Quante volte hai detto in vita tua “Sono felice”?

Felicità

Ho sempre usato con cautela la parola felicità. Mi spiego: se penso agli altri ne abbondo: sono felice per te, sono felice che tuo padre stia bene eccetera. Ma se devo dire di me stessa che… sono felice, be’, mi sembra sempre di esagerare, e allora preferisco espressioni come sono contenta, serena, sto bene. Col risultato che, alla fine, le volte in cui mi sono detta davvero felice si contano sulle dita di mezza mano. In questi tempi di crisi, poi, per la felicità sembra ci sia ancora meno spazio. Però mi chiedo: è una difficoltà solo mia? «Quante volte hai detto in vita tua “Sono felice”?» ho chiesto spesso in aula, agli studenti e alle studentesse, scoprendo che una ritrosia analoga è più diffusa di quanto immaginassi.

I personaggi di Stasera mi butto hanno tutti difficoltà con la parola felice: la usano male, non la usano proprio, imparano a farlo solo tardi, dopo mille traversie. Solo Sofia, una bambina di sei anni, riesce a dirsi subito e semplicemente felice. Ma poi deve sudarsela anche lei, la sua felicità. Ecco Sofia:

Oggi è domenica, però è un giorno strano. Infatti ha fatto i rumori con l’aranciata e nessuno ha detto niente. Sì perché con la cannuccia e la bocca si possono fare molti rumori… chochchooobblbblluu… e altri ancora, però la mamma si arrabbia se Sofia li fa, infatti lei non può cominciare un rumore che la mamma lo capisce subito e fa gli occhi brutti che non vuole.

Però certe volte Sofia li fa lo stesso, i rumori. Ma solo quando la mamma non c’è, come nella ricreazione di nascosto dalle maestre e nella casa di zia Teresa quando zia e mamma non ci sono, ma invece ci sono solo Carlotta e Bianca. E siccome che adesso la mamma molte volte più di prima non c’è, Sofia fa i rumori un pochettino più di prima. Infatti oggi ha fatto un rumore abbastanza forte e credeva che la mamma si arrabbiava, invece no, ha riso. Allora Sofia ha fatto un altro rumore per fare la prova, ma la mamma ha riso di nuovo, e pure un’altra volta ha riso, e alla fine ridevano tutte e due insieme, che bello.

Però oggi non erano solo due che ridevano, erano tre, perché oggi è domenica e c’è pure quel signore senza i capelli, sai, quello che c’era anche quando Sofia e Carlotta sono andate nell’ospedale della zia […]. E poi lui ha chiesto a Sofia se voleva l’aranciata e lei ha detto sì, e pure la mamma ha detto sì, che strano, senza che ha fatto gli occhi brutti, e alla fine sono andati tutti dentro al bar. E anche oggi quel signore ha chiesto se lei voleva l’aranciata e la mamma ha detto ancora sì, che strano. Per questo Sofia è felice che c’è quel signore.

Su Stasera mi butto, vedi anche:

11 risposte a “Quante volte hai detto in vita tua “Sono felice”?

  1. Buongiorno prof. Inizialmente mi sembrava uno spostamento dal fil rouge del suo blog. Poi, se ho capito bene, no proprio: lo solleva come un problema di linguaggio. Se è questo, sono d’accordo con lei. In effetti, io non riesco a definirla, la felicità. Sono sceso allora a motivare i miei obiettivi attraverso il loro senso. Intendo, che so, magari lei decide di far didattica perché crede nella qualità della vita fondata sul sapere, e le pare che la sua didattica abbia allora un senso filantropico (faccio per dire cosa intendo per senso, non per insinuare che il suo senso sia questo). Non riesco invece ad identificare uno stato di felicità. Se, come lei ammette (nel linguaggio della prima parte), è definibile con una durata finita, ne ha già corrotto la raggiungibilità, naturalmente. Infatti, appena finisce lo “shot di felicità”, lei non è più felice, quindi non può definirsi felice in senso atemporale. Ma l’atemporalità è una caratteristica fondante di quanto intenderemmo per felicità (cioè, uno “sprazzo di allegria” è bello, ma non possiamo farlo passare per felicità). In questo modo, ne determiniamo quindi l’inesistenza. Accertatane l’irraggiungibilità, si può fondare il proprio itinerario sull’immagine di una felicità irraggiungibile ma assaggiabile per gradi, come se la vita fosse una scala infinita. Naturalmente, se è infinita, non cambia molto a che punto riesce ad arrivare. Ma il panorama verso il basso, quello sì che cambia, e migliora. Mi sembra sia forse questo il compromesso cui ci illudiamo di puntare (in realtà secondo me è un’illusione costruita – freudianamente – dalla biologia, come le avevo accennato in un contesto diverso). Ma questo è un senso, non il raggiungimento della felicità, che abbiamo appena postulato impossibile. Questo non contraddice il suo esempio della bambina, perché nemmeno ai bambini la percezione della felicità rimane costante. Intendo, dopo un po’ si scassano, come leì fa trasparire: prima erano 2 e adesso 3. Ha perso la definizione. Allora ce n’è più d’una di felicità. E se non le hai tutte? Il cambio continuo le è necessario, prima o poi, ovviamente. Magari non è necessario continuare ad aumentare le persone, ma è necessario cambiare. Quindi l’infinito è necessario anche per lei. A meno che non imponiamo nella definizione stessa della felicità il legame all’incoscienza, ma allora o anche lei prof è felice ogni giorno (se dorme almeno un po’), oppure quello che bisogna postulare è che sia necessaria un’autocoscienza parziale. Allora è una felicità incompleta, non è un problema di durata ma di estensione nell’autocoscienza, e siamo sempre lì.

  2. La convinzione di potercela fare sempre, rende la gente più felice.

  3. Una volta sì, e lo ricordo ancora benissimo, ma è troppo privata per parlarne qui.

  4. POSTO DI SEGUITO UN MESSAGGIO CHE PUBBLICATO SUL MIO PROFILO FACEBOOK LO SCORO 9 GENNAIO

    Sono felice. No, non sono il fortunato acquirente del biglietto vincente della lotteria. Semplicemente oggi ho avuto la conferma – ancora una volta – che fare al meglio ciò che sai fare, aiutare gli altri, ogni volta che puoi, alla fine porta lontano, soprattutto ad avere la schiena dritta e al privilegio di fare qualcosa che ancora, dopo 23 anni, mi diverte. Forse è fortuna, probilmente sì, ma mi piace pensare che sia anche il risultato del caparbio tentativo di vivere sempre la mia vita, senza cercare di imitare
    quella di altri.

  5. Io mi sento felice, nonostante i problemi, perché ho uno scopo nella vita, la speranza che le cose cambieranno in meglio. Questo mi da la forza di affrontare le difficoltà. Ho un lavoro, una macchina, una madre che mi mantiene (è brutto dirlo, lo so! Ma per ora non sono motivata a cercarmi casa, costa troppo): in un paese arretrato come il nostro è già una gran cosa, specialmente per una donna.

  6. Grande prof! Ha messo il mio post?! Rassicuro: a me la vita piace molto, e ne ho come tutti (pochi ma buoni) di momenti di felicità. I più belli sono quelli d’amore. I papiri di cui sopra mi vengon fuori o dopo la seconda birra, oppure quando c’è una cosa dell’università che mi fa girare. Indovinate😀

  7. I momenti di vera felicità sono pochi e spesso li si vede meglio solo dopo qualche tempo. Sono attimi, quasi mai periodi.
    Poi accade che ci piombino addosso le avversità della vita e quello che prima era normalità a volte si trasforma in periodo felice.
    In effetti è vero: la felicità è sfuggente, non solo come evento ma anche come concetto. Per questo siamo tanto restii a nominarla.

  8. Ogni tanto, specialmente quando li vedo giù di corda e si lamentano a ritmo serrato, chiedo ai miei allievi: “Secondo voi, a chi tiene le redini della società conviene avere una popolazione felice o depressa?”.
    Domanda retorica, a metà tra il “cui prodest” di Seneca e un celebre aforisma di Malcom X, ma che è sempre bene porsi… Ogni tanto!

  9. Sono poche le cose che rendono davvero felici, forse è per questo che per alcuni diventa davvero difficile parlarne.
    Perché spesso i momenti felici sono quelli più “privati”

  10. Buonasera, anche io mi son posta la questione e non so spiegarle il perché ma francamente devo dire che l’aggettivo felice non mi piace e per questo motivo mi crea disagio, una sorta d’imbarazzo nel pronunciarlo ancora il sostantivo felicità può andare forse perché nominalizza un idea astratta con quell’accento sull’ultima vocale che tronca la parola isolandola in una sorta di iperuranio, ma l’aggettivo non funziona, è come se mancasse qualcosa a livello fonetico, forse una consonante sonora, che faccia sentire le vibrazioni della felicità? ad ogni modo invece, forse è l’umiltà di questa parolina rosa a metterci in imbarazzo come a ricordarci che la felicità è qualcosa di semplice

  11. pizzino marinella

    Cara Prof.ssa credo che per una donna un momento magico di immensa felicità e’ quando diventa madre. Vedere,conoscere il proprio figlio e’ una emozione che non si può paragonare ad altre e oltretutto è una felicità più duratura, perché sei felice di vederlo crescere, sei felice quando ti chiama mamma per la prima volta, quando mette il primo centino, quando comincia a camminare,e sei sempre felice perché hai fatto un miracolo: hai creato una vita.

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