corretta in italiano sarebbe “emigrato qualificato”.

  18. Grazie mille per la segnalazione: seguo questo blog con interesse e il blog di Francesca è stato una piacevole scoperta!

    Le analisi della pubblicita’ e della cultura olandese poi sono spassosissime ( e ci ritrovo molto di quanto riscontro io nella mia vita di tutti i giorni a Zurigo: direi che Max Weber diventa a questo punto una lettura obbligata ).

    Riguardo al “cervello in fuga” come espressione del livello medio alto socio-economico non sono d’accordo.

    Secondo me è un’attitudine dell’individuo.
    I miei genitori ( lavoratori dipendenti con salari bassi ) hanno fatto sacrifici grossi per farmi fare l’universita’ e tra borse di studio, lavoretti part time e la scelta di restare a casa con loro e fare il pendolare per seguire solo le lezioni piu’ importanti ho fatto la mia parte per ridurre al minimo l’impatto economico della mia formazione.

    Io avrei voluto fare Intercultura al liceo e li non c’erano i mezzi, e anche l’erasmus non mi è stato possibile… ma appena ho finito l’universita’ col primo lavoro ho iniziato a viaggiare a colpi di backpacking e ryanair – easyjet.

    Conoscere gente di altri paesi ti cambia:ricordo ancora la disinvoltura con cui gli australiani raccontavano di essersi laureati aver lavorato un paio di anni e di essersi licenziati per girare il mondo e dei loro programmi di rientro.

    E alla mia domanda sul come facessero la loro risposta: “it’s just a job!”

    E’ un’attitudine: io nonostante poi avessi un contratto a tempo indeterminato in Italia alle avvisaglie di crisi di fine 2007 – inizio 2008 ho iniziato a guardarmi in giro e adesso sono da piu’ di 4 anni in svizzera tedesca.

    Ci si da da fare: non è tutto rose e fiori.
    Il periodo iniziale con 9 ore di lavoro al giorno e la sera due ore di corso di tedesco, l’ansia perenne di non essere all’altezza, che sei nei tre mesi di prova e possono licenziarti da un momento all’altro.

    Non é da tutti: lo so.
    MA non credo che il “censo” sia il fattore determinante.( anche se sono d’accrodo sul fatto che se uno ha il “papi” che fa l’imprenditore nautico che garantisce un rientro morbido in italia uno si possa partire piu’ tranquillamente per provare a vendere caipiroske a maracaibo ).

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...