Se la violenza contro i politici diventa luogo comune

Attentatore a Palazzo Chigi

Ieri Iaia Caputo ha condiviso con me una nota su Facebook, che mi ha colpita perché anch’io in questi giorni mi sono imbattuta in dialoghi molto simili a quelli che lei riporta. Quanto dobbiamo preoccuparci della facilità con cui oggi molte persone parlano di violenza contro i politici? Quanto al contrario dobbiamo preoccuparci della eventuale strumentalizzazione a fini conservatori o addirittura reazionari a cui un eccesso di preoccupazione perbenista e ipocrita può portare con sè?

Ieri, mentre in tv scorrevano senza sosta le immagini dell’attentato davanti a palazzo Chigi, pranzavo con il mio compagno e mio figlio sedicenne insieme a una coppia di vecchi amici che una volta si sarebbero detti “sinceri democratici”. Il commento di entrambi al ferimento dei due carabinieri e della donna incinta è stato: “Almeno avesse sparato a un ministro…”. Resto impietrita, ci metto qualche secondo a reagire e a dissentire tale è la sorpresa per una considerazione del genere. La sera, a cena, il figlio adolescente sostiene più o meno lo stesso concetto: “Perché colpire due carabinieri se la controparte di quell’estrema forma di protesta sono i politici?”.

Stamattina sono al mercato sotto casa. Al banco del fruttivendolo stessa scena: ridendo, tanto per fare due chiacchiere, l’uomo che mi sta servendo prima tira in ballo Grillo e poi anche lui ammicca: “Peccato che si è sbagliato!”.

Con questa irresponsabile leggerezza si parla di dare la morte, morte che sarebbe giusta per un politico, qualsiasi politico, senza differenze e senza pietà. E quel che più atterrisce, paradossalmente, non è neppure il ritorno all’idea di una “violenza necessaria”, ma lo svuotamento della drammaticità che un’idea del genere dovrebbe portare con sé. Allora, la violenza, evocata e invocata, sta diventando luogo comune, chiacchiera da bar, battuta conviviale, ovvietà da condividere. Farei attenzione a questa barbarie del linguaggio che è una finestra spalancata sull’orrore dei gesti, dei comportamenti, delle mentalità. Iaia Caputo

37 risposte a “Se la violenza contro i politici diventa luogo comune

  1. Ma tu guarda. Ho appena pubblicato un post partendo proprio dalla stessa preoccupazione. Lo aggiorno subito:
    http://virusfera.wordpress.com/2013/04/30/sbagliare-mira/

  2. Pingback: Sbagliare mira | Virologia dei Media

  3. Certo anche della eventuale strumentalizzazione bisogna preoccuparsi, ma l’unico modo per non dare adito è quello di non evocare la violenza mai e in alcun modo, non solo perché ogni violenza genera violenza anche in forme diverse e indipendenti dalla volontà primaria, ma anche perché l’evocazione, anche verbale e “satirica” toglie, come osserva acutamente Iaia Caputo, drammaticità al concetto. Stay human!

  4. Al contrario: È proprio dalla levità con cui ciascuno di noi ha espresso la stessa battuta, biasimando in sostanza non del disgraziato il gesto ma la mira, che si comprende la violenza e la si disinnesca dall’interno, buttandola in boutade.
    Se poi qualcuno prende la p38 e si mette a sparare, fatti suoi. Ciascuno è responsabile delle proprie azioni e non di quelle altrui.
    Sempre che si vogliano considerare le persone autonome e non automi.
    Quanto alla strumenalizzazioni della violenza avremmmo già dovuto chiudere con le brigate rosse e le richieste da parte dei governi di abbassare i toni di tutte le libere critiche perché altrimenti non si mai e se poi succede qualcosa non dico che è colpa tua però lo insinuo e molti ci credono.

  5. Il tizio non ha sbagliato mira per nulla anzi ha colpito dove mirava. Ha sbagliato bersaglio perche’ diventato impaziente.

    C’e’ di che essere atterriti? Forse c’e’ da chiedersi invece perche’ la gente li odia cosi’ tanto. La gente spara quando si sente impotente. Neanche il voto ha piu’ valore. Berlusconi ride e una nullita’ come Gasparri si permette di fare il dito alla piazza. E se io fossi disperata il dito medio di Gasparri alla piazza lo farei decisamente saltare.

  6. Io sono molto più preoccupata delle parole d’odio (sì, odio) che sento in giro a proposito di questo tentato attentato. Persone che conosco e stimo si lasciano andare senza pudore a parteggiare per quel balordo e per le sue intenzioni anziché condannare il gesto. Lasciamo perdere i commenti che ho ascoltato al bar o letto su facebook. Ti chiedo cosa ne pensi del modo in cui la stampa e i media hanno parlato di Preiti; a me ha lasciato di stucco e credo abbia contribuito a favorire certi commenti a suo favore. È stato presentato come una vittima della crisi, un disoccupato “disperato”… io questo atteggiamento sempre vittimistico non riesco proprio a sopportarlo e a questo punto lo trovo anche pericoloso oltre che dannoso.

  7. @Ilaria

    Qui c’è un problema logico, che affligge ad esempio anche le femministe che trovano inaccettabile che l’omocidio del partner che uccide la compagna sia definito come “passionale”.
    Il fatto che una persona sia disoccupata e esistenzialmente disperata è comunque statisticamente connessa a un gesto folle. Solo che tu intendi la spiegazione del gesto in termini di necessità e quindi replichi con argomenti del tipo: “ma allora tutti gli altri disperati e disoccupati perché non sparano? Ergo la cronaca fa vittimismo.”
    L’errore logico è che la cronaca della stampa, ovvero l’essere disoccupato e disperato, non è una condizione necessaria e sufficiente a commettere un omicidio bensì una condizione facilitante. E non è necessariamente un’attenuante bensì solo una proposta di spiegazione.
    Allo stesso modo il fatto che un compagno uccida la compagan è comuqnue un delitto passionale e non v’è alcuna concessione verso il reo nell’uso di questo termine. È che la passione deviata di chi uccide non equivale alla mia ma sempre passione è, e sempre di relazione si tratta.

  8. Stiamo, secondo me mescolando due livelli. Quello della comprensione umana, e sto per dire sociologica, di un atto cosi’ disperato e disparato. Su questo terreno c’entra poco forse la satira o una singola espressione violenta. Forse piu’, come si diceva una volta, la “nuda vita”.
    Un altro è quello di questa violenza, questo’odio cosi’ feroce, ma anche quotidiano e banale, che ascoltiamo/leggiamo ogni giorno. Pare sia l’unico “linguaggio comune” che ci rimane. Ora e’ rivolto contro “i politici”, ieri contro gli stranieri, domani contro chi-sa-chi. E’ diventato cosi’ normale che non provoca più scandalo, dissociazione, dibattito. E’ in questa normalità che i Prieti non trovano ostacoli, non trovano antidoti d/nella vita quotidiana.
    Intanto io mi sono iscritto ai due gruppi FB che lo osannano…😉

  9. Marco Binotto scrive: ” Intanto io mi sono iscritto ai due gruppi FB che lo osannano… ;-)”

    Ma di cosa ci preoccupiamo, scusate? In un mondo in cui gli individui come sentono l’urgenza e la necessità magari simpatica di iscriversi su facebook di volta in volta a gruppi pro o contro qualcosa, ci si preoccupa degli effetti emulativi esortativi di un gesto come l’omicidio? L’esistenza dei gruppi pro o contro Prieti è l’antidoto a ogni violenza. Dirò di più: a ogni azione possibile. Ogni gruppo di protesta su facebook rappresenta l’ozio moderno, la normale posizione degli Oblomov, il vivere per interposta persona le azioni degli altri.
    Scriviamo e leggiamo meno su facebook se non vogliamo indignarci di ciò che giù ci indigna scambiando lo spazio vitale del cesso per l’accademia dei lincei; cinguettiamo meno coi nostri limitati 140 caratteri moltiplicati però per illimitati cinguettii che danno quasi sempre il peggio di noi, e quasi mai il meglio. E forse, ma non è detto, penseremo meglio. O penseremo e basta.

  10. Semplificando molto, a violenza può essere progressista (quella della Rivoluzione francese) o reazionaria (quella fascista degli anni ’20 del secolo scorso).
    Accanto alla possibilità, considerata da Giovanna (se non ho frainteso), che la condanna della violenza sia “strumentalizzata a finii conservatori o addirittura reazionari”, considererei anche una possibilità assai diversa: quella che la violenza sia minacciata e messa in atto a fini conservatori e reazionari — nel senso (classico) di reazione a cambiamenti inevitabili che dissolvono un mondo cui i “reazionari” sono comprensibilmente abbarbicati, avendo difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti stessi (se, ripeto, inevitabili).

  11. @Ugo
    Certo le chiacchiere sono solo chiacchiere. Ma forse stiamo scoprendo che non è così vero.
    Abbiamo forse per troppo tempo smesso di studiare la non violenza, di applicarci nel partecipazione civica, di discutere con persone diverse da noi. Abbiamo per troppo tempo lasciato considerare l’omicidio di una persona o di un gruppo umano come una battuta da bar. Inoffensiva. Abbiamo lasciato passare frasi come “io gli zingari li ammazzerei tutti”, “almeno avesse ammazzato un ministro”. Secondo me siamo stati stupidi e stupide. Io sto solo cercando di smettere…😉

  12. @Ben
    Hai ragione. Il punto è dividere la nonviolenza con la contrarietà alla violenza un po’ perbenista, unilaterale e “strumentalizzabile” che mi sembrava dominante (e anche un buon segno). Il fatto è che è difficile distinguerle. Allora la domanda che mi rimane è: è più facile trasformare un attivista violento in un attivista pacifico oppure un’apatica a-violenta in un attivista?

  13. OT
    @MarcoBinotto
    Ma no davvero. Piuttosto viviamo in un’epoca italiana surrealisticamente calma. All’atto pratico quali eventi possiamo contabilizzare alla voce violenza? Bisogna far gran cagnara sulla pochezza numerica dei femminicidi (poco più di 75 nel 2012; il numero di chi muore sulle strisce pedonali è di gran lunga superiore) per raccontarsi una società violenta nel senso classico.
    Diciamo che si parla molto più di quel che si fa ma di zingari ammazzati non ne ho ancora visti uno; molti spauracchi e pochi spari, fortunatamente.
    A di là del caso singolo di questo disperato con pistola, che è espressione solo di se stesso, mi intriga di più capire come è passata questo rifiuto della violenza nel tentare di risolvere conflitti violentissimi (dalla precarietà dei contratti di lavoro all’intoccabilità pensionistica nei sistemi a ripartizione, dalla distribuzione del reddito a quella della ricchezza, etc). Come se la Storia non sia la storia della violenza in ogni forma. Malinterpretato, pardon, strumentalizzato, Gandhi?

    @Ben
    Non sono mica d’accordo. La violenza è un mezzo. È stupido farvi ricorso quando vi sono altri metodi per ottenere lo risultato. Ma è stupido negarne l’ineluttabilità ritenendo che tutti i risultati siano conseguibili senza. Poiché sono i vincitori a scrivere la Storia, i citoyens erano progressisti e i vandeani reazionari. Ma se avessero vinto i secondi, i citoyens sarebbero stati reazionari da colpo di Stato e i secondi saggi partigiani di una nazione che voleva restare indivisa.

  14. Vorrei partire dal commento di Allessandra F. Che condivido appieno e che riprendo: ” La gente spara quando si sente impotente. Neanche il voto ha piu’ valore. Berlusconi ride e una nullita’ come Gasparri si permette di fare il dito alla piazza. E se io fossi disperata il dito medio di Gasparri alla piazza lo farei decisamente saltare.”
    La violenza, soprattutto in politica, viene a galla quando tutte le altre strade si sono dimostrate impercorribili. ‘Utilizziamo il voto per cambiare le cose’: d’accordo ma se poi il voto te lo scippano e voti a sinistra e ti ritrovi che tali voti sono stati utilizzati per un governo reazionario? Rivolgiamoci a chi ci rappresenta (la nostra è una democrazia rappresentativa se ce lo fossimo dimenticato) e non abbiamo più la possibilità di sceglierci chi ci rappresenta: volendo essere coerenti non dovremmo pagare le tasse (no taxation without representation) perché questi non sono i nostri rappresentanti. La domanda è: chi ha portato un intero popolo alla disperazione? Chi ha creato milioni di disoccupati e con i nostri soldi si è comprato anche le caramelle? Se dalla folla esce una mano armata è solo colpa della cattiva politica e dei politicanti.

  15. @Ivan Grossi scrive: “La violenza, soprattutto in politica, viene a galla quando tutte le altre strade si sono dimostrate impercorribili”

    La famosa frase di Clausewitz recitava:” la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Possiamo aggiornarla a oggi: la violenza è la sostituzione della politica con altri pazzi.

    “La domanda è: chi ha portato un intero popolo alla disperazione? Chi ha creato milioni di disoccupati e con i nostri soldi si è comprato anche le caramelle?”

    Non certo i politici checché se ne dica. I politici hanno invece la colpa di illudere i cittadini della possibilità di risolverli, quei problemi.
    Se ti dicessero che la colpa principale è di altri individui di altre nazioni del mondo che sono usciti dalla disperazione, hanno creato milioni di disoccupati e con i nostri soldi ( avuti per produrre caramelle) hanno comprato anche le (nostre) caramelle? Che faresti? Gli dichiareresti guerra?
    Come vedi la Storia si ripete.

  16. Mi spiego meglio.
    Premetto che considero la violenza, privata o collettiva, progressista o reazionaria, quasi sempre (ma non proprio sempre) stupida, sterile, controproducente.
    Non credo che gli attuali gesti di violenza politica, finora molto rari, siano dovuti tanto al disgusto per i politici, quanto agli effetti della crisi, alla disperazione per la mancanza di lavoro, e simili.
    Rivolgere la propria disperata rabbia contro i politici (pure corresponsabili della crisi), senza però nessun orientamento minimamente costruttivo, anzi chiedendo “rimedi” che peggiorerebbero la situazione, mi sembra una tipica risposta reazionaria alla crisi sociale.
    Come sono, a mio giudizio, risposte reazionarie (in questo senso non spregiativo) quelle non violente dei vari Landini, Vendola, Cofferati, Rodotà, ecc.. Reazionarie, ripeto, nel senso di reazioni velleitarie e controproducenti.
    Non linciatemi, prendetelo come un punto di vista possibile.

  17. @Ugo
    D’accordissimo su quello che dici sulla violenza (“La violenza è un mezzo. È stupido farvi ricorso quando vi sono altri metodi per ottenere lo [stesso] risultato. Ma è stupido negarne l’ineluttabilità ritenendo che tutti i risultati siano conseguibili senza.”) Sottoscrivo ogni parola, figurati.
    Che cosa ho detto che lasci intendere che la pensi diversamente?

  18. @Ben
    Ehi ben, non risemantizziamo però il termine reazionario altrimenti ce lo facciamo spiegare da Luziferszorn cosa voglia eventualmente dire, visto che lo usa da mattina a sera.
    Reazionario non può essere sinonimo di velleitario (meglio utopistico allora) o controproducente (meglio autolesionista).
    Qualunque cosa voglia dire in scienza politica, perché ci sia reazione occorre avere precedentemente un’azione. Ne segue che reazionario è chi si oppone a un cambiamento di stato (s minuscola). Non è possibile usare il termine reazionario per qualiuficare e i fini (conservazione) e i mezzi (violenza). O l’uno o l’altro, altrimenti il termine cade e perde di specificità semantica.
    Ciascuno di noi è reazionario o non in una miriade di situazioni. Io non uso il termine perché se analizzato è simile a populista, qualunquista, demagogo, complottista, etc. Ovvero termini che si spacciano per neutri e tecnici e che invece dipendono e derivano dall’assioma ideologico che si sceglie. Un conservatore non si definirebbe reazionario ma soprattuto non descriverebbe se stesso e la sua posizione politica come qualcosa che si oppone al progresso. È che il suo progresso non è il nostro. A posteriori è facile dire chi era reazionario e chi no: è reazionario chi ha perso.

  19. @Ugo
    ah, non eri d’accordo su violenza progressista e reazionaria.
    Hai in parte ragione (per questo avevo scritto “semplificando molto”), ma credo che non sia il caso di aprire una discussione su questo.
    Dico solo che la mia posizione è sostenibile solo se si accetta una qualche idea di progresso sociale. Idea certamente molto opinabile.

  20. Ben scirve: “Che cosa ho detto che lasci intendere che la pensi diversamente?”

    Nulla. Ma tra noi la formula è di rito: io non sono d’accordo a priori. Così se nasce l’accordo lo salutiamo come un successo🙂

  21. @Ugo
    Giuste le tue obiezioni al mio uso di “reazionario”. Intendevo usarlo più o meno nel senso in cui lo usavano Marx e i marxisti.
    Ma ne lascio volentieri l’esclusiva a Luz, con cui mi scuso della momentanea invasione di campo.🙂 (Ciao Luz!)

  22. Non certo i politici checché se ne dica. I politici hanno invece la colpa di illudere i cittadini della possibilità di risolverli, quei problemi.

    Questo e’ un punto di vista opinabile – bisognerebbe dirlo agli Inglesi che possono smettere di osannare/sputare sulla Thatcher perche’ i politici non hanno nessun potere di cambiargli la vita. Se i politici hanno zero potere di cambiare le cose mi domando cosa li eleggiamo a fare e perche’ non viviamo in totale anarchia. E anche ammesso e non concesso che questo sia un giudizio riservato ai politici Italiani perche’ sono o inetti o si sono fatti i cazzi loro per anni, rimane il fatto che questi sono pagati 10mila euro al mese + piu’ le spese e hanno una pensione dopo soli 5 anni per non fare un nulla che vada a beneficio della societa’ se non andare a festini e farsi leggi

  23. in una visione ristretta dlla societa’.

  24. @Alessandra F. scrive: “Questo e’ un punto di vista opinabile – bisognerebbe dirlo agli Inglesi che possono smettere di osannare/sputare sulla Thatcher perche’ i politici non hanno nessun potere di cambiargli la vita”

    Citazione perfetta la tua, che dimostra che ho ragione. Infatti il governo Thatcher (e quello di Reagan, brother from another mother) è coinciso con la maggiore e progressiva concessione (o l’identificazione) del potere politico in funzione dell’economico.

    “Se i politici hanno zero potere di cambiare le cose mi domando cosa li eleggiamo a fare e perche’ non viviamo in totale anarchia.”

    Tranquilla: non sei la sola a domandartelo. La risposta è più semplice della domanda: il rito delle elezioni dissuade la società dall’uso della violenza illudendola di decidere – sopratutto da chi farsi violentare.

    “E anche ammesso e non concesso che questo sia un giudizio riservato ai politici Italiani perche’ sono o inetti o si sono fatti i cazzi loro per anni, rimane il fatto che questi sono pagati 10mila euro al mese + piu’ le spese e hanno una pensione dopo soli 5 anni per non fare un nulla che vada a beneficio della societa’ se non andare a festini e farsi leggi”

    Qui siamo già scivolati nell’invidia sociale. Anche se avessimo politici ascetici la contabilizzazione delle spese non sarebbe che una goccia nell’oceano dei nostri annuali passivi di bilancio. Uccidere uno di questi privilegiati è metafora placebo del riscatto dei diseredati. Ma poiché non cambierebbe di una virgola il benessere di questi sventurati è chiaro che sparare ai fortunati è vendetta da poco.

  25. @Alessandra F.
    I problemi di cui si parla, disoccupazione ecc., i politici non possono certo risolverli, ma possono aggravarli, anche di molto.
    Oppure invece facilitare una gestione sensata delle difficoltà.

    Le soluzioni radicali, se ci fossero, sarebbero a livello mondiale, o come minimo continentale.

  26. OT
    @Ben sciurve: “Le soluzioni radicali, se ci fossero, sarebbero a livello mondiale, o come minimo continentale.”

    Quindi europee. Che ne dici allora di commentare la soluzione dell’austerity che l’Europa ha adottato sull’onda persuasiva e accademica dei “risultati” di quei coglionazzo di Alesina e co. e che oggi si scoprono fallati da imperdonabili errori fin dallo scazzo delle formule?
    Come vedi sembra che anche nelle materie cognitive oltre che nelle materie prime i politici si siano fatti fregare dagli economisti.

  27. I problemi di cui si parla, disoccupazione ecc., i politici non possono certo risolverli, ma possono aggravarli, anche di molto. Magari — aggiungo — assecondando il volere popolare, come avvenuto coi referendum sul nucleare e sull’acqua (grazie Rodotà).

    Al di là del merito di questo esempio particolare, c’è certamente anche questo aspetto: il popolo può volere misure che si ritorcono a suo danno, e volerle in modo abbastanza costante e sistematico.
    Può essere il prezzo della democrazia, specialmente della democrazia diretta, in assenza di antidoti.

  28. @Ben
    Hai glissato sul tuo Alesina, eh?😉
    Quanto al resto: è la democrazia. Ovvero quella forma di governo in cui ciascuno ritiene gli altri meno intelligenti di sé e perciò si sente autorizzato a giocare invece che passare. Ma poiché anche gli altri ragionano come lui pochissimi passano e i più giocano.
    Quante volte hai udito persone dire che non sono all’altezza e che non ne hanno idea e perciò si astengono dal decidere? Io mai, letteralmente.
    D’altronde la stupidità di questo ragionamento è massima: se io mi credo più intelligente e competente degli altri non potrei volere la democrazia perché inesorabilmente passerebbe il volere della maggioranza e non il valore della conoscenza. Se invece ritenessi me stesso non all’altezza e non vorrei un sistema che contabilizza anche la mia ignoranza sommandola a quella altrui per estrarne la decisione da prendere.
    Quindi da cosa deriva tutto questo entusiasmo per la democrazia (e tralasciando le solite considerazioni “alte” dei teoremi di Arrow, Sen e compagnia?)
    Forse anche Giovanna dovrebbe regalarci un bel post titanico su una distinzione che ai più sfugge: dopo il Pasolini che ci ricordò la differenza tra sviluppo e progresso occorrerebbe oggi spiegare la distanza che passa tra informazione e conoscenza.

  29. Quello che ho trovato davvero rivoltante è stata la diagnosi psichiatrica priva di ogni plausibile fondamento immediatamente sostenuta dai giornalisti saputelli della stampa e della tv: si tratta di uno squilibrato, uno con problemi psicologici evidenti, un pazzo. Dopo la smentita dei famigliari sull’esistenza di precedenti, di ricoveri o cure, ecco la causa sociale che si fa largo.
    La pazzia è sempre la giustificazione tranquillizzante e, quando essa viene meno, ecco che la colpa è della società. Quindi nessuno è colpevole, neppure lo sparatore.
    Se invece di colpa parliamo di responsabilità, di causa scatenante, beh, credo che i politici siano coinvolti in larga misura, a partire dal mio concittadino borghezio, tanto per citarne uno Moderato, anche nel linguaggio.
    Qualche anno fa, il primo Maggio, mi sono ritrovato mio malgrado (arrivavo in treno) nel bel mezzo del VaffaDay. C’era un buon numero di persone che gridavano i loro vaffanculo a squarciagola. Un gran bello sfogo per chi si accontenta. Probabilmente gli spari del nostro concittadino sono stati né più né meno che un altro modo di dire vaffa. Peccato per chi resterà, speriamo di no, tetraplegico.
    Qui si dice che la violenza contro i politici diventa luogo comune. Ma dove? Ma quando? Forse borghezio, grillo berlusconi o napolitano se la sognano o l’auspicano, qualcun altra va all’ikea con quattro scortatori di carrelli, e quasi tutti girano accompagnati da uomini armati. Tutta questa violenza contro i politici a parole, resterà verbale e sommessa. Come le bestemmie (degli) impotenti. Stiano tranquilli, a pagare sono sempre i più deboli. Chi, fra i tanti parla parla, avrebbe il coraggio o la scelleratezza di torcere un capello a un parlamentare, anche a quelli col riporto, se davvero se lo trovasse davanti, se anche chi si arma, fa un lungo viaggio, e poi, una volta arrivato se la prende con chi nulla può?

  30. Esattamente così guydebord. È una violenza tutta simbolica, tutta verbale. Almeno quella verso “i potenti”. È altrettanto diffusa quanto ha l’effetto catartico di un imprecazione. Al contrario di quello che crede Ugo quello rivolto alle minoranze anche se non porta morti ammazzati aumenta discriminazione ed esclusioni. I politici al massimo perdono voti.

  31. @Ugo
    su alcuni dei dilemmi dell’austerity europea non ne so abbastanza.
    In particolare, per l’Italia, non so se convenga di più, per ridurre debito pubblico e peso degli interessi, privatizzare beni pubblici (immobili e partecipazioni) oppure tagliare la spesa corrente. O che altro di sensato, che non riesco a immaginare.
    Mi sembra ovvio che, comunque, vada favorita la crescita. Però anche qui un dilemma su cui non saprei pronunciarmi: puntare tutto sulla riduzione delle pressione fiscale, in modo da favorire investimenti e consumi (Alesina e Giavazzi), o puntare in qualche misura anche su investimenti pubblici (Barca), che però (a parità di altre condizioni) nell’immediato aumentano il debito?

    Su entrambi questi dilemmi, se il governo arrivasse a porseli e scioglierli (cosa purtroppo improbabile), assai poco democraticamente passerei.🙂

  32. Mi fa paura tutto questo discutere e tagliare il capello in ventisette per difendere e contemporaneamete criticare un gesto di reazione che va fuori della legge comunemente condivisa (almeno lo spero).
    Riguardo la capacità di intervento della politica, purtroppo nessuno di noi ha la bacchetta magica per risalire una china troppo velocemente affrontata cercando di risolvere probemi contingenti ….emettendo BOT.
    Mi fa paura quando vedo scritti troppi comunque, considerando che, d’altra parte….
    Non voglio nascondere la testa come uno struzzo, vorrei soltanto che le cose fossero chiamate con il loro nome senza eccessivo nem altrismo.
    Leggo nei precedenti commenti dotte discussioni su reazionari e conservatori, su rivoluzione giusta e rivoluzione della conservazione.
    Tutto ciò per alzare la polvere su una azione oggettivamente contro le leggi, e non solo contro un onesto rappresentante della legge, e per la quale esistono leggi che un organo dello stato sarà chiamato a giudicare.
    Tutto il resto è ………. come cantava il poeta.

  33. @Attilio a. Romita

    A me invece fa paura non il tagliare il capello in ventisette ma il tagliare tutto con l’accetta. Ripetiamo per i non udenti che il verbo “capire” può essere inteso con differenti significati: spiegare, comprendere, giustificare e condividere. Si spiega il gesto di quell’uomo? Sì, nei termini sociologici di un profondo disagio. Si può comprendere? Certamente con gli strumenti della psicologia. Si giusitifica? No per la legge. Si condivide? Libera riflessione personale. Io ad esempio non lo condivido per niente.
    Perciò si può spiegare e comprendere senza giustificare o condividere.
    Il che è proprio ciò che occorre farti capire.

  34. @Ugo

    Condivido la riflessione, ma c’è una domanda che personalmente mi opprime: quanto dovremmo felicitarci della capacità dei social network di incanalare sentimenti discutibili (come gli osanna per un omicida per poco mancato), e quanto invece preoccuparci tremendamente per la totale incapacità dell’individuo massificato di rompere le catene dettate dalla chomskyana “strategia della distrazione”, andare oltre, scavalcare il recinto del “like” e, parafrasando Gaber, tornare a incazzarsi personalmente in modo davvero costruttivo, realmente attivo, minimamente risolutivo?

  35. Ci sono due aspetti in particolare che mi hanno molto colpito in questa vicenda e che spesso vengono messi in secondo piano. Il primo riguarda il termine “i politici”. “L’attentatore voleva colpire i politici”, “magari avesse preso i politici”, “doveva prendere bene la mira e uccidere i politici”: queste alcune delle frasi che ho maggiormente sentito in questi giorni. “I politici” ormai non sono più. nell’immaginario colletivo, delle persone. I politici sono casta e basta e per questo sono tutti da colpire indistintamente. Avesse sparato al vecchio politico corrotto o all’ultimo arrivato, animato da buone intenzioni, avrebbe comunque preso un politico e, quindi, comunque non avrebbe sbagliato. Non so a voi, ma a me questa deriva populista e qualunquista mi sembra agghiacciante.
    Secondo aspetto, sottovalutato da tutti: il gioco. Tutti hanno parlato di una persona disperata per vari motivi e poi (come se fosse una cosa secondaria) anche per il gioco. Se ne parla pochissimo, ma il gioco sta diventando in Italia un problema sociale serissimo e gravissimo. Ho lavorato per anni in un’agenzia di scommesse e vi posso assicurare che la maggior parte dei clienti non sono affatto clienti e basta, sono dei drogati nel vero senso della parola. Farebbero di tutto per avere altri 50 euro da buttare in una macchinetta, su un cavallo o su una partita e non appena vincono qualcosa l’intera vincita (se di vincita si può parlare, quando dopo aver speso 10 vinci 1) viene spesa subito per giocare un’altra volta e così spesso anche per 14/15 ore filate. Molti vanno in crisi d’astinenza quando finiscono i soldi e allora chiedono prestiti (o a volte rubano) pur di continuare a giocare e se, nonostante gli sforzi leciti o illeciti, non riescono ad avere la loro dose, danno in escandescenza. Ho visto gente apparentemente tranquilla urlare, minacciare il prossimo di morte e sbattere i pugni contro il banco per una corsa appena partita, per una macchinetta che “non pagava”, perché io (terminalista a progetto, ma questa è un’altra storia…) non volevo dargli in prestito 10 o 20 euro. Che un uomo vittima del gioco o drogato da gioco, possa arrivare a sparare a caso (contro un politico, un poliziotto o contro il primo che passa per strada) non mi stupisce affatto. E’ successo e succederà ancora, se non si fa qualcosa per fermare questo fenomeno.

  36. Pingback: “Call of Duty” a Palazzo Chigi | Jeane' s genes

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