«Perpetuare stereotipi di genere è una forma di violenza»

L'immagine e il potere

È questa una delle tesi centrali dell’intervento che Massimo Guastini, presidente dell’Adci, ha fatto il 15 luglio alla Camera del Lavoro di Milano sul tema della pubblicità sessista. Una posizione forte, che sposta il focus da una banalizzazione che ho sentito spesso ripetere negli ultimi mesi, secondo la quale la pubblicità sessista contribuirebbe a “determinare” la violenza sulle donne (quella fisica, che arriva anche a uccidere) a un tentativo di ripensare l’idea stessa di violenza. «Cosa possiamo definire violenza e cosa no? – si chiede Guastini – Trovo retoricamente disonesto circoscrivere  la violenza solo all’atto più efferato, l’omicidio». E prosegue:

Esiste una relazione diretta tra la violenza sulle donne e il modo in cui i media (e la pubblicità) la raccontano e la rappresentano? Per rispondere tutta la verità, nient’altro che la verità, dobbiamo mettere a fuoco un altro aspetto fondamentale: cosa si intende con il termine violenza. 33 [i numeri si riferiscono alle slide di PowerPoint proiettate durante la conferenza, che trovi più sotto] È violenza arrecare un danno fisico o psichico a un altro individuo. 34 È violenza anche ostacolare il pieno sviluppo della persona, permettendo il consolidarsi e il perpetuarsi di quegli stereotipi che imprigionano le donne in ruoli di genere limitati e limitanti. E da questo punto di vista i colpevoli abbondano. 36 La televisione e un po’ tutto il sistema dei media italiani, pubblicità compresa, hanno di fatto perpetuato due soli “ruoli gabbia” per le donne, negli ultimi trent’anni [madri o amanti]. E questo proprio mentre le conquiste avviate dal movimento femminista degli anni settanta portavano gradualmente le donne a laurearsi più e meglio degli uomini.

Perpetuare stereotipi è una grave forma di violenza per quanto sia meno immediatamente evidente perché gli stereotipi condizionano gli esseri umani per tutta la vita, limitandone la realizzazione e la libertà di scelta. […]

47 La questione non è vietare la gnocca. 48 La questione è rispettare la nostra Costituzione.

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

49 Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

50 La questione non è negare il corpo degli esseri umani ma smettere di negare alle donne il diritto di essere raccontate e rappresentate come, appunto, esseri umani e non solo polpa esposta. 51 Il sistema dei media deve immediatamente cessare di rappresentare e narrare le donne in un modo che ne imprigioni la reputazione (madri o amanti). Dobbiamo immediatamente promuovere condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro per tutte le  donne. (Puoi leggere QUI il testo completo.)

Ecco le slide che completano il discorso di Massimo Guastini:

25 risposte a “«Perpetuare stereotipi di genere è una forma di violenza»

  1. le donne possono essere e sono anche madri e amanti (come gli uomini sono anche padri e amanti).raccontare questa realtà (che esiste) non è sminuente di per sè nè vuol dire negare l’umanità di una persona (genitori e amanti sono esseri umani). Detto questo, nella pubblicità commerciale italiana c’è un problema indubbiamente

  2. Per paradossale che sia credo che una analoga oggettificazione del corpo maschile abbia il potere di sensibilizzare i “fruitori” più di qualunque argomentazione. Se il maschio provasse “sulla sua pelle” quello che prova la donna tutti i giorni allora capirebbe e si sensibilizzerebbe allo stesso modo. In altre parole, se spogliassimo i maschi come spogliamo le donne alla fine avremo l’unanimità nel rivestirli tutti.

  3. È inutile girarci intorno, dice benissimo Massimo Guastini -ed era ora- (slide 67): Qualunque idiota è in grado di realizzare queste campagne pubblicitarie. Che poi si tratti di creativi sedicenti, costretti a fumarsi il cervello al soldo di imprenditori e ciarlatani che in altra epoca farebbero gli imbonitori da fiera del bestiame, è marginale. Invece di additare la cultura del popolino quale vogliosa audience di questi -così ben documentati- beceri insulti alle persone prima che alle donne (e agli uomini) che proprio non si riconoscono in questo drive-in alla ricci, cominciamo col dire che i pubblicitari e le imprese, comprese le multinazionali che, per lo stesso prodotto in altri Paesi sviluppano ben diverse strategie, sono i primi responsabili e che hanno ben poco da giocare a rimpiattino nascondendosi e accusandosi reciprocamente. Gli esempi, di certo non esaustivi, ma che così riuniti danno il senso della decadenza dell’impero itlaiota, costituiscono di fatto un imbarbarimento della Marca, uno sgretolamento di valori positivi, se mai queste marche ne hanno avuti. Ma davvero: peggio di così cosa si può fare?
    Se poi consideriamo che fra uno spot e l’altro, fra un annuncio e l’altro, si collocano programmi spazzatura, settimanali di pornopettegolezzo, quotidiani neppure buoni per avvolgervi il pesce marcio o fare da base alla lettiera del gatto, abbiamo un quadro, edulcorato, dello stato dell’arte.
    La strategia di costruzione dei propri spettatori, adulatori, elettori, pare proprio abbia funzionato alla grande.

  4. Pingback: agli incroci dei venti

  5. Spronato, inconsapevolmente, da Giovanna e dall’amico/collega Massimo Guastini, oggi mi tolgo finalmente un macigno dalla scarpa.
    Il masso dolente ha un nome: Fellini.
    Nel punto 51 dell’intervento del presidente dell’Art Directors Club Italiano, si legge: “Il sistema dei media deve immediatamente cessare di rappresentare e narrare le donne in un modo che ne imprigioni la reputazione (madri o amanti)”.
    Infatti, è proprio di madri o amanti italiane che voglio parlare.
    Ancora prima che io arrivassi in Italia, Fellini aveva già diretto otto film. Il mio primo impatto con l’Italia maschilista del dopoguerra, lo vissi nella sala essay zurighese “Studio Nord-Süd” fondato e diretto dalla scultrice ribelle Anna Indermaur (amica di Le Corbusier, Jean Renoir, Max Bill) dove si proiettava da settimane “I vitelloni”. In quel film scoprii una nuova ed esotica sintassi familista, sessista e adolescenziale dove le donne erano sempre e solo dei complementi oggetto: mamme, sorelle, fidanzate, ballerine, amanti. Tutte a sognare, sperare, consolare, frignare. Sebbene in quell’oratorio gli uomini fossero tutti deboli, velleitari o coglioni, i vari Moraldo, Alberto, Fausto, Leopoldo, Riccardo di quella trama, dominavano in modo totale il plot.
    E questo succedeva in un periodo, e in paese, dove s’erano appena visti “Bellissima”, “Roma ore 11”, “Umberto D.”, “Processo alla città”, “Il cammino della speranza”, “Achtung! Banditi!”
    Quel suo piccolo mondo di maschi egoisti, chiacchieroni ed mammisti, l’avremmo poi visto e rivisto esaltare, in tutti i suoi futuri film. Per contro, tutte le sue donne da “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”, “8 1/2”, “Giulietta degli spiriti”, “Roma”, “Amarcord”, “Il Casanova”, “La città delle donne” fino a “Ginger e Fred”, non sarebbero mai state essere umani che lottano, scelgono, decidono qualsiasi cosa, e men che meno la propria sorte. Sono appunto, sempre e solo “mamme o amanti”. Se Flaiano gli avesse proposto di raccontare, che so, la vita di Anna Kuliscioff, Tina Modotti, Eleonora Duse, semplicemente il regista riminese non avrebbe capito che cacchio c’è da racconta’.
    Dell’Italia maschile che conosceva e amava lui, in sostanza ci ha lasciato un album buonista dei nostri peggiori lati B: gli italiani sono opportunisti, sognatori, imbroglioni, donnaioli, ruffiani, preti, … ma tutti quanti, in mille modi, amici suoi. Invece le sue mamme, amanti donnacce e donnine, sono sempre avvolte dal misteriosismo biologico, religioso, erotico. Le “sue” donne non sono mai compagne, partner, complici, colleghe, oppure individui che si divertono, lavorano, vivono senza uomini, indipendenti, contro… ma sempre e solo oggetti del desiderio de’ noantri maschi tagliani.
    La sua totale incomprensione e lontananza di 3.500.000.000 di esseri umani è racchiusa perfettamente (in modo simbolico, poetico, metaforico?… che palle), nell’ultima scena del film per il quale sia i sinistri che i cattobuonisti l’hanno da tempo fatto santo: “La dolce vita”. All’alba, dopo una festa, Mastroianni assiste incredulo allo spiaggiamento di una gigantesca manta. Ad un tratto, da oltre una lingua di mare, lo chiama una ragazzina che, tempo prima, aveva conosciuto casualmente in una trattoria. A gesti e urla lei lo esorta a raggiungerla ma lui, causa il rumore della mareggiata, le fa capire che non riesce a sentirla. E così, per suggellare in modo appunto “felliniano” l’incolmabile e misteriosa incomprensione tra donna e uomo, lui si allontana mestamente mentre lei, con un sorriso luminoso e materno, lo accompagna dolcemente verso il sole sorgente dell’avvenir. Fine.
    Vien voglia di chiedere aiuto a Paolo Villaggio quando salì sul palco di quel cineforum che tutti ricordiamo con infinità cattiveria e solidarietà.

  6. Till se a te non piacciono i film di Fellini e li consideri “cagate pazzesche” sono gusti tuoi e va bene ma permettimi di osservare che un artista racconta ciò che conosce meglio secondo la sua sensibilità..se Fellini si trovava più a suo agio raccontando personaggi maschili e storie “maschili” (che non equivale a maschiliste o sessiste) ha fatto bene a raccontarle, non c’è nulla di peggio di un narratore che si mette in testa di raccontare storie e personaggi che palesemente non sono nelle sue corde e sui quali non ha nulla da dire.
    Il punto è: esisteva (e in parte esiste ancora) quell’Italia familista, maschilista, bigotta, esistevano (e forse esistono tutt’ora) quegli uomini italiani coglioni, velleitari, deboli ed esistevano quelle donne che Fellini ha raccontato nel suo stile onirico e surreale? E’ riuscito Fellini a dire ciò che voleva in maniera efficace filtrandolo con la sua sensibilità? Se la risposta è sì allora è giusto che siano stati raccontati.
    Faccio notare oltretutto che anche le madri e le amanti sono persone che ovviamente esistono nella realtà e che possono lottare, scegliere e decidere.
    Una cosa sul Villaggio del Secondo tragico Fantozzi (“La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”) che viene continuamente citato a sproposito: il bersaglio polemico non era il cinema d’autore, ma era un certo modo di “imporlo” alla gente comune dall’alto in basso come fa il direttore fanatico cinefilo che obbliga i dipendenti ad assistere alle proiezioni non certo per far conoscere loro il grande cinema e condividere la cultura ma solo per elevare se stesso ed umiliare chi ritiene “inferiore” solo perchè non ha i suoi gusti raffinati

  7. E ne La dolce vita non c’è nessun “sole sorgente dell’avvenir”, è un finale triste, amaro, pessimista

  8. e lui non “sente” la ragazzina e non la raggiunge non perchè sia una donna ma semplicemente perchè Paola appartiene (non certo perchè è femmina) a un mondo totalmente diverso da quello mondano e vacuo in cui Marcello è immerso. La smetto

  9. Till mio marito non riesce più a vedere la dolce vita, per questi stessi tuoi motivi. Proprio poche sere fa in una discussione con un amico comune citava i passaggi in cui un certo semplicemente banale sessismo gli risultava insopportabile per la sua sensibilità attuale – anche la famosa scena di lui che cavalca lei. Però è un po’ come incazzasse con Aristotele, con Freud etc. c’è un diritto alla storicizzazione. Il problema mi dirai sono quelli che lo vedono sempre attualle, e lo citano strumentalizzando l’estetica ma giustificando la prospettiva discriminatoria.

  10. Ah, le Alpi! Costituiscono davvero un confine. Visto dall’altro lato del Bianco e con gli occhi di Till questo Fellini mi appare più reale di quello conservato nella teca della grande critica nazionale come padre Pio. Anche se penso che forse Fellini abbia cercato di rappresentare i suoi fantasmi irrisolti, per liberarsene, dato che nella vita reale mica ha sposato la tabaccaia di Amarcord (l’unico film di cui apprezzo alcuni spezzoni) ma quello scricciolo di Giulietta Masina, di cui ricordo la voce e la dizione perfetta.
    E ho anche dei dubbi sul fatto che il Grande Cinema Colto Felliniano abbia potuto influenzare certi pubblicitari nostrani: questi si sono formati su “Quel gran pezzo dell’Ubalda…”

  11. Non so se il perpetuare stereotipi di genere, in se, come atto comunicativo, si possa definire una violenza, ma sul fatto che ci sia una stretta relazione tra il perpetuarsi di tali stereotipi e la violenza stessa, non ho dubbi.

  12. Guydebord, oltre all’Ubalda, mettici pure anche i telefoni bianchi e il pulcino nero cioè le spalline, la veletta, le perle della Signora Padrona e il buffismo-buonismo del maschietto che gioca al dottore con mammà.

    Il mito di Fellini è nato negli oratori, nelle ACLI, sugli zerbini rossi e nei Quaderni Piacentini, ma poi il suo provincialismo buonista-virilista l’ha catapultato anche negli studios e le redazioni più trendy di Hollywood e New York. All’epoca non c’era un solo undergroundista o flop model americana che non delirasse per il georgeoaomani, gli spagheddi e Felini.

    Cosa il maestro ha poi combinato nel nostro reame-bailame della réclame, è gelosamente conservato nel cimitero del più monumentale kitsch:

    Barilla (1985)

    Campari (1986)

    Banca di Roma (1992)

    Sono tre esempi di soggetto, recitazione, dialoghi e regia che nemmeno i peggiori Vanzina, Pingitore, Parenti o Jacopetti sarebbero stati capaci di combinare. Anche lì, le sue donne sono al massimo dei pezzi di fabbisogno-scema fatte di tette, culi e polistirolo.

    Eppure, caralamiasignora, sono sicuro che il guitto riminese piace un casino ad almeno un terzo delle donne italiane – esattamente come è successo con il Cavaliere a Dondolo, il Gabbibbo, Renato Zero e il Papa Buono.

  13. Grazie, grazie Till Neuburg, stepitoso! Magnifico, eccellente, belliiiissssimo! Verissimo, tatta-ratta-ta-ta-ta !!! 🙂 o piangere?

  14. “È violenza anche ostacolare il pieno sviluppo della persona.” Filosoficamente vero e non è la prima volta che questo concetto viene espresso in filosofia ed è anche stato coniugato in molte forme, da quelle economiche a quelle teologiche. Il problema è passare dalla teoria alla pratica, perché ci scontra con la libertà delle persone, anche la libertà di non evolversi, e con la complessità della società.

    Be’, da qualche parte bisogna pur cominciare e la pubblicità potrebbe essere un veicolo potente per evolversi. Il problema è convincere i produttori di beni e servizi che una pubblicitià evoluta porta soldi e affari. Bisognerebbe fare pubblicità alla pubblicità evoluta.🙂 E’ possibile? Sarà possibile?

    Per quanto riguarda Fellini, sono basito. Si taccia l’artista di colpe che non può avere; Fellini avrebbe potuto essere un “progressista” ante litteram, ma il non è questo il compito dell’artista. Il suo compito è raccontare quello che vede e che sente e raccontarlo bene. Se oggi a molti Fellini provoca scandalo, significa che i suoi racconti sono efficaci. Poi il messaggio può interessare o meno, ma questo è un’altra storia.

  15. Se, come sostiene “ilcomizietto”, il compito dell’artista è “raccontare quello che vede e che sente e raccontarlo bene”, allora Antonio Ricci, i Vanzina e Renato Zero non sarebbero solo degli artisti, ma addirittura dei nouveau philosophes. Eppure, sebbene io legga e conviva con grande attenzione e complicità i “racconti” di Corrado Guzzanti, Michele Serra e Altan, non me la sentirei di considerarli artisti. Secondo me, gli artisti che oggi raccontano bene quello che vedono e sentono” in giro, si chiamano Matteo Garrone, Fabri Fibra, Toni Servillo, Mario Brunello, Erri De Luca – tutta gente che non cancella dalla (loro) vita civile e partecipativa oltre metà dei cittadini.

    Ai tempi di Fellini, i bravi narratori maschi dell’attualità non mancavano di certo (es.: Luigi Ghirri, Mario Monicelli, Demetrio Stratos, Ugo Mulas, Mario Schifano, Italo Calvino…e tanti tanti tanti altri), ma nessuno di loro ha cacciato e recluso le donne nei bordelli, nei cucinotti, nei pied-à-terre, nei manicomi, nei salotti, sui marciapiedi… nei loro dannatissimi sogni, ossessioni e incubi adolescenziali.

    Anch’io scorgo in qualche film di Fellini momenti di debordante fantasia, originalità e poesia, ma quando queste risorse escludono in modo preconcetto e totale, oltre metà degli umani, mi scappa uno spernacchio di portata poco chic e trendy, ma maestosamente napoletana.

  16. @tillneuburg
    da artisti a nuovi filosofi c’è una certa distanza, anche se, volenti o nolenti, loro una qualche influenza sul nostro immaginario ce l’hanno.
    Comunque mi piacerebbe sapere che ne pensi di Omero, Dante, Manzoni e altri artisti pre femminismo. Ma penso saremmo molto OT. E pensare che a me Fellini manco piace…🙂

  17. Till, quindi Fabri Fibra racconta le donne meglio di Fellini? è una opinione interessante viste certe polemiche recenti che sicuramente chi frequenta questo blog ricorderà. A me sembrano artisti completamente diversi che appartengono ad epoche divese, Italie diverse e parlano un linguaggio diverso..imparagonabili
    Però qualcuno mi deve spiegare se le donne descritte da Fellini erano credibili o no, plausibili o no, coerenti con il tipo di storia e le atmosfere che si intendeva evocare o no? Possono o potevano esistere all’epoca persone come quelle o no? Se la risposta è sì, liquidare Fellini come “maschilista” e sputarci sopra mi sembra discutibile…il che non vuol dire che fosse “femminista”, attenzione! Magari mi sbaglio ma le etichette ideologico-morali sugli artisti, sui narratori (che siano etichette “positive” o “negative”) mi lasciano perplesso quasi sempre

  18. Questa deriva critica su Fellini è aberrante sul piano etico e intellettivo. Non è questione di gusti personali o giudizi soggettivi. E’ un problema di metodo critico-analitico, di ignoranza abissale e ostinazione paranoico-giustizialista. Faccio un solo esempio (ma vale per tutti i film citati e no): Giulietta degli Spiriti descrive un processo di liberazione dalla cultura cattolico-reazionaria castrante da parte di una donna: per dirla alla Jung viene descritto un processo di #individuazione#. E ovviamente questo non è per nulla metaforizzato o allegorizzato, anzi è bello in chiaro. Se non avete compreso significa che siete totalmente incapaci di leggere un film. Quindi fareste bene a tacere. Non facendolo vi consegnate alla storia del web per la vostra ottusa ignoranza. E io diffido nella maniera più assoluta di chi della propria ignoranza fa arma di lotta ideologica poiché aizza le masse all’odio generalizzato e spesso ingiustificato. “Peccato per questo blog” (cit.)

  19. In tutti i blog e mailing list ho sempre evitato di innescare dei prolungati ping pong, più o meno personali. Ho paura di annoiare. A un certo punto mi zittisco, anche perché non sono mai convinto “di avere ragione”.
    In questo caso è semplicemente successo che una mia forte idiosincrasia per un mito che ritengo esagerato/immeritato, mi ha appesantito la mano. So anch’io che Fellini non è un registuccolo da quattro soldi, ma nella mia mente il suo nome si collega inevitabilmente a due fatti profondamente irritanti:
    1) Le sue (e, ovviamente, non solo le sue) donne italiane, sono sempre e solo complementari a un mondo esclusivamente maschile, per non dire maschilista. Lo so che gran parte del cinema mondiale è improntato a questa aberrazione (basta citare il western, il poliziesco, i film di guerra) ma, con rarissime eccezioni, i registi che hanno realizzato quei film, non vengono contrabbandati per innovatori, visionari, poeti. Cosa che invece, in modo acritico, mitizzante, incondizionato, succede sempre e ovunque, con “il cinema” di Fellini.
    2) Mi ha sempre dato fastidio chi inneggia di default a un vero o presunto genio – soprattutto quando l’etichetta è coniata e appiccicata da modaioli, opinionisti, trendisti, preti neri, bianchi e rossi, gazzettari vip. Che Fellini non fosse un Hawks, Ford, De Sica, Wilder, Welles, Kurosawa, Kubrick, Kitano, Scorsese, Malick italiano, era chiaro anche a chi era cresciuto con Lassie, Bambi e le ombre cinesi. Ma la sua “vena poetica” è troppo seducente per chi adora i peccati, la cattiva coscienza, il perdono, gli Avemaria, il paradiso di una scollatura. Che Fellini non amasse ma, in cuor suo, disprezzasse chiunque non fosse funzionale ai suoi sogni da eterno teenager cattosessista, è dimostrato da come faceva “recitare” gran parte delle sue tettute, dei suoi popolani, dei suoi mostri. Li faceva contare “uno due tre quattro cinque….” – tanto col doppiaggio avrebbe poi messo a posto qualsiasi balbettio di chi non sapeva recitare – ma era bellamente grasso, brutto, volgare, ossigenato oppure aristocratico, diafano, nordico, austero, snob.
    Chiudo, tornando alla frase di Massimo Guastini che aveva originato il mio trip. “Il sistema dei media deve immediatamente cessare di rappresentare e narrare le donne in un modo che ne imprigioni la reputazione (madri o amanti).”
    Ecco, vorrei tanto che, nonostante l’imprinting delle Madonne cattoliche e della Madonna pop, delle conigliette televisive e di Fellini, noi pubblicitari imparassimo finalmente a parlare non DELLE donne, ma CON le donne – in modo semplice, civile, normale. Tutto qui.

  20. Qua però c’è un grosso problema, ovvero che Massimo Guastini non dimostra affatto che ci sia una correlazione diretta fra immagini e violenza, ma cita il Global gender gap a conferma di una tesi non dimostrata. Così come dire che perpetuare uno stereotipo sia una forma di violenza ( e che lo sia lo stereotipo stesso, senza peraltro dimostrare quando e come una narrazione si trasforma o veicola uno stereotipo ). In questo modo qualsiasi testo può essere violento. La pubblicità stessa e di conseguenza l’arte tutta sono forme di violenza perché in ogni caso condizionano la vita e i pensieri delle persone. Il punto 51 afferma che il sistema dei media “deve” cessare, senza specificare come si arriva a stabilire cosa imprigioni o meno la reputazione delle donne, ma diciamo dell’umanità tutta e anche di tutte le specie viventi. Ammesso che sia possibile.

  21. No till pure sul tuo giudizio sbrigativo sul cinema poliziesco, western e di guerra non sono tanto d’accodo ma siamo già fin troppo OT..mi limito a dire che raccontare storie “maschili” (qualunque cosa si intenda) non equivale a “storie maschiliste” nè vuol dire avere personaggi femminili caratterizzati in maniera non convincente o privi di spessore.
    Vabbè, che Fellini non ti piaceva giuo che l’avevamo capito..mi pare che le rispettive posizini siano chiare, la parentesi si può chiudere

  22. stereotipo numero uno da abbattere: “Violenza è maschio”.
    Tutti gli altri, vengono a cascata.
    Ammesso che combattere gli stereotipi serva a qualcosa, questo sarebbe il primo da abbattere, se davvero combattere la violenza ci stesse a cuore. Ma si ha spesso la sensazione che le “agende” siano altre, in realtà.

  23. La dignità della persona, o è un diritto di nascita, o non è in alcun modo possibile costruirla a partire da una condizione indegna.
    Credo che questa storia della tutela delle donne nella pubblicità, nasconda in realtà un intenzione sessuofobica che mira a reprimere la libertà sessuale sia degli uomini che delle donne, se si arrivasse a censurare l’immagine della donna nelle pubblicità, si potrebbe poi estendere questa censura a qualsiasi rappresentazione della sessualità umana che comprenda l’immagine della donna nella sua peculiare capacità di attrarre nella seduzione. Così rimarrebbe soltanto la rappresentazione della violenza che a quanto pare non desta nessuna preoccupazione e viene considerata normale. Qui si vuol tutelare l’immagine delle donne per non doversi preoccupare di tutelare le donne vere e proprie.
    Il ritorno all’innocenza della monosessualità.
    http://gabrielemanfre.wordpress.com/2013/07/28/il-ritorno-allinnocenza-della-monosessualita/

  24. ma non vanno censurate neanche le rappresentazioni della violenza se è per questo.

  25. d’accordo con till. anche a me fellini fa cagare. E arrivata l’ora di storicizzare anche lui. Se Carducci è stato ridimensionato al ribasso…ma perchè non fellini? Anche la democrazia ateniese è stata rivista al ribasso, adesso viene identificata come “democrazia schiavista” visto che escludeva dall’amministrazione donne, schiavi e stranieri. Dare un nome alle cose.

    Io cmq non credo alla lotta dei genere, ma a quella generazionale. E questo paese ha bisogno di una svecchiata.

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