La prima recensione non si scorda mai. E nemmeno la seconda

Cover di Stasera mi butto

Stasera mi butto è il mio primo esperimento narrativo, perciò la prima recensione positiva mi ha fatto più effetto – gioia, incredulità, vergogna, paure varie – di quelle che ho ricevuto per la saggistica. C’è sempre una prima volta, si sa. A onor del vero, anche la seconda recensione mi ha mandata in KO. Allora: la prima è di Till Neuburg, che l’ha fatta circolare su alcune mailing list, e la puoi leggere qui di seguito; la seconda è di Luisa Carrada, e la trovi sul suo blog. Grazie Till, grazie Luisa.😀

Ho appena finito di leggere il primo romanzo di Giò – vezzeggiativo concesso ai complici di una docente dell’Università di Bologna che sul significato delle parole non scherza neanche un po’. Ci scherza talmente poco che ogni giorno, sul suo blog, mette un lapillo bollente nelle scarpe dei politici, dei giornalisti, dei pubblicitari, di chiunque abbia un rapporto irrisolto con gli sms e i paroloni, con i giri e rigiri dei modi di dire e del non dire, con i lemmi e stratagemmi di chi ci rincoglionisce dalla tv, con i linguaggi e le malelingue di chiunque ce la mette tutta a disturbarci, ovunque e comunque.

Se una studiosa di semiotica (che s’era laureata con il collega-romanziere più letto e tradotto dell’Italia moderna), si butta nelle acque sempre più rimosse della nostra scheletrica narrativa, viene spontaneo domandarsi: “Ma chi gliel’ha fatto fare?” A me è venuta subito una sola risposta: gliel’ha fatto fare la passione per la lingua. La lingua batte dove la mente vuole, soprattutto quando il cervello si dilata, come la carne che cresce… e che notoriamente non sta mai ferma.

Il titolo di quelle 308 pagine è linkato a varie cose: a una canzone e un B-movie italiano del 1967, a una voglia di darsi da fare con l’altro (o il proprio) sesso, a un tentativo di farla finita con il solito tramtram che non si chiama più desiderio ma routine, ai buttadentro che tutti coviamo dentro, a un salto scientificamente calcolato e paracadutato da un’altezza di almeno ottanta metri.

“Stasera mi butto” di Giovanna Cosenza non la butta per nulla sull’inconsueto, sul trendy, sull’essere fico, sul famolo strano. Fa esattamente, razionalmente, il contrario: esaspera a tal punto la normalità, che dopo dieci pagine ti domandi: …e mo’? Ma dopo altre venti/trenta pagine, minuti, domande… questa normalità si rivela per essere uno stilema, una firma, un linguaggio. Micidiale.

Cominciamo col dire che nel romanzo s’incrociano le vite di alcune italiane e italiani che in qualche centinaio di modi, conosciamo già… tutte e tutti persone come te, me, lei, lui, loro. Individui, tipe, cittadini, tizi. Persone che vivono, fanno, immaginano, subiscono alcune delle solite e insolite cose che non finiscono nei reality, nelle tesi di laurea, nelle indagini a campione, nelle interviste, nelle statistiche, nelle ricerche. Le varie trame random (che in realtà poi si annodano da formare un treccione), non si svolgono in posti inconsueti, spiazzanti, oscuri, modaioli. La location di tutto non è per nulla virtuale, fantasy, un chissaddove. Ma no, è “solo” Bologna… che quasi quasi puoi riconoscere in ogni portico, bar, senso unico, portone, tavolino raccontati… anche se l’autrice quei dettagli non li nomina quasi mai.

C’è in questo romanzo una normalità che ti mette sottosopra. Soprassalti e incontri, locali pubblici e stanze, automobili e ospedali, lettoni e telefonini, scarabocchi e blog. Non ci sono buoni, meno buoni, vittime, cattivi, coglioni. Contravvenendo allegramente alla penultima moda, il libro è l’opposto del solito noir (parola non a caso intraducibile in italiano, non solo perché è un francesismo regalato agli americani, ma prima ancora perché i nostri assassini e amanti raccontati nell’idioma di Calvino e Mike Bongiorno, non assomigliano mai ai vari Mitchum, Stanwyck, Nicholson o Lana Turner… ma a Bruno Vespa, alla Palombelli, a Sandro Bondi).

Poi, nel libro incocci in un’altra inconsuetudine: appena inizi a leggere, da subito sei buttato in mezzo a un arbitrio narrativo, in un point of view continuamente cangiante, diretto da una regia a tante mani. La prima e la terza persona degli attori, fuoresce e rientra di continuo dal plot, tra loro, l’autrice e noi lettori. È un meccanismo palesemente voluto e spiazzante. Pazzesco.

A questo punto devo dirla tutta: oltre a essere un romanzo, il libro è un inatteso e prezioso upgrade dei nostri tesori lessicali. Non so come l’autrice sia arrivata a una tale fedeltà, completezza, autenticità, nell’uso coerente, sempre pazzescamente vero, banale e insistito, di parole, frasi, esclamazioni, locuzioni, che appartengono ai gruppi sociali, professionali, generazionali e sessuali, dei quali questo cast non recita, ma rivive (incarna, in tutti i sensi) le parti che la soggettista-sceneggiatrice-regista gli ha individualmente assegnato. Quando, per esempio, l’interprete più giovane, la bambina Sofia, pensa-scrive-parla-disegna (a volte anche per varie pagine di seguito) il suo mondo, ti aspetti sempre che, prima o poi, l’autrice debba inevitabilmente inciampare in qualche insistenza, qualche parola di troppo, qualche manierismo, qualche tono fuori posto… e invece no. Non succede mai.

Se l’equazione parlare-sentire-scrivere-capire-vivere ha ancora qualche senso, questo romanzo è un dizionario dell’Italia, più o meno attuale. Tutte le frasi scritte (o messe in bocca agli attori) sono nel loro insieme, uno script attento, fedele, bello, qualche volta anche triste – per un film, un documovie sul Made in Italy – inteso come vita fatta, sfatta e rifatta, in casa.

Ho detto film, anche perché, non a caso, ogni capitolo, ogni situazione, è collegata a un soundtrack, a un song, a un brano, che gli attori ricordano, ripensano, vivono in diretta. Mentre noi lurkiamo e origliamo.

Con me, Giovanna Cosenza è riuscita a strapparmi dalla comoda platea riservato ai lettori-spettatori. Perciò su quel palco ci sono salito anch’io, mi veniva spontaneo partecipare. Far parte di quel cast, più o meno vecchio e giovane, disilluso e speranzoso, abbottonato e generoso, era diventato la cosa più naturale del mondo. Del mondo di Giò, ça va sans dire. Till

4 risposte a “La prima recensione non si scorda mai. E nemmeno la seconda

  1. ammappa che bella recensione! complimenti davvero. sei già sul mio tablet e ti leggerò in vacanza. clap clap!

  2. Ieri Ingrid da una libreria romana, dove lo aveva ordinato, mi ha portato “Stasera Mi Butto”.
    Domani andremo a Mitilene, è l’isola dove è nata Saffo e dove è nata la poesia lirica. Il turismo di massa, che è contenuto, non l’ha involgarita e l’isola conserva un suo fascino evocativo e un’armonia antica.
    Sarò in tua compagnia attraverso la tua narrazione e questo mi fa star bene al solo pensarci.
    Mi è piaciuta molto la semplicità delle tue parole per le due recensioni. Mi è piaciuto il sentimento che le sottende e sono contento che già si profila il successo che meriti

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