Lo so: parlare di Monti in rete non funziona

È un dato: ogni volta che scrivo di Monti – qui o sul Fatto Quotidiano – le visite e i commenti si fanno al lumicino. Colpa di quel che scrivo? Forse. Ma, data la popolarità di molti altri post, credo che il tema ci metta del suo: è come se fra Monti e il “popolo del web” ci fosse un gelo difficilmente scaldabile. Insomma, è anche un po’ per ridurre i commenti e le visite che negli ultimi due giorni hanno tempestato il blog, che ho deciso di condividere il pezzo che ho scritto per lo Speciale Elezioni del portale Treccani. Tiè, raffreddati i bollenti spiriti con questo.🙂 (Se leggi bene, nel pezzo trovi  fra l’altro spiegato cosa c’è, fra Monti e la rete, che non funziona.)

Monti: fra sobrietà, stile elitario e politica pop

Bastarono pochissimi giorni, dopo l’insediamento del governo Monti il 16 novembre 2011, perché giornalisti, studiosi e opinion leader cominciassero a elogiare il suo stile di comunicazione, introducendo un’etichetta che è subito diventata un tormentone: sobrietà. Si veniva da anni di politica urlata, anni in cui l’aggressività verbale e gestuale, l’invettiva, il turpiloquio avevano contagiato quasi tutti i leader politici, condannandoci a continue risse televisive, dichiarazioni sopra le righe e titoli di giornale urlati: in quel contesto i toni asciutti di Monti, la sua ironia sottile, la sua imperturbabilità parvero a molti una boccata di ossigeno. Nel giro di pochi mesi, però, alcuni svarioni mostrarono i limiti del suo stile di comunicazione, limiti che sono emersi con più forza un anno dopo, quando Monti è entrato in campagna elettorale per le politiche del 2013. Ecco gli ingredienti principali del suo modo di comunicare.

Mario Monti

La sobrietà

Occorre anzitutto chiarire in cosa consista l’ormai celebre sobrietà di Monti, che è riuscita a conquistare gli interlocutori internazionali e che in Italia gli ha regalato per oltre un anno altissime percentuali di gradimento in tutti i sondaggi. Secondo il dizionario Devoto-Oli sobrietà significa «moderazione nel soddisfacimento degli appetiti e delle esigenze naturali» e, in senso figurato, «carattere scevro da ogni forma di eccesso o di superfluo».

Da cosa nasce allora l’idea che Monti sia «scevro da ogni forma di eccesso o di superfluo»? Principalmente, direi, da tratti non verbali: il cappotto di loden, l’abitudine di tenere la testa e gli occhi bassi quando parla in pubblico o è intervistato, la lunghezza (a volte pure eccessiva) delle pause, la tendenza a parlare lentamente, sottovoce e con tono grave, sono tutti indizi che paiono esprimere una personalità incline al riserbo e all’autocontrollo anche nella vita privata, oltre che in quella pubblica. Se poi ricordiamo che tutto ciò è entrato in un sistema politico-mediatico che per due anni e mezzo era stato saturato dai festini e dagli scandali di Berlusconi, si capisce perché questo stile abbia per differenza attirato tanta attenzione e suscitato un plauso quasi unanime.

Il “Professore” con la P maiuscola

Questa lettura non sarebbe possibile senza un presupposto di fondo: prima di entrare in politica Monti era docente e presidente dell’università Bocconi, era cioè un “Professore” con la P due volte maiuscola: perché universitario e perché bocconiano. In realtà Monti ricopriva anche altri incarichi: consulente Goldman Sachs, presidente della Trilaterale europea, membro del comitato direttivo Bildelberg e altro ancora. Ma il ruolo di professore li ha cancellati tutti fin dall’inizio, per esplicita volontà di Monti: «Vi prego, continuate pure a chiamarmi professore. Anche perché l’altro titolo, Presidente, durerà poco», diceva il 18 novembre 2011, durante una replica alla Camera.

È proprio la consapevolezza che Monti sia un “Professore” – uno competente, che sa bene quel che fa – che ha permesso al pubblico di massa di perdonargli i tratti più elitari del suo linguaggio: frasi lunghe e involute, lessico tecnico, anglicismi. Parole tendenzialmente non rivolte a tutti, ma solo all’élite politica, finanziaria e mediatica presso la quale Monti ha cercato – riuscendoci – di riaccreditare l’Italia. Anche l’ironia di Monti ha un’efficacia elitaria: funziona in conferenza stampa con i giornalisti italiani e stranieri (ridono, annotano), funziona con l’élite internazionale che lui vuole rassicurare, ma è raggelante per la parte più povera e meno colta degli italiani che o non la capiscono, perché basata su riferimenti che non conoscono, o la considerano una presa in giro perché ridere implica non tener conto dei loro problemi e sacrifici (cosa c’è tanto da ridere?).

È poi sempre l’aura da “Professore” che ha indotto il pubblico di massa a interpretare come indizi di competenza ex cathedra i tratti non verbali di cui dicevo, quelli etichettati come sobrietà: dal tono di voce grave alla lentezza d’eloquio, dal loden alle pause lunghe. Sono tutti ingredienti che, in altri contesti e su altre persone, potrebbero essere intesi come freddezza, supponenza, distanza, e che invece nel caso di Monti sono serviti a rassicurare i cittadini impauriti dalla crisi economica: con quello stile è come se ci avesse ripetuto per un anno «Ragazzino, lasciami lavorare».

Monti Robot

In realtà Monti quando parla in pubblico fa esattamente il contrario di ciò che si insegna in qualunque corso di public speaking: tiene lo sguardo basso, ha una postura rigida e una voce monotona. Un insieme che lo rende non solo freddo ma raggelante, perché lo fa apparire privo di emozioni e incapace di suscitarle. È proprio questo aspetto che il comico Maurizio Crozza mette in scena quando lo trasforma in «Monti Robot»: gli basta separare le sillabe per evidenziare la monotonia del suo parlato, muoversi a scatti per scimmiottarne la postura, e la caricatura è fatta.

Ma il comportamento non verbale serve soprattutto a esprimere le emozioni, da cui la comunicazione politica – come tutta la comunicazione umana – non può prescindere. L’hanno dimostrato da oltre dieci anni numerosi studi. Lo osserva ad esempio Drew Westen, psicologo statunitense e consulente di diversi candidati del Democratic Party: «Non veniamo toccati da leader che non suscitino in noi una risonanza emotiva. Non troviamo i programmi politici degni di discussione se non hanno implicazioni emotive per noi, per la nostra famiglia o per ciò che ci è caro. Dal punto di vista delle neuroscienze, più un messaggio è puramente “razionale”, meno è probabile che attivi i circuiti emotivi che presiedono al comportamento di voto» (Westen 2007, trad. it. p. 27).

In sintesi, la freddezza raziocinante può convincere – e ha già convinto – l’élite politico-mediatica a cui Monti si è rivolto quando governava, ma difficilmente può arrivare alle masse. Difficilmente, cioè, è efficace per chiedere voti in campagna elettorale e raggiungere percentuali degne di un grande partito di maggioranza.

Monti pop

Negli ultimi giorni del 2012 Monti ha sciolto ogni riserva ed è entrato nella competizione per le politiche del 2013. Da allora sono in molti ad aver sottolineato la sua «svolta comunicativa»: come se d’improvviso fosse riuscito a cambiare radicalmente, passando dall’argomentazione agli slogan facili, dalla ponderazione ai toni accesi.

In realtà già nei primi mesi del suo governo, Monti aveva dato prova più volte di sapersi ben adattare alla politica spettacolarizzata che Mazzoleni e Sfardini (2009) chiamano «politica pop». È sempre stato abile, per esempio, a confezionare formule immediatamente traducibili in titoli di giornali e di servizi televisivi: dalle manovre «salva Italia» e «cresci Italia» con cui ha descritto le prime azioni di governo, alla più recente «salita in politica», con cui ha etichettato il suo ingresso in campagna elettorale per distinguersi dalla «discesa in campo» di Berlusconi nel 1994.

Ma entrare nel circo mediatico senza esperienza comporta rischiare gaffe e scivoloni. Anche di questi Monti ha dato spesso prova, insieme ad altri membri del suo governo. Cominciò nel febbraio 2012: «I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso tutta la vita. E del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso tutta la vita». Soffiò sul fuoco la ministra Fornero: «Il posto fisso per tutti è un’illusione». Rincarò la dose la ministra Cancellieri: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà». Di esempi analoghi è costellato tutto il 2012, ma mi limito a questi perché li considero rappresentativi, da un lato, della capacità di Monti – e del suo governo – di guadagnare le prime pagine, dall’altro della scarsa empatia verso il vissuto delle persone, in questo caso masse crescenti di precari e disoccupati, specie giovani. Una volta in campagna elettorale, poi, ha preso di mira gli avversari politici: si pensi alla frase sulla necessità, per il Pd, di «silenziare» le ali estreme, rappresentate dall’alleanza con Nichi Vendola, da un lato, e dall’economista Fassina al suo interno; una frase infelice e autoritaria, che certo non esprime pacatezza.

D’altra parte accade a molti: la girandola mediatica prima seduce, poi ipnotizza, infine stordisce. Riuscirà Monti a trovare un buon equilibrio fra sobrietà, empatia e vena pop? Mentre scrivo (metà gennaio 2013) non ci è ancora riuscito. In futuro chissà.

17 risposte a “Lo so: parlare di Monti in rete non funziona

  1. Il numero di visite e di commenti secondo me e’ minore perche’ Monti non fa cose che polarizzano gli animi come chiedere in pubblico ad una donna quante volte viene. Per discutere uno come Monti non basta il sussulto di indignazione e la riga e’ un maiale/cretino/ladro/…. Mi sembra che anche tu abbia fatto un post piu’ lungo del solito o e’ una mia impressione?

  2. Diciamo anche che Monti come professore non è un gran che.
    Non mi riferisco tanto alla sua rispettabile ma modesta carriera di studioso, quanto alle sue scarse capacità espositive. A lezione dicono che fosse abbastanza noioso, e ci credo.

    Chi non si esprime chiaramente, un altro era Prodi, non pensa tanto chiaramente oppure non ha l’abitudine e il gusto della franchezza. O un mix delle due cose. (Non che siano le sole cose importanti.)
    Ci sono però anche professori che sanno esprimersi con grande chiarezza e semplicità.

    Berlusconi non è un professore, ma è un esempio molto positivo al riguardo, almeno nei suoi momenti migliori. La chiarezza, semplicità e concretezza di ciò che dice — oltre all’apparente convinzione riguardo a ciò che dice e all’apparente empatia nei confronti dell’ascoltatore — gli permettono di rendere credibili perfino le sue maggiori bugie. Credibili non per tutti, ma per molti.

  3. @Ben
    Come ricercatore non ha trovato nulla, come insegnante induceva la narcolessia, come commissario europeo è stato raccomandato, come capo del Governo ripete l’anno, come comunicatore è di pertinenza del neurologo…
    Ammettiamolo, a volte anche nel nome non c’è un destino: Monti non è una cima. Nelle versioni più fortunate è il classico uomo che viene presentato come quello che sa tutto: peccato che non sappia altro.
    Sembra il ritratto dell’uomo senza qualità. Un’altra insufficienza e sarebbe perfetto.

  4. @Ugo
    Fantastico commento🙂

  5. forse non sa parlare a gente che ha bisogno della frase semplice che gli rimane in testa, ma a me sembra chiarissimo quando parla. Su facebook i suoi post (si lo so e’ lo staff a scriverli non lui, ma riflette uno stile) confrontati con quelli di altri candidati che ho sottoscritto sono molto piu’ lunghi. Usa tante parole. Alcuni dicono noioso, io dico preciso. Non l’ho votato, ma spero che altri sopratutto della destra lo votino invece di Berlusconi.

  6. @Alessandra
    Come diveca Buffon, Le style c’est l’homme.
    Ma se lo stile lo scrive lo staff, cosa ne resta dell’uomo?

  7. Ho scritto che come professore (e comunicatore) Monti “non è un gran che.”
    Non vorrei però che venisse inteso come un pollice verso, per il poco che conti l’orientamento del mio pollice.
    Perciò preciso che, rispetto agli altri tre principali candidati al governo (Bersani, Berlusconi e Grillo), a me sembra nettamente il migliore, o il meno peggio, che è la stessa cosa.

  8. Monti è laureato in economia, Berlusconi in giurisprudenza, Bersani in filosofia e Grillo è un ragioniere che non ha finito gli studi unviersitari di Economia.
    Vediamo: A Monti non tornano i conti con il PIL, a Berlusconi con la Giustizia e a Bersani con il concetto di “Sinistra”.
    Almeno Grillo ha chiuso con i suoi studi e ha scelto di far ridere davvero.

  9. Come lo Zelig di Woody Allen, Monti, a me pare, ha più di due personalità e m i aspetto che presto ce ne mostri di nuove. Anche la Tipo 1, quella del Professor Sobrio, mi è parsa, dopo il primo momento, una maschera. Ho sempre avuto l’impressione che stesse recitando un ruolo pubblico, quello del Salvatore della Patria, mentre, in realtà si stava occupando d’altro, più contiguo ai suoi precedenti al gruppo Bildelberg o alla Trilaterale o, ancor di più, alla Goldman Sachs.
    Nuova maschera Tipo 2, che -appunto- maschera i suoi “veri” intenti è quella del Politico della scelta civica, che si inzacchera con la politica, ma non più di tanto. Chissà perché. Il Professalvatore.
    Seppure in modi formali molto diverse, l’idea di democrazia di Monti e quella di Berlusconi non sono dissimili. Se il secondo vuole sostituire la Costituzione con un direttorio e con i pieni poteri a Lui Stesso, il nostro pensa a un consenso, a una partecipazione semplicemente funzionale alle procedure, più estesa, purché i partecipanti la pensino come lui, altrimenti vanno silenziati o emarginati. E, comunque, la priorità è dell’economia e della finanza, quella alta che pochi possono comprendere, non dei cittadini.
    I goffi tentativi di svolta comunicativa pop Tipo 2, allo stesso modo della seriosità marziana, fanno intravvedere una volontà di comando e una intolleranza dettata da un convinto senso di superiorità Tipo 3 che solo i formalismi di un galateo di una borghesia benpensante che si maschera dietro i loden -penso a Veblen- impedisce di manifestare appieno. Eccone un altro forzaitalia salvaitalia crescitalia di cui diffido.

  10. Ma perché parlare di Monti in rete non funziona?
    Non sono sicuro di avere capito la risposta di Giovanna, azzardo una spiegazione semplice.
    Non funziona perché la rete si scatena sui politici che dicono e fanno cose chiaramente contestabili.
    Monti attrae pochi commenti non tanto perché entusiasmi poco, quanto perché dice e fa cose non così facilmente contestabili.
    Alla peggio, dice delle mezze verità, ma qualcosa dice. E fa cose opinabili, ma qualcosa fa, ed è credibile che farà magari meglio, in una direzione che non appare insensata.
    I suoi avversari offrono molte più occasioni di dissenso, in un modo o nell’altro, sotto molti aspetti.
    Insomma, fa meno ascolti e produce meno commenti un modesto e goffo secchione, che non tre vivaci comari.

  11. Ho visto tempo fa un’intervista di Monti ad un’emittente televisiva americana: lo stile era quello solito (frasi breve, voce monocorde etc). Ne parlai alla mia scuola di lingua, commentando che il suo inglese era scolastico e lasciava molto a desiderare. Il mio insegnante mi ha risposto invece che lo parlava molto bene. “Non è possibile, lo capisco perfino io!” (esprimendo la mia angoscia per dovermi sempre farmi ripetere più volte le frasi dai miei interlocutori, inglesi o americani o australiani che fossero). Ma lui mi ha ribattuto che il suo vocabolario era ampio, la dizione corretta, la struttura del discorso ben costruita etc etc.
    Quanto accaduto mi ha fatto ripensare alle capacità di comunicazione dell’attuale Premier, su cui avevo avuto forti dubbi all’inizio, forse influenzato anche dal Monti-robot di Crozza. Ora penso invece che molti dei suoi “messaggi” siano arrivati a destinazione, e non solo per quella naturale “sudditanza” delle masse nei confronti della persona “Autorevole e Competente”. Questo non vuol dire che riscuoterà un grande successo elettorale, data anche l’esiguità delle forze che lo sostengono, anche nell’ambito della destra tradizionale; dai sondaggi sembra che tantissime persone, per ingenuità, convenienza o pavidità, continuino a preferire un vecchio sparaballe che avanza proposte irrealizzabili, per giunta in conflitto con quelle del suo alleato Tremonti, con il quale ha litigato e continua a litigare tuttora… Ma questo forse non è un problema di comunicazione, quanto della presunta “saggezza” delle masse…

  12. @Giulio Marotta
    “Ne parlai alla mia scuola di lingua, commentando che il suo inglese era scolastico e lasciava molto a desiderare. Il mio insegnante mi ha risposto invece che lo parlava molto bene. “Non è possibile, lo capisco perfino io!” (esprimendo la mia angoscia per dovermi sempre farmi ripetere più volte le frasi dai miei interlocutori, inglesi o americani o australiani che fossero). Ma lui mi ha ribattuto che il suo vocabolario era ampio, la dizione corretta, la struttura del discorso ben costruita etc etc.”

    Anche gli insegnanti votano Monti. ehehehheheh

  13. @Ben
    A dire il vero, nella scuola che io frequento (con tanto impegno ma scarso profitto) gli insegnanti sono tutti ragazzi tra i 20 ed i 30 anni, di varia nazionalità, che – anche volendolo – Monti non potrebbero proprio votarlo…

  14. Io la penso un pò come Alessandra, più sopra.
    Spero che a destra votino lui, piuttosto che un populista narcisista.

    Ma vorrei fare anche un’altra considerazione.

    E’ vero che questo blog si occupa di comunicazione, e quindi, in un certo senso, della forma e non del contenuto dei messaggi (ma forse la comunicazione si occupa anche dei contenuti. O no? Io non sono un addetto ai lavori).
    Tuttavia, una parola sul contenuto della sua (del professore) campagna elettorale vorrei spenderla.
    Sinceramente mi ha deluso.
    Proprio la sua parte tecnica, proprio quella mi ha deluso.
    Ha fatto di tutto per apparire uguale agli altri, quasi come se gli mancasse il confronto con … quelli che vanno da sinistra a destra (o viceversa).
    Lui, l’altezza da cui ha spiccato il salto in politica, in campagna elettorale, l’ha ribassata di molto.
    Non credo che gli faccia bene in termini di riscontro elettorale.

    Oh, mi raccomando, non voglio dire che doveva parlare per teoremi o per formule…
    Insomma non doveva per forza fare il professore in cattedra.
    Mi scuso con i professori che leggono, so bene anche io che ce ne sono moltissimi che sanno comunicare ottimamente ed empaticamente; quelli sono i migliori, se ci aggiungono anche i contenuti qualitativamente adeguati.
    Ma, ecco è questo che voglio dire, lui non è stato uno di questi migliori.
    Se la forma della comunicazione, come dice Giovanna, è quella che è (quella che dice Giovanna), e poi anche i contenuti sono piuttosto ideologici, parolai, schematici, superficiali, … allora, ecco la mia delusione.

    Questa delusione è … come dire, di stampo calcistico.
    Mettiamola così (cerco di non generare equivoci che stimolino discussioni eccessivamente accese): io sono l’Italia. Lui è il Brasile. Giochiamo contro.
    Ma se anche il Brasile … si mette a giocare come il Lussemburgo (cogliere, prego, anche la lieve allusione al segreto bancario), come vuoi mai che si veda una bella partita?

    Povera nazione.
    Costretta a vedere sempre una partita di m….
    (ooopppsss, mi è scappato un francesismo…)
    Un saluto cordiale a tutti,
    Pierperrone

  15. (Per favore, cancella il mio commento sopra, ho premuto invio per sbaglio!)
    Mi interessa una tua opinione anche sul festival di Sanremo. Chissà perchè a tutti piace la seconda canzone di Max Gazzè, “Sotto casa”! Il pubblico gli ha fatto la standing ovation. Sono convinti che l’abbia cantata per prenderci in giro invece ci rispetta!! Ah! Ah!

  16. Buon giorno. Lascio un🙂 per ringraziare per tutto quanto imparo dai tuoi post. Dalla Svizzera guardo con attenzione alla comunicazione politica in Italia ed ho la fortuna di poterlo fare arricchito dalla tua competenza. Grazie🙂

  17. Monti in politica mi fa pensare a un musicista che abbia sempre registrato in studio e da un giorno all’altro si trovi a suonare dal vivo. Ma per quanto la sua empatia sia decisamente scarsa, è della stessa tipologia di quella degli altri: indotta, artificiale, suggerita dai consulenti. Quanto era esilarante l’empatia di Casini nel discorsetto sul papa “dimissionario”: improvvisamente è diventato un chierichetto diligente che discetta di spirito santo!
    Quel che mi chiedo è: perché nessun politico (indipendentemente dalle idee) mi affascina, mi persuade o almeno mi interessa quando parla? Certo nel porsi davanti a un pubblico c’è sempre una componente di simulazione e non mi aspetto che un politico italiano creda davvero a quel che dice, ma com’è possibile che nessuno abbia imparato davvero bene?
    Se in politica si parlasse con una logica stringente, con concetti articolati ma comprensibili, forse l’empatia avrebbe un ruolo di secondo piano e sarebbe un modo sicuro di differenziarsi da chiunque altro.
    Chi parla male pensa male, forse il problema è questo?

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