Quando i genitori vendono i bambini ai marchi di moda

Dopo il post sui bambini precocemente adulti dei fashion brands, sfoglio Repubblica e trovo anche questa (clicca per ingrandire):

Burberry

Per commentarla riporto la storia che l’altro giorno ha raccontato su questo blog Paolo Ferrara, direttore della Comunicazione e del Fundraising di Terre des Hommes Italia:

«Ciao Giovanna, innanzitutto grazie per aver segnalato la Carta di Milano per il rispetto delle bambine e dei bambini in comunicazione. Vi racconto un aneddoto che mi è capitato come comunicatore nonprofit pochi anni fa. Dovevamo girare uno spot contro la tratta a fini sessuali in occasione dei mondiali di calcio in Sudafrica. Approvata la creatività ci siamo messi a cercare la protagonista femminile dello spot. A un certo punto ci siamo trovati di fronte a un grosso interrogativo: all’agenzia continuavano ad arrivare book di ragazzine di 9, 10, 11 anni in bikini sulla spiaggia, in pose ammiccanti e provocatorie, abbigliate da lolite con le spalline in giù o sdraiate su chaise longue come prostitute da bordello.

I genitori erano così abituati a vendere l’immagine delle loro figlie secondo i dettami (o i presunti dettami) delle aziende della moda, da non preoccuparsi minimamente che il cliente in questo caso fosse una nonprofit che proprio dei diritti dei bambini si occupava. O forse, ipotesi ancora più sconcertante per quanto mi riguarda, semplicemente per loro un problema non esisteva. Ovviamente noi abbiamo escluso dalla selezione per principio tutti i book che contenevano immagini “adultizzate” o “precocemente erotizzate”. Il percorso della Carta di Milano è nato anche a seguito di questa esperienza. Grazie mille, Paolo Ferrara.»

8 risposte a “Quando i genitori vendono i bambini ai marchi di moda

  1. Direi che l’aneddoto riportato dice tutto.

  2. Noi adulti spietati. Per la cronaca (sicuramente ne sarete a conoscenza in molti/e), anche nelle linee per prima l’infanzia si sta aprendo alla tendenza delle iperfemmine neololite. Che orrore.
    Un esempio: http://www.catimini.com/es/colecciones/layette.html
    ma molti brand fanno collezioni per neonati ancora peggio.

  3. Nel concetto di “lolitismo” c’è una proiezione paranoica del soggetto adulto che va a collocare la ragazzina (in questo caso addirittura una bambina di pochi anni vestita con un classicissimo vestito a quadrettoni) in atteggiamenti provocatori e sessualmente espliciti. Tutti i casi di pedofilia conclamata reggono la propria difesa sulla colpevolizzazione dell’atteggiamento del bambino o bambina, giustificando in questa maniera l’abuso perpetrato (“sono loro che provocano” è un classico dell’orrore della devianza sessuale dell’adulto). Che poi se fate un bel respiro e ci pensate per un paio di minuti (o un paio di gg, fate voi) altro non è che la colpevolizzazione della donna adulta in minigonna che istiga lo stupratore all’atto di violenza sessuale. Detto ancora in altre parole, carichiamo l’infanzia di quel senso di colpa che hanno in passato caricato su di noi e di cui ancora siamo vittime.
    Ora, se guardo le due foto, quella di Cosenza e quella di Fiammetta, rimango basito perché nulla, dico, nulla lascia intravvedere qualche tratto identificabile con qualche forzatura “adultizzante” o addirittura “erotizzante”. La conseguente mancanza di tesi e analisi fa della reiterazione di foto di bambini in ambito pubblicitario un ennesimo atto d’abuso nei loro confronti.

  4. Tuttavia per me parlare di lolitismo è fuori luogo: Lolita era un’adolescente o quasi, sui dodic’anni (diciassette alla fine del libro) che poteva anche attirare sessualmente l’uomo in questione. Qui parliamo di un passo ulteriore nell’artificio e nella forzatura. Una bambina di nove anni infatti non ha quasi caratteri sessuali e anche solo vestirla in modo da farla apparire una ragazza in miniatura è un gioco completamente interno alla mente dello stilista e del lettore. Una bambina (a differenza che un’adolescente) è semplicemente al di fuori di ogni questione erotica e proprio per questo buttarla a forza in un territorio non suo potrebbe essere considerata la peggiore manipolazione che la moda fa del rapporto fra corpo e persona (come se non bastasse l’altra ossessione, quella della magrezza)

  5. Al di là della urgente necessità di definire “buttarla a forza in un territorio non suo”, il problema, nel campo della moda, sta tutto nel disvalore e disprezzo che attribuiamo a certi capi e stili di abbigliamento.

  6. Dicevo che una bambina nemmeno pensa al sesso nè pensa a sè come ad una persona sessualmente desiderabile. Dunque farne una donna (sessualizzata) in miniatura significa dotarla di atteggiamenti e parametri non suoi. Io direi l’inverso: è chi fa moda, a volte, ad avere disprezzo nei confronti di un uomo/donna che non siano corrispondenti alle sue idealizzazioni (che chissà perché ruotano attorno al peso)

  7. Infatti il problema non è la bambina che può gestire qualsiasi tipo di abbigliamento, ma l’adulto paranoico e sessuofobico che sulla creatura riversa le sue turbe, trasformandola ora in “oggetto di desiderio sessuale” (pedofilia) ora in “oggetto di denuncia” per la propria propaganda ideologica (critica sessuofobico-paranoica). Ci si dovrebbe muovere con un certo tatto su argomenti di questa delicatezza. Ma siete come elefanti in una cristalleria: come Zanardo sul caso Jolie.

  8. Pingback: I bambini precocemente adulti dei marchi di moda - Giovanna Cosenza - Il Fatto Quotidiano

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