Chi copia agli esami è scemo, furbo o va contro “il sistema”?

Esami

Nel gruppo Facebook degli studenti bolognesi di Scienze della comunicazione si è acceso in questi giorni un dibattito molto partecipato (oltre 200 commenti), a partire da uno sfogo che gridava in maiuscolo:

«ADESSO BASTA!!!! SE C’E’ GENTE CHE HA LA FACCIA TOSTA DI DOMANDARE IN BACHECA SE SI RIESCE A COPIARE ALLORA IO HO TUTTO IL DIRITTO DI VERGOGNARMI DI FREQUENTARE SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE! GENTE CHE VENDE I PROPRI ORGANI INTERNI, CHI CHIEDE SEMPRE SE LA MATERIA E’ FACILE, CHI COMPRA APPUNTI. MI AVETE ROTTO I COGLIONI! ANDATE A ZAPPARE!!!!!!!!!»

Qualche giorno fa Simone, studente al terzo anno, ha postato un contributo che, essendo più complesso e meno irruento, si è guadagnato meno commenti (al momento una quindicina). Gli ho chiesto l’autorizzazione a pubblicarlo in questo spazio, perché non riguarda solo Bologna, né soltanto i corsi in Scienze della Comunicazione, ma più ampiamente tutta l’università italiana. Mi pare utile ampliare la discussione al di fuori della cerchia bolognese e studentesca.

Amorevoli colleghi… di Simone Benazzo

La discussione su copiare o meno è appassionante, ma credo non colga il punto della questione. Come la famosa storia di chi guarda il dito che indica e non la Luna indicata.

L’università è un esamificio: usando Hjelmslev, possiamo dire che ci viene detto che l’unica cosa importante è quello che avviene sul piano dell’espressione (passare un esame, ottenere un voto), non sul piano del contenuto (acquisire competenze utili per qualcosa).

L’aziendalizzazione dell’università è un processo che avviene sopra le nostre teste, dove noi, i tutor, i professori, i rettori, i ministri dell’Istruzione abbiamo un coefficiente diverso di corresponsabilità, ma nessun reale potere di impedire questo processo.

Il linguaggio parla chiaro: parliamo di debiti, di crediti, di punteggi, di media, di ogni cosa che sia quantificabile. Il pensiero critico non è quantificabile, non è riconducibile a schemi: io posso ritenere Lorenzo un genio, tu lo puoi ritenere un cretino. Per quanto spaventoso, non possiamo ridurre la capacità critica a schemi numerici. Come il PIL, i voti misurano tutti quello che non è importante nella formazione di una persona. Non si possono copiare le risposte personali e le rielaborazioni orali; si possono copiare le risposte a crocette o le domande a risposta “aperta”, dove ci viene chiesto un riassunto dei riassunti dei manuali che riassumono altri manuali che parlano dei testi degli autori.

La gente che copia pensa di fottere il sistema, in realtà credo ne sia fottuta in modo forte: escono con voti altissimi, inventandosi curricula clamorosi, ai quali non corrispondono competenze e conoscenze reali. La famosa popolazione di super laureati che non hanno un impiego degno nasce in parte da questa situazione. Ma non è “colpa” loro, si comportano come il sistema richiede.

(I professori che ancora segano qualcuno sono degli eroi, non degli infami: cosa ci guadagnao dal bocciarti ad un esame, se non un tener fede ad un loro ideale “politico” di diffusione del sapere e costruzione di una coscienza critica? Niente. Per ogni esame a cui bocciano, hanno gente che lo deve rifare, più compiti da correggere, gente che li odia pensando di essere odiati, Rettori che gli ricordano che gli atenei prendono fondi anche in base al numero di laureati annuali.)

Con queste cazzate non voglio difendere o attaccare nessuno, semplicemente suggerire che il copiare può essere una scelta eticamente contestabile, ma assolutamente non definibile “illogica” o “anti-sistemica”. Con affetto, Simone.

33 risposte a “Chi copia agli esami è scemo, furbo o va contro “il sistema”?

  1. Concordo in pieno con Simone!

  2. Nota a margine: dove sono adesso io, nel Regno Unito, il copiare non esiste. Non è contemplato, la gente non ci pensa proprio. Questo perché l’università qui è davvero aziendalizzata.
    I voti non contano nulla, contano le cose che sai perché “quando uscirai sarai pronto per il mondo del lavoro”. Nessun potenziale datore di lavoro ti chiederà con che voto ti sei laureato, ti chiederà piuttosto un portfolio dei tuoi lavori e le tue esperienze professionali. Se i tuoi lavori sono inadeguati e la tua esperienza povera, non c’è buon voto che tenga.
    Porto questo esempio per dire che se l’università italiana è decadente non è certo perché si sta aziendalizzando. Al contrario, se avesse un dialogo più stretto con il mondo del lavoro sarebbe probabilmente molto molto migliore.

  3. Di tutta la mia carriera universitaria, accettai l’unico diciotto, in un esame dedicato al cinema, in cui quasi tutti – circa 150 persone – copiavano.
    Lo feci per principio, per opposizione.
    Nonostante la faccia di un docente cosciente dell’avvenimento e il suo tentativo di non sballare una media altissima che mi ha portata al raggiungimento di un 110 e lode meritato, anche con quel voto, poi.

    Ne vado molto fiera.
    Appoggio totalmente le posizioni di Simone.

  4. Il dibattito è molto interessante. Vorrei segnalarti (e sapere cosa ne pensi) il dibattito molto simile nato sui farmaci che migliorano le prestazioni cognitive. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-07/cambridge-largo-idea-test-163233.shtml?uuid=Abk6Sw0G Sarebbe interessante capire la percezione etica che si ha in Italia dove il copiare è percepito come semi-legittimo.

  5. Alcuni dei punti dell’intervento di Simone non mi trovano completamente d’accordo (tipo la solita “manfrina” sull’aziendalizzazione dell’università – “manfrina è FRA VIRGOLETTE, sia chiaro! – o la definizione un po’ troppo “sensattottina” per i miei gusti – occhio alle virgolette di nuovo! – sui voti che non misurano nulla di quello che sarebbe invece rilevante valutare).
    Complessivamente, però, apprezzo molto il suo intervento – e questo post che lo condivide.
    Soprattutto mi trovo assolutamente d’accordo circa la difesa dei professori che bocciano e che ancora credono in determinati valori (come quello assolutamente formativo di venire bocciati o dover ripetere un esame malpreparato).
    Perché ne va della qualità della formazione in primis, certo.
    Ma, altra faccia della medaglia, in quanto ne va anche del riconoscimento del merito di quelli che si fanno “un mazzo così” per studiare e superare un esame e finire l’università a pieni voti (o con voti discreti).
    Quelli che poi, causa voti che – in questo caso sul serio – non rispecchiano il vero valore accademico delle persone e della loro preparazione, si trovano ingiustamente messi sullo stesso piano dei “copioni dai cv gonfiati, senza skills ma solo con vaqui titoloni” (efficacissima definizione, secondo me).
    Questione di contenuti e formazione, quindi.
    Ma anche, come troppo spesso avviene in Italia, di meritocrazia… (soprattutto se il “copiaggio” e il sistema “voti buoni a pagamento” è cosa così pubblica e diffusa, tanto da esser diventata routine ignorata…)

  6. Sono d’accordo con Lou (che saluto tra l’altro). Aggiungo solo che la cosa si complica quando bisogna partecipare a bandi o concorsi che attribuiscono punteggi alti sulla base del voto di Laurea o di Diploma. Lì diventa più difficile applicare la meritocrazia, perché non c’è un vero contatto tra selezionatore e candidati.
    Quando vai nel mondo del lavoro, puoi anche raccontarla quanto vuoi, ma se sei incompetente prima o poi viene fuori e il mercato in questo senso si regola, è cinico, darwiniano ma è così, ora come non mai. Certo poi c’è il settore pubblico, la politica e le raccomandazioni. Ma questa è un’altra storia.

  7. riguardo al commento di @loudelbello: sono in UK anche io, ma non direi che non si copia…
    anzi, qui sono decisamente fissati con il plagiarism e, in molte università, si devono consegnare online gli esami per permettere, in caso di dubbi del prof, il controllo del file inviato tramite software che identifica la quantità e la qualità delle citazioni (se superano una certa percentuale sulla totalità del testo e se, soprattutto, le references di ogni citazione non sono correttamente riportate). Per altro, fra esperienza diretta e indiretta, so di molte persone che qui copiano/scaricano essays o intere tesi (o che usano wikipedia come reference accademica… ).
    Onestamente, non parlerei del sistema UK come modello da seguire in assoluto – ti insegnano solo ciò che ti serve per trovare lavoro: quindi poi magari lo trovi, però rischi d’esser più ottuso di un cavallo con paraocchi, seppur con una laurea in mano.
    Certo, come ho scritto sù, neppure mi trovo concorde con una demonizzazione aprioristica del collegamento dell’accademia con il mondo del lavoro. Ci fai poco con un laurea se poi non puoi “spendertela” per saper fare nel mondo (oltre che per saper ben parlare) – e lo dico da FIERISSIMA laureata in filosofia…

  8. Non trattasi di abilità dello studente/studentessa. Trattasi di disabilità del professore/profesoressa in costruire un equilibro tra un sano dibattito e pensiero critico durante il semestre e una sana autorità dove chi copia e sgarra viene bocciato o consigliato a cambiare università (i regolamenti anti-plagiarismo non sono carta straccia). Alla fine del giorno, o semestre academico, ognuno ha la classe che merita. Senza eccezioni.

  9. Sono d’accordissimo con Simone e, specie durante il triennio in SdC, mi è capitato più volte di esternare le sue stesse valutazioni.
    Per esperienza personale, penso che i corsi di laurea somiglino sempre più a catene di montaggio. Da un lato, i corsi sono fatti per essere superati, spesso nel modo più indolore possibile, con prove scritte che richiedono uno sforzo di intelligenza mnemonica piuttosto che critica o creativa dello studente. Questo perché, come accenna Simone, l’azienda-università pone degli obiettivi quantitativi a cui far fronte. Dall’altra parte, gli studenti sono sempre più facilitati e assopiti da questo sistema, hanno assorbito un’ottica produttivista che li spinge a voler superare gli esami piuttosto che a cercare di stabilire un contatto – magari critico e interessato – con quello che studiano. Quando frequentavo SdC ero in difficoltà perché con i miei coetanei era difficile parlare di quello che studiavamo, parlavano tutti di come passare gli esami, magari col minimo sforzo. Negli anni ho capito che questo è sconveniente perché, tanto, il pezzodicarta laurea non serve più a nulla: converrebbe valorizzare ogni singolo corso per cercare di trarne più competenze possibili.
    I miei docenti spesso erano spesso persone intelligenti e aperte, ma perlopiù impotenti e arresi. Non si rendevano conto di venire fin troppo incontro a esigenze recepite sia dall’alto che dal basso.
    Penso che questo paradigma produttivista sia entrato prepotentemente nell’università attraverso un sistema di frammentazione delle responsabilità. Non è molto diverso da quello che succede negli ospedali.
    Se – e torniamo al punto – guardando la luna e non il dito, gli interessati riuscissero a mettere da parte il pessimismo sulle contingenze attuali e cercassero di confrontarsi con reciprocità e criticamente (i primi, sull’organizzazione e sui contenuti dei corsi per esempio) senza sentirsi prevaricati e attaccati come succede spesso, si potrebbe migliorare di molto la didattica senza uscire dal perimetro delle possibilità che ci sono già date.
    Con un compagno di corso avevo pensato di creare una rete per stimolare una riflessione pubblica su questi punti, ma non è molto facile. Non si potrebbe provare proprio nel nostro dipartimento di comunicazione? Magari come esperimento di comunicazione e problem solving.

  10. Condivido per intero l’intervento di Loudelbello. Ho avuto la stessa percezione, semplicemente andando a lavorare durante gli studi. Quando, dopo 4 anni di vita professionale fulltime, decisi di “finire l’università”, lo feci comunque continuando a lavorare di notte. E proprio per questo rimasi scioccato dalla naivity di molti studenti. Ricordo un esame scritto: la sala piena, studenti gomito a gomito, testi d’esame sopra e sotto il tavolo, il professore mette le cose in chiaro “non serve ribadire che copiare non è ammesso”. A quel punto un’intera fila di studenti si alza e facendo la ola, sventolando il libro di testo, lo sbeffeggia: “ma noi non copiamo micaaaa??!!” . Rimasi disgustato, ma poi pensai “peggio per loro”. E ribadisco: peggio per voi. Nel nostro settore i titoli di studio contano quasi zero. Se volete trovare lavoro con “un pezzo di carta” iscrivetevi a giurisprudenza. In Cina. La questione “aziendalizzazione” dell’università non ha senso. L’università è un’azienda in tutto e per tutto. Non potrebbe essere altrimenti. Ma come tutte le aziende di servizi alcune funzionano bene, altre no. E alcuni utenti sanno sfruttare quanto offerto, altri no. Prima, durante e dopo l’università ho seguito altri corsi, workshop, lectures, master e quant’altro. Ho 42 anni e continuo ad andare a scuola. Non c’è scelta. Non smetterete mai di studiare. Sarebbe un peccato non farlo adesso che avete molto più tempo a disposizione. Concentratevi sui libri, sulle questioni, sulle domande che non hanno una risposta. Non parlo delle risposte d’esame, ma delle risposte che vi serviranno per lavorare (e vivere) bene.

  11. @sara: sì ce l’abbiamo anche noi quel software, si chiama Turnitin. Ovviamente loro prendono le loro precauzioni, e presumo ci siano università in cui le regole sono meno strette.
    Tuttavia quello che percepisco qui è una forma mentis differente.

    Riguardo al discorso di trovare lavoro e restare ottusi, da quando sono qua ho cominciato a vederla diversamente. Se hai un buon lavoro, soprattutto un lavoro che ti piace, continuerai ad aggiornarti e a studiare perché la tua professione te lo richiederà. Se hai una laurea a pieni voti che non sfrutti e finisci a fare una cosa sotto qualificata ti dimenticherai ben presto tutto e alla lunga sarai ottuso e anche frustrato. Questa è una cosa che ho sperimentato nel mio ultimo anno di lavoro in Italia: estrema frustrazione, ignoranza di ritorno.

  12. Simone, dici cose giuste, ma le inquadri nel frame sbagliato. Sbagliato in due punti.
    1. Il sistema. A che sistema ti riferisci? Al sistema capitalistico, “aziendalistico” e meritocratico vigente in USA e UK, dove il copiare è considerato una colpa grave, sanzionato pesantemente, e stigmatizzato anche dagli studenti? Suona incongruo. Chiarisci a te stesso questo punto.
    2. La quantificazione. Non tutto si può misurare, ma molto sì. Magari in modo approssimato, ma meglio che niente. Considera che chi giustifica il copiare generalmente si oppone anche alle valutazioni quantitative. Considera anche che, se la scuola italiana è in basso nei test PISA, la soluzione forse non è evitare i test PISA.

  13. Sono d’accordo con tutti i commenti: innanzitutto con Simone, che ha colto nella deriva verso la valutazione meramente quantitativa un problema reale e la causa prima del “copiare” visto che conta solo il punteggio finale e non la sostanza. Poi sono d’accordo sia con loudelbello sia con Sara B: che colgono l’ambivalenza del sistema universitario UK anzi direi angloamericano: è vero che è molto orientato al mondo del lavoro e infatti i dipartimenti umanistici scompaiono, cosa che provoca grande dibattito per es. in USA; è vero che il mercato del lavoro là non guarda affatto a cose come i voti, ma vuole le competenze reali e cerca di farle emergere nei colloqui di lavoro. Quando ho fatto anni fa un colloquio presso una istituzione universitaria straniera in Italia l’esperienza è stata quanto di più diverso da procedure simili in Italia. È anche vero però che all’estero si copia: le università UK hanno adottato molto prima che da noi software appositi per l’analisi dei capitoli delle tesi, che confrontano il testo sia con ciò che si trova di gratuito in Internet sia con pubblicazioni a pagamento (ma solo quelle in versione elettronica, per forza di cose) e che indicano innanzitutto allo studente se ha rispettato il diritto d’autore usando le virgolette per le citazioni oppure no, e allora significa che ha copiato. Il bello è che è obbligatorio depositare i capitoli della tesi poco per volta al sistema automatico di analisi e la cosa viene presentata come un aiuto per lo studente innanzitutto, per fargli capire dove rischia di infrangere il copyright cadendo nel plagio. Insomma: non viene presentato come un sistema per mettere alla gogna, ma come un aiuto per studenti. Però non diciamo che all’estero non si copia. Perché lo abbiamo visto tutti anche per es. con il famoso episodio del ministro tedesco che si è dovuto dimettere per una tesi di dottorato scopiazzata che gli ha così rovinato la promettente carriera. Quindi mettiamocelo in testa e abbiamo il coraggio di ammetterlo: all’estero si copia, alla grande, anche da parte delle cosiddette élites. Solo che all’estero nessuno se ne vanterebbe: il controllo sociale e i valori di onestà ereditati dalla cultura precedente lo impediscono. Quindi sono solo più ipocriti? Chi copia all’estero è scemo? No: è solo che all’estero la posta è più alta, perché lì si fa carriera e anzi secondo l’etica protestante il successo nella vita è importante. In Italia non si fa carriera, al massimo si cercano modi per barare e ottenere qualcosina, nulla di più. All’estero sentono di più la contraddizione tra valori ereditati e il sistema che impone di fare carriera in fretta, di essere supergiovani e bruciare le tappe. Ma per farlo devi farti aiutare, devi un po’ barare. Quindi copiare non è contro il sistema: al contrario, è un’accettazione acritica del sistema. Chi come il ministro tedesco lo scopre troppo tardi, ormai è bruciato. E dato che è supergiovane come impone il sistema, una promessa mancata, allora ha tutta la vita davanti per… cosa? È proprio guardando a questi esempi che si dovrebbe concludere: perché sprecare la giovinezza per bruciarsi anzi tempo, per barare, invece di conquistarsi una seria competenza mettendoci il tempo che richiede e sviluppandola tutta la vita a cominciare dall’università dove acquistare la cosa che vale di più: il pensiero critico?

  14. Nella mia esperienza scolastica ho copiato, poche volte, ma ho copiato. Mai è stato determinante per i risultati conseguiti. Primo perché ho spesso avuto insegnanti che organizzavano gli esami in modo tale da non poter copiare. Poi perché le scorciatoie si pagano, sempre. Prima di uscire da un corso un bravo insegnante quasi sempre blocca chi vuole le cose troppo facili. Infine se copi senza sapere ciò che fai, si rischia molto. Ricordo ancora quando sbirciai il compito di fisica del vicino, preso da un attacco di panico. Ebbene, il mio vicino stava sbagliando. Me ne accorsi, mi ripresi, e feci l’esercizio giusto.

    Diceva il mio professore di matematica del liceo: “Voi potete copiare. Io, però, se vi becco vi annullo il compito.”

    Per finire: quelli che basano i propri studi sulle scorciatoie poi, sul lavoro, si vedono. Sono delle zucche vuote.

  15. Meravigliosa professoressa,che come sempre, riesce a dar voce ai nostri sfoghi,ai dibattiti degli studenti che spesso sembrano cani frustrati e arrabbiati col mondo,anche quando parlano di università e del sistema sbagliato che l’accompagna. Credo che il problema del copiare, come dice lei, non sia solo di Scienze della Comunicazione, ma di tutte le università in generale. In ogni facoltà c’è sempre qualche furbetto che va avanti copiando, e come dice Simone, pensa di fottere il sistema,ma in realtà non è cosi che funziona. E’ una realtà che esiste da sempre e che mai nessuno ha cercato di cambiare. La cosa brutta è che poi escono fuori soggetti che non hanno le minime competenze per cimentarsi nel mondo del lavoro. Si laureano con 110 e lode e vanno in palla se chiedi loro anche le cose più semplici. Lo so,perchè lo vedo. Lo vedo praticamente ogni volta che vado a dare un esame e ci sono sempre quegli intelligentoni che si mettono nelle ultime file,tirano fuori gli iphone e iniziano a copiare tutto. Cosa hanno da perdere queste persone? Niente. A loro non interessa provare a capirci veramente qualcosa di ciò che stanno scrivendo. Basta che copiano. Probabilmente sono persone che hanno preso l’università come un gioco, non per amore,non perchè sono appassionati di comunicazione. Io che amo la mia università e che se tornassi indietro non ci metterei mezzo secondo a capire che questa facoltà è quella giusta per me, spero davvero, che tutto questo un giorno possa cambiare. Che i ragazzi si rendano conto da soli che non si va avanti copiando nella vita. Se ami davvero ciò che fai, studiare non dovrebbe essere un peso. Complimenti a Simone che con questo intervento su Fb ha dato una bella scossa a un tema interessante, finora ingiustamente trascurato. E complimenti alla prof Cosenza, che ampliando il tema sul suo blog, ha contribuito a risvegliare un pò gli animi di chi ancora non si era reso conto realmente della situazione.

  16. Nessun potenziale datore di lavoro ti chiederà con che voto ti sei laureato, ti chiederà piuttosto un portfolio dei tuoi lavori e le tue esperienze professionali.

  17. Pingback: Chi è furbo copia, chi è fesso studia (?) | La ricerca della serenità

  18. La società, a partire dalle origini, ha organizzato alcune sue strutture in modo specializzato: la caserma, la fabbrica, la prigione, il manicomio, la scuola. Quest’ultima ha la caratteristica di contenere al suo interno tutte le altre. La scuola in genere e l’università sono un po’ caserma, fabbrica, prigione, manicomio. Ma il mondo esterno a queste strutture capisaldo della società è in parte diverso. Chi entra nel mondo del lavoro in ambienti omologhi alle caserme o ai manicomi avrà fatto bene a copiare, a supportare la sua ignoranza con l’apparenza. Chi, invece, pensa di potere- dovere-sapere-volere (tanto per essere narrativi) vivere nel mondo cercando di capirlo e avere una piccola voce in capitolo, dovrà mettere in conto la formazione permanente e, prima e dopo la laurea, continuare a studiare –innanzi tutto per sè stesso– con passione per tutta la vita. Forse non diverrà ricco, non farà carriera (in un mondo di orbi un cieco è Re), ma può darsi che sarà più libero.

  19. Molto d’accordo con Sara B. e con il Garante ma, posso dire l’ovvietà? L’ovvietà è questa: il problema è a monte, comincia molto prima dell’Università. Se al momento di iscrivervi ad un qualsiasi corso di studi universitari non avete già imparato a capire quello che leggete, risultato per ottenere il quale, all’inizio, bisogna esercitare un elevato sforzo di attenzione e concentrazione; se non avete quindi imparato a ritenere le informazioni che avete appreso, e a riflettere criticamente su di esse; se non avete già imparato a collegare tra loro informazioni e riflessioni delle più diverse provenienze; se tutte queste capacità non son già state coltivate, allora l’unica possibilità sarà cercare di sfangare il titolo di studio scopiazzando, o magari imparando male a memoria qualche frammento di nozione. Operazione resa tanto più facile dall’attuale sistema universitario dei programmi a frammentazioni non comunicanti. Ma infatti il sistema è stato pensato come logico esito dell’attuale sistema scolastico.

  20. Ovviamente non si può non condividere quanto detto su chi copia e il “copiare”. Non avrei mai creduto però di essere un datore di lavoro anomalo, anzi credevo di essere nella media. Ebbene si, io guardo i voti, leggo con più attenzione un curriculum che a partire dal liceo (in Giappone partono dalle elementari) riporta le votazioni finali. Ricevo circa 10 curricula la settimana, vado subito in fondo a vedere il livello d’istruzione e i voti. Se becco uno che ha preso 60 alle superiori, si è laureato e ha la specialistica con 110 e lode e magari un master con un valore strano tipo 70 su 70, la cosa mi incuriosisce e a quel punto torno su e vado a vedere l’esperienza maturata. Nell’esperienza credo meno che nei voti, si può dire di essere stato un muratore e invece si sono solo scaricati sacchi di cemento. Io mi fido del voto a prescindere. Suggerisco di non copiare, e di cercare di prendere il voto migliore possibile, poi, se di fatto il vostro professore non vi ha insegnato nulla pur avendovi dato un bel voto, pazienza. Pensate se non vi avesse insegnato nulla e vi avesse dato un brutto voto. Tutto ciò forse nasce dal fatto che quando studiavo io alle superiori si prendeva anche 1 i 3 erano all’ordine del giorno, altro che 6 politico. All’università nessuno voleva un buco, a metà dell’interrogazione chi se la vedeva brutta chiedeva al prof di andarsene, se rimaneva e prendeva 20 o 24 e aveva la media del 30 molti chiedevano di rifare l’esame. I voti servono a capirsi, un venditore deve portare degli ordini, fare fatturato, uno studente deve prendere dei bei voti. Il mondo del lavoro in Italia è un’altra cosa dallo studio, indipendentemente dai voti e personalmente preferisco il mondo UK o USA. Tuttavia preferisco circondarmi di gente volenterosa e intelligente che abbia preso dei bei voti in scienza della comunicazione, anche se comunque dovrò formarlo da zero data la distanza tra quella laurea (in generale s’intende) e il mondo della comunicazione d’impresa.

  21. sono d’accordo con il post, purtroppo non riesco a leggere tutti i commenti. Ci vorrebbe quello che in italia manca da molto tempo, anche nella cultura: un investimento a lungo termine sulla mentalità. I rettori dicono che i finanziamenti arrivano anche in base ai laureati ogni anno; io dico che se hai tanti laureati che però sono tanti imbecilli alla fine, diciamo che le cose vengono a galla. Mi è piaciuta anche la sottolineatura ai “curriculum clamorosi” ehe bella definizione!

  22. …..a sentire certi studenti ma soprattutto i loro genitori la colpa è degli insegnanti, maestri, professori,
    ( pluvia defit causa Christiani sunt )
    perché è più facile dare la colpa a loro che ammettere, le proprie debolezze o la mancanza della volontà di applicarsi, questi studenti vanno fermati subito, bocciati a vita o copieranno per sempre.

  23. Sono una studentessa in scienze della comunicazione all’università di Bologna. sono arrivata dall’Africa lo scorso anno e mi ricordo che le prime osservazioni che ho fatto sui miei compagni dopo i primi esami è proprio il fatto che quasi tutti copiano e fumano. è di moda. non avevo mai visto un fenomeno del genere, ne sono talmente rimasta senza parole che alla prima occasione ne ho fatto una tesina. è un cancro italiano, bisogna trovare una cura!!! L’Italia sta crollando in tutti i sensi!!!

  24. Grazie Erna, ci voleva.

  25. Ringrazio la professoressa Cosenza per aver diffuso urbi et orbi il mio micro-pamphlet, ringrazio delle pacche sulle spalle di chi ci si è ritrovato e provo contribuire al dibattito concentrandomi sui punti di critica.
    (Sul gruppo di SdC, dove le domande più frequenti sono “Oggi cè lezione?” oppure “Io avrei l’orale domani… mi fará fare uno scritto prima? “, ho alle spalle una carriera da troll, quindi perdonatemi l’imprecisione, sarà stata l’emozione. Ora, sollecitato anche da un “chiarisci a te stesso”🙂 dal sapore metafisico, specifico il mio pensiero.)

    AZIENDALIZZAZIONE

    Ovviamente con “aziendalizzazione” non intendevo “collegamento dell’accademia con il mondo del lavoro”, su cui ci sarebbe da discutere comunque, ma il processo di trasformazione in un’azienda dell’università stessa, spiegato meglio di come potrei fare io da @ilGarante.
    Mi permetto di non condividere la definizione deterministica che dice che “La questione “aziendalizzazione” dell’università non ha senso. L’università è un’azienda in tutto e per tutto. Non potrebbe essere altrimenti.”. Ha senso, e non a caso se ne parla moltissimo (http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/03/07/news/bartleby_risponde_ai_docenti_le_vere_illegalit_sono_altre-54069253/). C’era tutta una storia di humanitas, di formazione della persona alla vita, non al lavoro, di coscienza critica che si è persa per strada. L’università è un grandissimo tirocinio per farti trovare lavoro ? Bene, ma dicamocelo. Quindi risparmiamo tempo: non cerchiamo di far parlare alla filosofia, alla semiotica, alla psicologia e ad altre materie INUTILI à la Bentham, una lingua, quella del mercato, che non è loro propria. Semplicemente censuriamole, togliamole dai piani di studi, riconsegnamole nelle mani delle classi agiate.

    TU VUO FA’L’AMERICCANO

    Sulla questione istruzione UK/USA e la nostra rincorsa infinita a diventare come loro anche in questo campo, alti spiriti hanno detto tutto quello che c’è da dire:

    http://politicaesocieta.blogosfere.it/2011/09/scuola-situazione-in-italia-umberto-eco-contro-il-governo.html
    http://www.unistudenti.it/universita/universita-in-crisi-ma-non-fallita-diamogli-una-ripulita-/2623

    Con rare eccezioni, si può riconoscere alle università anglofone una maggiore capacità di prepararti al lavoro (ci mancherebbe! E chi lo ha inventato, potenziato, diffuso l’attuale sistema economico ?), ma una scarsissima attitudine a formare coscienze critiche; questo anche per la difficoltà che hanno gli americani nei processi di astrazione. Poi sono sicuro che @loudelbello, che si chiama come un gruppo ska bolognese che apprezzo molto, abbia un’esperienza diretta più istruttiva della mia.

    1+1

    La questione della quantificabilità è emozionante. Citando il concetto di PIL, volevo sottolineare come questo caposaldo del pensiero economico attuale, che risale fino alla sua filosofia originaria, l’utilitarismo di Jeremy Bentham, sia attualmente in crisi. Si sta lentamente capendo, nella sociologia prima, nell’economia con calma, che si deve ritrovare uno spazio per un’analisi qualitativa. Questa necessità emerge chiara anche da chi, criticando inizialmente una “definizione un po’ troppo “sensattottina” per i miei gusti (..) sui voti che non misurano nulla di quello che sarebbe invece rilevante valutare” deve però reintrodurre, seppur lasciandolo vago, il concetto per difendere la sua idea di meritocrazia (“Quelli che poi, causa voti che – IN QUESTO CASO SUL SERIO – non rispecchiano il vero valore accademico delle persone e della loro preparazione..).
    Sulla questione quantificabilità se ne dovrebbe parlare ore, ma non credo siamo nella sede adatta; mi permetto però di consigliare un libro: http://www.hoepli.it/libro/una-gabbia-ando-a-cercare-un-uccello-/9788876446665.html.

    L’utilità in termini economici di questo dibattito è nulla, credo. Stiamo sottraendo tempo ed energia cognitiva al lavoro ed allo studio. Eppure lo stiamo facendo.

    Ps. Tutti fumano ?

  26. il cancro si chiama sistema coercitivo che produce una forma di ribellione inconscia fin dalle scuole medie: negli anni settanta era già tutto un copiare. Ma non possiamo colpevolizzare un dodicenne che copia perché istintivamente lui si sta ribellando a qualcosa che ancora non è in grado di criticare. E il cancro diventa tale perché nel tempo il copiare/rubare diventa sistema che si oppone a sistema.

  27. A proposito di università straniere, ho insegnato in un’università inglese e studiato in Inghilterra e Irlanda, anche se non recentemente, e per quella che è la mia esperienza bisogna fare una distinzione tra gli esami, durante i quali non copia praticamente nessuno (superfluo il ruolo dell’invigilator) e invece essay, tesine e tesi, dove è molto più comune “prendere ispirazione”.
    È sicuramente una questione culturale, non solo in UK ma anche in Italia, dove si comincia a copiare dalle scuole superiori: anche gli studenti contrari a copiare non riescono comunque a sfuggire al fenomeno, perché se sono bravi si trovano costretti a far copiare per non essere emarginati dal resto della classe.

  28. Il dibattito andrebbe esteso a tutti gli ordini di scuola, almeno dalla secondaria di I grado… Colpevolizziamo pure e Riscopriamo il sano senso di colpa.🙂

  29. Personalmente, sono cose che dico e scrivo da 5 anni.

    L’Università italiana ha definitivamente abdicato a se stessa col decreto 509 del 3 novembre 1999. Prima era ancora una cosa minimamente seria, e decente, e pare fornisse un minimo di preparazione pur rimanendo aliena al mondo del lavoro (il punto sul quale maggiormente, e invano, tentò di battere il vilipeso Tullio De Mauro ai tempi della riforma – si legga il suo “La cultura degli italiani”).
    Il dramma vero non è che si stia aziendalizzando: ma che lo stia facendo senza un briciolo di risultati: allungando la catena di montaggio; aumentando i fuoricorso; abbassando anno dopo anno il livello di studenti e professori; generando frustrazione e illusioni pre-infrante (il che comunque accadeva già nel 1975, quando si prevedeva una terribile rivolta violenta da parte dei futuri disoccupati già all’epoca occupati come studenti universitari – “Il Paese Mancato” di Crainz ne parla ampiamente, e le cifre sono le stesse di oggi).
    L’unico modo per ristabilire un sistema degno sarebbe la disiscrizione in massa da tutte le Università italiane. Non c’è altra strada.
    Putroppo però abbiamo paura, e quando non abbiamo paura ci sta bene così, giacché studiare a memoria delle dispense del 1978 per vomitarne a memoria i contenuti davanti a un professore è molto più semplice e misurabile di un sistema, come quello inglese, dove per passare l’anno devi produrre analisi e fare critica.
    Questa è la situazione delle facoltà umanistiche in Italia: si va a lezione come capre, a testa china si prendono appunti che poi nessuno ti chiederà perché tanto c’è il libro, e dopo tre mesi vai a fare l’appello; spesso la bocciatura è data perché ci si azzarda a proporre pensieri personali o perché il docente ritiene che l’unico modo per farti imparare bene la materia sia farti rifare l’esame due, tre, quattro volte (alimentando così solo inutili frustrazioni e rancori e paure).

    Ma questo è il Paese in cui gli studenti fanno i gruppi di studio per passare il quiz del TFA; o il Concorsone di Profumo.
    Non si ribella mai nessuno è il motivo è sempre lo stesso: la paura di avere qualcosa da perdere, di deludere chissà chi nel prendere o meno un pezzo di carta inutile, ridicolo e offensivo a qualunque cervello minimamente pensante – finanche critico.

    Personalmente, potessi tornare indietro, seguirei il consiglio del mio professore di Letteratura latina che, tra le altre cose geniali e sacrosante proferite in classe (per esempio: “meglio abolire il latino, piuttosto che farlo così”), ci disse: “Io, al posto vostro, o studierei all’estero oppure andrei a lavorare; ma l’Università italiana non la farei mai.”

    Aveva ragione. C’avessi creduto e avessi avuto più coraggio, mi sarei risparmiato gli anni più frustranti della mia vita nel più grande mattatoio del pensiero critico del Mondo.

  30. P.S. Perdonate la “è”, sfuggita a un copia-incolla.

  31. bisogna ripensare il sistema dell’Istruzione come un sistema che offre un servizio concreto agli studenti- nella fattispecie le proprie conoscenze e capacità intellettuali- e non un pezzo di carta con un voto sopra.

    Se la gente copia il problema è principalmente del sistema. Un primo passo sarebbe l’abolizione totale dei voti, che sono di per se insignificanti (compiti diversi hanno difficoltà diverse, università diverse hanno difficoltà diverse, anni diversi hanno difficoltà diverse, c’è chi copia, chi mercanteggia sul voto, ci sono professori più generosi e più tirchi), entrando in un ottica di “se hai passato l’esame sei competente in materia, se non l’hai passato devi studiare di più”

  32. Basterebbe che i Professori annullassero la modalità di valutazione con prove scritte per verificare la preparazione solamente con prove orali….problema risolto. Forse se questo non accade è perchè in qualche modo a tutti, professori compresi, conviene far così.

  33. Sono uno studente-lavoratore universitario. Io per principio non copio.Non lo trovo giusto inoltre penso che se mai venissi scoperto mi vergognerei come un ladro.
    Spesso durante gli esami se posso mi metto davanti per evitare di vedere ciò che accade dietro (è una guerra, armati di bigliettini fino ai denti!).
    Quello che però mi fa arrabbiare e vedere certi studenti che impegnano le loro forze più per trovare il modo sempre più ingegnoso per superare gli esami, che per tentare di studiare. Per esempio fa rabbia quando una persona prende 28 a un esame e aveva l’auricolare nell’orecchio e tu porti a casa il tuo 24 tanto sudato perché hai preparato 2 esami assieme, e meglio di così non hai potuto.
    Mi chiedo, ma queste persone che vogliono arrivare a tutti i costi, non saranno le stesse che domani cercano di arrivare in tutti i modi sul lavoro?
    Ps: soddisfazione una volta che un ragazzo è stato bocciato. Non era riuscito a copiare perché aveva perso il bigliettito che faceva da indice per sapere dove aveva nascosto i vari argomenti. Perso quello, ne aveva troppi ovunque e non è più riuscito nel suo intento.
    Quando è troppo è troppo!

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