Un ricordo di Margherita Hack

Margherita Hack

Lo so: è passato quasi un mese dalla sua scomparsa e certe cose bisognerebbe pubblicarle all’istante. Per ottenere visite, commenti eccetera. Come se un mese, due o sei, come se un anno dopo non valesse più la pena di ricordare una persona. Ma il bello dei ricordi non dovrebbe stare proprio nel fatto che il loro tempo non finisce? Perciò ecco: un ricordo di Till Neuburg su Margherita Hack.

Chi aveva voglia di leggere, informarsi, capire… della Hack sa, e sapeva, già tutto. Almeno quel tutto che persone che vivono al di fuori dal mondo scientifico potevano capire:

  • la semplicità, la modestia, la chiarezza,

  • l’impegno ovvio e naturale a favore della divulgazione,

  • il costante rifiuto della prepotenza, dell’ingiustizia, della volgarità.

Chi desidera colmare qualche lacuna su quella bellissima italiana (bella veramente, in tutti i sensi), non può tirarsi indietro. Ci sono tutti i suoi libri, moltissime sue parole, sguardi e sorrisi, – su YouTube.

Non crediate però che Margherita Hack fosse avversata solo dai soliti pigmei (quelli amati ed eletti da quel terzo di italiani che sono da sempre collusi con l’opportunismo e i malaffari). Anche nei suoi campi d’azione (la scienza, la cultura, la sinistra), aveva i suoi bei detrattori. Tre anni fa ero invitato a una cena a casa di un eminente personaggio dell’astrofisica. Beh, quando il discorso cadeva sulla Hack, ne parlava in modo più che distaccato lasciando intendere che era al massimo una simpatica chiacchierona che per la scienza aveva combinato poco. Oggi, ovviamente e pubblicamente, parla di “una grandissima perdita…” ecc., ecc., ecc. Cose simili le avevo sentite anche in un posto dalle mie parti dove la Hack aveva passato dieci bruttissimi anni (il suo diretto superiore era un burosauro invidioso e ostile). Aggiungiamo pure che nell’area che imperterrita continua ad autonominarsi progressista, le sue idee politiche non godevano di un’amplificazione molto decisa.

Il più grande torto di quella donna fu di essere stata, sempre e dovunque, dalla parte di chi non vuole subire. Aveva combattuto, prima ancora che con le parole, con i fatti, a favore dei giovani, delle donne, degli animali. Era stata e rimasta vegetariana sin dall’infanzia. Fino a poco tempo fa, amava muoversi in bici. Anche dopo decenni vissuti lontani dalla sua Toscana, la sua parlata era sempre rimasta quella originale: pungente, ironica, fiorentina.

Era presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Eppure aveva accettato di discutere pubblicamente con cattolici militanti (lo scienziato Antonino Zichichi, il teologo Vito Mancuso, il vescovo di Verona Giuseppe Zenti). Era serena persino nei confronti di chi crede negli extraterrestri; secondo lei, per un semplice calcolo delle probabilità, è più che verosimile che nell’universo esistano altri esseri intelligenti.

Però ce l’aveva in modo tosto con gli astrologi e la Chiesa cattolica (se posso spingermi a tanto, forse è l’unico argomento sul quale avrei potuto batterla in determinazione e verve). Nel mio libro “Astri e disastri” uscito qualche anno fa, l’avevo citata tante volte. Per ringraziarmi mi scrisse, di suo pugno, una toccante lettera che oggi conservo tra le mie carte più delicate e preziose.

Per lei voglio spendere il mio apprezzamento più alto e più sincero: era un’italiana semplice. Eppure, come lei, in giro ce ne sono tante. Ma è difficile vederle, ascoltarle, leggerle, conoscerle.

Ma io dico, chi cerca trova. Come aveva sempre fatto lei (chi ricerca trova). Till Neuburg

5 risposte a “Un ricordo di Margherita Hack

  1. Grazie per lo stimolo offerto ai partecipanti a “disambiguando” di ricordare Margherita Hack anche in questo breve ritratto, acutamente vero, Mi permetto di aggiungere che Margherita Hack non era tanto una “intellettuale ” quanto, prima di tutto, una persona profondamente “sana di corpo e di mente”, con la quale si scambiavano le “quatro ciacole” triestine (anche se pronunciate in toscano) fra una sua nuotata e l’altra nella piscina pubblica d’acqua di mare di Trieste.
    Angelo

  2. Pensavo proprio a Margherita Hack e alla Montalcini quando ho letto la sua rifelssione sulla ‘Prova Costume’. Margherita Hack è stata per me un’ispirazione quando mi sono iscritta all’Università, e ricordo una zia che mi diceva ”mica diventerai disordinata e sciatta come quella…”. Purtroppo no, non lo sono diventata, con grande mio rammarico.
    Onestamente, non trovo un delitto proporre modelli e canoni estetici, fa parte della nostra natura, almeno credo. Trovo limitante però proporre solo quelli… Non credo sia neanche una questione genere, è semplicemente che la cultura non va di moda, al massimo si confonde con il radical chick. Qual è esattamente la stagione della ”prova cervello”?

  3. Credo che un modo per ricordare Margherita Hack sia dare continuità al suo modo di essere. Cerco di farlo, seppure indegnamente, solo guidato dalla profonda ammirazione, riprendendo il discorso del post precedente, perché credo ci sia continuità.
    So ben poco di semiotica, per questo frequento questo blog, sperando di apprendere qualcosa in più per disambiguare la realtà.
    Un signore lituano-parigino ci ha regalato un potente quadrato, più efficace del più potente dei computer, che ci dice che saper fare implica il poter fare, ma che il dover fare è in contraddizione con ciò che è in potenza e con la volontà personale.
    Quindi il dover fare, riferito alla prova costume così insistentemente sollecitata dai media, è una prevaricazione, un indebito atto di forza psicologica, utile ai mezzi di comunicazione per modellare, per creare i loro destinatari consumatori a loro piacimento. Le donne non condizionate la fanno la prova, ma solo se vogliono.
    Non so se vi è mai capitato di entrare nella redazione di uno di quei periodici “femminili”. Scoprireste scialbe donnette cellulitiche qualunque, nient’affatto somiglianti ai loro sbandierati modelli di riferimento porno-soft, insieme a omuncoli variegati, insomma proprio l’opposto di quanto vanno sostenendo. Perché è questa la realtà dei fatti, contrapposta a quella delle illusioni fotoelaborate.
    Allora, e anche se sono un maschietto coinvolto di striscio nella questione, a quanti/e sollecitano la prova costume, dedico, a nome di Margherita Hack, di Franca Rame e di tante altre poche donne che ammiro, un sonoro beppegrillesco vaffa. Che è fra le poche cose intelligenti e simpatiche dette dal succitato.

  4. Confesso di non riuscire a capire bene, credo per mia mancanza di appropriate conoscenze tecniche, il commento di Gyudeborg, chissà se vorrà spiegare in modo più chiaro anche per me(certamente più digiuno di semiotica rispetto a lui). .
    Torno comunque volentieri sull’argomento Margherita Hack , con una riflessione tanto semplice da risultare banale, ma purtuttavia vera: strano paese il nostro, che produce persone impegnate in politica ad un livello intellettuale e morale difficilmente raggiunto in altri paesi europei (Margherita Hack ne è un esempio, fra gli attuali come Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà, dopo Ernesto Rossi, Guido Calamandrei , e gli estensori della Costituzione italiana) ed al tempo stesso “politici” che basano uniformemente le loro decisioni sul più banale rendiconto a breve o brevissimo. termine, oltre che sul loro generale crasso ignorante disprezzo .di valori italiani autentici.

  5. @ Angelo Marzollo.
    Ho letto solo ora la richiesta di chiarimenti. Vediamo se ho capito quel poco da riuscire a spiegarlo: Greimas ha elaborato uno schema secondo il quale la capacità di attualizzare, ad esempio il “saper fare”, implica la possibilità di “poter fare”: nel nostro caso effettuare o meno la prova costume. Per poter fare è necessario un atto volontario. Volontà che appartiene in toto a noi singol* intenzionati a bagnarci in costume e, eventualmente, a esprimere un giudizio sulla nostra performatività estetica, non ad altri. La pretesa della marca o del periodico che ci sollecita a “dover fare” la prova costume costituisce una contraddizione e una ingerenza, un atto autoritario privo di alcuna giustificazione sia morale sia logica. Per questo disambiguare la comunicazione e smontarne i meccanismi elementari può servire a comprendere meglio la società è i poteri leciti e illeciti che vengono messi in essere.
    Dato che c’è differenza fra il guardare, il guardarsi e l’essere visti c’è anche differenza di liceità fra il giudicarsi e l’essere giudicati. Il rapporto con la mia ciccia è un fatto che tutto mi appartiene e nessuno sguardo ha l’autorità e l’autorevolezza per esprimere un giudizio estetico sul mio corpo. Siamo già condizionati dal dover subire il giudizio illecito, implicito nella richiesta: “Hai già fatto la prova costume?” Verrebbe da rispondere con la stessa educazione: “Ma chissei, chettùvuoi, mafatti i ca…voli tuoi, strunz”.
    Io non ho di questi problemi ma cerco di mettermi nei panni di chi è vittima di questi miserabili attacchi che non sono neppure critica estetica ma miserabile pettegola e becera bottegaggine che, in una società che premiasse realmente i migliori (quelli che hai citano costituiscono un eccellente campionario, che condivido) sarebbe autodissolta, priva di ogni ragion d’essere.

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