I bambini-adulti della moda e il diabete infantile: analogie e differenze

Dopo il mio articolo sul Fatto Quotidiano I bambini precocemente adulti dei marchi di moda, mi scrive un lettore, padre di un bambino diabetico, che mi ha autorizzata a pubblicare il nostro scambio:

Gentile professoressa Cosenza, ho letto con estremo interesse il suo post sul Fattoquotidiano.it e la ringrazio per questa ennesima e utile riflessione. Sono il padre di un ragazzo quindicenne affetto da sei anni dal diabete di tipo 1. Leggendo il suo post ho pensato che i ragazzi diabetici sono “costretti a crescere precocemente” e mi è ritornata alla memoria una discussa campagna di due anni fa, promossa da un’associazione di malati di diabete, nella quale veniva ritratto un bambino seduto su un divano con la faccia invecchiata.

Il diabete ruba i bambini

Quella pubblicità disturbò molta gente, perfino fra i miei parenti, amici, conoscenti: la consideravano “offensiva” anche nei confronti dei diabetici (di tipo 1). A me, nonostante il dolore/shock che mi procurò la prima volta che la vidi, non disturbò affatto e tanto meno mi apparve offensiva. Poi, dopo pranzo, ho letto il suo articolo sul Fattoquotidiano.it, che ha completato la mia riflessione. Così mi sono dilettato a mettere a confronto (fisicamente) le due campagne, tanto per avvicinare due immagini “sconce”.

Ferrè e bambino diabetico

In conclusione, mi azzardo a proporle una piccola riflessione: perché le persone sono meno “disturbate” (più assuefatte, forse?) dalla prima immagine che propone una falsificazione così evidente della realtà, rispetto alla seconda “falsa immagine” (è un fotomontaggio) che però denuncia una cruda realtà? La mia opinione è chiara… ma io non faccio testo: sono troppo coinvolto come padre.

Così ho risposto al lettore: «Gentile A., la ringrazio per la sua articolata e appassionata riflessione. Credo una possibile interpretazione sia questa: le persone sono ormai assuefatte alle immagini che estetizzano una innaturale visione adulta dei bambini, al punto da non farci più caso e anzi considerarle desiderabili. Belle. Viceversa, appena si rappresenta la durezza e bruttezza (la maschera adulta del bambino diabetico appare “brutta”) di una privazione forzata dell’infanzia, sono tutti pronti al rifiuto. Dunque gridano allo scandalo, ma in realtà stanno dicendo: “Non voglio vedere, non voglio sapere”.

Resta il problema, però, di come vivano i bambini diabetici il fatto di vedersi rappresentati a quel modo: gli conferma che la loro condizione è “brutta”, stigmatizzabile, emarginante ed emarginata? Secondo me sì ed è questo il mio problema con quella campagna. Di fronte a una comunicazione sociale che, a differenza di quella commerciale, dovrebbe essere fatta “a fin di bene”, e cioè per favorire solo ed esclusivamente gli obiettivi sociali che si propone (senza assecondarne altri, come ad esempio mostrare che l’istituzione che promuove la campagna è buona e giusta, che i creativi che ha coinvolto sono brillanti, ecc.), io mi dico sempre: se un’immagine fa del male anche a una sola persona, quell’immagine non va mostrata. Specie se la persona appartiena alla categoria debole che l’immagine dovrebbe/vorrebbe difendere. Non trova?»

Mi contro-risponde il lettore:

La ringrazio perché in effetti mi ha fatto riflettere sul fatto che il mio parere era formato e condizionato dalla necessità di denunciare un problema (quello dei fondi alla ricerca), trascurando le implicazioni sui diretti interessati. Mio figlio in effetti a suo tempo “approvò” quella campagna, ma forse perché ha avuto modo di sviluppare, per fortuna, in questi anni una certa autostima e ha elaborato molti aspetti anche sociali di questa malattia. Per questo, forse non si è sentito offeso da quell’immagine dirompente. Ma ammetto che, per altri suoi “compagni di diabete” invece, la reazione è stata contraria. Non tutti vivono questa malattia, come ogni altra condizione problematica, allo stesso modo e con gli stessi condizionamenti e pregiudizi sociali. Quindi credo giusta la sua obiezione: “se un’immagine fa del male anche a una sola persona, quell’immagine non va mostrata”.

Ma più di certe immagini, a volte dirompenti, fanno male i pregiudizi, il silenzio e l’ignoranza su questa malattia (che è ormai una vera epidemia). Ignoranza che non si giustifica nell’era di internet (basterebbe andare su qualsiasi motore di ricerca) e che sconfina necessariamente nel pregiudizio e a volte nel ridicolo (ma il diabete è… contagioso?). La ringrazio e la saluto cordialmente.

Lo spot 2011 della Fondazione Italiana Diabete Onlus:

6 risposte a “I bambini-adulti della moda e il diabete infantile: analogie e differenze

  1. A me non sembra corretto equiparare la semantica delle rughe, alla semantica delle posture, la percezione delle prime alla percezione delle seconde. Come se il bambino con la posa da signore, e il bambino con la faccia da signore dicessero la stessa cosa. Il secondo bambino, in specie nella cornice semantica della malattia fisica evoca qualcosa di diverso si traduce in contenuti mentali diversi. Nella percezione dei destinatari, non sono due bambini adultizzati da due circostanze diverse, uno dei due ha i segni della vecchiaia, della morte, e la seconda dice che il secondo bambino diventerà prima vecchio e morirà precocemente, saltando l’infanzia. Nell’ambito di una comunicazione sull’urgenza della ricerca per una malattia non mi pare una furbata assoluta – quand’anche, ma io non lo so rinviasse a un precoce invecchiamento dei tessuti che realmente avviene. Elicita difese più che comprensibili, non direi proprio un non voler vedere, come se quel che si vede fosse cosa da poco.
    Il corpo non è la stessa cosa di come si siede e ciò che indossa.

  2. Non sono diabetica e non ho un figlio tale ma quell’immagine mi è sembrata esagerata e troppo negativa. Sarebbe bello che invece si insegnasse a CONVIVERE con la malattia giocando o comunque in modo educativo, a misura di bambino. Quell’immagine sconvolge bambini già preoccupati a causa di genitori iperprotettivi.

  3. Ho letto lo scambio e condivido i passaggi di entrambi, ma sposto l’attenzione sullo spot nella sua interezza e sostengo una considerazione di Giovanna. Quella campagna non é un buon esempio di comunicazione sociale, piuttosto di una pubblicitá manipolatoria finalizzata al fundraising. Mi scatena rabbia. Non per la maschera, ma perchè sono troppo coinvolto nella realtà del diabete per accettare che chiedano sostegno con la promessa di una soluzione definitiva attraverso la ricerca. La ricerca ha migliorato incredibilmente la qualità di vita del diabetico, attraverso strumenti ed ausili costosissimi che gli permettono di vivere una vita normale, priva di segni fisici esteriori e di invecchiamento precoce (l’immagine della maschera infatti poteva essere vera qualche decennio fa, oggi è una menzogna). Ma adesso che abbiamo ottenuto la gallina dalle uova d’oro troveremo una cura che le permetta di deporre uova normali? Non me lo aspetto dalla ricerca.

  4. Che orrore. Inclassificabile. Di una violenza inaudita. Ribadisco quello che ho scritto nel precedente post: fatevi curare.

  5. Non sarà Renzi quello della foto?
    Ermanno Tarozzi

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