Veltroni scrive a Repubblica: dalla retorica del “ma anche” a quella del “non siamo”

Veltroni

Nella lettera di Walter Veltroni che oggi appare su Repubblica “Evitiamo le scissioni per salvare il Pd”, è disarmante il muscuglio di buona volontà e inutilità. Ho notato in particolare uno spostamento dalla retorica dell’aggiunzione, con cui nel 2008 metteva assieme i concetti più disparati, combinando l’incombinabile (“ma anche”), alla retorica della negazione con cui cerca di definire il Pd solo attraverso i “non siamo”, mai in positivo. Ecco come fa:

«Il Pd non è nato per essere la somma di due storie del Novecento…» «[E allora perché? non lo dice ma in compenso dice:] «Per noi il Pd, non era il coronamento del “sogno” di Berlinguer… era qualcosa di davvero nuovo…» [Cosa?] «non la giustapposizione del cattolicesimo democratico e della tradizione laburista, ma un salto, una rottura». [Salto da cosa a cosa? Rottura di che? Ecco di che:] «Essere democratici non era l’ultima soluzione delle innumerevoli trasformazioni dei partiti seguiti al triennio 89-92».

Ma che era allora? Non lo dice (fidati, o leggi attentamente l’originale). Invece continua:

«Essere democatici non è “fare gli americani”…»

«Essere democratici non è una definizione che va usata perché altre non sono, in Italia più praticabili…»

«Non è solo l’importazione, peraltro non vietata, di tradizioni politiche appartenenti più alla cultura anglosassone…»

«Il Pd non è un partito socialista… Non è neanche una & societaria che collega i Ds e la Margherita…»

«Per questo il Pd non deve pensare se stesso come un soggetto limitato nella sua espansione…»

«Il Pd non può essere né un partito progressista alla Hollande, una versione moderata e scolorita di un’identità di radicale cambiamento. Il Pd non deve temere di riconoscere qualcuno, da rispettare, alla sua sinistra, ma non deve nemmeno avere la voglia di trasformarsi in altro da sé, di farsi moderato o di appannare le differenze con gli avversari.»

Sono certa di aver dimenticato qualche negazione: ce n’erano troppe. Insomma tutto negativo? Veltroni non dice niente-niente di positivo sul Pd? Nooo, devo essere sincera: qualcosa di positivo lo dice. Per esempio:

«Per me essere democratici è […] un’identità forte, che unisca realismo e radicalità, riformismo e valori forti. È innovazione, non conservazione. Ci vuole orgoglio politico e autonomia culturale. Non un patchwork di idee antiche [oddio, di nuovo una negazione, mi era sfuggita], ma un meticciato vero. In fondo una metafora della società nuova, quella che coniuga identità e apertura [ed ecco che gli è scappato un vecchio “ma anche”].»

In pratica Veltroni usa molte parole per dire che il Pd è nuovo, è innovazione. Ah be’, ora che ci ripenso, all’inizio sono stata troppo buona, perché questa lettera non è solo un concentrato di buona volontà e inutilità: è proprio dannosa. E allora mi permetto un consiglio al gruppo dirigente del Pd: tenete buono e zitto Veltroni. Vi nuoce e basta.

14 risposte a “Veltroni scrive a Repubblica: dalla retorica del “ma anche” a quella del “non siamo”

  1. Pingback: Politica Italiana PT. II - Pagina 396

  2. eh si: morto per una cronica coazione alla paratassi😦

  3. Si vede che sta leggendo il primo Montale

  4. In compenso, Veltroni è stato molto propositivo (e va da sé, dannoso) nel discorso che ha tenuto nel febbraio 1997 al Palaeur (2° Congresso nazionale PDS) sulla flessibilità. All’epoca era vice Presidente del Consiglio e Ministro dei Beni Culturali. Se avete voglia di riascoltarvi tutta la pizza…:
    http://www.radioradicale.it/node/4787990
    oppure trovare pag. 4 dell’Unità del 23 febbr. 1997
    o ancora http://www.corriere.it/speciali/Ds/congressi4.shtml
    Un altro della serie: la flessibilità fa bene. Agli altri, ovviamente. Sarebbe interessante scoprire qd Veltroni et alii hanno adottato il nuovo gergo politichese: da “flessibilità” a “precariato”. Dopo il 2008, immagino. Nn dimentichiamo quanti ne ha danneggiati il propositivismo del ns evergreeen Veltroni dopo quel fatidico congresso: dal 1997, più di una generazione di invisibili.

  5. Non so chi sia più rinco tra Scalfari che lo pubblica o Veltroni che scrive. Ce lo vedrei bene come sceneggiatore di un film di Muccino senior, potrebbe finalmente realizzarsi senza nuocere a nessuno!

  6. tra lui e Dalema non so chi ha fatto piu’ danni…

  7. Sono disorientato. Non capisco come si faccia a non capire i danni che si fanno con questi discorsi. Anche nella migliore delle ipotesi (sono male consigliati) mi sembra semplicemente follia. Comunque ora va di moda il “non-“.

    Per un esempio vedi makkox:
    http://www.ilpost.it/makkox/2013/03/29/bersani-napolitano-incarico/

  8. Attilio A. Romita

    ….ma non aveva detto il Veltroni che si ritirava in Africa a scrivere libri?
    Una dopo l’altra le vecchie cariatidi spariranno e prima o poi il Partito Democratico potrà diventare un moderno partito capace di guardare avanti senza sentirsi responsabile del …crollo del muro di Berlino!!

  9. A me pare che in tutto ciò si sia anche violanto il significato della parola “democratico”. Connotano di valori la parola “democratico”: nella fattispecie realismo, radicalità e riformismo. E se il demos risultasse irrealista, conformista e conservatore? Se proprio “democratici” si vogliono chiamare, che leghino il termine al loro modus operandi piuttosto che ai valori.

  10. @DoraM (e altri)
    I discorsi di Veltroni, sulla flessibilità ecc., non sono la causa del precariato, ne sono piuttosto un effetto — un tentativo di rimediarvi, sbagliato o meno che sia.
    Le cause vanno cercate, ovviamente, nel rapporto fra economia mondiale ed economia italiana.

    La colpa dei politici è, invece, di avere gonfiato a dismisura e sperperato la spesa pubblica, principalmente per compiacere gli elettori, oltre che per allargare i loro poteri clientelari. Hanno azzoppato così l’economia, che anche per questo non è riuscita più a creare lavoro. Da qui il precariato.
    (Scusate l’eccesso di semplificazione.)

    Pensare che i discorsi di Veltroni su flessibilità e precariato abbiano avuto il potere di produrre o anche solo di avere contribuito seriamente a produrre “dal 1997, più di una generazione di invisibili” è una sopravvalutazione dell’importanza delle parole di Veltroni & c.
    Conta poco quello che hanno detto, conta moltissimo quello che dovevano/potevano fare e non hanno fatto.

  11. in sostanza ha fatto l’elenco delle caratteristiche del PD che sarebbero tutto il contrario di come dovrebbe essere secondo lui.🙂🙂🙂

  12. Tanto per giungere al sodo, senza girare troppo attorno al problema. Veltroni (un politico che in altre terre per le batoste che ha avuto e gli insuccessi collezionati non troverebbe ospitalità nel giornalino della bocciofila) usa i no, come puntualmente e puntigliosamente fa notare Giovanna, perché il PD NON esiste, non è mai nato.
    Non vedo l’ora che si scinda affinché sia chiaro chi sta a destra e chi sta a sinistra. Anche in queste elezioni il PD ha commesso errori: il primo demonizzare i Grillini (i quali ora gli fanno sberleffi), il secondo è riadottare la strategia di Veltroni che tenne allora fuori Rifondazione (per imbarcare Calearo!) ed oggi tenere fuori Ingroia e Di Pietro.
    E’ ora che si metta la parola fine al PD, altrimenti B. continuerà a mietere consensi nonostante le porcherie politiche che combina.

  13. Pingback: Veltroni su Repubblica: dalla retorica del “ma anche” a quella del “non siamo” | FiascoJob Blog

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