L’ironia (e autoironia) del giovane maschio

Pick Up!

Per un paio d’anni su questo blog abbiamo discusso, fra le tante cose, della rappresentazione degli uomini e del corpo maschile in pubblicità. Poi ho smesso di proporre il tema, non per mia disattenzione, ma per mancanza di stimoli nuovi, rispetto a quanto già discusso, da parte della pubblicità. Finalmente una proposta interessante viene da Bahlsen Italia, che in questi mesi sta pubblicizzando su MTV lo snack Pick Up! con tre spot che prendono  in giro alcuni cliché sul modo in cui i giovani maschi dovrebbero costruirsi per piacere alle ragazze (“le tipe”).

Pregi della campagna:

  1. l’ironia e (alla fine) l’autoironia con cui il giovane è rappresentato;
  2. il finale affettivo e relazionale: la ragazza lo accetta e gli vuole bene così com’è, senza pretendere le complicazioni a cui i cliché lo costringerebbero.

Difetti:

  1. la campagna tradisce una buona dose di paternalismo, perché il linguaggio e i toni del ragazzo non rispecchiano davvero i giovani che stanno nel target a cui punta, ma il modo in cui i loro padri (e le loro madri) li vedono;
  2. anche se camuffato da “ragazzo della porta accanto”, il giovane attore è comunque “infisicato” secondo certi canoni (pettorali e braccia in evidenza, addominali scolpiti): il corpo maschile ne risulta comunque idealizzato e omologato.

Sullo stesso tema vedi:

Il corpo degli uomini
https://giovannacosenza.wordpress.com/2010/11/23/il-corpo-degli-uomini/

Il corpo degli uomini sulle riviste per gay
https://giovannacosenza.wordpress.com/2012/07/17/il-corpo-degli-uomini-sulle-riviste-per-gay/

Bello e impossibile (1): David Gandy per D&G Light Blue
https://giovannacosenza.wordpress.com/2009/06/12/bello-e-impossibile/

Bello e impossibile (2): l’ironia del portale Fleggaard
https://giovannacosenza.wordpress.com/2009/11/19/bello-e-impossibile-2/

Bello e impossibile (3): Gran Prix 2010 a Cannes
https://giovannacosenza.wordpress.com/2010/06/29/grand-prix-allironia-sul-macho/

L’uomo in ammollo: passato e presente
https://giovannacosenza.wordpress.com/2009/06/08/luomo-in-ammollo/

L’uomo instancabile: la campagna Men Expert di L’Oréal
https://giovannacosenza.wordpress.com/2009/07/27/luomo-instancabile/

L’uomo che fa ridere (1): Fiorello per Infostrada
https://giovannacosenza.wordpress.com/2010/09/20/luomo-che-fa-ridere-2/

39 risposte a “L’ironia (e autoironia) del giovane maschio

  1. E noi ragazzi “normali” con la panza che troviamo amore anche senza essere infisicati🙂

  2. Invece la notizia dalla pausa pranzo di oggi, a detta di madri che misuravano i valori in (c’ha il motorino, è il migliore a giocare a calcio), sembra che i tredicenni attuali vengano valutati per la “bontà” del relativo/i smartphone.

    Di fatto non ci è dato sapere se il fisico del giovine suindicato abbia colpito non soltanto le coetanee ma anche le madri, a cui lo spot sembra essere indirizzato (Giovanna compresa ;-p )

  3. Chi compra la tavoletta di cioccolato per i propri bambini? La risposta indica il targhete di questa pubblicità!!!!

  4. Assolutamente d’accordo con i pregi e con difetto 1. Ho qualche dubbio sul difetto 2: che i maschi abbiano un po’ di braccia e pettorali mi pare un fatto abbastanza comune; che abbiano ancora addominali scolpiti mi pare dipendere dall’età (con il passare degli anni noi maschi si fa troppa pubblicità della birra…). Ma prova a immaginare se quella parte la facesse un ragazzo che avesse anche il difetto di essere cicciotto e poco tonico: la ragazza non gli vorrebbe bene così com’è e non gli darebbe la cioccolata nemmeno se si chiamasse Maikol; e poi non farebbero la pubblicità.

  5. detesto questa campagna pubblicitaria (però credo che sui teenager e le teenager faccia effetto).
    una domanda: ma se al posto del ragazzo ci fosse stata una ragazza, si sarebbe parlato ugualmente di ironia/autoironia? mmmh

  6. Attilio: non sono bambini, ma giovani maschi, ragazzi. In ogni caso, mamma compra la merendina, ma figlio chiede marca precisa, fin dalla più tenera età. Dunque il target sono i ragazzi, non le loro madri.

  7. Ironia..autoironia..ma dove? altro che linguaggio paternalistico..più stereotipato di così! Ma come fanno a pensare(i pubblicitari) che farà presa sui giovani? i giovani e le giovani sono intelligenti!

  8. insomma Luciana: gli stereotipi fanno molta presa. Ho appena sottoposto un test a un gruppo di ventenni chiedendo quanto gradissero uno spot iperconvenzionale e stereotipato… erano estasiati.😦

    Dunque, quel minimo di presa di distanza nel contesto pubblicitario e in relazione al target è… ironia, ebbene sì. E come tale mi sento di incoraggiarla. Meglio quella di niente.

  9. Giovanna presenta come “difetto” il fatto che “il giovane attore è comunque “infisicato” secondo certi canoni (pettorali e braccia in evidenza, addominali scolpiti): il corpo maschile ne risulta comunque idealizzato e omologato.”

    E’ la stessa idealizzazione e omologazione che si trova regolarmente nella rappresentazione del corpo maschile in Fidia, Prassitele, Donatello, Michelangelo. Difetto anche lì?

    Questa mia obiezione è sostenuta dall’idea (“sociobiologica”) che il canone di bellezza sia in parte culturale, ma in larga parte risponda a vincoli biologici. Perciò la sua notevole costanza nel tempo e da cultura a cultura.

    Va benissimo naturalmente se arte e pubblicità, invece di rappresentare il corpo secondo un canone di bellezza ideale (con limitate variazioni fra culture ed epoche diverse), rappresentano tipi più comuni che si discostano dal canone. Non è difettosa né l’una scelta né l’altra.

    La prima scelta ha un’ovvia ragione: siamo attratti da corpi belli per motivi biologici, largamente indipendenti dalla cultura (largamente, non totalmente).
    Combattere questa tendenza naturale mi sembra abbastanza futile.
    E non mi sembra che questa tendenza, che la pubblicità ovviamente sfrutta, implichi nessuna ingiusta discriminazione nei confronti dei “brutti”. E’ una discriminazione, certo, nel senso che effettivamente discriminiamo, e tendiamo a preferire i belli ai brutti, a parità di altre condizioni — che però contano moltissimo. Ad esempio, preferiamo gli allegri ai tristi, gli intelligenti agli stupidi, gli energici agli indolenti.
    Ce n’è per tutti,🙂 grazie a Dio (inteso come natura).

    Quello che ci si può augurare — forse è questo che Giovanna vuole — è che le due strategie siano entrambe presenti nella pubblicità. Con qualche buona ragione, certamente. (Sperando di non avere frainteso la posizione di Giovanna.)

    Aggiungo che il ragazzo della foto, oltre a rispondere a un canone “naturale” di bellezza, non è diverso da tanti bei ragazzi che si vedono oggi felicemente ovunque, in particolare da noi.

  10. Grazie Giovanna del BEL video! Hai anche il suo numero di cellulare? Il finale l’avrei fatto leggermente diverso: il biscotto lo mangiano assieme o lui lo offre a lei.

  11. @Ben: dove abiti, che arrivo subito? Dalle mie parti non ci sono ragazzi così belli!

  12. @ Francesca
    Bologna.
    Per la verità, garantisco che di ragazze belle ce ne sono tante, quindi immagino anche ragazzi.😉
    Dai, ce ne sono, ce ne sono dappertutto. Basta che allarghi un po’ il canone.🙂

  13. Ben, sul presunto fondamento “biologico” o “sociobiologico” della bellezza, su cui torni ogni tanto nei commenti a questo blog, per favore leggiti e, soprattutto, guarda con attenzione tutte le immagini di “Storia della bellezza” e “Storia della bruttezza” di Umberto Eco. Vedrai che ti si smonta il fondamento in un pomeriggio.

    Inoltre, per cortesia, non mescolare Fidia, Prassitele, Donatello, Michelangelo e gli altri con la pubblicità contemporanea: quelle erano produzioni che avevano contesti di fruizione mooooolto diversi (storicamente, socialmente, culturalmente) e mooolto più limitati (dal punto di vista numerico) rispetto alla circolazione che può raggiungere uno spot come qualsiasi altra produzione di massa. Masse di persone, tutte sottoposte allo stesso canone. Ripetuto. In continuazione. Clonato. Suvvia.

  14. @Giovanna scrive. “Ben, sul presunto fondamento “biologico” o “sociobiologico” della bellezza, su cui torni ogni tanto nei commenti a questo blog, per favore leggiti e, soprattutto, guarda con attenzione tutte le immagini di “Storia della bellezza” e “Storia della bruttezza” di Umberto Eco. Vedrai che ti si smonta il fondamento in un pomeriggio.”

    Bellissimi i due testi di Eco ma inopportuni per il discorso che stiamo facendo. Penso che Ben abbia ragione da vendere. Se si parla di attrazione dei corpi, e quindi sessuale, il testo di Eco è completamente nullo. Le idee di bellezza lì recensite mostrano certamente una enorme varietà ma sono astrazioni che si fanno icastiche. In altri termini la bellezza può esprimersi seguendo il canone della divina proporzione o del sublime di Kant ma quando c’è da scegliere il partner per accoppiarsi le regole sono altre e sono ancorate a parametri estetici che hanno lo stesso comune denominatore, perché rispondono a una logica biologica. Ben ci è andato molto cauto e ha argomentato con un oculato uso degli avverbi evitando di dire “sempre” e “mai”.
    Se l’attrazione fosse culturalizzata allora lo spettro delle soluzioni dovrebbe coprire differenze ben maggiori di quelle esibite dalla storia. Si dovrebbe argomentare non constantando l’esistenza dell’insieme costituito dalle differenze tra i tipi attrattivi, bensì enumerando l’insieme delle soluzioni estetiche che non hanno mai preso piede, ben maggiore.
    Ad esempio un orbo, un monco, un nano o un affetto da lupus non sono mai modelli di attrrazione. Possono in una data cultura essere eletti a modello di bellezza. Ma solo ed esclusivamente se si applica al termine un’esclusiva accezione simbolica, astratta o ideale (in senso strettamente filosofico).
    La Dea Madre, ad esempio, è stata equivocata: nessuno ci dice che il primitivo la considerasse un modello di attrazione corporale e non un modello di attrazione fondato su altre qualità.
    Non trovi quindi che ritenere che tutto sia cultura sia un madornale errore sopratutto quando si debba spiegare il perché di modelli attrattivi del corpo umano che sembrano essere immuni da culturalizzazione, e si debba pagare lo scotto di non poter incidervi più di troppo? Un uomo con la pancia non sarà mai attrattivo rispetto un uomo con gli addominali. È un fatto. Può essere sgradevole se si consideri solo il corpo come fattore di socializzazione e realizzazione emotiva tra individui che hanno a che fare gli uni con gli altri. La cultura serve proprio ad arricchire l’attrazione con altri mille parametri che non dipendano dal corpo.

  15. Ho scorso il libro di Eco sulla bellezza e non ho trovato nulla, nelle immagini e nel testo, a sostegno di ciò che mi obietta Giovanna. Eco stesso accortamente dichiara la sua neutralità sulla questione (prime righe di p. 14).
    Sul piano del semplice buon senso, su cui Eco prudentemente si mantiene, vale ancora Boccaccio (http://invitiallalettura.over-blog.it/article-il-decameron-di-giovanni-boccaccio-novella-delle-papere-92079439.html)

    Sulle basi (socio)biologiche dell’attrazione fisica, all’interno del tema più ampio della selezione sessuale nella nostra specie (capostipite Darwin), c’è ormai una letteratura scientifica molto ricca, consultabile in riviste accademiche di alto livello come Behavioral and Brain Sciences, Evolutionary Psychology, Human Nature.
    Non sono al corrente di nessun lavoro scientifico, degno di questo nome, che contesti il punto che ho avanzato in termini cauti e generici. Rimane moltissimo da scoprire riguardo a dettagli anche importantissimi, ma la sostanza è quella.

  16. Quanto al fatto che il David di Michelangelo abbia avuto, ai suoi tempi, meno effetti sociali degli spot in questione, può darsi. (Però qualche effetto del David sugli spot, a livello mondiale, sospetto che ci sia, e sospetto che Michelangelo ci contasse.😉 )
    Sarebbe comunque questa una ragione per criticare gli autori degli spot ma non Michelangelo?

    Ripeto, Giovanna ha perfettamente ragione ad apprezzare gli spot più sofisticati che non sfruttano piattamente i canoni della bellezza fisica, maschile e femminile (con le loro limitate varianti culturali).
    Ma questo non richiede di mettere in questione la forza di questi canoni e il loro inevitabile uso, diretto o indiretto.

  17. Sulle basi dei miei studi artistici (ho fatto l’illustratore), culturali e di comunicazione (ho fatto il copywriter per molti anni per molte agenzie di pubblicità), anche io sono d’accordo con quanto espresso da Ben. Esistono degli archetipi fondamentali di bellezza maschile e femminile sostanzialmente costanti e oggettivi, soggetti in generale a variazioni di dettaglio (seno grosso, meno grosso; spalle larghe, un po’ meno larghe, polpacci prominenti, un po’ meno prominenti) che non ne cambiano i parametri: sembra che gli uomini prediligano uno specifico rapporto fianchi larghi:vita stretta, mentre la circonferenza assoluta può variare; idem sembra che le donne prediligano un particolare rapporto spalle larghe:fianchi stretti ecc ecc ecc. Quello che complica molto le cose fra gli esseri umani è che esiste un’altissima variabilità nelle eccezioni alla regola, prevalentemente culturali. Ma sono sempre eccezioni alla regola. Qualcuno ha scritto che un uomo con la pancia non piace a nessuno: in realtà ci sono donne a cui piacciono gli uomini “formosi”, perché danno un’idea di solidità, così come nella comunità degli omosessuali ci sono moltissimi uomini a cui piacciono gli uomini _grossi e pelosi_ ma non necessariamente muscolosi e definiti.

    Passando dal sesso al cibo, anche nel caso del gusto alimentare vediamo una situazione di strumentalizzazione industriale degli archetipi: siamo geneticamente programmati per prediligere gli alimenti dolci, salati, grassi. Sembra la descrizione del junk food — ed è una delle spiegazioni per cui è così difficile dimagrire🙂

    Il fatto che poi esistano gourmet che giustamente disprezzano il gelato industriale, le patatine di MacDonald’s e i salumi di massa non toglie che l’industria alimentare strumentalizzi attivamente queste preferenze di gusto (oggettive e generali) con i danni alla salute e alla linea che vediamo anticipati negli Stati Uniti.

    Allo stesso modo la tv, la stampa e la pubblicità strumentalizzano la naturale preferenza per contemplare bei ragazzi e belle ragazze allo scopo di apparire gradevoli.

    Ovviamente, proprio l’esempio dell’industria alimentare illustra bene la necessità di correre ai ripari rispetto agli eccessi di strumentalizzazione.

  18. Gianni Lombardi scrive: “Qualcuno ha scritto che un uomo con la pancia non piace a nessuno: in realtà ci sono donne a cui piacciono gli uomini “formosi”, perché danno un’idea di solidità, così come nella comunità degli omosessuali ci sono moltissimi uomini a cui piacciono gli uomini _grossi e pelosi_ ma non necessariamente muscolosi e definiti.”

    È una questione di gerarchie di preferenza di ciascuno. Magari addominale definito batte epa prominente ma l’epa l’epa prominente è caratteristica del Budda e il Budda rappresenta un insieme di qualità tra le quali può esserci un volere gerarchicamente importante per me e superiore all’adiposità.
    Così si è però già entrati appieno nel culturale che nessuno qui nega e a cui nessuno vorrebbe rinunciare.
    Tuttavia l’analisi va condotta con i parametri dell’attrazione che conducono all’accoppiamento e non con i parametri di una relazione che pesi e soppesi le sue condizioni di sostenibilità e compatibilità nel tempo tra i due contraenti (etero o omo che siano).
    Ammiro l’operazione critica che Giovanna fa sui corpi maschili e femminili in pubblicità. Purtroppo non credo che porterà a molto. Se il problema è la condizionabilità di noi persone rispetto all’omologazione di un modello rispetto alla varietà potenziale, non credo che cambiando modello o esortare ad abbondanare il precedente ponga la maggioranza di noi persone in una condizione più emancipata del vivere la propria corporeità rispetto al desiderio che ad essa è connesso.

  19. E come al solito nessuno a sottolineare che se avete la panza significa che mangiate/bevete più del necessario.

  20. @Luziferszorn scrive: “E come al solito nessuno a sottolineare che se avete la panza significa che mangiate/bevete più del necessario.”

    E se mangiate/bevete più del necessario vivete in un sistema consumistico.
    E se vivete in un sistema consumistico l’economia è capitalista.
    E se l’economia è capitalista una quota di disoccupazione è ineliminabile.
    E se una quota di disoccupazione è ineliminabile allora una parte mangia e beve meno del necessario.
    E se qualcuno mangia e beve meno del necessario non ha la panza.
    La differenza è che in questo caso non avere la panza non aumenta le tue speranze di attrarre il prossimo.

  21. @ Ugo
    “… se mangiate/bevete più del necessario vivete in un sistema consumistico…”
    Per amore di verità storico-sociale (rara perversione da cui sono molto lievemente affetto🙂 ): Luigi XVI e tantissimi fra re, nobili e preti prima di lui, mangiavano e bevevano più del necessario, ma non vivevano in un sistema consumistico, né in un’economia capitalistica.

    Si può forse correggere così: “…se non siete membri di una classe privilegiate e mangiate/bevete più del necessario…”

  22. @Ben
    Non ho capito il nesso. Anche le anoressiche esistono solo in un sistema consumistico e capitalistico ma non per questo ne sono l’espressione pià autentica. Invece ilsovrappeso lo è, dando per pacifico che ciò che contraddisitngue un sistema non sono le nicchie ma le maggioranze relative – oltre naturalmente ai fini dichiarati e più meno raggiunti. E che il capitalismo persegua con mirabile successo l’eccesso di domanda (anche lipidica) mi pare scontato.

  23. @Ugo
    La tua asserzione, intesa alla lettera, consentiva inferenze logiche false, che sai cogliere quanto me.
    Per salvarla, ho proposto una qualifica e tu ne hai aggiunte altre simili, su cui sono d’accordo.

    Al di là delle pedanterie logiche, il punto è che anche nelle società feudali, e in varie altre (mi vengono in mente Malenkov, Beria e Kruscev), sovrappeso e obesità erano largamente presenti in alcune classi sociali.
    La differenza con il capitalismo è che nel capitalismo questo infelice privilegio si è esteso alle classi meno privilegiate. E’ solo un dettaglio, cui non darei sovrappeso.🙂

  24. Ben, Ugo, accidenti: mi rendo conto che il determinismo biologico si è impadronito delle vostre menti (e ormai anche di questa discussione) e non solo vi fa vedere somiglianze nella storia dove io vedo solo differenze, ma vi fa pure dire cose che, ne sono certa, sono contraddette dalle vostre stesse vite private. Per non parlare di due o tre scivoloni qua e là su cui preferisco sorvolare.

    D’altra parte il determinismo biologico va di moda in tutti i campi: offre certezze e di questi tempi ce n’è bisogno.

    Vi sembra una risposta sciocca la mia? riduttiva? banalizzante? Leggete fra le righe, magari. Perché vi dico di leggere fra le mie righe? perché per leggere righe, avete a disposizione tutti i link che ho inserito in calce al mio post. Più tutto ciò che in cinque anni di blog ho scritto sulla rappresentazione del corpo femminile nella comunicazione di massa. Più di così non riesco, mi spiace.😉

  25. La homepage di Bahlsen.it mostra Choco Leibniz e il pay-off: Questa è vita.
    Forse per vita intende il diametro dell’adipe? D’altronde anche il buon vecchio Goffredo era ben pasciuto.
    Pick Up invece fa parte dei Biscomerende (!). I prodotti sono descritti in modo davvero delizioso (che copy!) ma non ci scommetterei un biscottino sulla loro effettiva capacità di alimentare fisici scolpiti. Avvicinandosi al contenuto reale e superando la soglia della propaganda viene fuori tutta la vacuità dei prodotti alimentari, omologhi dei polli in batteria.

  26. @Giovanna

    Davvero abbiamo fatto degli scivoloni?
    Non è che sei tu che scivoli sul termine “determismo” e non lo dissoci da “causalità”? “Causalità” significa che ogni causa ha degli effetti, e che ogni effetto ha una causa (questo, per pignoleria, si chiama “causalità” inversa). “Determinismo” significa che di ogni causa si possono calcolare (prevedere) gli effetti che produce, e che ogni effetto ha un’unica causa (questo, per pignoleria, si chiama “determinismo inverso”).
    Sono cose ben diverse. Naturalmente, non si può avere determinismo senza causalità, ma il contrario sì.
    Ora, è causale (il rapporto tra evoluzionismo ed estetica dei corpi o è casuale (arbitrarietà della cultura)?
    Non mi sembra che Ben o io si affermi che si è in grado di prevedere chi piacerà a chi in un sistema immerso nella cultura e in cui i valori che conducono all’accoppiamento sono infiniti e non relegati alla bestialità della biologia.
    Ma non sarà che l’indetermismo culturale si sia impadronito della tua mente?
    D’altraparte il tutto-è-cultura, questo sì, va di moda in tutti i campi:offre molte più certezze di qualunque altro metodo perché permette di credere alla pedagogia e all’influenza culturale nel cambiare gli uomini. Molte meno certezze vengono dal riconoscere che una quota di comportamenti umani è indipendente dall’educazione e dai valori dell’epoca, perché questo implica una buona dose di ineluttabilità della violenza, tra le tante cose, oltre allo scoramento del non poter intervenire.
    D’altronde tutte le ultime ricerche in neurologia ci dicono che abbiamo ragione noi, e di gran lunga: il rapporto tra i nostri processi coscienti e la nostraattività incoscia è dell’ordine dell’uno a centomilardi (!). Spiace dirlo, perchè ciascuno di noi pensa di essere conscio della totalità dei suoi processi decisionali ma non è così. Ciascuno è conscio solo di ciò che è conscio. E la parte non conscia decide quasi tutto e prima della conscia (!!!) per cui a livello evolutivo pare che la coscienza funzioni solo da eventuale freno a decisioni che il nostro sistema prende in automatico.
    Dai un’occhiata ai risultati e agli esperimenti devastanti di Libet, neurofisiologo, e ti accorgerai che tutti i processi di ordine superiore (anche estetici, perché se ci limitasse ai riflessi patellari la cosa non sarebbe di alcun interesse perché permetterebbero ancora una nozione forte di libero arbitrio) sono decisi dalla parte neuronale non conscia e poi passano al vaglio della conscia, che può solo agire a posteriori e opporre solo un “no”.
    Tutto ciò ridimensiona in modo sostanziale la libertà che crediamo di avere come individui. Ma non come specie che dimostra di sovraintendere quasi tutti i nostri processi.
    È per te una visione pacificatoria o è il credo del tutto è cultura, quindi tutto può essere modificato, ad esserlo?

  27. Ugo, mai avuto il credo del “tutto è cultura”, neanche a 15 anni. Mai stata così scema.

  28. @Giovanna
    Allora siamo d’accordo: abbiamo libertà individuali (culturali) che devono fare i conti con i vincoli di progetto della specie (biologici).

  29. D’accordo con Ugo, anche su Libet e sui limiti — eufemismo per inesistenza — del libero arbitrio.
    Io poi potrei essere affetto non solo da determinismo biologico, ma proprio da determinismo tout court, à la Laplace. Dico “potrei”, perché su di un tema così grande preferisco tacere, almeno per ora. Potrei forse dire qualcosa fra 50 o 100 anni.🙂

    Al di là delle battute, temo che fra noi (Giovanna e forse Eco da un lato, io e forse Ugo dall’altro) ci sia un contrasto più profondo di quello fra destra e sinistra, un contrasto che riguarda la scienza e la razionalità, e il peso che diamo ad esse nella vita quotidiana, pubblica e perfino forse personale.
    In particolare, sono d’accordo con chi sostiene (http://noisefromamerika.org/articolo/scream-and-shout-ft-beppe-grillo-parte-ii)
    che oggi in Italia sia questa la frattura politica più profonda.

    Nessun problema, Giovanna, è un contrasto che alcune delle persone a me più care e io manteniamo felicemente.
    Per dirla tutta, è un contrasto che, almeno in parte, io stesso ho con me stesso.🙂

  30. Preciso che l’inesistenza del libero arbitrio è un’opinione mia. Non di Ugo, mi pare, né di Libet — che comunque ne restringe grandemente la portata.

  31. “viva il crogiuolo di panze”…

  32. @Ben
    Manteniamo il senso delle proporzioni, please. Giovanna e Eco sono un’altra categoria. Te non ti conosco abbastanza. Io sto coi frati e zappo l’orto.

  33. @ Giovanna
    “Per non parlare di due o tre scivoloni qua e là su cui preferisco sorvolare.”
    Grazie!🙂

  34. @Ben scrive: “Ben | mercoledì, 17 aprile 2013 alle 2:33 pm | @Ugo
    La tua asserzione, intesa alla lettera, consentiva inferenze logiche false, che sai cogliere quanto me.
    Per salvarla, ho proposto una qualifica e tu ne hai aggiunte altre simili, su cui sono d’accordo.”

    Mi era sfuggito questo tuo commento. Forse non ti sei reso conto che scherzavo sul commento di Luziferzorn, che era già partito col ben-altrismo.

  35. Ben scrive: “@ Giovanna
    “Per non parlare di due o tre scivoloni qua e là su cui preferisco sorvolare.”
    Grazie! :-)”

    Grazie un tubo. Io non saprò mai su quali scivoloni ho picchiato il sedere per terra. E poiché il mio deteretano mi pare integro…

  36. … avrai mica battuto la panza?

  37. Ugo, Ben, Gianni: le cognizioni di neurobiologia e di comunicazione tecnico-artistica hanno scarsa validità se scollegate o preordinate rispetto ai fattori che stanno alla base dei processi cognitivi, ossia quelli epistemologici, sociologici, semiotici, psicologici, culturali ecc. Questo anche volendo lasciare temporaneamente da parte la componente educativa e civile che sottende chiaramente agli approcci che combattono l’uso degli stereotipi & C., nell’ottica che combatte le tendenze “naturali” perché su questo piano sono naturali anche l’istinto di rubare e di fare guerra e quant’altro. Non mi stupiscono simili obiezioni alla buona analisi di Giovanna, che qui davvero è ineccepibile.

  38. @enzocorsetti
    Certo che “le cognizioni di neurobiologia” vanno collegate ai processi cognitivi e sociali, ci mancherebbe altro!
    Questi collegamenti vengono fatti nella letteratura che ho menzionato, che altrimenti non varrebbe nulla. Richiedono un lavoro enorme.
    Non crederai che si possa fare in un breve intervento in un blog?🙂
    (Io poi non lo saprei fare, non è il mio mestiere. Ma sono in grado di ritenere questi lavori affidabili, non solo perché sono ben accreditati nella comunità scientifica internazionale.)

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