Stasera mi butto, dopo una corsa lungo il Marecchia

Durante la presentazione di Stasera mi butto, lunedì sera a Bellaria Igea Marina (ringrazio una volta di più l’amico e collega Marco Bazzocchi per tutto ciò che ha fatto e detto), ho conosciuto una persona che prima mi ha fatto una domanda profonda, non facile, poi ha comprato una copia del libro, infine l’ha letto in una notte (così mi ha scritto) e come ciliegina finale mi ha mandato questa meraviglia. Scrive Paolo:

Ciao Giovanna, dopo una corsa lungo il Marecchia, in cui all’andata c’era la luce del sole e al ritorno quella della prima luna, ho messo a fuoco le impressioni ricevute dalla lettura del tuo romanzo. Ti anticipo che mi è piaciuto molto. Per diverse ragioni.

Per come hai saputo modulare le voci dei personaggi. Per avere colto una nevralgia del contemporaneo: il senso di finitudine e di sfinimento dello stare al mondo, meglio, dell’ardua appartenenza a una comunità. La tua narrazione mi ha fatto venire in mente una bellissima poesia di Erri De Luca, dal titolo “Consiglio”, in cui il consiglio consiste appunto nel fare “come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. Scrivi d’amore senza nominarlo, la perfezione sta nell’evitare. Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia. Il lanciatore di coltelli tocca da lontano, l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo”.

Tu hai fatto proprio così con la tua storia, con le storie incarnate nei tuoi personaggi. Il filo rosso è l’amore. Ma tu hai seguito il consiglio di Erri. Hai fatto come il lanciatore di coltelli. Hai tirato intorno al corpo. Hai ricostruito la maschera attraverso le parole. La seconda pelle umana. Hai scritto d’amore senza nominarlo. Hai toccato da lontano. Sei stata in equilibrio sui bordi. Sui profili. Wilde l’aveva già capito che la profondità si nasconde sulla superficie. Ma ancora più straordinario ho trovato la scelta di servirti dell’allegoria del base jumping. Tutti i tuoi personaggi – metaforicamente – praticano lo stesso sport estremo. E ne rintraccerei l’archetipo in un’immagine sberluccicante che ha aperto e segnato forse il terzo millennio: il crollo delle Torri Gemelle. Se l’immagine che aveva chiuso il secondo millennio è stata la passeggiata sulla Luna (vera o presunta, comunque fissata nell’immaginario collettivo), quella delle Torri Gemelle segna una svolta epocale. Dalla leggerezza di una camminata dopo un interminabile volo in salita, alla gravitante e fulminante precipitazione di due enormi edifici. Sgretolati in una nuvola di fumo. E come ha scritto nella straordinaria poesia Wislawa Szymborska – negli ultimi due versi, su cosa avrebbe potuto trasmettere di quella fotografia dell’11 settembre: “descrivere quel volo / e non aggiungere l’ultima frase”. Si riferiva a chi non ha atteso la morte per crollo esteriore – per giunta nelle fiamme – ma ha scelto quella interiore, del lancio libero nel vuoto. Quei voli mi hanno turbato per molto tempo. E nello stesso tempo mi hanno infuso grande speranza. La capacità di riscattarsi anche in prossimità della morte. Raggiungere veramente la perfezione. Il per-fectus. Il compiuto. Il finito. Il base jumping mi sembra fondere queste due immagini: la camminata nell’antigravitazionalità del suolo lunare e la precipitante gravitazione terrestre delle Torri Gemelle. Una commistione di leggerezza e di morte. Sospesi tra la terra e il cielo. I tuoi personaggi e la tua scrittura sono l’esatta commistione di questi due elementi. Cielo e terra. Pieno e vuoto.

Cover di Stasera mi butto

Ma se l’ascensionalità del volo lunare richiedeva una lunga preparazione, un tempo costante e protratto di realizzazione, nel crollo delle Torri, come nel lancio dalle torri del base jumping, l’adrenalina richiede tempi ridotti al massimo. Come se ci fosse un’analogia stratta con le conquiste tecnologiche. La ricerca del tempo reale. Narciso che si riprende mentre si specchia e – mentre si specchia e si riprende – muore. Come se l’apice della finzionalità si raggiungesse attraverso la ri-presa del reale. Dalla funzione alla finzione. Dall’ascesa alla precipitazione. Due vortici d’amore. D’amore per la vita. D’amore per la morte. Come hai saputo magistralmente proiettare nei tuoi personaggi – tutti in bilico tra le due forze contrarie: il picco di ascensionalità agognando leggerezza – il picco della precipitazione agognando l’emozione estrema dello schianto evitato per un soffio. Come il lanciatore di coltelli che tocca da lontano, e l’errore è di raggiungere il bersaglio. Hai scritto un bestiario umano della nuova specie umana: sapiens impatiens. Sapiente d’impazienza. Che sopporta malvolentieri i tempi dell’attesa. E così la brucia nel fulmine di un gesto. Tu hai raccontato queste ansie d’imperfezione: che altro non è che la vita. La perfezione appartiene solo ai morti. Era un cumulo di imperfezioni, giustamente dice Maikol.

Ti muovo l’unica critica, altrimenti suonerebbe leziosa tutta la mia riflessione. Io avrei finito il romanzo a pagina 301: “Per la prima volta da quando lo conosciamo, finalmente Maikol sorride”. E non sarebbe stato affatto un lieto fine. Nel tuo libro non c’è morale. C’è una preziosa ed estrema laicità. Il popolo che entra nella storia da protagonista. Non i monumenti al centro delle piazze, ma le fontane sgocciolanti e arrugginite della periferia. La vita che accade. Senza giudizio. Ma solo con cura e attenzione per i dettagli che spesso rimangono dietro ai paraventi delle coscienze. Come la poeta polacca tu non aggiungi l’ultima frase. Descrivi solo quel volo.

Ho sentito invece un aroma d’intellettualità nella parte che segue: “Se una notte d’autunno un narratore”. Quasi una giustificazione del tuo essere riuscita ad arrivare alla fine. Avendocela fatta. Invocare tu l’applauso per paura che possa non scattare. Fornirci una mappa delle interpretazioni possibili. Un vadecum per non prendersi troppo sul serio.

Ma se Erri dice che la perfezione sta nell’evitare, e la perfezione la si raggiunge solo da morti, allora ecco l’imperfezione, il tuo non avere saputo evitare di aggiungere l’ultimo capitolo, e quindi non essere caduta nella tentazione di raggiungere il bersaglio, ma di avere avuto la grazia di mancarlo.

Per questa grazia ti rinnovo il mio grazie. Ti leggerò – leggero – sempre volentieri. Un caro saluto, Paolo

2 risposte a “Stasera mi butto, dopo una corsa lungo il Marecchia

  1. ..beh, non ho capito se..” come ciliegina questa meraviglia” sia ironico o sarcastico..o no.

  2. Mi meraviglia sempre questa meraviglia degli uomini davanti alla “vita che accade”.., come chi guarda da fuori.

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