Ma il compromesso in politica è cosa buona o cattiva?

Napolitano nomina i saggi

Domenica scorsa, giorno di Pasqua, il settimanale tedesco Der Spiegel ha commentato la nomina dei “saggi” da parte del presidente Napolitano, vedendola come risultato del fatto che i politici italiani «hanno perso la capacità di compromesso, essenziale per ogni democrazia». Il problema è che, mentre lo Spiegel può permettersi di invitare i nostri politici a recuperare l’arte del compromesso, in Italia questa parola suona subito un po’ losca. Come se la «capacità di compromesso» equivalesse, in politica, all’incapacità di mantenere la parola data (prometti una cosa ma poi, per mediare, la realizzi solo in parte); o equivalesse – peggio ancora – alla tendenza a stringere accordi segreti per obiettivi criminosi o comunque non orientati al bene comune ma a interessi personali.

Su questo argomento ieri su Linkiesta Silvia Favasuli mi ha fatto l’intervista Se l’arte della trattativa fa rima con ‘inciucio'”:

«Salire a un compromesso». Sembrava uscita da chissà dove quell’«ascesa in politica» del professor Monti che tanto stupì i giornalisti e non solo. E invece, altro non è che la rielaborazione casereccia di uno dei must dei corsi di comunicazione.

Già, perché quando ti insegnano l’abc della mediazione, c’è una parola che campeggia al centro: «compromesso», immancabilmente accompagnata dal quel gioco di “sali e scendi” che non vuole portare ad altro che a questa idea: ogni trattativa è fatta di compromessi, senza non c’è possibilità di giungere a soluzione.

«Le parole nascondono mondi», incalza Giovanna Cosenza, docente di Filosofia e teoria dei linguaggi all’Università di Bologna. «E se oggi sentire la parola “compromesso” ci fa pensare subito a qualcosa di losco, a un bosco intricato, è perché c’è un accumulo progressivo di cose che ha sporcato la politica, e di conseguenza le trattative che porta con sé».

Eppure, continua Cosenza, «proprio lo stallo in cui ci troviamo dimostra la necessità di una mediazione, che è inevitabile in politica come in ogni altra cosa umana». E se quindi oggi lo Spiegel tedesco sgrida i nostri politici accusandoli di aver perso l’arte della trattativa, non c’è di che restare straniti. «Democrazia è compromesso», dice Cosenza. «Dove ci sono tante voci, tanti interessi, tanti partiti, tante aspettative e tanti bisogni, come posso trovare un accordo senza mediare, senza rinunciare o concedere?»

«Un compromesso può essere fatto anche da due criminali che si spartiscono il bottino», continua Cosenza, «ma questo non significa buttare via l’idea di mediazione in sé». «Nemmeno una coppia saprebbe restare insieme se non fosse pronta a risolvere i contrasti cedendo e concedendo ogni volta qualcosa. È la normalità, è ciò che suggerisce anche, banalmente, il senso comune», spiega.

Una normalità che pare invece sempre più straordinaria. E che dà piena dimostrazione di sé, sostiene Cosenza, in quella diretta streaming dell’incontro tra Bersani e i leader del Movimento 5 Stelle. «Un’occasione mancata per comunicare qualcosa di nuovo, e in realtà solo la registrazione di non comunicazione tra le due parti». Dove la trattativa portata avanti da Crimi e Lombardi, spiega Cosenza «è stata su due piani».

Perché da un lato «i grillini si dicono disponibili e votare le singole proposte, ma dall’altro devono negare la fiducia al governo guidato da Bersani per non dimostrarsi proni, appunto, a un compromesso». Un paradosso, spiega la professoressa, «uno dei tanti generati da un movimento che si propone come unica possibile formazione di governo, ma che per diventarlo ha bisogno della fiducia degli stessi partiti a cui la nega».

Un circolo vizioso da cui uscire cercando nuove parole. «Come mediazione, o trattativa». Un po’ come quel «salire in politica», purché, dice Cosenza, «siano poi sostanziate di fatti coerenti con l’obiettivo. Altro che cagnolini in tv».

15 risposte a “Ma il compromesso in politica è cosa buona o cattiva?

  1. Perchè dobbiamo farci espropriare le parole. Se il compromesso è stato, spesso, un accordo al ribasso, perchè oggi non dovremmo dire che il compromesso è la soluzione. O, almeno, una delle soluzioni. Ho sempre sostenuto che compromesso è una bella parola. Oggi sono ancora più convinto che sia così.

  2. L’ostilità al compromesso potrebbe anche essere associata all’etica dei princìpi, secondo cui è giusto fare ciò che meglio corrisponde ai propri valori. Scostarsene con un compromesso, appare facilmente come un tradimento. E’ l’etica dei fondamentalisti di ogni colore.

    Alquanto diversa è l’etica della responsabilità, secondo cui è giusto fare ciò che, fra le alternative realisticamente possibili e perseguibili, ha conseguenze più vantaggiose, ovviamente tenendo anche conto dei valori cui si aderisce.
    L’etica della responsabilità, cui i buoni politici si attengono, non è affatto ostile alla mediazione, anzi.

    Naturalmente, anche per l’etica della responsabilità, mediare non sempre conviene. Pochi sostengono che Churchill avrebbe dovuto appoggiare la ricerca di un compromesso con Hitler nel 1938-39.

    Scusate la grossolana semplificazione di questa fondamentale idea di Max Weber.

  3. Nelle dichiarazioni degli esponenti grillini dopo l'”incontro” con Bersani si esprimeva un consenso sui punti del programma e, allo stesso tempo, l’impossibilità di dare una “fiducia in bianco”. Si tratta di due affermazioni in chiara contraddizione tra loro, perchè la fiducia si dà proprio sulla base di programma condiviso. Sarebbe stato più corretto (e più intelligente) dire: “Quel programma non mi convince, è troppo generico, ci sono altri temi importanti non affrontati etc etc”. Così, l'”impossibilità di concedere una fiducia in bianco” mi sembra solo un modo per riaffermare la propria “purezza” ed “estraneità rispetto agli altri”, senza farsi “compromettere”: ma quali risultati produrrà questo atteggiamento (per adesso, solo la nomina dei fantomatici “saggi” con compiti quanto mai oscuri) non è dato sapere…

  4. Temo che il settimanale tedesco Der Spiegel, nel fare la sua denuncia, non pensasse all’eventuale compromesso – “nobile” – tra PD e M5S, bensì alludesse all’inciucio – “appunto” – PdL-PD.
    Risulta sin troppo chiaro, dal mio punto di vista, come i “soggetti” che esercitano l’arte del compromesso, nonché i “contenuti” del compromesso – essenziale per ogni democrazia, concordo – non siano irrilevanti rispetto alle “procedure”.
    Senza contare, poi, che mi risulta arduo definire “compromesso” un’intesa con Berlusconi.
    Ma questo – evidentemente – è un mio pre-giudizio.
    Con viva stima.

  5. Il valore che le parole assumono spesso cambia nel tempo e nello spazio. Le parole come compromesso e mediazione sono parole neutre ed assumono un significato dal contesto nel quale sono usate.
    E’ proprio dell’intelligenza umana arrivare ad una soluzione che contemperi esigenze diverse anche non diametralmente contrapposte.
    Solo quando c’è una dittatura, sia essa politica o di pensiero, non esiste compromesso o mediazione, ma soltanto sopraffazione.
    La famosa battuta del Marchese del Grillo “io so’ io e tu nun sei nessuno” è tipica del prepotente che si sente forte, ma è destinato prima o poi a soccombere.
    Il compromesso e la mediazione sono il metodo per trovare la soluzione tra persone o gruppi che rappresentano o pensano di rappresentare idee o interessi diversi.
    Il massimalista incapace di rinununciare a qualche sua idea, giusta o sbagliata che sia, è una persona destinata a perdere. Purtroppo insieme a lui la scofitta porta perdite anche a molti non responsabili o meglio responsabili di avergli creduto.
    Infine mi sembra giusto dire che l’eticamente duro e puro che dichiara di non fare compromessi sarà il primo a dover fare compromessi con la dura realtà della vita che prima o poi lo spazzerà via.

  6. Il compromesso non ha valenza in sé: non è nè buono nè cattivo di per se stesso. Il compromesso assume una valenza in rapporto alle circostanze e soprattutto alla reputazione che ciascuna parte attribuisce all’altra: perché reputazione vuol dire fiducia nell’altro.
    Il compromesso che mentre scrivo mi viene in mente è quello proposto da Berlinguer a Moro, nell’ormai storico articolo, apparso su Rinascita nel settembre del 1973, all’indomani del golpe americano/cileno che depose il presidente Allende. Il problema era ovviamente la ricerca di una strada che impedisse di imboccare, anche in Italia – nel mirino di Kissinger, come poi si seppe – una strada autoritaria. La prima condizione era soddisfatta: l’urgenza e la rilevanza. Ora veniamo ai soggetti che avrebbero dovuto siglare il compromesso. Moro e Berlinguer, seppur su versanti opposti, avevano una profondissima stima uno dell’altro. La loro storia personale e politica è ricca di reciproci riconoscimenti.
    Veniamo ai giorni nostri, purtroppo. Grillo non stima la controparte con cui tutti a gran voce lo sollecitano a siglare un compromesso. È perché mia dovrebbe concedere credito a chi lo ha demonizzato fino a poche ore dal voto? Perché dovrebbe stringere la mano a chi considera il responsabile del disastro in cui ci troviamo. La posizione di Grillo può non essere condivisa ma è legittima (e aggiungo io per fortuna che c’è altrimenti la situazione sarebbe molto peggiore – ho vissuto, per l’età che ho, tutte le stagioni delle stragi e non vorrei più rivivere quei tempi!)
    Veniamo ora al governo delle larghe intese che dovrebbe anche esse Costituente, nel senso togliere il bicameralismo perfetto, ridurre le province eccetera.
    Qui sono io che non mi fido né del PD né tanto meno del PDL. Se queste due forze non hanno trovato nella passata legislatura il tempo, nonostante la richiesta di referendum con oltre un milione di firme, di riscrivere la legge elettorale non VOGLIO che “lor signori”, come diceva Fortebraccio, tocchino neanche una virgola della nostra carta costituzionale. NON MI FIDO! È quindi perché dovrei SCENDERE (mai verbo fu più appropriato) a compromessi con costoro?
    Una vecchia pubblicità diceva che la fiducia è una cosa seria. Cos’è che hanno fatto PD e PDL per meritarsela?

  7. Gli italiani hanno la memoria corta (o preferiscono “rimuovere” i ricordi scomodi?). Negli anni ’70 ci fu IL compromesso, quello storico, quello tra DC e PC, condotto da Berlinguer. Vorrei ricordare alla nostra classe politica (tutta, senza distinzione alcuna), a tutti quelli che si arroccano nelle proprie posizioni nonché ai giornalisti-opinionisti-rockstar, che l’Italia sta morendo; che quel compromesso in nome della solidarietà nazionale salvò l’economia italiana.
    Ora.. che non se ne ricordino (o facciano finta) i grillini ci sta pure… ma tutti gli altri?

  8. OT
    «Nemmeno una coppia saprebbe restare insieme se non fosse pronta a risolvere i contrasti cedendo e concedendo ogni volta qualcosa. È la normalità, è ciò che suggerisce anche, banalmente, il senso comune»

    Nulla da dire sull’intervista. Però l’analogia della coppia è un po’ debole e mostra di considerare una relazione di coppia come una missione da prolungare per calcolo opportunistico di entrambi.
    In politica la negoziazione è necessaria perché il numero di giocatori è finito e interno al parlamento, nonché noto a tutte le sue parti. Rinunciare alla negoziazione conduce perciò all’onanismo solitario dell’Aventino politico.
    Diversamente, nella vita relazionale il numero di giocatori è potenzialmente illimitato ed esterno alla coppia, oltre giocarsi a carte coperte. Qui rinunciare alla trattativa non equivale necessariamente all’isolamento bensì all’alternativa o alla compresenza. Si può evitare i compromessi e cambiare continuamente partner fino a trovar quell* che ne implica meno. E si può evitare il compromesso con un partner compromettendosi con più di uno.
    Ne segue che cedere nella coppia è sempre un compromesso al ribasso e una rinuncia evitabile. Mentre molto più vantaggioso è giocare su più tavoli e pure con più giocatori alla volta🙂

  9. @Ugo
    “[nella coppia] molto più vantaggioso è giocare su più tavoli e pure con più giocatori alla volta.”
    Senza dubbio, sotto molti importanti aspetti.🙂

    Sotto altri aspetti, ci può essere qualche inconveniente.

    Il bilancio dei pro e dei contro dipende, oltre che (ovviamente) dalle qualità del/dei partner, dalle propensioni personali riguardo agli aspetti da preferire.
    Propensioni variabili da individuo a individuo e da genere a genere (mediamente). Variabili anche con l’età (mediamente) e (sempre mediamente) col numero dei figli, da zero a molti.🙂

    “Ne segue che” per qualcuno, all’interno di una coppia (o più), negoziare e mediare può convenire.

    Vittorio de Sica, simpaticissimo poligamo, per non scontentare nessuna, certe sere cenava più volte. Mediazione a rischio di indigestione.🙂

  10. @Pannonica
    Veramente, negli anni ’70, Berlinguer (capo del Partito Comunista Italiano) propose un compromesso — una possibile alleanza di governo fra la Democrazia Cristiana e il PCI — che formalmente non si realizzò, se non in modo minimo (appoggio esterno del PCI a un governo Andreotti nel 1976).
    Si realizzò invece, negli anni ’80, un governo DC-PSI, a guida di Craxi, capo del Partito Socialista Italiano.
    Tale alleanza di “centrosinistra” NON salvò affatto l’economia italiana, ma contribuì invece molto al dissesto finanziario. Non senza il sostegno dello stesso PCI di Berlinguer.
    Moro, Andreotti, Craxi e Berlinguer, non meno di Berlusconi e Prodi, sono corresponsabili — con gradi di responsabilità diversi — del declino italiano, dagli anni ’70 a oggi.

  11. @ ivan grossi
    concordo quasi su tutto. Però io non mi fido neppure del M5s, di Beppe Grillo e del suo socio, il Nostradamus de nojartri con le sue idiotissime profezie. Ci può essere di meglio che il compromesso: può esserci la concorrenza e la concordanza di tutti verso l’eccellenza, il rilancio a fare meglio. Otto punti disposti in circolo? Eccone venti sequenziali! Venti punti? Eccone trenta e a tre dimensioni… In tutti questi anni –gli stessi tuoi all’incirca– non ho mai visto tanta pochezza. Questa è davvero la peggiore classe politica che mai si sia vista, Grillo compreso.

  12. Ad esempio, al dissesto finanziario dell’Italia contribuì e continua a contribuire la dissennata legge che consentiva le baby pensioni nell’impiego pubblico a 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate con figli e a 20 anni per gli uomini.
    Conosco persone che andarono in pensione ben prima dei 40 anni e continuano e continueranno a ricevere pensioni pagate, sostanzialmente, dalle generazioni successive.
    Questa legge, l’ultima di una serie, fu decisa nel 1973 da un governo del democristiano Rumor, cui partecipavano socialisti (non ancora Craxi), socialdemocratici e repubblicani (Ugo La Malfa ministro del Tesoro), con l’assenso del PCI di Berlinguer.
    Giusto per non dimenticare e non crearsi falsi miti a buon mercato.

  13. Sono pienamente d’accordo con te.

  14. sembra un loop, se “compromesso” deriva dal participio passato di “compromettere”, in origine inteso come impegno reciproco e poi a designare le conseguenze dell’accordo ^__^
    http://etimo.it/?cmd=id&id=4187&md=973655e2c2b06e938affa5c68c93514a

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