Cerchi di capire prof, sono vecchia. Ho 26 anni

Manga girl

La ragazza è pallida, smagrita. Chiude la porta, siede sulla sedia di fronte alla mia scrivania, piazza il borsone sulle ginocchia. Mi concentro per ricordare chi è: magistrale in Semiotica? Sì, ma non solo. Ha fatto pure il triennio, ecco. È un po’ che non la vedo: un anno? Di più. Metto a fuoco e ci sono: corso di Semiotica dei consumi, gli occhioni attenti in prima fila. Una ragazza seria, concentrata, una che faceva domande intelligenti. E un 30 e lode alla fine. Ecco come la ricordo.

«Che fai? È un pezzo che non ci vediamo. Stai per laurearti?»
«Non proprio, prof.»
«Cioè?»
«Mi sono fermata.»
«Fermata… come?»
«Un anno, prof. Sono stata male e mi sono fermata un anno. Volevo chiederle…»
«Sì?»
«Volevo chiederle un consiglio.»
«Dimmi.»
«Che faccio? Frequento di nuovo i corsi del primo anno? Recupero da sola?»
«Ma avevi già frequentato…»
«Non ricordo più niente, prof. Ho perso il ritmo.»
Non le chiedo cosa è successo, cos’ha avuto, la lascio parlare. Tiene gli occhi bassi, si morde il labbro superiore, pare quasi che si vergogni.
«Mi piaceva studiare, sa? Ma fermarsi è stato un disastro. Per giunta adesso lavoro ed è tutto più difficile. Quando mai posso studiare, di notte? Nei giorni di riposo? Sto sempre distrutta. Mollare la magistrale, perdere gli esami che ho fatto mi dispiace, resterei col triennio… Ma ricominciare a studiare è un casino. Guardo i libri e mi fanno paura, li apro ma è arabo. Come facevo a studiare? Tutte quelle ore… Però mi piaceva, mi piaceva tanto studiare.»
«Lo so, eri brava. Mi ricordo di te.»
«Grazie prof. Ma sono cambiata, sa. Mi sono ammalata, mi sono fermata ed è cambiato tutto. Non ci riesco, non sono più la stessa.»
«Come posso aiutarti?»
«Mi dica lei: che faccio? Mi rimetto a studiare? Mollo tutto e perdo gli esami? In fondo un lavoro ce l’ho.»
«Cosa fai?»
«Sto alla reception di un albergo con un contratto da apprendista. Non è quello che volevo, non è per questo che ho studiato, ma un lavoro… di questi tempi… c’è da baciarsi i gomiti. Che faccio? Mi dica lei, non riesco a decidere.»
«Cosa devi decidere, Anna? Se non te la senti non decidere niente. Prendi tempo, ci pensi poi, quando sei più serena. Ti vedo così angosciata…»
Sgrana gli occhi: grandi come sono, diventano giganteschi. Sembra uscita da un Manga.
«Ha ragione, prof. Sono angosciata.»
«Lo vedi? Nessuno ti obbliga a decidere. O forse sì? I tuoi genitori?»
«Non è per loro, no.»
«Ecco vedi. Nessuno ti fa pressione. Prenditi un po’ di tempo per capire cosa vuoi e decidi fra un po’, quando sei meno angosciata.»
«Fra un po’ quando?»
«Tre mesi, sei, un anno. Tutto il tempo di cui hai bisogno per riflettere, per stare meglio. Il tuo tempo. Che senso ha correre? Sei giovane Anna, puoi prenderti il tempo che vuoi…»
«Gio… vane?», mi guarda come se io avessi due teste.
«Certo, sei giovanissima, quanti anni hai? Ventitré, ventiquattro?»
«Ventisei.»
«Ecco appunto, ventisei. Sei giovanissima, hai tutto il tempo che vuoi. Mettiti tranquilla, respira. Non ti angosciare.»
Abbassa gli occhi.
«Non è così prof, cerchi di capire: ho 26 anni, si rende conto? Sono vecchia.» Prende fiato, piega la bocca all’ingiù e ripete, sprezzante: «Vecchia.»

Com’è possibile che una ragazza di ventisei anni si senta “vecchia”? Che società è una in cui basta fermarsi un anno per sentirsi fuori dal giro? Per sentirsi smarriti? Quali pressioni ci inchiodano? Da dove vengono? Ma soprattutto: quanto precocemente nascono?

PS: Ogni settimana parlo con decine di studenti: nel mio studio, in rete, per strada. Ogni giorno si confidano, chiedono aiuto, consigli. Ogni giorno mi regalano forza, idee, emozioni. Assieme pensiamo, dubitiamo, decidiamo. Spesso ridendo, a volte pure piangendo. Ho deciso di raccontare alcuni di questi incontri, mettendo sempre nomi fittizi e mescolando spunti che provengono da ragazzi e ragazze diverse, in modo che nessuno/a sia identificabile. Però tutti possono riconoscersi. Inclusa me.

170 risposte a “Cerchi di capire prof, sono vecchia. Ho 26 anni

  1. Anche io mi sentivo così, vecchia a ventisei anni. Che brutto.

  2. La società impone in modo esplicito ed implicito determinate regole, fissa i livelli minimi e le mete da raggiungere per essere felici.

    Il lavoro: non se ne parla mai, ma per quanti giovani il lavoro è diventato un macigno? Quanti hanno paura all’idea di crearsi una famiglia?

    La vita della nostra società, la coesistenza di lavoro ed affetti, è sostenibile? Si può essere manager e genitori insieme?

    E se si lavora sempre di più, e se aumentano i disoccupati, allora forse le nostre vite sono diventate le nostre prigioni?

  3. È veramente difficile trovare un mentore, una persona più esperta, con qualche anno in più, che capisca il nostro percorso ma che non sia nella cerchia dei familiari – anche perché non tutti possono contare su situazioni familiari accoglienti o semplicemente in grado di guidarci nelle nostre scelte. Io ne ho sentito molto la mancanza durante gli innumerevoli bivi a cui mi sono affacciata da sola, con al massimo le opinioni degli amici, che per quanto ti vogliano bene, sono nella tua stessa barca, e difficilmente possono narrarti il mondo da una diversa prospettiva.
    E anche questo “vecchia”…mi fa rabbrividire, ma lo capisco a fondo, nelle viscere…in tutto il suo paradosso; perché non dimentichiamo che non viviamo in una società per giovani. Essere giovani è un limite, una mancanza…l’eterna scusa per non dare una chance; ma contemporaneamente sentiamo sempre di aver perso qualche treno, di esser fuori tempo e dover rincorrere qualcosa. Pena, l’esclusione. Come se non esistesse mai una seconda possibilità. Perché nella nostra cultura (a differenza della anglosassone) non è importante cosa si voglia fare, ma quello che si è fatto. Irreparabilmente. Io capisco profondamente l’angoscia di questa ragazza, e seppur con qualche anno in più, so di continuare a vivere con le stesse paralisi…
    Per la prima volta nella mia vita, mi sono appena presa sei mesi di tempo. Semplicemente perché ne avevo bisogno per delle scelte personali importanti; e per quanto mi imponessi che volevo restare in gioco, non ero in grado di pensare al lavoro e fare scelte. Ora, mi stanno tornando le energie. Ma mi chiedo, perché per le persone è così difficile capire? E mi guardano come un marziano quando dico loro che ho cominciato solo ora a ri-cercare lavoro? Forse perché vorrebbero anche loro avere il coraggio di fermarsi sei mesi e non ce la fanno?
    Mi fermi qui. Chiaramente, mi sono lasciata prendere dalle emozioni di questa ragazza🙂

  4. Bellissimo post!

  5. Cara Giovanna, leggendo quanto hai scritto, la prima cosa che mi viene in mente di dire è che tutti i ragazzi che passano da te hanno davvero tanta fortuna, perchè quello che si evince è che prima di essere una “prof” sei una maestra di vita… dote assai rara. Insegnanti così, ahimè, non ce ne sono molti e sono certa ti porteranno nel cuore per sempre.
    Ci sono sempre stati ragazzi e ragazze che si sono sentiti vecchi ancora prima di essere giovani, non penso sia solo la società attuale, sebbene questa acceleri ed enfatizzi certi comportamenti; è una sommatoria di circostanze.
    Ad esempio, fino a non molto tempo fa, soprattutto le donne, ci si sentiva vecchi se a 20 anni non si era già maritati e con figli appresso.
    Penso che sia compito di ciascuno di noi captare certi segnali ed aiutare queste persone, contagiandole con il nostro ottimismo e voglia di vivere…

  6. io che ne ho 5 di più sono pronta per l’ospizio! La realtà è che si guarda per prima cosa l’età, non la persona…come quando agli esami prima ti guardavano il libretto e poi ti davano il voto. “Anna” rilassati, tanto l’età che hai non andrà mai bene a nessuno, è solo a te che deve andare bene!

  7. A 26 anni sentirsi vecchia…come la capisco.
    La fatica che alcune persone fanno per “stare al mondo” invecchia velocemente.
    Anche io sono vecchia…26 anni e un continuo senso di angoscia, come mi rivedo in questo racconto!
    Triennale, Master e secondo anno di magistrale….è proprio dura.
    Voglia di farcela, di trovare un lavoro, di trovare Il Lavoro, quello che sogni, realizzare che sarà complicato, voglia in essere indipendente, di vivere da soli….e poi voglia di mollare tutto!
    Forse ciò che invecchia ragazzi di 26 anni è la consapevolezza della fatica che dovranno fare per tutta la loro vita. Non per pigrizia… ma se vogliamo una congiunzione di forse avverse. Per qualcuno è sempre facile e per qualcuno è tutto tremendamente difficile, tutto ti porta a dubitare delle tue capacità e lo sfondo della tue azioni diventa sempre più grigio.
    Non c’è più meraviglia per queste situazioni, solo un senso di empatia… e un grande, risonante…come la capisco!
    Gloria

  8. Non credo sia una pressione proveniente dall’esterno, quanto un personale senso di impotenza, per di più dopo un malanno. E’ umanamente comprensibile, sia la considerazione sull’età che lo scoramento. Nell’era dei “giovani geni” – di solito artificiali – storie come queste rappresentano la realtà.
    Forza! E in bocca al lupo!

  9. Tante volte ho pensato a queste dinamiche, da studentessa prima, da lavoratrice poi. Io credo che la ragione dell’angoscia della ragazza (che tutti noi abbiamo avuto prima o poi) sia da ricercare nel mancanza di responsabilizzazione del singolo fin dall’inizio del percorso di studi (da adulti).
    Un sistema che grava sul nucleo famigliare anzichè scommettere sulle capacità individuali, legherà sempre le scelte dello studente a quelle della sua famiglia, con conseguente senso di colpa e incapacità di decidere liberamente -come succede alla sua studentessa.
    Non riesco a non pensare che dovremmo trarre spunto da altri paesi. So che non si tratta di un sistema facilmente replicabile, per ovvie ragioni economiche (specialmente in questo periodo storico), ma in Norvegia (o Svezia) è lo stato a sostenere i giovani nel loro percorso universitario. Non si tratta di finanziamenti a fondo perduto, bensì di un PRESTITO, che lo studente sanerà quando conseguirà un lavoro (la rateizzazione oltretutto sarà dimensionata sulla base del reddito che si acquisirà).
    Non gravi sulla tua famiglia, puoi studiare senza sentirti in colpa e vieni responsabilizzato appena esci di casa sulla gestione economica (fra l’altro la maggior parte degli studenti scandinavi nel frattempo lavora comunque, per arrotondare – come baristi, postini, gelatai- a differenza della maggioranza degli studenti italiani, che arrivano alla laurea senza aver mai provato alcun tipo di esperienza lavorativa a parte tirocini sporadici).
    Questo oltretutto ti permette di decidere di andare a studiare dove vuoi, senza appunto sentirti vincolato a scegliere un ateneo vicino a casa e permettendoti di andare a vivere da solo già a 18 anni, come dovrebbe essere.
    Penso che sia un tema che arriva a toccare argomenti ancora più delicati e importanti nella vita di un cittadino, come il suo rapporto con lo Stato e il suo senso di appartanenza alla società civile, in cui è fruitore e contribuente allo stesso tempo.
    Non so se per l’Italia questa sia fantascienza… ma di sicuro potrebbe essere un buon esempio da provare a replicare.

  10. Giovanna, sai cosa penso? Che bisogna dire ad Anna di lasciare il suo lavoro di receptionist, che tanto ne troverà un altro, che magari farà la maschera in un museo o la promoter nei centri commerciali nei week end, ma che la sua magistrale in Semiotica…deve prendersela ….
    Quando nel lontanissimo 2000 decisi di lasciare Scienze della Comunicazione ( all’epoca mi ero anche piazzato bene ai test d’ingresso!) e mi trasferii a Lettere, l’ho fatto con una tale leggerezza e con un’ingenuità di cui non ho mai smesso di pentirmi…
    Certo se avessi trovato un/a docente che come fai tu ogni giorno, mi avesse incoraggiato forse le cose sarebbero state diverse….
    Crescendo ho imparato quanto sia inutile nonché dannoso per sé stessi apporre dei “se” davanti al nostro vissuto, alle scelte buone o insensate che ci hanno portato ad un punto piuttosto che ad un altro…
    D’altra parte però credo che il massimo grado del sistema educativo, vale a dire l’Università e chi ne costituisce il corpo, cioè i docenti, abbiano anche il dovere di farsi carico delle paure e delle debolezze dei propri studenti….
    Adesso a distanza di anni, quando mi ritrovo a parlare in Inglese – e in questo periodo ad esempio sono “costretto” ad usare questa lingua mai studiata e che ho appreso per via indiretta ( soprattutto attraverso la musica!) e con cui riesco a comunicare seppure con evidenti lacune, nel 70% delle mie interazioni – penso a quel prof…che mi disse:
    “Come hanno fatto ad ammetterti a Scienze della Comunicazione, tu che non hai mai fatto Inglese a scuola e non lo conosci?” Qualche giorno dopo, perse le speranze per il mio esame di composizione testi, consegnai il libretto in segreteria per trasferirmi a Lettere, come il test d’ammissione fatto piazzandomi 151° su oltre 500 candidati non avesse significato nulla, per rifugiarmi nel porto sicuro delle conoscenze già note, dato che provengo da un Liceo Classico fatto con molta serietà….
    Quel docente, forse in buona fede, aveva cercato di spronarmi, ma l’ha fatto nel peggiore dei modi….e anch’io all’epoca, a soli 21 anni, mi comportai come se sentissi già vecchio e fuori gioco…

  11. Avevo già un lavoro quando, a 26 anni, decisi di ricominciare e mi iscrissi all’università. Mi sentivo vecchio ma non troppo. Ho continuato a lavorare e a fare gli esami, il primo anno undici, uno in più del programma, un ritmo massacrante. Infatti il secondo anno ne feci sette e così a scendere fino alla fine, sei anni dopo con la tesi e l’ultimo, grosso, esame. Ed era solo la triennale.
    Nel frattempo sono arrivato a 32 anni, una compagna, un figlio piccolo e la sorellina che stava per arrivare. Mi sono laureato con un buon voto e ho stretto la mano della commissione con il mio piccolo in braccio.
    Il lavoro nel frattempo ha preso diverse pieghe inaspettate e sono riuscito a costruirmi una professionalità in un campo ancora poco battuto. Sono rimasto con la triennale ma chi mi conosce sa che che sono bravo in quel che faccio e grazie a questo il lavoro non è mai mancato finora. Ormai sono vicino vicino alla quarantina e so che sarò precario per sempre, ma me ne sono fatto una ragione.
    A volte penso che mi piacerebbe prendere la laurea magistrale, ma ormai mi mancano le forze e vorrei dedicarmi ad altro. Una cosa però mi sentirei di dire alla sua studentessa. Ha 26 anni, un lavoro e non ha ancora famiglia da mantenere. Ce la può ancora fare, con tanto sudore e sacrificio ma ce la può ancora fare. Se vuole la laurea magistrale, anche se non sa cosa farà dopo, è ancora in tempo. Deve farsi coraggio.

    Un saluto cordiale.

    NB

  12. “Ogni giorno mi regalano forza, idee, emozioni”. Credo sia un regalo reciproco, il miglior dono che uno studente può ricevere da un docente. Soprattutto in questo periodo.
    Anche io a 26 anni mi sento vecchio se faccio il paragone con i miei coetanei di altri stati (e basta arrivare in Polonia non servono i paesi del G8 o le superpotenze emergenti) che alla mia età hanno giù trovato un lavoro (pergiunta retribuito in modo dignitoso).

  13. Questo post mi ha suscitato subito un moto di solidarietà e identificazione. Sembra cascare a pennello. Tra pochi giorni compirò 26 anni anch’io e capisco benissimo quello che prova la Alessandra, mi sembra un po’ un alter ego adesso. Anch’io adoro studiare, vorrei farlo per tutta la vita, è il mio sogno. Ma c’è il problema pagnotta. E quindi devo studiare e lavorare, e non sono mai soddisfatta né dell’uno né dell’altro. Vorrei leggere e aggiornarmi di più, tantissimo, vorrei seguire tutte le lezioni ma non posso. Questo per me è molto doloroso, non mi arrendo ma capisco chi lo fa. Perché a un certo punto bisogna pure poter permettersi di “non arrendersi”, purtroppo.
    Vorrei dire ad Alessandra di non mollare ma…quante volte anche a me dicono “ehi, sei giovane, non disperare!”. E perché mi si stringe il cuore? Sento che sto perdendo tempo con cose che non mi dànno nulla, per via della “pagnotta”, per questo anch’io in un certo senso mi sento “vecchia”. Sento che per ottenere qualche risultato tangibile mi ci vorranno anni, e che a 30 anni sarò più o meno allo stesso punto di adesso (oddio, farò il possibile perché non sia così, ma ho dovuto smentire coi fatti il refrain di sempre del “dipende tutto da te”. Non è vero che dipende tutto tutto da te).
    Ci si sente “vecchie” perché si sa, secondo me, che quello che si farà per tutta la vita si costruisce proprio tra i 20 e i 30 anni. Si ha la sensazione di un’ineluttabilità che è difficile da spiegare. Per cui “se non lo faccio adesso poi non potrò più farlo”, “se non tento questa strada adesso poi si sovrapporranno altre strade e sarà troppo tardi per provare”. Pane quotidiano, per me. Non è pessimismo, è che tutto sembra congiurare contro i sogni dei ventenni. Ci vuole una grande forza di volontà per non mollare, dato che la laurea, ti dicono ormai sempre, non serve a nulla; dato che anche se sei bravo/a e brillante eccetera, questo non conta perché alla fine siamo tutti precari ed è meglio restare in italia facendo i furbi o è meglio andare all’estero.
    Credo che sia una cosa abbastanza invisibile e per questo sono contenta di leggerne qui.

  14. Mi aggiungo anch’io al coro di comprensione per questa ragazza. Sono studentessa anch’io, e con le stesse angosce. Secondo me oggi c’è una frustrazione e un terrore di fermarsi e prendere tempo (per riflettere, per riposarsi e rigenerarsi, per esplorare e contemplare nuove possibilità) incredibile. Gli aspetti positivi del lasciar scorrere il tempo vengono totalmente accantonati. Il tempo che scorre ha solo il suono allarmante del ticchettio di un orologio che – si pensa – non può più tornare indietro, di una clessidra che perde la sabbia. Io stessa ho certe difficoltà, parlando con gli altri, nel dire che mi laureerò solo un anno più tardi del dovuto. Anch’io sento di aver perso tempo, di stare perdendo tempo. Anche se così non è. Ci sentiamo intrappolati in mille scadenze, mille condizioni sine qua non, mille requisiti da rispettare. E allora dai gli esami come fosse una corsa a ostacoli, conta i crediti, laureati in tempo, vai in erasmus, impara l’inglese, fai il tirocinio e fatti pagare, fai stages e master e dottorati, “fai esperienza”, fai qualsiasi lavoretto per guadagnare qualcosa senza fare lo schizzinoso perché tutto fa curriculum. L’importante è che fai qualcosa. Non importa più cosa, è fondamentale solo che tu non rimanga con le mani in mano. Il chiodo fisso e martellante, segreto e manifesto, che tu possa essere additato come un “bamboccione” (cui segue l’insinuazione taciuta di “fallito”, come se esistesse una immaginaria scala di successi e fallimenti, nella vita, per ciascuno di noi) e il sospetto che tu abbia perso più di un treno è il grande spauracchio che devi evitare, che non puoi permetterti di provare. Le delusioni, i ripensamenti, gli errori sono proibiti.
    Scusate il commento prolisso e dai toni forse patetici e melodrammatici, ma secondo me offre un possibile scenario dello smarrimento e della frustrazione di noi ragazzi oggi.

  15. (Chiedo scusa, trattavasi di Anna non Alessandra!🙂 )

  16. a 57 anni per la terza volta mi trovo a ricominciare quasi da capo… e non posso proprio dire di essere giovane…

    un po’ di angoscia c’è, non lo posso negare, ma l’esperienza, l’investimento sulle mie risorse, il capitale sociale accumulato in tanti anni, sono cose che spingono avanti
    così mi sono rimesso in formazione
    e avanti così

    l’angoscia gioca anche brutti tiri, come il non farti vedere le tue risorse, quello che sei, nelle tue relazioni, il sottovalutarti sistematicamente, il sentirsi uno sfigato

    è un bel guaio!

  17. Cresciamo troppo in fretta, con sulle spalle la responsabilità che ci deriva dalla situazione moderna che ci richiede di essere più veloci.

    Forse questa ragazza ha solo paura di ricominciare, di mettere il primo passo sul sentiero per scalare la montagna, ma fa parte di quei giovani che hanno perso le speranze, che hanno deciso di cercare lavoro perché non credono più nel valore di niente altro, perché questa situazione ha tolto loro la volontà di osare e di sperare in qualcosa di diverso che 1000 euro al mese dove capita, così come il “senso comune” comanda

    Ragazzi che abbandonano le proprie aspirazioni perché non vedono possibilità, lasciano gli studi perché tutto il mondo dice loro che non serve a niente, tornano a casa e cercano lavoro che non trovano, rimanendo in un limbo atto a cancellarli, a dimenticarsi di loro che sono stati “sfortunati”. Ci hanno già definito la generazione perduta.

    Ci fanno sentire vecchi, inutili, inadatti, non competenti, senza esperienze, da formare, in ritardo, ci fanno credere che il problema “siamo noi” che abbiamo fallito una non meglio precisata prova, che l’unica soluzione è sopravvivere.

    Io credo, fermamente, che l’unica cosa per cui siamo troppo vecchi, è credere alle favole che ci raccontano per non farci tirare fuori tutta l’energia di cui siamo capaci, per farci rassegnare alla situazione attuale.

    Dunque, a questa ragazza direi di fissarsi bene in mente cosa vorrebbe essere e dove vorrebbe essere tra 10 anni. se la risposta è alla reception allora va tutto bene. Se la risposta è diversa, come è probabile, allora la scelta è chiara: impegnare ogni secondo della sua vita nel tentare di scalare quella dannata montagna.

  18. Nei paesi civili paesi se ti fermi un anno e poi riprendi ti guardano con rispetto: significa che hai lavorato, o che hai riflettuto, che hai avuto problemi, che hai focalizzato meglio quello che vuoi, che sei maturato. Nei paesi civili i contratti part time sono un mezzo per poter coniugare studio e lavoro, per non gravare sulle famiglie, ed è quasi ovvio per gli insegnanti che studiando si lavori: è indice di propositività, caparbietà, senso pratico, managerialità applicata a se stessi, non di distrazione dallo studio. Ho visto pochi giorni fa Monster University della Pixar, dove si fa passare con garbo il concetto che se l’Università non ti ammette, purché tu sia fiducioso e motivato c’è sempre una strada per coronare i tuoi sogni, e passa attraverso il lavoro. Che non è mai umiliante, ma è un’arma di riscatto nelle tue mani. Triste pensare che deleghiamo a un cartoon americano il compito di trasferire fiducia e autostima ai nostri bambini.

  19. Cara Giovanna,

    Ho appena letto il tuo articolo sulla ragazza che lavora in un albergo e si sente vecchia perché ha 26 anni. Mi è piaciuto davvero tantissimo. Forse perché mi ha colpito da vicino. Ho 27 anni e anche io ho avuto la fortuna di trovare un lavoro che adesso sto portando avanti, e per un anno (più un anno tra triennale e specialistica) ho messo da parte gli studi. Oltre ad avere gli stessi dubbi di Anna vivo esattamente le stesse ansie. Non voglio azzardare termini che con la frammentazione sociale che viviamo possano sembrare fuori luogo, ma credo che davvero ci sia qualcosa di generazionale nella “pressione” a cui tu stessa fai riferimento.
    Raccontando l’episodio, con molta chiarezza dici ad Anna: «Ecco vedi. Nessuno ti fa pressione. Prenditi un po’ di tempo per capire cosa vuoi e decidi fra un po’, quando sei meno angosciata». Queste sono parole che io e quelli della mia età che mi circondano, ci sentiamo dire davvero poco spesso. Basti pensare a quello che viene detto dei “giovani” nel dibattito pubblico: troppo snob (o meglio choosy), sfigati (come aveva definito Martone chi si laurea a 28 anni), fannulloni, indecisi, mammoni.
    Quando subito dopo tu chiedi Che società è una in cui basta fermarsi un anno per sentirsi fuori dal giro? Per sentirsi smarriti? a me viene una risposta istintiva: la società dell’Alta Velocità, in cui questi termini non identificano solo un treno (definito da molti opera inutile e dannosa) ma un vero e proprio modo di porsi. Ed è così che la società attualmente si pone nei confronti di chi, come me, ha più di vent’anni, meno di trenta, e si prepara a entrare in un mondo del lavoro che lo accetta solo a determinate condizioni di precarietà.
    Bisogna essere veloci nel laurearsi, nel trovarsi un impiego, nel saperlo cambiare, nel sapere reagire a una delusione di qualsiasi tipo (dalla perdita del lavoro ai problemi sentimentali). Inoltre i contratti sono a progetto: non si viene pagati per le ore in cui si lavora ma ci sono delle scadenze da rispettare, che danno l’illusione di poter gestire in maniera autonoma il proprio tempo quando in realtà molto spesso i tempi sono ristretti.
    Lo sfruttamento del lavoro giovanile è basato sul tempo che è diventato un vero e proprio privilegio, un lusso e quella che potrebbe essere la normale pressione del vivere in un presente continuo (come quello della precarietà in cui tutte e tutti viviamo) diventa la nostra vera e propria condizione esistenziale. Per stare al passo coi tempi bisogna correre, risparmiare tempo e averne per potersi portare avanti. Ci arrivano pressioni e ansie non solo dalla condizione precaria in cui ci troviamo, ma anche dal dibattito pubblico, che vede in noi un problema e mai una risorsa. Ecco che a 26, 27, 28 anni i giochi sembrano fatti, ecco che a 26 anni si è vecchi. Perché è già passato troppo tempo. E io stessa nel risponderti a un’ora dalla pubblicazione del tuo post mi sento in ritardo.

    Selene Cilluffo

  20. La ragazza è solo una che non ha voglia di fare niente e che andrebbe presa a sberle. Se vuole glielo racconto io quando studiare tra seguire le lezioni mattino e pomeriggio e lavorare otto ore di notte alla reception di un hotel. Non è una martire o una povera vittima, ci sono persone che hanno vissuto l’Inferno rispetto a lei e ne sono venute fuori coi controcoglioni (scusate la parola). Ripeto: sberle.

  21. Io mi laureai a 28 anni, con il vecchio ordinamento, sentendomi vecchissima. Mi ero fermata per quasi due anni perché di botto non riuscivo più a studiare, nemmeno a leggere. Poi cominciai con i lavori più o meno precari e nel 2012, a 35 anni e con un bel contratto a tempo indeterminato, diedi le dimissioni. Non ce la facevo più, sentivo che un giorno, all’improvviso, avrei potuto tirare uno schiaffo al mio responsabile o mettermi a singhiozzare senza controllo nel mezzo dell’open space. Molti mi compiansero come la poverina che non regge lo stress. Chi era in uno stato simile al mio disse che ero coraggiosa. Semplicemente, non potevo fare altro. Anche ora che sono imbarcata in una nuova avventura mi sento vecchia. Alla tua età la gente ha famiglia! Alla tua età certe cose si sono già fatte oppure niente! Eppure attorno a me tanti sono infelici perché stanno facendo ciò che è stato detto loro di fare e molti giovani non osano nemmeno pensare di poter rompere questi muri di carta fatti convenzioni e delle regole. Vivono strozzati da diktat assurdi su come va il mondo, su quale sia il loro posto, sui treni persi e le possibilità che non sono per loro. Vorrei abbracciare questa vecchia di 26 anni e farle perdere un po’ di tempo a leggere favole di lupi sconfitti da anziane signore🙂

  22. è proprio così, la capisco pienamente.
    inizi a correre e non ti fermi mai un istante a riflettere.
    eppure sembra che non si arrivi mai in tempo.

  23. Non so se deriva dal fatto di non essermi goduto abbastanza la gioventù, ma anch’io a 28 anni non mi sento più giovane. Non è la società, è la sensazione che il tempo passi senza che qualcosa cambi per davvero, la sensazione di aver già perduto gli anni più belli e che ora ci sia la necessità (personale, più che sociale) di dare una svolta alla propria vita. E’ la demotivazione che mi ha fatto trascorrere i primi 18 mesi di dottorato senza alcuna voglia di impegnarmi a trovare uno spunto per un progetto di ricerca stimolante, perché ormai il passato è passato, il presente mi sta stretto tanto quanto la strada principale della mia città alle 6 del pomeriggio, e il futuro non è più quel lontano ma sicuro approdo che pensavo fosse quando avevo 18 anni. Non se ne esce facilmente, a meno di non compiere scelte radicali, come quando decisi di abbandonare la mia città per iscrivermi alla magistrale a Roma. Anche la ragazza di cui parla nel post, nella quale in parte m’identifico, ha bisogno di scelte radicali, e magari di un’amica che le dia il coraggio di compierle.

  24. Credo che con questo post lei abbia toccato un tasto dolente; sentirsi vecchi a 25 anni. è così. Ci sentiamo vecchi a 25 anni perchè a un anno dalla laurea non siamo ancora riusciti a trovare un lavoro che si avvicini al percorso di studi che abbiamo fatto.

    La contrazione temporale che caratterizza la società in cui stiamo vivendo ha i suoi lati negativi. Alcuni ci vivono perfettamente, altri rischiano di distruggersi inseguendo i primi.

  25. Grazie professoressa, è veramente preziosa questa testimonianza.
    Anna è una persona coraggiosa, è già un passo avanti perché ha ammesso le sue paure nonostante la indecisione sul suo futuro.
    Tutte siamo state Anna e tutte lo saremo. L’importante è saper trovare ancora chi capisce queste cose, ci ragiona e cerca di supportarci in un cammino che non è di certo facile.
    Lei, professoressa, ha saputo dare, attraverso questo gesto, un valore nuovo al tempo. Cosa che nessuno sembra più ricordare, assieme all’ascolto.
    Personalmente ho iniziato l’Università per rabbia: diplomata mi sono gettata sul lavoro e ho capito che il mio cammino era studiare, solo dopo. A 24 anni ho ripreso in mano i libri, fatto una triennale coi massimi voti, con sudate per mantenere la borsa di studio per non potermi sentire in colpa con chi mi supportava nelle altre spese. Alla specialistica ho trovato la regressione: il percorso di tesi ti porta a effettuare un cammino, personale, duraturo, nella ricerca. Tornare a sostenere gli appelli in una vecchia modalità è dequalificante, soprattutto se gli esami hanno un’impostazione di programma che non incrementa nulla di quello che già non sai.
    Laurearsi implica prendere uno slancio verso altre vie.
    Anche io ora mi trovo di nuovo come Anna, bloccata a due esami dalla tesi. Ho trovato dei lavori, fortunatamente, nei settori per i quali ho indirizzato la triennale e sono andata avanti per la mia strada, nonostante i pregiudizi verso chi ha intrapreso percorsi umanistici e di comunicazione.
    Ora ci sto provando, voglio chiudere. L’Università è diventata un peso, non ascolta le reali necessità ed è fatta di numeri e non di qualità, magari sono un po’ esagerata, ma penso sia davvero così la situazione.

    Relazione, scambio e coscienza critica sembrano quasi degli elementi non più richiesti e quasi fastidiosi, che ti tagliano fuori da tutto il resto, anche dal mondo del lavoro.

  26. Grazie per questo post, mi fa sentire meno sola🙂

  27. Ho letto e mi sono commossa. Penso basti questo, per capire.

  28. Che bel post… mi ha commosso.
    Averle/i avuti io dei professori/esse come lei, Giovanna, nel mio momento di crisi…
    Ora di anni ne ho 53 e sono sempre “in attesa” di ricominciare a studiare.
    Grazie al cielo più s’invecchia, più l’unica cosa davvero importante, in questo campo, restano i propri interessi culturali, l’imparare, l’apprendere, il sapersi muovere nella propria disciplina preferita.
    Prenderò questo post come stimolo per trovare il coraggio (e i soldini… ce ne vogliono proprio tanti per riprendere a studiare, ahimè!) di ricominciare🙂
    Un saluto particolare a Carmine Marmo che è più grande di me (in tutti i sensi)🙂
    Orlando

  29. Io personalmente ho 24 anni e mi sento un ragazzino, passo fuori con gli amici i 3/4 delle mie giornate e penso principalmente a divertirmi.
    Mi danno del cazzone, dell’immaturo e del perdigiorno, però da quello che leggo mi sembra di essere l’unico in pace con sè stesso qui intorno…
    Provate a prendervi un pò di tempo per la vivere invece di pensare sempre e solo a correre verso un lavoro idealizzato come uno scopo e non più come un fine.
    A questo punto preferirei fare il barbone e vivere col sorriso piuttosto che ridurmi come tutti i bravi studenti/lavoratori che si piangono addosso nei commenti.

  30. Quante aspettative fasulle crea il nostro sistema educativo, finalizzato soltanto alla ricerca di un lavoro. Quante responsabilità della stessa Università, che non trasmette il “saper affrontare” e il “saper vivere”, ma solo il “saper arrivare”.

    Quanti studenti ho visto dannarsi anni per laurearsi, nei tempi, con 110 e lode e poi passare altri mesi angosciati senza far nulla, persa la bussola e la direzione.

    Allora, a cosa serve l’Università? A cosa serve la Scuola? A creare aspettative, con l’imperativo del lavoro e del successo, o a creare Individui, con responsabilità, pensiero critico e libertà interiore?

    Fatevi alcune domande anche voi, cari professori, educatori e facenti parte del sistema scolastico in genere, sui valori che avete trasmesso a noi, e quelli che trasmetterete alle generazioni successive.

  31. *Provate a prendervi un pò di tempo per la vivere invece di pensare sempre e solo a correre verso un lavoro idealizzato come uno scopo e non più come un mezzo.
    Perdonate, mi sono appena svegliato…

  32. Leggo da anni la Prof Cosenza, credo di non essere mai intervenuta ma questa storia mi ha talmente colpita che non riesco a non lanciare un piccolo messaggio nella bottiglia.

    Io di anni ne ho fatti 31 quest anno. 4 anni fa ho deliberatamente scelto di tornare a studiare lingue perché dopo anni passati a barcamenarmi tra un lavoro di tre mesi e un altro, lavori che oltretutto finivo sempre per odiare, mi ero stufata e non era quello che volevo dalla vita. Di più: nel 2006 anche io mi sono ammalata, sclerosi multipla nel mio caso, e da lì la strada è stata soprendentemente in discesa, nonostante per “cause di forza maggiore” sia dovuta passare da una situazione di vita indipendente dal nucleo famigliare al tornare a vivere coi miei. Non ho più voluto scendere a patti: una cosa o la faccio perché mi va o non la faccio. Ovviamente questo tipo di consapevolezza non ha maturato subito, ci ha messo i suoi 3-4 anni, e ha raggiunto la pienezza quando non ho più ottenuto nemmeno un colloquio come segretaria generica dopo essermi iscritta al collocamento mirato per le categorie protette. Quando mi sono “rotta” in tutti i sensi, insomma.

    So di essere “vecchia”, 32 anni alla fine della triennale, 34 della magistrale, 37 se riuscirò subito a imbroccare l’ingresso in un phd, ma quello che faccio, ora, mi appassiona talmente tanto e ricevo talmente tanti riscontri che non mi importa dell’età e non mi importa se a quest’ora dovrei già essere questo e quello secondo delle regole che non mi riguardano (più).

    Ad Anna solo una cosa vorrei poter dire: prenditi il tuo tempo. Non tanto per decidere cosa fare nella tua vita, ché quello secondo me lo sai già, quanto per maturare una consapevolezza analoga alla mia, ché è l’unica cosa che quando hai problemi ti salva davvero la vita. E te lo dico per esperienza viva, nuda, pura e crudele anche.

  33. A parte tutte le forti considerazioni (individuali, formative, generazionali) che questa cronaca di Giovanna sta innescando, mi preme mettere in rilievo un’energia narrativa/letteraria che mi riempie per l’ennesima volta di stupore:
    La “nostra” blogger ha una capacità cronachistica/stilistica che nella nostra area (Italia, Mediterraneo, Rai) è unica, chirurgica, potente. È un rilievo che mi veniva già spontaneo quando lessi il suo primo romanzo uscito pochi mesi fa.
    Le antenne di Giovanna sono digitali, capillari, papillari. E con ciò, per nulla virtuali. Roba da non credere. Nella sua camera anecoica non c’è altro che i suoni (veri), le parole (vere), i toni (verissimi) di chi lei ascolta – e che poi fa sentire anche a noi.
    Ciò che i più o meno patetici “narratori” dell’odierno italiano tentano di amplificare (nei loro libri, sui giornali, alla radio e nei blog), sono spesso solo sfumature grigiastre, scolorate, patinate, esagerate. Giovanna invece ci consente di attuare un secco e tragico plug-in con tutto quanto si sente (continuamente e veramente) “in giro”.
    I reality verbali che Giovanna trasmette, sono reali. Porcavacca se sono reali. Sono talmente illetterali, che quasi quasi non ci credi.
    Roba così in Italia non l’avevo ancora sentita con i miei occhi, pensa te,
    scrive lei, leggiamo noi. Vi siete accorti che Giovanna è una rapper che fa finta di essere solo una studiosa?

  34. Vorrei essere io un “vecchio” di 26 anni. La nostra società è spesso schizofrenica, a 26 anni ti può trattare come uno che ha perso il treno, oppure troppo giovane per un posto di responsabilità. Per studiare non si è mai troppo vecchi (gli esami non finiscono mai). Ciò che fa sentire vecchi i giovani è frutto delle tante incertezze a cui sono purtroppo esposti e appunto dai schizofrenici giudizi. A 26 anni si è certamente giovani da tutti i punti di vista, se si è depressi o si hanno disturbi dell’umore si perde la cognizione di questa realtà. In UK a 18 anni sei fuori di casa, sia che tu sia ricco o povero devi cominciare ad arrangiarti, i giovani fanno lavoretti di tutti i tipi mentre studiano, questo li fa crescere. Un inglese di 26 anni deve avere titoli di studio ed esperienze specifiche altrimenti è considerato out da posti di lavoro di una certa importanza. A Londra ci sono più negozi e di abbigliamento usato, scarpe comprese, che in tutta Italia, si vive per molto tempo in tanti sotto uno stesso tetto (perché gli affitti sono pazzeschi) insomma i giovani si abituano a vivere solo con l’essenziale e investono tempo e denaro sul loro futuro da subito. Da noi la società è più clemente, basti pensare che si può iniziare un percorso triennale di apprendistato formativo a 29 anni. In nessuna altro paese un 29enne è considerato un apprendista. Da noi le famiglie ti sostengono anche oltre i 40 anni. Quindi coraggio giovanissimi ventiseienni prendete la laurea magistrale cercate di studiare bene, molto bene, iniziate subito a fare esperienza lavorativa di qualsiasi tipo, fate in modo di dimostravi “maturi” ma soprattutto disponibili e con un piglio giovane. Nessuno vuole un giovane vecchio nella propria azienda. Cercate d’imparare tutto ciò che c’é d’innovativo (internet e le opportunità del del digitale non sono solo i social network) imparate le lingue, viaggiate anche con 100 € in tasca. Vi domanderete perché vi conviene fare tutto questo. La risposta è semplice molte persone che potranno decidere del vostro prossimo futuro, non hanno le conoscenze di cui sopra, se le avete voi potete essere, almeno in parte, utili da subito. Quando avrete la mia età vi renderete conto che il sentirsi vecchi dura per tutta la vita, in realtà ci si sente vecchi perché ci si sente inadeguati. Poi ci si accorge, come quando si guardano le foto di 10 anni prima, che in effetti eramavamo molto giovani, subito dopo ci diciamo, ma come ho fatto ad invecchiare così. Allora? Se fino da quando avevamo 20 anni l’inadeguatezza ci faceva sentire vecchi, e la storia non è mai passata via via con gli anni, allora vuol dire che di fatto vecchi non lo saremo mai. Tenete presente che l’OMS ha spostato l’età in cui comincia l’anzianità a 75 anni. Cari vecchi-giovani vi invidio moltissimo.

  35. Capisco benissimo e quando mi dicono “sei giovanissima” mi vengono i nervi! Ho quasi 27 anni, sono una giovane donna, non “giovanissima”. Le stesse persone che mi danno della “giovanissima” poi si lamentano che i giovani oggi non hanno voglia di lavorare, ecc, ecc, che alla nostra età erano già sposati con figli, ecc, ecc…. Non parlo di Giovanna, ovviamente, ma sono discorsi che sento troppo spesso. Allora mi viene da pensare che ci stiano prendendo in giro!
    Soprattutto per una donna dopo i 25 si è in un’età abbastanza cruciale, si comincia a volere quello per cui si è già lavorato per tutta la vita, senza tralasciare la vita privata. Almeno è così per chi ha sempre studiato con impegno, fin da piccolo/a: si sente che è il momento di avere qualcosa “in cambio” a livello di soddisfazioni lavorative.
    Poi non bisogna dimenticare che chi lavora spesso si trova davanti a datori di lavoro che prendono personale max 25enne (soprattutto come hostess, cameriera, barista…ecc) come se dopo i 25 si perdesse la capacità di lavorare. Se poi si mostra un po’ più di intelligenza o si è fidanzate/sposate la cosa si fa ancora più difficile… Personalmente ho un elenco di colloqui improbabili con improbabili domande su cui potrei scrivere un libro. Si va da domande sulla famiglia d’origine, alla solita “pregi e difetti” (domanda idiota) a se sei sposata/fidanzata, se vuoi una famiglia…
    Sicuramente chi come me ha goduto poco degli anni della “vera” giovinezza, gli anni del liceo, sicuramente si sente vecchio a 26 anni.Dopo 11 anni nel mondo del lavoro e una vita di studio, con profitto e attestazioni di merito, ora mi aspetto qualcosa di più del sentirmi dire che sono “giovanissima”.

  36. Scusate, c’è un “sicuramente” di troppo nell’ultimo capoverso.🙂

  37. Non sono titolato a dare giudizi o consigli. Per molte ragioni, tra cui cito solo che ho 54 anni e non sono professore.
    Ma una ragione mi autorizza a fare una considerazione dopo aver letto il malinconico post di oggi: ho un figlio di 20 anni che s’è inceppato quest’anno all’università, il primo anno. Lo dovrà ripetere da capo. E conosco tanti altri, troppi, come lui. Tutti ragazzi in gamba, molti studenti con voti alti e buon profitto.

    La domanda che pone questo articolo è: cosa pesa su questi “ragazzi”?
    Già, cosa pesa sul loro animo?
    Chissà, tante cose, molte delle quali noi “adulti” non riusciamo a vedere e neanche a percepire.
    Ma forse almeno una si.
    Su di loro pesa l’angoscia esistenziale di questo paese che li esclude dalla costruzione del presente e, anzi, gli ruba pure il futuro.
    Per non essere banale e noioso (almeno spero), argomento la considerazione esposta con una breve “favola” che, credo, descriva alla perfezione cosa sta accadendo a questa generazione di “ragazzi” (basta saper accoppiare i ruoli della favola con quelli del presente. Non è difficile. Sono sole due. Sia nella favola che nel presente come qui rappresentato):

    “- Ahimè – disse il topo – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho già raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
    – Non devi fare altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò.”

    Lui, l’autore, era un pessimista depresso e forse disadattato.
    Ma sapeva descrivere l’animo umano fin nei minimi dettagli e credo che l’animo della giovane studentessa di cui si parla nel post avesse le stesse tinte di questa favola (come anche l’animo dei “giovani”, se si può generalizzare così).

    Ma esistono altre direzioni verso cui dirigersi per sfuggire a quelle pareti che si stringono così rapidamente.
    Questo i “ragazzi” devono saperlo.
    E poi, più che la direzione verso cui fuggire (essere ingoiati da due muri che che si chiudono o dalla bocca del gatto non fa differenza, alla fin fine) , ciò che può salvarci è solo il “bisogno di lottare”.
    Anche il topo di Kafka avrebbe potuto ingaggiare una lotta all’ultimo sangue, prima di farsi fagocitare.

    La vittoria o la sconfitta, in ogni lotta, non sono predeterminati.
    Si possono sovvertire i pronostici e spesso nella storia e nella realtà questo ribaltamento delle prospettive è accaduto, e accadrà ancora.

    Oggi, se dovessi consigliare qualcosa ai “giovani”, è questo che gli direi (che dico anche a mio figlio): prendetevi da soli quello che non vi vogliamo concedere. Prendetevi il presente. Prendetevi il futuro.
    Noi, cara Giovanna, noi “adulti”, non molliamo più niente!

    … ce n’est qu’un debut continuons le combat (anche così si potrebbe sintetizzare, infine).

    Pierperrone

  38. Giorgia V. Malaussene

    Ho finito la triennale in Scienze della Comunicazione a Bologna novembre scorso a 25 anni suonati. Mi sono sentita vecchia, mi sono sentita in ritardo. “Come è possibile? Mi ero ripromessa di stare in corso e di finire in frettissima! Proprio io?!”
    Non importava aver lavorato un anno come commessa, un anno e mezzo nell’organizzazione eventi culturali e da casa per altri X mesi ogni anno. Mi sono sentita e mi sento vecchia. Ora alla soglia della scadenza della possibilità del tirocinio formativo tramite università mi è anche venuta l’ansia, mi sentivo con l’acqua alla gola, senza possibilità, temendo che l’esperienza lavorativa da dipendente e freelance avuta negli ultimi 4 anni non bastasse.
    Io ci ho messo tanto per la triennale, e quindi vorrei dire a questa ragazza di non mollare, di tirare avanti. Tanto più che lei ha la passione, cosa che a me ormai alla fine mancava, lo ammetto. Un passo alla volta. Capisco bene l’ansia dei libri. A me veniva il groppo in gola e un peso sullo stomaco alla sola idea di aprire il sito del dipartimento, non parliamo di aprire almaesami. Come ho fatto? Ho deciso che non mi interessava sapere quanto mi mancava, quanti esami, quante pagine, quante materie, quante ore. Testa bassa e ho macinato. Io dovevo finire, volevo finire, lo dovevo a me stessa prima che agli altri. E l’ho fatto. Un esame dopo l’altro. Mi imponevo di stare china sui libri 1h, 2h, 3h al giorno. Mi cronometravo. Per farlo ho lasciato prima il lavoro come commessa e successivamente ho bloccato il lavoro nell’organizzazione eventi lavorando da casa solo su necessità. Ho dato priorità all’università nelle scelte. Ricordo ancora quando mi dicevano “ma come, lasci un contratto a tempo indeterminato? Di questi tempi?” Era il 2008. E lo rifarei. Non volevo fare la commessa, non mi dispiaceva, ma se si ha la possibilità di fare altro? Di impegnarsi e dare il massimo? Perché non farlo?
    Coraggio a tutti noi giovani vecchi.

  39. In Germania sono molti i 26enni che iniziano la triennale, dopo aver lavorato e viaggiato qualche anno.

  40. Certo che si sente vecchia per tornare a studiare. A 26 anni come fai a rimetterti a studiare se sei fuorisede e dipendi ancora dai genitori? Naturalmente, ti senti in colpa perché magari loro sono in pensione e non possono godersela. Tu non ne hai colpa, perché magari hai un talento e cercato di svilupparlo, ma l’angoscia che prova quella ragazza è la stessa che provo io quando apro la mail e vedo che nessuno ha risposto ai miei Cv.

  41. :.)
    Lacrimuccia. Scoprirsi nella paura dello smarrimento, di una vecchiaia precoce, di un mondo del lavoro che a 26 anni ti considera vecchio (figurati a trenta!) e macina 23enni su appena laureati stagisti.. ritrovarsi nei ricordi delle file per il ricevimento, i ricordi di appena 7 anni fa in fondo, di quando avevo ancora tanto esntusiasmo e voglia di spaccare il mondo a suon di trenta e lodi e stupore e imparare! Me lo ricordo ancora quando venni da lei a verbalizzare l’ultimo esame con l’idea di volerlo rifare ma l’angoscia pure di laurearmi in ritardo.. e piangevo.. ce lo inculchiamo da soli, guardando un mondo che va veloce e a cui è difficile star dietro prof..
    Grazie perchè ci sei, ci ascolti, ci racconti un po’ nei tuoi post e in quello spazio piccolo e breve ci rassicuri, a tuo modo. Il mondo è un pò meno “angosciante” a leggerti, riprendiamo ritmo e leggerezza, un senso inaudito di “lentezza” (quella bella, tipo quella delle lezioni e pause a Via azzo gardino). Un mondo che quasi torna ad essere pure estremamente meraviglioso, a suo modo -un pò strano- ma era proprio il bello di quelle lezioni, di quella fase, di quella parentesi meravigliosa..

  42. Dicono che siamo in troppi laureati. E dicono che scienze della comunicazione non serve a niente (in compagnia di un altro paio di lauree umanistiche). E poi che devi fare l’università di corsa. E magari fare pure esperienza all’estero. Pero’ anche avere una vita sociale, perbacco! Poi se arrivi lungo sui tempi è pure colpa tua.

    È una mia impressione o una ragazza di 26 anni è più vecchia di un ragazzo di 26? La maggior parte dei commenti di comprensione sono di ragazze…
    O è per l’incapacità maschile di impersonificarsi nel soggetto femminile, oppure bassa empatia. Spero non sia il risultato di quella enorme bugia con cui siamo cresciute e che è diventata quasi convinzione inconscia fondata su mercato del lavoro, orologio biologico e responsabilità familiare: un uomo può re-inventarsi fino a 60 anni e oltre, la ragazza ha il tempo pre-materno, poi la strada è già scritta. No, dai, impossibile.

  43. anche io mi sono commossa, anche io mi sento già vecchia..

  44. mi piace quest’iniziativa!
    comunque io mi sono sentita così a 23 anni…

  45. Di anni ne ho due in più e che sono vecchia me lo sento dire continuamente: vecchia perché non mi sono ancora sposata (lo farei, se potessi, ma il mio Stato mi considera di serie B e non me lo permette), perché sto finendo un dottorato all’estero (e quindi ‘non lavoro’, anche se ho una borsa e nel frattempo insegno e cerco di dare il massimo per proseguire la mia carriera accademica), perché mi piacerebbe lavorare nel campo della scrittura, ma ho pubblicato solo poche cose sparse.
    Eppure, la società tutta (e non solo quella italiana, anzi, negli altri paesi dell’Europa occidentale è forse peggio), con poche eccezioni, non fanno altro che ricordarti che hai una ‘data di scadenza’ (ma chi ce l’ha appiccicata addosso? Siamo forse merci? Derivati del latte?) e che insomma ‘alla tua età’ dovresti aver ‘sistemato la tua vita’. Non mi meraviglia affatto se poi molti di noi soffrono di angoscia e ansie.

  46. Bell’argomento Giovanna. Bellissimo. Interessantissimo. Stai diventando sempre più brava. Io ne ho 55 di anni, è sono padre a un ragazzo di 15. E’ smarrito, i suoi professori, freddi come solo i medici in corsia sanno essere, freddi e distaccati, non riescono a fargli amare lo studio. La scuola è una corsa a ostacoli del tutto inadeguata (parlo di un liceo, un buon liceo di Bologna, peraltro ..). Solo una professoressa, di storia, era capace davvero, al punto di far amare, non solo a lui, ma a tutta la classe la storia antica .. una vera passione per la guerra del Peloponneso che quasi voleva leggersi Tucidide. Io non so come fare a stimolare in lui quelle curiosità che plasmano le menti attraverso l’approfondimento e la passione. Il troppo amore fa male. Perdo lucidità, m’incazzo .. Litighiamo. Poi vorrei morire. Il distacco non aiuta .. Se anche la famiglia, il padre, esprime distacco, la sfera affettiva, il senso di appartenere, la sensazione di essere caro a qualcuno, chi te lo da? E così temo che il tempo gli sfugga, che non si abitui al sacrificio disciplinato, in attesa che qualcosa si accenda in lui, che si abitui fin da subito a veleggiare in un mediocre qualunquismo che non mi basta .. lo devo dire, non-mi-basta. E faccio pressione, quindi, quella pressione che poi, come è capitato alla tua allieva, si portano dentro per tanto tempo, che si trasforma in angoscia e in frustrazione. Dovrei dirgli di prendere tempo? Di non preoccuparsi? Di cambiare scuola, di fare qualcosa di diverso, ma cosa? Come fa a scegliere a quest’età, specie dopo un anno terribile come quello trascorso. Ecco, cosa voglio dire .. Si, ho preso questo spazio per fare un po’ di autoanalisi, ma anche per dire che questa corsa ..’scema’ .. inizia presto, che le radici sono nelle scuole precedenti, nelle medie e nelle superiori dove non apprendono qualità, dedizione, metodo, come all’università non apprendono mestiere e concretezza e poi non sono appetibili e innovativi, questi ragazzi e non fanno gola alle aziende .. Tutto ciò si trasforma in ansia. Beh dovremmo investire un po’ di più del 1,1% del PIL in istruzione, dovremmo dare ai nostri ragazzi e al nostro e loro futuro qualche chance in più per non vederli davanti alle cattedre sull’orlo del pianto.

  47. Come non sentirsi chiamati in causa?🙂
    Ciao mi chiamo Jacopo (nome non di fantasia), ho 27 anni e frequento il terzo anno fuori corso in scienze della comunicazione.
    Fuori corso per un motivo semplice semplice… Ho sempre lavorato durante l’arco di questi (ormai siamo a 5) anni di triennale. Ho sempre fatto i lavori più umili, c’è stato un momento durante il secondo anno che per mesi (ovviamente parlo sempre e solo di lavori precari) ho lavorato di notte come portantino in ospedale.
    Di notte lavoravo dalle 20 fino alle 7 del mattino successivo (11 ore non stop senza pause.. chi mi conosce bene sa che non fu facile), e di giorno i momenti in cui, scusate il francesismo, non ero troppo rincoglionito, mi mettevo sui libri. Durante il secondo anno purtroppo accettai per disperazione anche dei 18. Me ne pento? No.
    Anzi, ricordo un episodio nitido di un esame sostenuto la mattina dopo essere smontato dal turno di notte all’ospedale. Avevo studiato bene per l’esame ed ero preparato, difatti nella prima parte presi un voto decisamente alto, nella seconda parte dell’esame (orale) il professore/professoressa (resto sul vago dato che devo finire ancora l’università ehehe) mi chiese se avevo frequentato il corso.
    Purtroppo le spiegai che la mia situazione economica non era delle migliori e che quindi di giorno facevo fatica a seguire le lezioni.
    Lui/lei cambiò improvvisamente tono di voce ed esordì con:” perché se lei ha già un lavoro sta studiando all’università? Non può lavorare e basta dato che un lavoro già ce l’ha?”.
    Il voto cambiò durante l’esame e presi alla fine un 18.

    ……..

    Ho sempre fatto di tutto per poter riuscire nelle cose ed è quello che continuerò a fare. Battere i pugni sul tavolo e in testa a quelle persone che bloccano lo sviluppo del paese. Sull’involuzione del nostro paese siamo coinvolti tutti, dal primo all’ultimo. Chi fa del vittimismo AGGRATIS, oppure chi millanta lo giusto verbo; “più diritti ai lavoratori”, “più diritti agli studenti”, “più diritti alle donne” etc etc…
    Eppure ogni giorno facciamo quasi sempre l’opposto di quello che diciamo.
    Giovani che inneggiano alla lotta di classe e poi usciti dall’università accettano di fare il promoter per fastweb, incrementando a dismisura il lavoro sotto pagato (o non remunerato).
    Studenti che occupano il 36 distruggendolo per chiedere più fondi per lo studio, fondi che poi useranno per rimettere in piedi il 36 o coprire qualche murales.
    Questo è piegarsi alle leggi del potere, e lo facciamo tutti, anche io lo faccio purtroppo, tutto ciò è nel nostro “dna” di italiani.
    Ritornando in argomento anche io molte volte mi sento vecchio, ma non vecchio perché Vespa o qualche altro ebete alla televisione dice che gli studenti si parcheggiano all’università, per carità, ma vecchio perché sono pieno di voglia di fare e purtroppo mi ritrovo a vivere una situazione che i nostri padri nemmeno si immaginavano possibile.
    Scusate lo sfogo ma leggendo quello che diceva questa ragazza mi ci ritrovo appieno (ah tra l’altro ho perso un anno all’università perché non avevo i soldi per poter pagare le tasse🙂, in Italia sei più vecchio non perché la società lo dice, ma perché ci metterai più tempo a realizzarti nella vita.
    E lo dice uno che oggi si è fatto 8 ore di magazzino per poter aiutare coi soldi la famiglia in casa… Bah torno a studiare per gli ultimi due esami che mi mancano.

    Jacopo

  48. Buon pomeriggio a tutti! Mi chiamo Elisabetta, quarantatré primavere, ragazza-mamma di un quattordicenne, scrittrice e traduttrice free-lance (come dire, precaria da sempre), un paio di lauree, mille sogni ancora da realizzare. Uno alla volta, possibilmente, per vivere appieno ogni passo.

    Vi scrivo per condividere un pensiero: che il mondo – e il nostro paese – non sia perfetto, è chiaro ed evidente. Io però ho l’impressione che sia tutto più difficile quando si vive con la sensazione che “gli altri” (la società, l’università, il vicino di casa, i genitori, i figli… ) ci debbano qualcosa. Ci sentiamo defraudati, ci sembra che tutto sia assolutamente ingiusto e crudele nei nostri confronti, ci sentiamo pure sbagliati, tristi, inutili. Credo sia un errore di prospettiva: il desiderio (lo rivela l’etimologia stessa della parola) ci spinge oltre, fuori da noi stessi, verso qualcosa di lontano, non ancora posseduto. Fa parte dell’essere umano, desiderare, ed è la sua forza. Ma l’equilibrio nasce dal costante bilanciamento di forza centrifuga (quella del desiderio) e forza centripeta, che ci ancora al nostro centro: se guardiamo con attenzione – e con amore – ciò che abbiamo (noi stessi? amore? una famiglia? un tetto sulla testa? degli amici? cibo nel piatto?) e partiamo da lì per costruire, sicuramente otterremo molto di più che rimanendo a occhi bassi a piangere e a lamentarci di quanto sia crudele l’universo mondo. Capisco lo scoraggiamento che assale chi, alla fine di un percorso di studi, si trova un muro davanti, ma non condivido l’adagiarsi melanconico (o l’acquattarsi rabbioso) di chi dice “ecco, ho studiato per fare X e adesso mi tocca fare Y”, senza mettersi in gioco davvero e fino in fondo, che sia per scavalcare quel muro o per cercare una strada che gli giri attorno.
    Non serve a nulla lamentarsi, se non ad alimentare un tipo di prospettiva che crea vite infelici.
    Ci vuole coraggio, certo, per guardarsi allo specchio e cercare dentro di noi quello che vogliamo davvero. Poi, bisogna agire. Un passo alla volta, secondo le nostre forze e i nostri tempi, certo, ma vigilando per non cadere nella palude del lamento fine a se stesso, così caro a tante, troppe persone. Un passo alla volta, si arriva in capo al mondo.
    Vi auguro un felice fine settimana!

    Elisabetta

  49. Si sente vecchia ed e’ un po’ troppo sola. E si sente pure un po’ persa. Ricordo che mi “aspettavo” di “essere” qualcosa di preciso, una volta arrivata a 25 anni, quando ne avevo 20. E mi sono “valutata” a 25 anni (ho passato l’esame con un 19 miserello). Poi – a 30- non mi sono valutata affatto, mi appartengo e mi conosco di piu’. Non mi frega nemmeno di darmi voti. Questa ragazza si sente vecchia perche’ il suo sguardo e’ rimasto a prima di fermarsi, a come guardava le altre persone prima di doversi fermare a lato del fiume. Per forza, non per scelta. E se lo deve perdonare, darsi una proroga per questo esame interiore, e credo sia stato utilissimo parlare con la Prof. Spero per caso legga i commenti, veda come non e’ sola a dover riarrangiare il percorso, perche’ la vita ti fa inciampare. E veda che molti – quasi tutti – alla fine trovano una strada coerente con se stessi, quello che vogliono e quello che hanno vissuto.

  50. Siamo vecchi.
    Perchè non abbiamo UNA RAGIONE, UNO SCOPO, UN FUTURO.
    Quanto la capisco. Anche io ho 26 anni e mi sento come lei.
    Il sistema è troppo rigido. Per avere una chance di lavoro bisogna essere giovani MA CON ESPERIENZA!
    (E se mi sono laureata in tempo difficilmente avrò esperienza!).
    L’apprendistato termina a 29 anni. E questo anno ne compio 27.
    Ma le uniche proposte lavorative che ricevo sono di stage, quando le ditte osano contattare e/o rispondere!
    Vorrei imparare. Ma nessuno vuole investire sulle persone.
    Solo sfruttare: idee, tempo, energie. E poi ti mandano a casa.
    O ti fanno un bel tirocinio a 300 euro al mese. Che non ci copro nemmeno l’affitto.
    Studio per attaccare un quadro in camera.
    E anche per gli altri lavori non c’è possibilità.
    Per fare baby-sitter, cassiera o commessa, serve esperienza.
    E allora nel mentre fai un corso? Ma costa, perchè è tutto privato! O quasi.
    Io ho scelto di non fare la magistrale perchè due anni di vita erano troppi.
    Troppi per avere una chance lavorativa. E dei 60enni allora che ne facciamo?
    Io, a 26 anni, sono parcheggiata a casa come un pensionato. Se hai fortuna percepisci la mobilità di questi tempi.
    E poi se accendi la triste TV sei bombardato da bambini geniali che cantano, ballano e recitano.
    Come si può stare al passo coi tempi?

  51. Succede perché, per quanto uno possa sentirsi giovane dentro, ci pensa il mondo a dirti che non lo sei: a 26 – io ne ho 29 – sei zitella, devi stare attenta, perché poi rischi di avere problemi se vuoi avere figli (ma chi ha detto loro che li voglio) e, soprattutto, sei vecchio per un mondo del lavoro che non esiste: devi avere massimo 25 anni per partecipare ai corsi finanziati dalle regioni, sei giovane e puoi avere incentivi solo se hai una certa età, altrimenti te li scordi e per alcuni sei troppo grande pure se vuoi fare un tirocinio. Per non parlare delle pensioni, a cui non arriveremo mai, perché appunto non c’è lavoro.
    Ecco perché alla fine uno si sente vecchio. E quindi inadatto.

  52. Grazie per questo bellissimo post, Giovanna. Un vero capolavoro.

    Come è possibile che Anna si senta vecchia a 26 anni? E’ difficile dirlo da qui, ma i molti interventi hanno dato degli spunti interessanti (Selene Cilluffo e Pier Danio Forni, per citarne alcuni). E’ difficile dire quando si perde quell’entusiasmo che ti consente di farti forza e di sapere cosa fare, che ti permette di andare contro corrente senza perdersi. Non c’è un giorno preciso. E’ un processo lento, sono tanti piccoli eventi e sensazioni che si accumulano un poco alla volta, giorno per giorno, fino ad arrivare davanti ad una prof. straordinaria e ritrovarsi vecchi a 26 anni (la vecchiaia è una categoria dello spirito, non una data di compleanno). Io penso di aver iniziato ad invecchiare durante l’adolescenza, fra gli 11 e 14 anni. All’inizio un piccolo sintomo, al liceo… un compito di matematica andato male (io non ero mai andato male in matematica!) fino a ritrovarmi con quattro anni di fuori corso. In mezzo una vita fatta di normali gioie e dolori, di successi e cadute, eppure, per me, finire gli studi di fisica, materia che ancora oggi mi appassiona, è stato un calvario. Ma ce l’ho fatta. Ero vecchio a 28 anni. Poi la ripresa: trovai un lavoro che mi piaceva e che scelsi con il mio entusiasmo; trovai una moglie e una casa e avemmo una figlia meravigliosa (che diventa ogni giorno più bella).

    Ora sono di nuovo vecchio a 43 anni. La moglie ha deciso di diventare ex (da un giorno all’altro) e il lavoro forse andrebbe cambiato. Mi dicono: sei giovane (a me, Anna, dicono che sono giovane!), puoi rifarti una vita affettiva, hai delle qualità, potresti anche trovare un altro lavoro più bello di quello che hai. E’ vero. Non ho fretta, quello che ho mi permette di vivere degnamente e non è così malvagio. Le qualità le ho veramente, so di averle. Eppure mi sento vecchio. O, per essere più precisi, non ho nessuna voglia di rimettermi in gioco, di dimostrare chi sono e cosa valgo, di cambiare, di mettere alla prova il mondo e me stesso. Non sono depresso, affatto. Rido, scherzo, frequento amici, faccio cose e vedo gente (cit.), so esattamente cosa voglio, cosa non ho e come fare per averlo (beh, questo un po’ meno🙂 ), ma di correre e cambiare no, grazie.

    Correrò di nuovo e cambierò quando sarà ora. A 43, 53 o 63 anni non so.

    Una sola cosa ti dico, Anna. Se sei angosciata parlane con qualcuno. Rompi le palle al mondo intero, al limite vai da uno psicologo, scrivi un diario personale, ma non tenerti dentro ciò che ti dà fastidio. Vedrai che anche stare fermi ha il suo fascino. Si scoprono qualità che uno non pensava di avere, per esempio. Per il resto, in bocca al lupo!

  53. Caro comizietto, credimi, a 43 anni hai tutta la vita davanti, se fai le scelte giuste hai tutto il tempo di combinarne delle belle anche di trovarti una donna stupenda. Anna è una bambina se le opportunità le hai tu, pensa lei. MI raccomando ragazzi, quando vi sentite inadeguati andate a parlare con 2 o meglio 3 persone che ritenete abbastanza autorevoli e sagge, spiegate loro la situazione e chiedete se credono voi siate adeguati. Dall’interno le cose si vedono sempre peggio che dall’esterno. Un abbraccio.

  54. Purtroppo siamo in una nazione che non agevola chi è costretto a tardare negli studi. Ho 38 anni, sono sposato e lavoro tutto il giorno da quasi vent’anni e quando posso studio, do materie. Ogni tanto devo trasferirmi e devo sospendere per un anno o addirittura devo ricominciare daccapo, ma non smetto di studiare.
    E’ molto importante trovare qualcuno con cui studiare, ti sveglia e ti mette alla prova specie con i “giovani”. Se si abbandona una passione, qualunque sia, si muore dentro. La mia è una passione per la scienza e, laurea o non laurea, me la porto appresso, insieme a qualche libro da leggere in ogni ritaglio di tempo.

  55. anche io a 27 anni mi sentivo vecchia e quando mandavo curricula in giro mi vergognavo a scrivere la mia età e mi sentivo giudicata a priori (“a questa età ancora non ha un lavoro”).
    Adesso che di anni ne ho 38 e che con due lavori – precarissimi – sì e no raggiungo un’entrata decente (ma non tutti i mesi), mi dico: “cavolo, a 27 anni potevo spaccare il mondo!”. E non l’ho fatto, Quante energie sprecate…
    Teresa

  56. Vado subito al sodo: vorrei avere avuto una professoressa come Lei. Ho 24 anni, sto per laurearmi in giurisprudenza (con un anno di ritardo e soprattutto con problemi e sentimenti simili alla studentessa di cui sopra)…e mi sento già tagliata fuori dal mondo. Molti compagni di corso arrivisti e “perfetti”, altrettanti professori che facevano terrorismo gratuito sulle opportunità che si perdono se non ci si laurea in tempo. Parlo fluentemente tre lingue straniere, ho all’attivo esperienze giuridiche all’estero, ma tutto quello che conterà – a detta di molti, troppi – sarà quell’anno di ritardo sul mio curriculum. La mia parte più forte sa che non è vero, ma il vissuto quotidiano mi toglie speranza. Ringrazio che al mondo ci siano ancora mentori come Lei: persone che alimentano la mia parte più forte, appunto.

  57. Molto interessante quest’esperienza. E mia sorella, che ha trentadue anni, e’ Matusalemme ? Forse questa ragazza non accetta la sua età. Forse sapendo qualcosa della sua malattia la si può aiutare e consolare. Falle tanti auguri da parte mia :-*

  58. Il sentire comune (che rispecchia il commento di Marco Marzola) e che è ben sintetizzato dagli insulti che quotidianamenti vengono rivolti a persone come quella oggetto del suo racconto (bamboccioni, sfigati..) purtroppo influisce non poco. Io ho superato/sto superando quella fase (all’inizio avevo 24 anni) con la psicoterapia. 60 euro a settimana, ovviamente pagati dai miei genitori.
    Comunque ci tengo a ringraziarla: è bello che ci siano prof. come lei all’università.
    Non mi sento meno solo né mi fa piacere sapere che ci sono tante persone nella mia stessa situazione Magari mi fa sentire un po’ meno stronzo. La ringrazio anche di questo.
    Forse dovremmo capire che non siamo tutti fatti per essere bravi&efficienti, anche se siamo all’università, anche se abbiamo sempre avuto buoni fino al momento in cui i nodi hanno iniziato a venire al pettine. E si, al Marco Marzola di turno dico che forse se avessimo dovuto lavorare 8 ore al giorno non avremmo avuto il tempo per stare male. Ma i nostri genitori, per chi è cresciuto in una famiglia della classe media come me, hanno lavorato sodo per permetterci di studiare senza lavorare 8 ore. Piaccia o meno io e molti altri veniamo da quella situazione sociale lì.

  59. La società penso assomigli sempre più ad una giostra con un suo ritmo, una sua ‘musica’ e con regole tutte sue. Anch’io noto che se ci si ferma un attimo, per prendere fiato magari, si è fuori dal giro. La giosta ti esclude (indirettamente) perchè non si è abbastanza forti per reggere tutto quello che ti attraversa. Tutto è un gioco… anche la realtà. Ma sa nascondersi bene questo gioco… proprio dietro le apparenze. Tutto appare normale. Logico.

  60. Cara Giovanna, sono un tuo collega.
    Grazie per il post. Anche a me capitano questi casi e spero di riuscire a… a fare cosa? Stavo per scrivere “dire la cosa giusta”, ma sembra da ruffiani e non è quello che intendevo. “Stare vicino nel modo giusto”? Bah. Spero che tu capisca cosa intendo.
    Comunque sia, grazie e un abbraccio

  61. Io ho ricominciato a studiare a 33 anni. Ora ne ho 38 e se mi dice bene a 39 mi laureo. E sarò giovanissimo.

  62. e’ vero, pero’, che e’ vecchia… anche togliendo un anno perché e stata male: a 25 anni una ragazza europea ha finito il master da tre anni, lavora da due, spesso ha un paio di figli. e gli italiani, quando cresceranno?

  63. Ciao prof. È meritevole che gli studenti italiani vogliono prendere una trenta e lode. Gli studenti olandesi spesso si accontentano con un ‘sufficiente’. Ma ci si può chiedere se vale la pene se allora ne hai bisogno 10 anni per studiare. Lei ha fatto bene a lasciar parlare la ragazza e darla un po’ di pace, ma un’altra cosa che vorrei dire è che in Olanda danno voti da 1 a 10 e la mia trenta presa in Italia è stata valutata come un 8. In Olanda non ti danno mai il massimo del voto, e mi sembra una cosa giusta.

  64. Bellissima iniziativa, questa di Giovanna, di introdurre nel suo blog questo spazio di realtà vera , personale, che fa intravvedere bene anche quella sociale.
    Angelo

  65. Ci si sente vecchi perché il mercato del lavoro ti considera tale. Dal limite temporale per ricoprire uno stage, al tetto dei 29 anni per essere troppo vecchi per ricoprire qualunque mansione lavorativa. Il tutto, ovviamente, all’insegna del requisito di avere esperienza pluriennale in ogni mansione possibile.

  66. A tal proposito, leggete questo articolo… succede in Trentino: Educatrici considerate “vecchie” a 35 anni! Incredibile…
    http://www.ladige.it/articoli/2013/09/14/asili-nido-educatrici-vecchie-35-anni

  67. Fanne ancora di post così, servono anche a “mature” signore che hanno vent’anni di più.

  68. Adesso la piccola grande “vecchia” ragazza di 26 anni con gli occhi grandi da manga dovrebbe sapere di tutti questi messaggi di incoraggiamento, queste testimonianze, queste pacche sulle spalle… trova un modo ^_^

  69. Sono coetanea della ragazze nella storia e la capisco molto bene, anche se per fortuna ho avuto esperienze più soft.
    A 19 anni, fresca di maturità, ho scelto di studiare Giurisprudenza: non era la strada giusta per me, peccato che me ne sia accorta dopo 3 semestri e tutti gli esami del primo anno sostenuti. Ho fatto rinuncia agli studi, trovato un lavoro temporaneo e poi, una volta possibile, mi sono immatricolata a Lettere. Eppure due anni li avevo persi e mi faceva strano essere la più vecchia – o quasi – del corso. Arrivata alla magistrale la differenza si è attenuata e ho trovato molti coetanei, ma quei due anni ancora si fanno sentire. Sono stata accettata a un master e, il giorno dei colloqui di selezione, una 23enne lì con me, ignara della differenza di età tra noi, mi fa “io ho deciso di fare il master subito, al posto della magistrale, perché se perdessi altri due anni poi inizierei il master a quasi 26 anni… e essere studenti a quell’età è un po’ patetico”. Un macigno in fronte. Poi io ho superato le selezioni e lei no: piccola, malvagia consolazione.
    Mi sfugge la logica di un sistema per cui puoi essere definito “giovane promessa” fino a 45 anni nel caso in cui tu sia un politico o un imprenditore, ma se sei uno studente sei inadeguato se, entro i 25 anni, non ti sei laureato con il massimo dei voti, magari infarcendo il tutto con periodi prolungati all’estero, non stai avviando una start-up e non hai già ben disegnato tutto il tuo percorso.

  70. L’unica cosa che mi sento di dire a questa ragazza e alle commentatrici e ai commentatori è che l’unica cosa che non fa invecchiare è la lotta.
    Lottare contro questo sistema che ci vede vecchi a ventisei anni, che promuove un modello di vita assurdo in cui ti dovresti esser laureato “in tempo”, e nel frattempo aver anche avuto qualche “piccola esperienza lavorativa”, che lo sappiamo tutti che i “lavoretti” ora non esistono più, o vieni assunto per un lavoro vero e proprio, pesante, anche part time, ma pesante, o niente. La vita vera, la nostra vita, rimane sommersa, silenziata. Una vita fatta di lavori gratis, di studio e spesso di disperazione: questa vita in questo sistema non ha senso perché non finisce sul curriculum.
    Il problema è che noi diamo troppo peso al curriculum. Cioè: se lo strumento che mi dà la società in cui vivo per “presentarmi” non è adeguato, va detto, almeno a livello personale. Io scrivo un curriculum e metto in conto che dovrò silenziare troppe cose su di me (ne vogliamo dire una? Tutto il lavoro domestico non retribuito, per esempio!), che molte esperienze della mia vita non servono a questa società e non ci vanno inserite perché, semplicemente, non servono.
    Ora, a dire cosa serve e cosa no, non siamo noi, a nessuna età, ma il caro vecchio capitale, la cara vecchia società borghese. E io, signore e signori, rivendico il diritto di non farmi dire da una società che mi utilizza come una macchinetta usa e getta quando sono vecchio e se sono vecchio, a che età ci divento e quanto valgo, in funzione della mia produttività. Io non ci sto a questo gioco, non voglio essere la bambolina del capitalismo, almeno non dal punto di vista psicologico, se sono obbligato (almeno per ora) ad esserlo, come forza-lavoro.
    Dobbiamo trovare la forza di trasformare questo malessere personal-collettivo in lotta sociale, e riscattare le nostre vite. Così, invecchierà il nostro corpo, la nostra mente, ma di una vecchiaia naturale, meravigliosa (di certo, non a ventisei anni!). Non di una vecchiaia che non è vecchiaia, determinata dai malumori del capitalismo.

  71. Same here: 24 anni, una triennale ancora da prendere – e sentirsi vecchia, perché quella triennale è ancora lontana.

  72. Oh, come la capisco.
    Io di anni ne ho 25, in compenso devo ancora finire la triennale. E Cristo, quanto la capisco. Ti senti imbecille perché non riesci a passare degli esami – ed è assurdo come ne bastino un paio per mandarti in crisi e rovinarti una sessione – e sentendoti imbecille vai in crisi e finisci per fallirne altri. Poi ti demoralizzi perché non riesci a trovare un micrognosissimo lavoro – ecco, in questo senso buon per Anna, che magari con quello può tamponare il senso di inutilità – e devi anche farti dare della viziata mollacciona da chi il lavoro ha avuto la fortuna di trovarlo. Ho tante amiche che si sono scoraggiate e hanno mollato l’università perché non reggevano lo stress del fallimento. Altre resistono, ma si ritrovano a soffrire di problemi d’ansia. Sarebbe bello se funzionasse come in Germania, col prestito che ti permette di prenderla con calma e fare tutti gli studi che vuoi, e una società che dà per scontato che negli anni di ‘ritardo’ tu abbia fatto qualcosa, sia cresciuto come persona e come esperienza. Certo che qui si finisce per sentirsi vecchi, ci si sente inutili. Tutti sostituibilissimi e affamati di lavoro, pure se quando lo trovi è sfruttamento puro.
    … eh, oggi mi sento amareggiata.

  73. la tua ex studente ha capito tutto molto bene. Certo, a 26 anni si è vecchi, è vero. Ma in una società vecchissima come questa, comandata da gente di oltre sessanta, chiunque si sente dire “ma tu sei giovane”. “Ma tu sei giovane” un cazzo. A 26 anni dovremmo avere il primo figlio e comprare casa. Come fece mio padre. Non permetterti di dire a un venticinquenne che è giovane, Giovanna, perché lo offendi, anche se lui non lo sa. Conforti solo te stessa a dire a qualcuno che è giovane solo perché è nato dopo di te. È sminuente e dequalificante. Questa società tratta le persone come poppanti, specie quelli sotto i trenta. È chiaro che “i giovani” rimangano in un limbo, esistenziale oltre che materiale.
    Scappate dall’Italia, non vi merita.

  74. Eccomi: 24 anni, 4 esami per finire la triennale. Mi sono fermata un anno perchè ho avuto un figlio ed è morto mio padre; quest’anno ho ricominciato ma mi sento inadeguata e penso di smettere a ogni sessione d’esami, ogni volta che non riesco a studiare fra figlio e lavoretti vari (che non saranno importanti ma senza non potrei nemmeno pagarmeli, gli studi).
    Me lo dica lei: che società è una società in cui chi deve darsi da fare per poter studiare, ha un figlio e tuttavia non vuole mollare, chi attraversa un lutto terribile e per questo rimane un po’ indietro, deve sentirsi mortificato dall’aver buttato via un anno, e chi ha mamma e papà a pagargli tasse, affitto, libri e tutto il resto no?
    Tra l’altro, i primi sono proprio certi professori, che si sentono quasi offesi dal fatto che tu devi lavorare e non puoi seguire le loro lezioni, come se ti divertissi a farti sfruttare per 300-400 euro al mese in qualche call centre…
    Che poi, per inciso, magari hai anche la media del 27 -che non è 30, ma nemmeno 18.

  75. Capisco la ragazza e la sua difficoltà di tornare a fare qualcosa che non
    si fa da tempo. Ma secondo me qualunque sia la sua scelta, il lavoro non lo si deve lasciare. Io ho studiato e lavorato, adesso ho sia la specialistica in lingue, sia 4 anni di esperienza nel turismo. Ho iniziato da receptionist come lei, adesso lavoro nel commerciale, ho fatto dei sacrifici, ho lavorato di notte e studiato nel pomeriggio, ma ce l’ho fatta. Mi sono laureata insieme ad alcuni miei colleghi che hanno soltanto studiato e non sono affatto un genio. Bisogna trovare le forze per studiare quando i tuoi amici escono, di andare ai ricevimenti sfruttando le ore di permesso, di prendere le ferie per studiare, di non godersi le giornate di mare per stare sui libri. Ma è fattibile
    .
    Chi dice di mollare il lavoro non so se si è reso conto che ciò che guarda un hr manager è l’esperienza lavorativa e sono quella, decisamente non i voti universitari. Il lavoro lo si deve trovare e prima possibile, i genitori non sono eterni.

    Io ho 25 anni e non mi sento vecchia, mi sento realizzata professionalmente e consiglio a tutti di scegliere il lavoro, sempre e comunque. Mi sarebbe piaciuto tanto fare un dottorato in studi di genere ma capisco che non mi darebbe nulla di più se non frustrazione di aver sprecato 3 anni della mia vita.

  76. Non è una questione di essere vecchi o non a 26 anni.
    E’ una questione che 26 anni non te li ridà indietro nessuno.
    E a un certo punto devi pur farti una vita fuori dalla famiglia, bella o brutta che essa sia, ma te la devi fare. Per migliorare c’è il cammino, ma intanto che ci sia almeno un inizio…almeno per non correre il rischio di non vivere una vita che non ci appartiene

  77. Scusate, ho evitato di leggere tutti i commenti e mi sono limitato al post.
    La ragazza – a mio avviso – ha ragione. A 26 anni si è vecchi! Solo in Italia si resta giovani per sempre. In Norvegia, Islanda, Finlandia, etc. il primo figlio si fa intorno al 26/27esimo compleanno della madre, secondo statistiche OECD. [1]

    Essere vecchi non vuol dire che la vita è finita, la ragazza potrà sempre studiare. Ma sarà sempre più difficile, con il lavoro. E per lo studio dovrà forse dovrà sacrificare la maternità, o rimandare a quando sarà ancora più vecchia. Non sono scelte facili, sopratutto così tardi come a 26 anni, perché hanno conseguenze immediate.

    Ho 26 anni pure io, le auguro – di cuore – il meglio.

    [1] http://www.oecd.org/els/soc/SF2.3%20Mean%20age%20of%20mother%20at%20first%20childbirth%20-%20updated%20240212.pdf

  78. Tutte, o quasi, le critiche mosse al sistema paese Italia in questi commenti sono condivisibili, così come le molte lamentele dei “giovani” in ritardo con gli esami, o con figli, o con problemi economici. Giusto è parlarne a voce alta, farsi sentire ed anche, se possibile, fare azioni che possano cambiare le cose, per esempio con il voto e l’impegno politico diretto. Dobbiamo però considerare la poca utilità delle discriminazioni tra giovani e vecchi, in particolare le fasce tra i 24 e 54 e quella dei 54 – 64. In comune hanno sicuramente una cosa: la grande preoccupazione per il loro futuro. A 24 anni si fa fatica a mettersi nei panni di un quaranta o cinquantenne, ma se si considera la preoccupazione per il futuro si trovano dei forti punti di contatto: le problematiche, pur differenti, sono pesanti e preoccupanti per entrambi. Dai dati poco certi sembra che i famosi esodati tra i 50 e 60 anni siano circa 150.000. Un cinquantenne che perde il lavoro lo ritrova (quando ce la fa) mediamente entro 5 anni, nel frattempo non ha nessun sussidio se non quello di disoccupazione se è stato un dipendente (quindi da fame). In questo momento con la cassa integrazione sostanzialmente finanziata con 500.000 € contro i 2 miliardi necessari (grazie alla cazzotta IMU) ha messo circa 100.000 famiglie a reddito ZERO. Ma c’é dell’altro. Un sessantenne libero imprenditore professionista che, come tanti, non si è messo da parte un gruzzolo o pensione privata, si trova ad avere enormi difficoltà a continuare la sua professione perché i suoi interlocutori (manager) hanno spesso 20 e anche 30 anni meno di lui/lei. L’impatto dei “giovani” manager è degradante per il professionista di 50 o 60 anni. Viene considerato vecchio, superato, quindi inutile. Non importa se il professionista è molto preparato e perfettamente aggiornato oltre ad avere un’esperienza superiore ai giovani manager con cui si confronta. Il giovane manager ha pregiudizi di fondo di cui soffre la nostra società: il merito non conta. Almeno che il cinquantenne non sia considerato per fama o dai media un “GURU”. I guru non esistono. Però, al convegno Ambrosetti si è parlato di Gianroberto Casaleggio come un guru, la cosa ha fatto notizia anche se Casaleggio afferma e scrive, cose e concetti che per gli addetti ai lavori (politica o comunicazione WEB) sono delle banalità; forse impressionano qualche giornalista poco informato, ma di fatto sono banalità, non mi pare che abbia mai detto cose a livello di Negroponte del MIT.
    Dovremo quindi discutere sulla distinzione tra giovani o vecchi a due livelli: anagrafico e biologico, + o – opportunità di assicurarsi un futuro economico decente. Molti giovani penseranno che un sessantenne ha come si suol dire “già dato”, ma questo signore non solo dovrà arrivare a 83 anni (aspettativa di vita degli italiani) quindi trovare le risorse per campare altri 23 anni, ma spesso ha anche delle forti responsabilità: figli a carico che ancora studiano, mutui da pagare, genitori ultra ottantenni da assistere. Chi ha dai 25 ai 40 anni è anagraficamente e biologicamente (se non è malato) GIOVANE rispetto ad un sessantenne sano che da questo punto di vista è ANZIANOTTO. Le difficoltà da affrontare per ottenere un futuro decente sono identiche da 25 a 65 anni per milioni di cittadini italiani. La differenza tra la categoria giovani e quella anziani è la quantità di tempo per raggiungere l’obiettivo. Pertanto insisto nel dire che Anna e tutti gli altri che si sono identificati con lei, è a tutti gli effetti GIOVANE e ha molte probabilità di assicurarsi un futuro, molte più possibilità di un anziano di provare e sperimentare, sbagliare, far tesoro degli errori e riprovare.
    Quindi, cari GIOVANI, anche in Italia, voi siete in una situazione di vantaggio rispetto a tutti quelli che più giovani non sono ed in particolare nei confronti dei precari anzianotti. Quello che dovete acquisire è la consapevolezza delle vostre reali potenzialità. Se siete in difficoltà di vario tipo dovete considerare che avete davanti a voi molto più tempo di tanti altri; tempo che non dovrete sprecare perché tra un po’ saranno passati altri 10 anni. Quindi non vi resta che credere in voi stessi, combattere una società ingiusta, rimboccarvi le maniche e intraprendere una strada seria, quindi non breve, rinunciando a credere che esistano delle scorciatoie.

  79. Purtroppo questo post mi lascia molta amarezza più che farmi sentire meno sola. E’ proprio quello che sto passando io ora che ricomincia quest’anno scolastico che ho buttato al vento per varie vicissitudini, alcune anche abbastanza gravi. E la sensazione di base è proprio quella di sentirsi esclusi dal giro, come se diventassi improvvisamente una pecora nera. E in più avendo cambiato Università nessuno (né studenti né professori) ha idea di quanto posso aver dato alla triennale, di quanto io valga come studente quando ho forza e motivazione.
    E’ dura, ogni giorno mi chiedo cosa dovrei fare, se ricominciare, se fare un passo indietro, e intanto invio curriculum inutili a cui so che nessuno risponderà.
    E’ straziante.

  80. Ci sentiamo vecchi perché vediamo il tempo passare invano. Non importa quello che facciamo: il tempo passa ma non possiamo più crescere. Ecco che significa essere vecchi.

  81. Infermiereungiornochissà

    Salve a tutti,
    dopo aver letto questa testimonianza sono rimasto basito.
    Non perchè la situazione mi sia estranea. Anzi.
    Ma perchè mi ci ritrovo più che mai. Decido di tenere l’anonimato perchè purtroppo intorno a me molte persone sanno cose differenti dalla realtà e non me la sento di rischiare che scoprano un giorno la verità.
    Ho 27 anni, frequento il secondo anno fuori corso di scienze infermieristiche, la mia facoltà è considerata fra le migliori d’Italia, ho avuto la fortuna nel 2008 di riuscire ad entrare (studiando e facendo bene il test) e ho capito dopo poco che sarebbe stato il lavoro della mia vita. L’ambiente ospedaliero, il lavoro in se per sè, le soddisfazioni coi pazienti, le materie incentrate sulla medicina e la chirurgia. Tutte cose belle e appassionanti, Il primo anno è passato bene, esami perlopiù scritti, gli orali tutto sommato nella media, poi arriva il primo ostacolo. E lì cascai. Prima delusione per me e per le persone che avevo intorno. Da lì è stato tutto in salita. Sono riuscito a passare al secondo anno (nell’anno successivo) ho perso la prima volta il secondo anno, poi l’ho riperso di nuovo bloccato dalla moltitudine di esami ed esamini che mi si paravano davanti e ora sono in bilico e rischio di perderlo per la terza volta. Tutta quest’epopea ve la racconto perchè. I miei genitori sono sempre state persone permissive (spesso fino all’inverosimile per molti miei coetanei), non mi hanno mai posto freni e rarissimamente mi hanno fatto pressioni. I miei amici mi hanno sempre stimato per tutt’altro e sanno benissimo come sono fatto e che per me lo studio è spesso stato più faticoso rispetto agli altri. Un’altra persona, che preferisco non definire, invece mi ha posto più e più volte pressioni. Mi sono depresso sempre di più, ogni volta che fallivo, sempre di più, più in basso. Più giù. Poi mi sono liberato di questa persona e delle sue pressioni. Ho cominciato a viverla diversamente, ho avuto a momenti dei moti di ripresa e spesso ho fatto sessioni d’esame pienissime. Adesso mi guardo allo specchio, senza pressioni esterne, ma con addosso lo stesso identico macigno che la ragazza esprimeva. La vecchiaia, il dolore di rimanere indietro, gli altri che vanno avanti e te sei sempre lì, ti ritagli un’immagine che non vorresti fosse la tua, ma ormai lo è. Vorresti più tempo, vorresti stare sui libri e leggere le parole e capirle alla prima. Vorresti non essere così pieno di roba in testa. Ma cos’è che ci frena? cosa mi ha frenato e cosa continuerà probabilmente a frenarmi? Cerco ogni giorno persone che come me possano comprendere questa situazione, queste sensazioni. Ma mi sento solo e l’unica cosa che voglio è scappare il prima possibile di qui, uscire da questo limbo che tende ogni giorno di più all’inferno. Non voglio una famiglia, non voglio figli, non voglio niente di tutto ciò. Vorrei solo essere libero come persona. E smettere di farmi affliggere dai miei fallimenti, dalle mie paure, dalle mie incertezze. Se un giorno qualcuno vorrà parlare con me di tutto ciò, sarà meraviglioso, forse, o almeno avremo trovato modo di condividere questo “mal de vivre” che c’è, ed è inutile negarlo, ma c’è. Grazie a chiunque leggerà o risponderà.

  82. Il commento di Chiara, appena sopra, mi ha sconvolto. Di una lucidità straziante. Parola per parola, la descrizione di ciò che provo anche io. Credo ci sia un tempo per ogni cosa, e quando non c’è evoluzione non c’è crescita, solo vecchiaia, indipendentemente dall’età anagrafica.

  83. “…Però mi piaceva, sa? mi piaceva tanto studiare”.
    Mi ero fermata, mi ero arenata anch’io, stavo per mollare. Sono inciampata per caso su questo articolo e su queste parole. Non ho accettato di sentirmi mietere come l’ennesima vittima di un carnefice invisibile che ti mastica il cervello e te lo risputa addosso in poltiglia. Possiamo dargli qualunque nome, possiamo dire che è colpa della società, del tempo, della politica sbagliata, possiamo dire che va tutto allo scatafascio e siamo nel pieno dell’olocausto dei cervelli, ma possiamo anche alzarci in piedi, stringere forte i pugni, e cominciare a combattere per prenderci quello che vogliamo. Perché sappi Anna che il tempo è un dono, un pezzettino di immensità che la tua vita ha strappato via dalla tela del tempo, e non dobbiamo permettere a nessun minuto di essere diverso da come lo vogliamo noi, a nessun futuro di non realizzare i nostri sogni e a nessun presente di farteli tacere! Il valore del tempo non sta nel punto in cui ti farà arrivare ma al contrario, nel fermento dell’eterno punto di partenza, che porta in grembo secondi, minuti, ore e giorni, che si sprigionano in eterne prime volte, perché mai predecessori potranno eguagliarle e mai certezza avremo che ce ne saranno ancora concesse, ma scegliere come viverle ci da il potere di trasformarle, e trasformarci tutti i giorni in tutti i migliaia di eroi che vorremmo imparare ad essere, potendo un giorno raccontare che se il posto in cui volevi andare non aveva strade che ti ci conducessero, le hai costruirle tu, imparando che il conflitto è l’unico vero motore del progresso, perché c’è spinta all’evoluzione solo in quanto c’è lo scontro, e c’è lo scontro solo quando ci si inventa un’alternativa da opporre, da dare in pasto a quel tempo che ti è stato regalato, che magari non sarà mai abbastanza per fare tutto, ma io ora volteggia nell’aria e sii felice, perché la vera felicità non è assenza, ma EQUILIBRIO, di contrasti!
    In bocca al lupo.

    Fabiana

  84. Cara “Anna”, non sei vecchia.. hai solo bisogno di ritrovarti.. io ho 30 anni e un posto di lavoro fisso che non mi soddisfa: lavoro in un ambiente maschilista dove le barriere prima di essere organizzative sono mentali ed io da semplice segretaria in un mondo di soli uomini non vengo considerata. Da me si aspettano che svolga compiti da “governante” (come li chiamo io) e per loro è più logico che io svolga quello piuttosto che proporre qualcosa di nuovo. Ho impiegato un anno a capire che non voglio questo per me: voglio di più e me lo prenderò.. a costo anche del posto fisso. Io tra una settimana ricomincio a studiare, inseguo i miei sogni, guardo dritta davanti a me consapevole che saranno anni dove dovrò lavorare (sono sposata e non posso permettermi di smettere di lavorare) e studiare. Coraggio Anna: la forza deve partire da te. Devi solo capire quello che vuoi, e ognuno dentro di se sa quello che vuole. Forse bisogna solo scavare un po’. Non mollare. In bocca al lupo.

  85. Credo che ci si senta vecchi e fuori gioco quando si ha l’impressione di essersi giocati l’opportunità della vita e di non avere altre possibilità per riprovare, e questo può succedere non solo a 50 ma anche a 40, a 30, a 20 anni. Anche a 17 se pensi di essere nato in un posto che non ti offre nessuna opportunità. Ma è vero che se Anna ha avuto un accidente di salute questo ti mette in un particolare stato d’animo di fragilità emotiva in cui tutte le difficoltà sono amplificate. Mi verrebbe da consigliare ad Anna di riprendere, per non buttare a mare quanto fatto finora, senza lasciarsi prendere dallo sconforto, so per esperienza che la fatica è tripla quando ci si sente stanchi e inadeguati e ogni risultato sembra una goccia nel mare. Però penso che il consiglio migliore lo abbia dato tu: darsi il tempo di riprendersi prima di tutto fisicamente, e poi decidere.

  86. Mi commuovo perchè mi sento immedesimata nella ragazza del tuo post. Mi sento vecchia pure io a 26 anni. Questo paese ti fa sentire vecchio dopo i 25 anni se non hai trovato un lavoro o se non hai finito di laurearti. Perchè da una parte non ti da’ l’opportunità di una carriera perché sei troppo giovane prima dei 25 e non hai esperienza, poi ti scarta dopo i 30 anni perché sei appunto vecchio. Conosco gente appena laureata che non trova un impiego essere poi scartata dopo qualche anno perchè hanno assunto gente neolaureata perché raccomandata. Triste ma vero. Ma laurearsi a 26 anni significa laurearsi tardi in Italia? purtroppo ho questa sensazione.

  87. Io sono una vittima di reato, ci sono persone che sono state bloccate nella loro crescita professionale per “doversi salvare la pelle”?

  88. Anche io, mi è capitato a 25 di subire questo strano “colpo”: sentirmi vecchia. Avevo una laurea appena conclusa, una specialistica in corso, il sentore di nessuna possibilità in Italia. E così è stato: 2-3 anni di inferno, lavori per i quali non ho studiato, nessuna possibilità di avanzamento.
    Oggi ho 32 anni, vivo in Germania, lavoro e sto persino rifacendo una formazione. A 29 ho imparato la lingua e ora sono qui, sentendomi più giovane di quando sono nata la prima volta. Gente, non vi abbattete, perché le porte che non vedete oggi le aprirete domani e ogni nuovo giorno si ricomincia. Ricordate una cosa: la convinzione è tutto, nel bene e nel male. Sta a voi scegliere il circolo vizioso o virtuoso.

  89. Mi piacerebbe poter parlare con una prof. come lei…soprattutto adesso!

  90. Pingback: E così vorresti fare il libero professionista?

  91. Io sono alla soglia dei miei 26 anni. Tirare le somme? Anche a me piaceva tanto studiare. Quando non mi sentivo obbligata a lavorare. Poi anch’io ho lasciato, dopo essere andata fuoricorso. Anch’io sono cambiata. Mi sono sentita in obbligo di lavorare. Ora non ho un lavoro, l’ho perso qualche giorno fa ed è ripresa la ricerca… Nella mia città solo call center e consulenze commerciali. Vuoi fare altro? Serve un calcetto nel culetto. Non ce l’hai? Arrangiati. Tutto quello che ho fatto, nel mio piccolo, me lo sono sempre guadagnato. Senza chiedere raccomandazioni a nessuno. Lasciare Lettere? E’ stato un trauma, ma era diventato un trauma anche studiare. Ansia, la domanda “Ne varrà la pena?”. In giro vedevo solo persone deluse. In giro c’è lo schifo e tutti a importi di essere felice. Ok, sono felice… No, non sono felice. Dentro di me c’è qualcuno che si è ammutolito ormai perché sa perfettamente cos’è successo. Mi sembra di aver perso un sogno, il mio sogno. Ho la costante sensazione di vivere una vita alternativa.

  92. L’ha ribloggato su Zibaldone Dugongoe ha commentato:
    storia della mia vita

  93. Purtroppo Anna ha ragione. A 26 anni si è vecchi! Con un percorso universitario regolare da 3+2 anni gli studenti si laureano a 24/25 anni diventando professionisti o aspiranti nella materia in cui si specializzano. Uscire a 26-27 anni già penalizza. Non solo, per chi come me ha scelto un percorso universitario che non forma per una specifica professione, la questione è ancora più complessa perché dopo la laurea bisogna cercare di capire che lavoro si può fare e avere ancora tempo per impararlo. Forse per gli studenti di medicina, per quelli delle lauree sanitarie, per quelli di ingeneria o architettura, il percorso è più linerare, si esce dall’università, ci si continua a specializzare sempre in quella materia, ci si iscrive all’albo. Forse per loro 26 anni non sono neppure molti. Ma non è solo questo: siamo così in tanti a cercare un lavoro, un tirocinio, un corso di formazione, che talvolta l’età è un criterio di scelta, e si sceglie il più giovane. Non solo, ci sono borse di studi e progetti che sono riservati solo a persone sotto i 25 anni, o sotto i 30, ma se a 26 anni sei ancora all’università rientrare nel gruppo dei “sotti ai 30” è comunque una sfida. Molti contratti di lavoro poi sono riservati ai minori di 30 anni, le agevolazioni fiscali e la partita iva a regimi minimi è riservata per coloro che hanno meno di 30 anni, gli stage, i contratti da apprendistato.. e così via, sono riservai a chi è sotto i 30.
    Io ho 26 anni, sto per finire la magistrale e ho paura. Ho paura perché so già di essere indietro di due o tre anni rispetto alla media, ho paura perché i miei colleghi hanno anche 4 anni in meno di me, sono svegli e con la valigia pronta per cogliere le occasioni di lavori da sogno fuori dalle proprie città. Io invece sono un po’ più timorosa. Ho un lavoraccio, che però non posso perdere se no non so come mantenere gli studi e la casa in cui vivo), ho un compagno, col quale progetto una vita insieme e non vorrei che vivesse a centinaia di chilometri da me. Non mi sento più pronta per partire e mollare tutto e ripartire. Ho paura di non avere più occasioni perché questo mondo è riservato alle eccellenze, agli studenti che si laureano in tempo col massimo dei voti, che conoscono perfettamente l’inglese e anche un’altra lingua. Preparatissimi sulla politica e sui temi di cultura generale, che vanno al cinema solo per vedere un film di nicchia e che arricciano il naso quando vedono la fila per chi compra il biglietto per una commedia. Che fine faremo noi persone normali e mediocri? Che si sbagliano, che arrancano con l’inglese, che hanno un sacco di cose di da dire e tanta voglia di fare?

  94. La storia di questa ragazza mi ha lasciata senza fiato.
    Un po’ mi ci rivedo, entrambe stiamo considerando l’idea di ricominciare a studiare, questa ragazza per completare un ciclo di studi, io invece per cominciarne uno nuovo, più vicino alle mie corde..di anni ne ho quasi 25.
    Ciò che più mi ha commosso (si potrà dire?) sono state le sue parole..”prendi il tuo tempo” le ha detto, mentre invece nel mio caso sembra che io debba ricominciare subito, in fretta e furia, se questo è quello che voglio fare veramente nella vita. Ci sono talmente tante “cose” in ballo che mi impediscono di prendere una decisione serena e definitiva, non sopporto le pressioni, mi hanno sempre angosciata, ma a una soluzione so che ci dovrò arrivare….se solo avessi conosciuto una professoressa come lei ai tempi che furono forse ora non sarei così incasinata! A 19 anni mi hanno messo in mano la decisione più importante per il mio futuro e io, impaurita e confusa, ho pescato la prima cosa che mi passava per la testa.
    Grazie di questa testimonianza che ha citato, un po’ mi è servita.

  95. Mi sento come quella ragazza, ma sono un ragazzo di 24 anni.
    Non ho lavorato, ma dopo essermi laureato in tempo a pieni voti in ingegneria triennale, al primo di magistrale ho perso 6 mesi e più per depressione. Ora non sono più lo stesso, Non avrei fatto le stesse scelte.
    E’ tutto cambiato. Fatico a studiare, mi abbatto, e quando succede passo molto tempo a letto. Ragazzi seguite sempre le vostre passioni e cercate di essere una persona che amate quando vi guardate allo specchio.

  96. questo thread è dolente, ma bellissimo

    chiedo ad ognuna/o:novità?

  97. Anche io mi sento vecchio a 24 anni. Ho perso un anno di studi cercando di entrate in una buona università e non quella merda in Italia. Ma ovviamente per uno che ce la fa mille falliscono e io ci sono sempre dentro..

  98. @save Un solo anno di studi si può recuperare benissimo e non tutta l’istruzione in Italia è una merda. Semmai formiamo invece dei laureati accettabili ma non sappiamo trattenerli perché vogliamo trattarli nel peggior modo possibile, giocando con la loro pazienza

  99. vecchi a 27 anni? eccome! una vita in continua corsa..studio studio studio. ad appena 25 anni due lauree con 110 e lode (pagate con le borse di studio e premi di laurea), perché si sa ” i laureati nei tempi previsti hanno più chance di trovare lavoro”.per cosa tutto ciò? in due anni e mezzo dall’ultima laurea sono stata contattata solo per 2 lavori, svolti ad un anno di distanza l’uno dall’altro (uno di tre mesi part time-3 ore al giorno-, l’altro di un mese e mezzo-e tra l’altro neanche attinente ai miei titoli di studio), un migliaio di curricula inviati per qualsiasi tipo di contratto, stage non pagati inclusi (una media di 3 c.v. al giorno…moltiplicateli per due anni e mezzo), una dozzina di concorsi mai passati (rimasta sempre fuori per 2 o 3 punti). quando potrò costruire il mio futuro? e poi mi ritrovo persone della mia età che la laurea non l’hanno neanche ancora presa che lavorano in enti pubblici importanti…chi sa perché? e poi non chiedetevi perché la gente si sente vecchia e se ne va dall’Italia..

  100. mi sembra il quadro perfetto della mia vita…😦

  101. Grazie per questo post . Grazie perchè so che non mi sento così solo io.
    Una motivazione che ci tiene in pugno tutti . Chi si sbriga a finire la sua triennale perchè qualche mese in più non si può concedere a nessuno e chi come me , che si è iscritto dopo 2 anni per poi rendersi conto che è tardi , che sarei uscita di lì -appunto- vecchia e non ci sarebbe stato spazio per il mutuo, la casa, la famiglia , i figli . (almeno 2)

    Quindi non solo è possibile , ma ormai sembra obbligatorio sentirsi vecchi . Io mi ci sento a 22 anni.
    E ripeto i miei ringraziamenti perchè Lei inserisce un po’ di umanità in un contesto dove ce n’è ben poca.

  102. “Vecchi” va inteso in puro senso lavorativo, cioè non appetibili dalle aziende alla folle ricerca della perfezione. Perfezione che è sinonimo di laurea presa in tempo, con il massimo dei voti, nell’università più prestigiosa e ancor meglio se nel frattempo il candidato si è divertito in erasmus. Tutto questo perché il mercato delle professioni altisonanti si è ristretto talmente tanto…che non c’è più posto nemmeno per tutti i “perfetti”.
    Ormai se non si rispettano questi requisiti i posti di lavoro migliori e più affascinanti, magari in linea con i nostri studi, si possono scordare.
    Di certo so che Eni, Fiat, Sanpaolo e Trenitalia (e quindi immagino tutte le grosse aziende italiane), svolgono assunzioni strutturate in 4 livelli:
    -Cernita dei curriculum con voto superiore al 100 (110 per le posizioni più importanti)….alla faccia di chi dice che il voto non conta
    -Lavoro di gruppo. Analisi della preparazione tecnico-teorica. Analisi del profilo psicologico
    -Colloquio orale
    (qui decidono chi è stato il candidato migliore)
    -Stage di 6 mesi non retribuito (magari un rimborso spese) che non conta a livello contributivo

    Per questo motivo nasce quel senso di inadeguatezza in chi è già in ritardo di 1-2 anni rispetto allo standard richiesto, perché si ha la certezza di essere scartati. Ci si sente lavorativamente vecchi, come gli esodati….e in effetti lo si è.
    Questo non significa che non si riesca a trovare lavoro, ma che si dovranno accettare posti in azienducole che propongono lavori dequalificati e pagati poco, cose fattibili da un perito con un annetto di tirocinio aziendale sulle spalle. A quel punto uno si chiede: a che mi è servita la laurea? Come li recupero i 40mila euro spesi stando fuori sede, se ogni mese risparmio 100 euro su 1100 di stipendio?

    E poi ce un altro grosso problema. Molti dicono che questa è la meritocrazia. Ma lo vogliamo capire che la meritocrazia non può esistere?
    Le aziende sono fissate con il voto. Ma che cos’è il voto? Un insieme di numeri che rappresentano un giudizio approssimativo, con una variabilità enorme dovuta al fatto che le prove d’esame non sono mai uguali in difficoltà, il professore non è mai dello stesso umore e non spiega mai allo stesso modo di anno in anno….e di solito ha poco interesse nel correggere decentemente i compiti (200 compiti in 2 giorni…chissà che correzione attenta!!). Il tempo di laurea? Basta che uno si ammali in una sessione che automaticamente perde 6 mesi, basta che uno trovi un insegnante che non ti faccia passare l’ultimo esame perché la tua laurea slitti da ottobre a marzo (sempre che a febbraio ti facciano passare!).
    E il livello di partenza non è mai lo stesso fra studenti. C’è chi è nato in una famiglia di contadini e operai che non sanno fare 2x+1=0 e c’è chi è nato in una famiglia in cui la mamma è professoressa di matematica e il padre è chirurgo. Chi è più meritevole? Il ragazzo figlio di contadini laureato con 98 o il figlio di ingegneri laureato con 106?
    Se uno guarda il numero scarterà a vita il 98, ma magari sta mandando a casa una persona che si è fatta da sola (forma mentis inclusa) senza aiuti dall’alto o ancora peggio amicizie “di settore” con i professori.
    Vogliamo parlare di chi si è beccato mille riforme universitarie e chi invece, grazie ai nuovi ordinamenti, si ritrova esami in meno oppure test a crocette con i database che dilagano tra studenti?

    Da mettersi le mani nei capelli…

  103. **c’è un altro grosso problema.
    Perdonate l’errore…

  104. Sim hai riassunto perfettamente la situazione.. ora le mani nei capelli me le metto anche io!
    Lunedì: mi sono laureata in economia e gestione delle arti e delle attività culturali. mi sentivo un drago: buon voto, ho finito in tempo lavorando full time nel frattempo e ho pure fatto la pendolare.
    martedì, career day: giornata ricca di umiliazioni fatte da presunti manager che in due minuti, dopo file interminabili, decidono che non vali nulla per l’età (26anni appunto), il corso di studi scelto, mancanza di esperienze formative e lavorative. Poi: “scusa ma non sei mai stata all’estero?!”, “ma esattamente, cosa sai fare? perché sei qui?”

  105. Sim Chi è più meritevole? Il ragazzo figlio di contadini laureato con 98 o il figlio di ingegneri laureato con 106?
    Se uno guarda il numero scarterà a vita il 98, ma magari sta mandando a casa una persona che si è fatta da sola (forma mentis inclusa) senza aiuti dall’alto o ancora peggio amicizie “di settore” con i professori.

    Sottolineo queste parole dell’intelligente intervento di Sim, perché dettagli così importanti non vengono quasi mai ricordati, neanche dai docenti. Si crea così una definizione di meritocrazia viziata all’origine da grande superficialità.
    C’è un dato, invece, oggettivo, che a volte si elude pur di non turbare l’ordine sociale: non si può parlare genericamente di meritocrazia senza tenere conto delle condizioni socio-economiche e del contesto culturale in cui nasce. Non ha senso, ad esempio, giudicare con lo stesso criterio il figlio di un docente universitario e di una professionista, nato nel benessere e in un clima culturalmente stimolante, e il figlio di due operai. Il secondo ha molte più difficoltà, comprese quelle economiche, perché è ovvio che, in generale, si studi meglio e con più entusiasmo se si vive nel benessere.

    C’è un dato incontrovertibile: fingere di ignorare questi dettagli consente a un certo ceto di mantenere le sue posizioni di privilegio. Non a caso, politici, giornalisti e anche alcuni docenti (non tutti, per carità) spesso sparano sciocchezze a raffica quando parlano dei giovani.

    Che poi il cosiddetto mercato del lavoro, proprio in quanto freddo mercato, richieda certe cose, si sa. Ma una classe dirigente veramente all’altezza dovrebbe invece operare, ad esempio, per rendere effettivo il diritto allo studio anche per chi vive in condizioni di disagio economico.

  106. Mi sono presa tutto il tempo necessario per leggere l’articolo e tutti i commenti, dal primo all’ultimo, perché ritengo che sia stato tempo ben speso, che valga la pena leggere queste testimonianze.

    Io ho appena compiuto 26 anni. Anch’io mi sento vecchia. Uscita dal liceo col massimo dei voti, immaginavo – anche se ne avevo paura – di fare un percorso universitario che mi avrebbe “confermato” nella mia bravura e che mi avrebbe fatto sentire realizzata. Non è stato così. Ho scelto Lettere per pura passione, senza pensare al mondo lavorativo futuro (e sono entrata all’università nel 2007, l’anno in cui è iniziata la crisi economica). Risultato? Mi sono stressata di studio, vivendolo con ansia da prestazione a ogni esame, ho ritardato e mi sono lasciata sopraffare dalle testimonianze (come ho letto qui) di persone che non con una, ma con due lauree e master si trovano più o meno nella stessa condizione di un diplomato. Allora ho perso motivazione e ho mollato, ma mai ho fatto la rinuncia agli studi, perché volevo prendermi del tempo per ritrovare la serenità.

    Ora sono passati 3 anni e la situazione non è migliore. In questo periodo speravo di trovare un lavoro che mi desse un minimo di soddisfazione personale. Ho lavorato in due call center per un periodo totale di qualche mese, lavorato in campagna d’estate per mettermi da parte un gruzzolo che facendo un lavoro d’ufficio ti scordi, ho fatto lavoretti saltuari, un corso di giornalismo, uno di informatica, un altro di dizione, un altro ancora di teatro, e ho avuto due esperienze come redattrice, una delle quali continuo a portare avanti. Tutte cose che volevo fare e che sono contenta figurino nel mio curriculum. Perché mi premeva farmi un cv, raccogliere esperienze.

    Il pensiero di riprendere gli studi c’è sempre ma poi, ogni anno, ogni volta esito sul da farsi, perché ho paura di sprecare tempo e soldi per ritrovarmi a fare qualcosa che potrei fare anche adesso, senza laurea.

  107. Buongiorno a tutti, io sono L. e anche io ho 26 anni e guai a chi mi dice che sono vecchia! Forse avrò preso da mia nonna che ne ha appena compiuti 87 di anni ed è un uragano, un vulcano di energia e guai a chi la invita alla festa degli anziani del mio paese.Pensate un pò voi!
    La mia storia è analoga un pò a quella di tutti voi.
    Terminato il liceo ho fatto il test per fisioterapia e mi mancavano 2 posti per entrare così mi sono iscritta a biologia convinta che l’anno seguente sarei entrata senza problemi in quanto le materie del primo anno sono quasi le stesse. Beh non è andata proprio così e menomale!
    Sarei andata a studiare per qualcosa che non faceva per me ma per i miei genitori che mi volevano medico avvocato ingegnere notaio, che volete farci i genitori sono così!
    Io il mio sogno ce l’avevo, eccome! Solo che molto probabilmente i miei non volevano finanziarlo perchè non vedevano un futuro per me!
    Allora ho preso la patente e sono andata a lavorare.
    Vi assicuro che ho fatto di TUTTO, la cameriera, la commessa, la magazziniera, le pulizie e tante altre e ho preso tante di quelle umiliazioni e parole..ma io avevo bisogno di soldi quindi ho mandato giù il rospo e mentre lavavo i scalini fuori dall’edificio anche con -5° mi ripetevo che un giorno i miei sacrifici sarebbero serviti per studiare.
    Sono andata avanti 3 anni, dopodichè mi sono licenziata.
    L’ultimo giorno di lavoro fu un sabato e il lunedì appresso ero seduta ad ascoltare la mia prima lezione.Sì mi sono iscritta all’università a 23 anni.
    Ora sono trascorsi tre anni.Forse per voi ho iniziato tardi?
    Non mi importa proprio nulla, quest’anno mi devo laureare e poi mi farò anche una bella magistrale, ma nel frattempo che preparo gli esami vado a corsi esterni all’università ma inerenti il mio percorso, faccio stage (non retribuiti ovviamente), vado a conferenze mostre e fiere del settore perchè voglio essere preparata ed aggiornata, perchè ho una grande passione per quello che voglio fare, perchè ho sudato, perchè me lo merito!
    E se qualcuno si permette di dirmi qualcosa per me le sue parole sono cioccolato al sole.
    Perchè la determinazione non ha età e ti porta anche sulla luna.
    Quindi invece di stare li a pensare che siamo vecchi che non troveremo lavoro RIMBOCCHIAMOCI LE MANICHE E CHE LE LACRIME DELLA TRISTEZZA DIVENTINO SUDORE DELLA FRONTE e qualcosa prima o poi arriva.
    Una mia Prof.ssa diceva sempre ” SE INSISTI E RESISTI ,RAGGIUNGI E CONQUISTI”
    Ogni giorno torno a casa dopo 14 ore stanca ma col sorriso, ma la felicità più grande è vedere mio padre ,che mi criticava all’inizio per la mia scelta di studio, che si è ricreduto e mi vede così determinata che ora mi appoggia.
    E se avessi fatto Fisioterapia? Credete che i genitori non vogliano la felicità dei propri figli?
    Mi criticate? meglio! perchè le critiche finora mi hanno fatta crescere.
    Un bacione a tutti e buona vita!

  108. Discussione veramente attuale, mi ritrovo benissimo in tutto quello che dite. E’ assurdo ma già un anno può diventare pesantissimo. Il mio consiglio è anche nei momenti più difficili di non fermarvi mai, anche solo per la soddisfazione di ficcarlo nel c*lo a chi vi mette sotto pressione. Fissatevi degli obiettivi e arrivateci; ci mettete 6 mesi, 1anno, 2 anni in più? Fregatevene, intanto arrivateci, poi in qualche modo qualcosa trovate con 2 lauree in mano (3+2), ripeto DUE LAUREE, perchè a differenza di quanto dicono tanti veri “vecchi” 50-60-70-80 enni, anche la triennale è una laurea a pieno titolo, sudata spesso a lacrime e sangue ancora più che la magistrale! E’ una delle cose che mi fa saltare i nervi, quando si insinua che la triennale non sia una laurea divento violento!
    Ci vorrebbero più persone come Giovanna a questo mondo, ma purtroppo la maggioranza sono solo squali e teste di c*zzo, e il rischio alla fine è di diventarlo anche noi per una questione di sopravvivenza! Scusate i termini scurrili ma è un argomento che mi manda abbastanza in bestia, ho 25 anni con una laurea in scienze dell’architettura e qualche esame della magistrale. Ciao e in bocca al lupo per tutto!

  109. Poco_Studente_Molto_Disoccupato

    Io sono più o meno nella stessa situazione. Mi sento vecchio e devo fare ancora i 25. Una laurea triennale in economia ce l’ho. Ho deciso di fare la magistrale ma mi sto rendendo conto che non è la mia strada continuare gli studi. Nessun problema mi dico, vado a lavorare, (in fondo la vita è fatti anche di strade intraprese e rivelatesi sbagliate), più facile a dirsi che a farsi: qua ormai anche per fare l’operaio (con tutto il rispetto per l’operaio ci mancherebbe) c’è bisogno di una spintarella. Ora dopo aver perso un anno in una percorso che non è il mio, mi sento già fuori dai giochi, chi mi prenderà mai senza un esperienza e con una laurea triennale in economia e dopo aver “perso” un anno? chi mi da fiducia? L’idea di mollare l’università nella speranza di una chiamata magari standomene sul divano mi fa rabbrividire. Mi sento in “trappola”. Spero che all’estero le cose siano un po’ diverse, perchè ormai con la mente sono già fuori dall’Italia.

  110. Ciao, io non credo affatto che tu sia fuori dai giochi solo perché hai “”””perso”””” un anno in un corso magistrale, in realtà tu sei in gara eccome, solamente ti devi dare da fare! Che cosa ti piacerebbe fare da grande? Non lo sai? Bene, allora, cosa sai fare bene?? Anche se tu fossi solo portato alle pubbliche relazioni, dovresti partire da quello e costruire mano a mano le tue competenze. Pensa sinceramente a cosa potresti offrire a un’azienda che ti vorrebbe assumere, se non hai molto da offrire lavora proprio su questo, differenzia il tuo profilo e fa’ che tu sia proprio la persona giusta! Non è detto che ti serva l’università: potresti fare un corso di lingua, uno sport particolare, un corso di alta formazione (la regione li offre spesso gratuitamente), o persino volontariato (ad esempio molte associazioni di volontariato cercano ragionieri, organizzatori di eventi, segretari, ecc…).
    Vedrai che mettendo carne al fuoco qualcosa salterà fuori! In bocca al lupo!

  111. io credo che tutte le persone che cadono in questo stato, me compreso ovviamente, dovremmo suicidarci. per far capire al mondo quello che davvero conta. è strano come la vita venga valutata al giorno d’oggi. se uno si laurea a 30 anni è vecchio. perchè? cosa cambia? ci tengo a dire poi che nessuno è nato con il libretto di istruzioni per la vita. non ci sono state date le giuste istruzioni. i giusti attrezzi. dagli altri esseri umani. se un giorno avrò dei figli o delle persone più giovani attorno, le istruirò.

  112. A volte uno cerca sul web perché vorrebbe trovare risposte o esperienze comuni, soprattutto quando tua madre non risponde al telefono e tu devi dirle che non ce l’hai fatta in tempo, che perdi un anno…. A 22 anni.
    E mi sento spacciata.
    Non è ridicolo? Eppure è così, tra sensi di colpa, una laurea triennale di Psicologia che praticamente (ma guarda un po’) in Italia non serve a nulla, e queste maledette scadenze, questa urgenza di non stare mai con le mani in mano. Per carità, sono fortunata, fino ad ora ho potuto studiare serenamente, lavorando nella pizzeria dei miei, ma ora mi si è aperta una voragine, che cosa faccio? Provo solo angoscia.
    L’angoscia di aver deluso tutti, me stessa e la rabbia per questo sistema che ti manda nel panico se non segui la “tabellina”, delle false indicazioni e di Professori che non si degnano di aiutarti con la tesi e ti lasciano in panne.
    Ora ecco che spunta la domanda peggiore. Ma voglio fare davvero questa professione? Devo davvero aspettare un anno e riprendere gli studi? Un anno ti fa sentire” vecchia” e inadatta.
    Allora ti chiedi, che cos’è che vorresti fare davvero? Starmene in una risaia, raccogliere il riso, vivere in un villaggio sperduto chissà dove, lontano dalla burocrazia, fuori dal senso di inadeguatezza, dal panico che ti assale. Si, questa voglia di pace immensa. Però a 20, 22,30 anni non dovrebbe essere così, non si dovrebbe perdere il mordente e aver addirittura paura di provarci.
    Allora ci sto pensando, mandare a quel paese la magistrale di questo Paese, via all’estero e iniziare a lavorare dove ti offrono di vedere il percorso di vita in modo diverso, capire cosa vuoi veramente e poi prendersi un master. Anche con due anni di ritardo.
    Questa è la svolta, io non voglio restare qui dove ci tengono a farci credere che siamo fuori tempo massimo.
    La vita non è questa.
    Non è questa sensazione di star sempre dietro un banco di scuola.

  113. … che prof originale a dialogare della vita privata dei suoi studenti!! il mio sa sì e no da che paese vengo (ci lavoro da 4 anni) e non ci tiene assolutamente saperne di più!!
    Comunque sì, a 26 anni è vecchia perchè per trovare il lavoro che desidera dovrà competere con quelli che si sono laureati in corso e pure con gli stranieri che fanno 1 anno in meno di superiori e 1 anno in meno di università. E i datori di lavoro tengono l’età in grande considerazione se manca l’esperienza.

  114. Quella di Anna è la mia storia. Trent’anni, un lavoro, una casa, e una brillante laurea magistrale in economia.
    14 chili persi, la vita che scorre monotona, l’insoddisfazione, la tristezza, la depressione, la tachicardia, gli attacchi di panico, paroxetina e xanax.
    E poi un giorno la mail di un prof che ho sempre stimato, il concorso di dottorato e… oggi non prendo più psicofarmaci, e sono di nuovo felice di alzarmi la mattina. Perché quel concorso è stato il mio nuovo inizio, e fra tre anni si vedrà.

  115. Cara Laura, in bocca al lupo! Respira profondamente, goditi ogni attimo di questo nuovo inizio: a me è capitato lo stesso. Lavoro con stipendio buono ma depressione e infelicità profonda. Psicoterapia. Poi ho tentato un concorso di dottorato nella materia che amavo e ho vinto. Ho fatto il Dottorato, poi la vita non è andata come desideravo ma a te auguro in bocca al lupo! Questo post mi sconvolge sempre, sentirsi vecchi a 26 anni…lo capisco così profondamente. Professoressa, grazie per il suo blog.

  116. Mi ritrovo nella stessa situazione. Ma oltre a sentirmi vecchia a 26 e ad avere iniziato l’università ora, ho già una laurea presa “quando era lecito prenderla” ovvero a 23. La laurea non mi ha fruttato alcun lavoro (unita ad una totale mancanza di motivazione). Le cose ovviamente sono collegate: la comunque reale mancanza di lavoro è unita alla mia scarsa motivazione nel farlo tutta la vita. Invece che diventare depressa a 50 anni per un lavoro che non mi piace (“iscrivi in questo” mi dissero “è l’unica cosa che dà lavoro al giorno d’oggi”, ultime parole famose) ho deciso di rimettermi in gioco, senza però prendere in considerazione queste sensazioni del sentirsi fuori posto, vecchi, con un passato (andato male) alle spalle e tutti i tuoi amici e coetanei che nel mentre diventano qualcuno e si godono la vita senza problemi. E pensare che non sono mai stata una persona che ragiona in questo modo. Eppure non posso fare a meno di pensare che è tardi, che devo sbrigarmi, che a 35 anni si è fuori dal campo di lavoro, che la competizione ormai è internazionale e all’estero a 26 anni hanno già anni di esperienza consolidata… Ecco la società, o meglio, la società durante il periodo di crisi.
    Non si può neanche essere più padroni della propria “giovinezza”.

  117. Nessuno e in nessuna epoca è mai stato padrone della propria giovinezza. Però non capisco di cosa ti stai lamentando, o cosa vuoi dire. Credi veramente che a 35 anni ci si trovi fuori dal gioco? Conosco persone che hanno perso tutto a 60, o sono andati in pensione e si sono inventati un lavoro. Credo che il punto sia: è in gioco chi accetta le regole del gioco e il campo dove si gioca, l’arbitro, la squadra avversaria. Non sei in gioco se vuoi fare tu le regole, nemmeno Steven Jobs ha potuto giocare con le sue regole. Rifletti.

  118. Caro Pier, a 35 si è fuori dal gioco, concordo con Claudia. Ma non da tutti i giochi. Dipende da cosa vuoi fare della tua vita e sì, se vuoi fare alcuni percorsi, a 35 anni non puoi assolutamente più farli. Per altri, invece, sono d’accordo con te, c’è tempo fino a 60 e oltre…e, pur non essendo una apple addicted, credo che per non giocare con le sue regole, Jobs ne abbia inventate di nuove.

  119. Beh, io ne ho 28 e vorrei cominciare la triennale e mi sento vecchia da far schifo. Ma poi capisci che non tutti abbiamo le stesse possibilità nella vita. Non tutti seguiamo lo stesso percorso. È la società che sbaglia, o meglio la società italiana. Che ti dice che se non hai una laurea non farai mai nulla nella vita; che ti dice che le nozioni che hai, le cose che sai fare, se non hai una carta che attesti che tu le sappia fare allora non valgono nulla. È tutto tremendamente sbagliato in questo paese.

  120. Se questa ragazza ha 26 anni e si sente vecchia, io che ne ho 30 come dovrei sentirmi? Ho una magistrale in Economia col massimo dei voti, 14 mesi di stage nella mia città conditi da grandi promesse di assunzione che poi invece mi hanno lasciata con un pugno di mosche in mano.. ora sono a casa da 3 mesi e non so che fare del mio futuro perchè la realtà è che siamo una generazione senza futuro, ancor di più chi, come me, vive in Sicilia,che è una terra senza futuro… mi sembra di stare sprecando il mio tempo, come esco da questa empasse?

  121. Ciao Silvia,
    intanto ti dico che tra 5, 10 anni, leggendo di qualcuno che si sente vecchia a 30 anni dirai: “Vecchia a 30 anni??!”, ergo goditi la tua età perché, seconda cosa, ciò che conta è il presente che viviamo e noi giovani senza futuro dovremmo tenerlo sempre a mente. Il tempo passa sia che tu te lo sia goduto, sia se tu non l’abbia fatto. Capisco che tu sia stata delusa, d’altra parte è ora che stai vivendo la tua vita, è ora che devi ritrovare l’entusiasmo e la forza di andare avanti, partendo dai tuoi successi e correggendo i tuoi errori. Se fino ad ora non hai trovato lavoro cambia qualcosa nella tua strategia: cambia foto sul cv, cambia la lettera di motivazione, contatta le aziende in modo diverso, specializzati in qualcosa e apriti verso nuovi orizzonti, vedrai che troverai presto qualcosa di bello che ti farà tornare l’entusiasmo che ti manca.

  122. Cara Maia, grazie per la tua risposta! sembra proprio che tu abbia capito perfettamente come mi sento.. dovrei senza dubbio seguire i tuoi consigli (che sono gli stessi che mi ripeto anche io ogni giorno) ma poi, come hai detto bene tu, mi manca l’entusiasmo per fare qualsiasi cosa.. è come se cercassi di nuotare con una palla di ferro legata alla caviglia, per quanto mi sforzi di tornare a galla c’è sempre qualcosa che mi tira verso il fondo…

  123. Penso che se l’università avesse a disposizione più professori come lei (sapere che si è ricordata di un volto tra i tanti non è da tutti!), ci sarebbero molti meno studenti confusi, frustrati e insicuri, perché saprebbero di poter contare sul parere di una persona esterna alla vicenda.
    Ho passato tanto tempo, mesi infiniti chiedendomi se a 25, quasi 26 anni non dovessi incominciare a sentirmi vecchia anche io, ma le persone a me più vicine unite a una buona dose di volontà mi hanno fatto ricredere.
    In bocca al lupo a tutti gli studenti, come dice la professoressa, prendetevi del tempo se siete angosciati nelle vostre scelte, a volte buttarsi a capofitto non è sempre un’ottima idea (purtroppo testato dalla sottoscritta).
    La ringrazio delle testimonianze che fanno sentire meno soli e più ottimisti.

    Un caro saluto e un forte abbraccio!
    Sara

  124. E’ proprio vero… io ho 24 anni e quest’anno ne compio 25. A leggere questo articolo ho trovato una certa corrispondenza tra la pressione che sente questa ragazza su di se e la sensazione che sento io. Mi sento in una fase di transito, in cui il mondo mi sta dicendo a chiare lettere che non è più tempo di giocare. Il passato, fatto di spensieratezza, di giochi, di speranze lungimiranti e serene, si sta allontanando ormai da me, mentre il futuro grava sulle mie spalle assorbendo le mie energie, sebbene in quanto futuro ancora “non esista”, ma appunto sono IO che lo devo creare. Una responsabilità estrema in quanto in tale società non ho NESSUN aiuto o quasi, ma noi giovani di certo non ci meriteremmo questo trattamento di scarto.
    Mi hanno colpito le parole di Selene Cilluffo ovvero:
    <>
    A leggere queste parole mi sono resa conto di quanto la società ci faccia sentire in colpa, come se fosse nostra la responsabilità della difficoltà che abbiamo nel costruirci un futuro. Solo ora ho aperto gli occhi, perchè in effetti anche io sentivo questo inconscio senso di colpa su di me. Ma in realtà NON è AFFATTO COSì!non è assolutamente colpa di noi giovani!!Io vedo tantissime ragazze e tantissimi ragazzi che ogni giorno si affaticano a cercare lavoro in ogni dove, si impegnano in tutti i campi possibili, nello studio, nel lavoro, io stessa cerco di fare del mio meglio, ma non mi sembra mai abbastanza, ad ogni passo sento l’affanno, sento che non mi sono impegnata quanto potevo, ma non può essere sempre questo il problema. Eppure i giovani delle precedenti generazioni non è possibile che siano stati più intelligenti, più in gamba, più atti al sacrificio di noi. Non ci credo, non possiamo essere noi la colpa, anche perchè davvero noi SIAMO giovani, non siamo vecchi, come possiamo imparare a vivere in questo mondo e a costruirci il futuro se ce ne viene negata la possibilità? se ci scoraggiano in tutti i modi possibili, tagliando i soldi alle scuole, suggerendo alle aziende infiniti tipi di contratti insulsi che gli permettono di sfruttarci e basta, e mai che ci sia una persona, tra quelle che si occupano delle “assunzioni”, che dica “no per questo/a ragazzo/a faccio un’eccezione, sono disposto a pagare delle tasse per assumerlo”, eppure ci sono tantissimi ragazzi in gambissima, che si impegnano davvero nel loro lavoro. Ci sono poche eccezioni di persone di buon cuore che tentano di immedesimarsi in noi e appunto ci assumono, ma queste persone sono rare. I soldi a quanto pare riescono davvero ad annebbiare la mente velando gli occhi e il cuore. E’ più la società cresce più il giro di soldi aumenta vertiginosamente, e tutto questo mi fa girare la testa. In cuor mio, conservo una speranza per tutti noi giovani, non può andare così male per sempre!! Prima o poi la ruota DEVE girare.

  125. Scusate le parole di Selene Cilluffo sono queste:
    “Basti pensare a quello che viene detto dei “giovani” nel dibattito pubblico: troppo snob (o meglio choosy), sfigati (come aveva definito Martone chi si laurea a 28 anni), fannulloni, indecisi, mammoni.”

  126. Non c’è da stupirsi se su questo blog dal 13 settembre 2013 ci siano ancora persone che intervengono nella discussione. C’é invece da stupirsi se ancora oggi ci sono giovani che come Gloria pensano che i loro problemi di lavoro si possano risolvere se ” Prima o poi la ruota deve girare”. Cara giovane venticinquenne, la ruota gira solo se la fai girare tu. Ma è mai possibile che i vostri genitori non vi abbiano raccontato niente? “Eppure i giovani delle precedenti generazioni non è possibile che siano stati più intelligenti, più in gamba, più atti al sacrificio di noi.” Di che giovani parli perché la tua situazione raggruppa “ragazzi” nati dal 1975 in avanti cioè da 40 anni. Sono 20 e più anni che i giovani si aspettano che questa società dia loro un aiuto, sono più di 20 anni che si racconta la storiella delle opportunità di chi 20 li aveva negli anni 60′. Noi non solo eravamo più disponibili al sacrificio, ma soprattutto non avevamo problemi ad accettare lavori da fattorino di macellaio, da commesso, barista, a fare la campagna dello zucchero (con puzze tremende) ogni estate noi andavamo a lavorare per 4 soldi, senza nemmeno l’INAIL altro che contributi o stage. Avevo amici che studiavano legge, economia, o medicina, che facevano di tutto, comprese le pulizie negli uffici. Un mio caro amico ha pulito gli uffici di una banca per 4 anni di fila, 20 anni dopo la dirigeva. Hai ragione quando dici che nessuno vi aiuta, infatti le leggi fatte negli ultimi 40 anni non hanno agevolato l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro, ma non per mancanza di regole o protezione del lavoratore, ma per troppe regole e troppe protezioni. Ha ragione la Boschi a dire che la scuola non può essere diretta sola dai sindacati. Manca il contraddittorio, con chi trattano i sindacati con i dirigenti dello stato e con la politica, soggetti cui non frega niente né dei ragazzi né degli insegnanti. Il sindacato è utile se dall’altra parte c’é qualcuno che ha interesse a far si che la scuola funzioni, perché il milione di insegnanti che sono scesi in piazza hanno proposte che servono solo a loro. La selva di regole senza alcuna responsabilità oggettiva del singolo a portato a questo appiattimento della qualità, i ragazzi della tua età sono già meglio di quelli che oggi hanno 30 anni, molti credono di sapere tutto e non sanno niente, quasi tutti credono che un’imprenditore che ti offre un posto a tempo determinato di 10 ore a settimana sia un nazista sfruttatore del popolo. Così voi rimanete disoccupati, non imparate niente e le aziende, se possono, se ne vanno in altri paesi. Siamo ridotti così. Ma tu Gloria hai una chances insieme ai tuoi coetanei potete cambiare le cose, siate umili, accettate il primo lavoro che c’é cambiatelo anche dopo una settimana, accettate di cambiare città senza lamentarvi come hanno fatto i vostri colleghi EXPO che si sono messi tutti a piangere perché metà dello stipendio proposto se ne andava in spese di soggiorno. Svegliatevi in fretta perché nessuno vi aiuterà, così come nessuno ha aiutato noi.

  127. L’ha ribloggato su D I S . A M B . I G U A N D Oe ha commentato:

    Oggi pubblico di nuovo uno dei post più cercati, letti e discussi di questo blog. Non è il più letto in assoluto, ma il più durevole, quello che in gergo editoriale si chiamerebbe un long seller. Non so bene come in rete le persone ancora oggi ci arrivino (un amico che lo segnala? una condivisione sui social media?), ma di fatto ogni giorno le statistiche del mio blog lo includono fra i più letti. Ogni santo giorno da quel lontano 13 settembre 2013 in cui lo scrissi, riassumendo in un unico dialogo il vissuto che tanti studenti e ex studenti mi raccontano. Insomma, ancora oggi la “storia di Anna” colpisce lettori e lettrici di tutte le età: 20enni, 30enni, 40enni e perfino 50 e 60enni, come si capisce dai commenti. Il che da un lato conferma quanto la categoria di “giovane” si sia ormai allargata a dismisura, includendo almeno cinque decenni. D’altro lato, ci fa capire che tutti questi “giovani” hanno una curiosa caratteristica comune: si sentono “vecchi”. Da subito. Anche a 20 o 30 anni. Accidenti.😮

  128. Cara Gloria,
    hai ragione e hai torto.
    Hai ragione a dire che non è colpa vostra, o almeno dei tanti come te che si danno da fare davvero, se lo fanno come facevano Pier Danio e i suoi amici ai tempi loro. E il sentirti vecchia non è un problema psicologico, né tuo né di tanti altri/e come te. E’ l’effetto di non avere prospettive, o meglio di averne di sbagliate e di non puntare invece sulle prospettive reali che pure ci sono, per quanto diverse da come le immagini e scomode.

    Non è colpa vostra perché il mondo è cambiato, molto in meglio per qualche miliardo di persone in Asia e altrove e un po’ in peggio per qualche decina di milioni di persone in Italia e in Europa. Le due cose sono collegate per via della globalizzazione. Se vuoi lo puoi capire da te, non è spiegandotelo che ti convincerò. Certamente non puoi illuderti che il problema sparisca da sé, che la ruota prima o poi giri, in questo Pier Danio ha perfettamente ragione (come in quasi tutto quello che dice).

    Hai torto a sperare in rimedi sbagliati, quelli che qua e là suggerisci, che possono solo peggiorare la situazione tua e dei tuoi coetanei. Puoi fare molto, politicamente insieme coi tuoi coetanei, se lasci perdere le idee sbagliate che hai, che sono poi quelle prevalenti in Italia anche fra i giovani, e puoi fare molto anche individualmente per la tua carriera.
    Politicamente, per cominciare prendi sul serio la dritta di Pier Danio: non più regole e più protezione, il cui eccesso ha guastato l’Italia, ma meno.
    A livello tuo individuale, oltre a quello che ti suggerisce Pier Danio, considera che il mondo è grande e di lavoro ce n’è per tutti se uno/a se lo va a cercare, magari lontano e in posti scomodi. La globalizzazione è la causa dei tuoi guai (io però la benedico perché è la fortuna di molti di più sul nostro pianeta), ma ti offre anche illimitate vie di salvezza.
    Auguri di cuore da uno che ha tre volte i tuoi anni, i cui privilegi (che tu politicamente difenderesti, diversamente da me) contribuiscono ai tuoi guai.

  129. Al signor Pier Danio vorrei dire che, ai tempi che furono, in molti abbiamo fatto lavori durante gli studi, ma non sotto-pagati, altrimenti non vedo come sarebbe stato possibile mantenersi e oltretutto pagarsi gli studi. Nel mio piccolo anch’io ho fatto la cameriera e lavori in agricoltura, ma a non meno di 7 euro l’ora e non senza assicurazione. Altrimenti si rischia anche di far passare il pericoloso messaggio che anche chi fa lavori normali o da operaio non ha diritto a uno stipendio dignitoso. E dignitoso significa che ci puoi affrontare tutte le spese che la società richiede, Stato in primis.

  130. (Ri)leggendo questo articolo mi è venuta voglia di raccontare la mia storia, così diversa da quella di questa ragazza. Io a 25 anni mi sono dimesso da un contratto indeterminato per tornare sui libri, e non ho mai avuto la sensazione di essere vecchio. Il pensiero di aver fatto una cavolata, quello sì (soprattutto quando, anni dopo, ho vissuto una lunga disoccupazione): ma è cosa ben diversa.

    Forse i tempi sono cambiati, ma ci sono solo 5 anni di distanza fra la mia lettera di dimissioni e la pubblicazione di questo articolo: non così tanti, e inoltre io sono ripartito dalla triennale, insieme a ragazzi 6 anni più giovani di me. Forse era il fatto che non fossi l’unico “vecchio”, e forse l’ambiente delle discipline sanitarie è diverso. E magari c’è anche il fatto che per una ragazza il discorso è più complesso, essendo molte le aspettative che non toccano a noi maschi. Ma in comune c’è una laurea triennale in comunicazione, e un bel po’ di tempo passato lontano dai libri (due anni, nel mio caso).

    La storia che la Prof ci ha raccontato è carica d’empatia, e posso ben capire l’ansia della studentessa: voglio però dire a chi si trova nella sua stessa situazione di non mollare. Accettare il tempo che scorre non è una missione impossibile, e non è vero che ” la società ci vuole tutti giovani e di successo”: altrimenti dopo la laurea sarei rimasto al palo, schiacciato da gente ben più giovane di me.

    La società ha tante sfaccettature, e molte di esse sono brutte: ma non voglio che passi il messaggio che solo l’assoggettamento completo alle sue storture può darci un minimo di possibilità. Non crediate che solo i giovani e belli riusciranno ad aver soddisfazione. La vita è dura, ma (nel mio misero parere) non è solo fonte di disgrazie per chi ha perso un anno, un treno o un braccio. Forza ragazzi!

  131. Lucia, se un lavoro sia o non sia sotto-pagato, oggi lo decide in fin dei conti il mercato mondiale, in cui non possiamo impedire a tedeschi, polacchi, indiani, cinesi e nigeriani di competere con noi – finalmente!
    Certo, contano anche le leggi, che non possono fare niente di meglio che adattarsi intelligentemente e ragionevolmente alla realtà, che è questa, e che comunque offre grandi opportunità.

  132. @pier danio.
    In realtà, per quello che vedo io, sono proprio le persone disposte a fare lavori umili a restare fregate.
    Per chi, come me, ha avuto la possibilità di studiare, si tratta per lo più di aspettative disattese da ridimensionare. Un po’ di ansia da prestazione, qualche umiliazione.

    Ma chi ha iniziato a lavorare come operaio a 16 anni, e a 25 si trova cassintegrato? cosa fa? si mette a studiare? cosa? con che prospettiva? emigra all’estero? O accetta lavori occasionali con contratti demmerda, il lavoro in nero, l’essere pagato 5 euro all’ora? Per arrivare a cosa, ad essere pagato tre euro l’ora?
    Cosa fa un trentenne che ha sempre lavorato come meccanico in una grande azienda e che viene demansionato perché non più disposto a lavorare *tutti* i w-e dopo aver avuto un figlio? ‘sti viziati.

    No che qui sembrano tutti zio paperone, che con un decino hanno fatto la fortuna.

    Complimenti al tuo amico che dal pulire i pavimenti è diventato capo del mondo, conosco tuoi coetanei che a vent’anni hanno iniziato a lavorare in fabbrica e a sessanta – guarda un po’- sono ancora lì con la schiena e le ginocchia distrutte; con mezza busta de foravia e zitti e ringraziare di non essere cassintegrati pure loro.

    Il lavoro è nobilitante solo se la società lo rende tale. Stabilendo doveri ma soprattutto diritti. Altrimenti, resta (o torna) *merdosissimo* sfruttamento.

  133. mima@ Complimenti al tuo amico che dal pulire i pavimenti è diventato capo del mondo

    C’è anche la teoria, molto in voga, del bravo ragazzino che stava negli ascensori delle banche e delle grandi aziende e diventava poi mega-direttore di tutto. La raccontò pure Berlusconi a proposito di suo padre. E ricorre in vari film americani.

  134. Dipende da te a cosa vuoi credere. Certo è che è la strada che forma, che il bisogno per la mancanza di genitori supporter portano all’atteggiamento umile, l’atteggiamento umile favorisce l’apprendimento e la relazione con le persone, esserci in qualsiasi ruolo è meglio che non esserci.

  135. mima, d’accordo sul contenuto ma, come si dice, damose ‘na carmata🙂

  136. Ho letto il dialogo tra Anna e la prof.Magistrale,è carico di tensione :si palpa l’inquietutide che schiaccia la giovane ed il sostegno e la simpatia crescenti della prof.per quella brava allieva,paralizzata dai suoi sogni che si sono scontrati con la realtà che si muove in fretta.”Prenditi il tempo necessario per chiarire i tuoi progetti” afferma la prof.”Non sei vecchia “.
    Penso che se oggi tutti corressimo con il “mondo “saremmo un pò infelici.E sarebbe una considerazione sia giusta sia errata,dipendendo dalle priorità che ognuno dà alla propria vita.Io suggerirei ad Anna di cercare una spalla su cui riiniziare a gioire ,a piangere , a sognare e soprattutto a riconsiderare il tempo ed i problemi secondo l’ottica di coppia.Probabilmente ogni momento avrebbe una nota e delle caratteristiche migliori e più soddisfacenti dell’ansia e della rabbia impotente con cui a volte da soli incontriamo gli eventi tristi o felici della vita.Nel rapporto col tempo non si scherza:esso va colto quando è maturo,quando eguaglia e sostiene le nostre aspirazioni e si fa assaporare pienamente senza anticipazioni ,forzature o ritardi.Ho esperienza di incontrare quotidianamente uomini e donne che si sentono giovanili anche a 50,60 o 70 anni,eppure anche molte di loro hanno avuto una vita travagliata da dubbi e da angosce e da qualche impedimento o insuccesso …eppure sono felici,gioviali ed ancora ricche di progetti.Sono contento per loro perché sono un esempio di come ci si deve rapportare col tempo ed il proprio tempo interiore,e penso che il loro segreto sia di condivider anche con gli altri sia la tristezza impotente sia la gioia. Ai giovani come Anna quindi suggerisco umilmente di non incupirsi per la malasorte,di non sentirsi sprecati perché talvolta,spesso,la corsa del mondo non soddisfa i nostri progetti,nè di temere il futuro oltremisura,perché Il mondo là fuori benché duro,velocissimo e capriccioso, è forse anche il nostro riisultato .Ottimo in questi casi quindi aprirsi con qualcuno di fidato,confidarsi ,emozionarsi e piangere.Cioè avere,metaforicamente, una spalla.Sono convinto che dopo tutto sarà più facile e che tutto si illuminerà ed anche le occasioni del tempo, o quelle offerte dal perdere tempo per riflettere, saranno colte con chiara determinazione.Per i giovani questo consiglio,mi credano,non è un suggerimento solo consolatorio perché nulla è perduto,anche nella vicenda di Anna : nella storia noi tutti,giovani ed anziani,siamo sempre vitalmente attratti dai sogni e dai progetti.Il cinismo attorno a noi,benché osservabile e concreto, non deve essere la nostra prigione.

  137. @Pier Danio Guarda che io con l’espressione “prima o poi la ruota deve girare” non intendendevo DI CERTO dire che mi aspetto che il tutto cada dal cielo. Te dici di stupirti che ci siano giovani come me che pensano così, e stai sostenendo che la gioventù del tuo tempo era molto più atta ai sacrifici. Semmai sono IO che mi stupisco che ci siano ancora persone come te che pensano che noi giovani non siamo minimamente disposti a fare sacrifici, a fare lavori umili, tra l’altro uno dei lavori che tu classifichi come umili ovvero la commessa l’ho anche fatto, e di certo se fossi costretta andrei anche a pulire i bagni, non sono certo quel tipo di persona che non vuole sporcarsi le mani. Difatti se avrò necessità in futuro (leggi famiglia da mantenere) mi adatterò a qualsiasi cosa, quindi mi sembra che tu stia generalizzando sulla base di uno stereotipo a quanto pare ormai diffuso sulla “schizzinosità” dei giovani d’oggi. Ci sono casi e casi! Per quanto riguarda la generazione precedente a me, sinceramente vedo che la maggior parte di quei giovani ora hanno un lavoro fisso con cui mantengono i loro figli, cioè i miei coetanei. Poi certo ci sono molti casi di licenziamenti di quarantenni, cinquantenni, che al tempo trovarono un lavoro fisso e ora l’hanno perso, ma infatti questo é colpa della società di oggi, e credimi che quando penso a una persona di mezza età che si trova improvvisamente senza lavoro e con già una famiglia mi sento male per lui/lei. La differenza tra la generazione precedente e quella di ora è nella tipologia dei contratti, o comunque della durata del lavoro, prima erano lavori fissi a vita nella maggior parte dei casi, ora invece è il contrario. Poi per il tipo di lavoro che uno è disposto ad accettare quello è un altro discorso, sta alla persona essere umile o no. Però se permetti dopo 5/6 anni di università per lavorare in un determinato ambito PRIMA uno cerca il lavoro per cui ha studiato. Accettare un lavoro umile in mancanza di altro uno lo fa. Ma è sbagliato il principio alla base. E poi non è che se i giovani della tua generazione non si sono lamentati in un’identica situazione vuol dire che dobbiamo starcene zitti anche noi. MI hai disegnato una situazione di grande difficoltà per i giovani ai tuoi tempi quindi sai di cosa sto parlando. Perchè dovremmo starcene zitti e accettare “umilmente” tutto?? E comunque le parole di @Lucia mi fanno pensare che la situazione ai tuoi tempi fosse, come penso io, migliore di ora per i giovani.
    In ogni caso, ci sta che mi sbagli sulla situazione precedente, perchè chiaramente non c’ero a quel tempo, non voglio certo presumere di avere per forza ragione, ma non mi piace che la società (come mi hai confermato te) pensi che noi giovani non siamo atti al sacrificio, perchè non è vero, almeno non in tutti i casi. Semmai devono pensare alle nostre ragioni.

  138. L’ha ribloggato su Litlove ha commentato:

  139. @Ben ti ringrazio della risposta e degli auguri. Comunque come ho detto anche a Pier Danio con la frase “prima o poi la ruota deve girare” non intendevo dire che mi aspetto che le cose accadano da sè. Sul discorso della globalizzazione voglio aggiungere la mia visione, sebbene non sia molto esperta in tema quindi potrei sbagliarmi: penso che anche per i paesi sottosviluppati non sia stato questo grande vantaggio perchè sono state fondate molte multinazionali in tali paesi, e questo dai miei studi ho sempre capito che portava allo sfruttamento sottopagato della popolazione locale. Per quanto riguarda il fatto che è meglio avere “meno regole e meno protezione” mi interesserebbe (non è ironico, dico davvero) sapere cosa intendi, perchè non ho capito cosa intendi dire!

    @Pier Danio mi sono dimenticata di dire che magari posso anche non aspettarmi che aiutino noi giovani, ma ALMENO che non ci mettano i bastoni tra le ruote. Infine, dici “Svegliatevi in fretta”… ma chi l’ha detto che dormiamo?

  140. Ben la realtà è questa ma a me non piace🙂 Più di cinquant’anni di lotte sindacali e ora finiamo così perché i nigeriani cinesi coreani…? Parliamoci chiaro, loro non cercano di competere, cercano di sopravvivere. Competono al ribasso nel mercato del lavoro.Prima o poi la situazione dovrà riequilibrarsi altrimenti si estinguerà la categoria di consumatore. E sì, per me 10-15 anni fa il mercato era in condizioni decisamente migliori anche per i giovani.

  141. Gloria e Lucia@ Quando non si fa i conti con la realtà si corre sempre il rischio di stare fuori dai giochi, questo non significa rinunciare alle proprie idee o diritti, ma cambiare le cose da dentro anche partendo da molto in basso. Lucia mi sembra la Camusso, ma la capa della CGIL deve fare il suo mestiere e darla a bere come del resto fa Grillo e Salvini, ma le cose non si risolvono appellandosi a 50 anni di lotte sindacali alla Pelizza da Volpedo. Sveglia vuol, dire che siamo nel 2015 e che non è possibile pensare che in un pianeta competitivo vi sia un’oasi dove il diritto dei lavoratori possa superare responsabilità e competitività. Negli anni 70 e 80 grazie alla politica dissennata della DC si sono distrutte le più belle realtà produttive d’Italia nascondendosi dietro al dito della salvezza dei posti di lavoro. Il PCI contestava ma quando le aziende IRI assumevano la contestazione cessava. Poi le aziende cominciarono a fallire perché facevano prodotti di merda, e allora qualcuno (altri ancora no) ha capito e altri hanno continuato a contestare (leggi FIOM). Ma se la FIAT ha prima ridimensionato e poi ristrutturato e adesso a Pomigliano si ricomincia ad assumere è solo perché questa realtà non la si è voluta capire 30 anni fa. Invece che far chiudere gli incapaci si è voluto mantenere contributi di stato ad aziende condotte da persone del 800 come Giovanni Agnelli Romiti, capaci solo di chiedere allo stato. Negli anni 60′ l’Alfa Romeo e la Lancia avevano una immagine e un prodotto superiore alla Mercedes e alla BMW, Agnelli dov’era? Lui la Dce il PSI sindacati d’accordo hanno voluto fare l’ALFA SUD con i soldi dell’IRI. Ha ragione Lucia se non ci sono stipendi in circolazione l’economia non funziona, lo diceva Keynes “la domanda aggregata”. In europa ci sono paesi dove lo stipendio medio è il doppio che in Italia, negli stessi paesi un super manager guadagna max 10 volte l’ultimo dei lavoratori, questo per il solo fatto che sono riusciti a competere, non si sfugge. 40 anni fa ce la prendevamo con il Giappone, poi era la Corea ad avere i salari bassi oggi la Cina domani il Niger. Ci sarà sempre qualcuno che lavora ad un prezzo più basso. In USA si trova sempre un lavoratore che accetta il salario che c’é, la disoccupazione è oggi al 5,5%, qui è il 12,5 e questo è certamente dovuto al fatto che le imprese non possono assumere i giovani con salari contrattati tra le parti, se domattina aprissimo la possibilità di trattare individualmente i salari dei giovani la disoccupazione diminuirebbe della metà. Gloria ha ragione da vendere quando dice che almeno non dovrebbero mettere i bastoni fra le ruote ai giovani, lo fanno la politica scellerata fuori dalla realtà: SEL, LEGA, GRILLO dicono tutti le stesse cose a proposito di lavoro, lo fanno i sindacati quando vogliono difendere i diritti degli insegnanti italiani, non lo fanno le imprese che dei giovani hanno bisogno (cazzo adesso mi tocca difendere Confindustria). Cazzo, avete mai avuto dei figli che vanno a scuola, un insegnante su 10 sa fare il suo mestiere gli altri scaldano la sedia “badano i bambini” o peggio fanno danni. 40 anni, laurea triennale in UK dopo 10 anni torna in Italia e si ritrova in fondo alla graduatoria per l’insegnamento dell’inglese nelle scuole elementari perché una somara laureata in lingue 5 anni che parla broccolino ha più punti di lei in quanto laureata in 3 anni prima della riforma. I bastoni fra le ruote ve li mette chi pretende di mantenere in piedi il diritto all’inefficienza, sperando che lo stato continui a cacciare i soldi, o le imprese impaurite dai sindacati. I SOLDI SONO FINITI. Dico svegliatevi perché ancora troppe volte vi vedo addormentati su stronzate che non hanno più senso, nessuno meglio di noi sessantottini lo sa, le abbiamo predicate per 20 anni, poi abbiamo capito che era meglio andare d’accordo con il potere e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Lo svegliatevi è rivolto ai giovani laureati che credono sia loro diritto trovare un lavoro coerente con la loro laurea (con competenze distante anni luce dal mondo del lavoro) non a quelli che pur avendo fatto l’Istituto Aldini Valeriani, adesso lavorano come spazzini in attesa che la metalmeccanica si riprenda del tutto. Non ai laureati con ottimi voti in ingegneria, non hai ragazzi laureati al DAMS o in Comunicazione che hanno saputo andare oltre ed abbracciare il nuovo, il web, le cose che alcuni vecchi imprenditori non conoscono. Lo spazio c’è, cominciate a contestare a rovescio, cominciate a dire che non volete sindacati e ministri del lavoro conformisti che non avranno mai il coraggio di dire quello che pensano. Scusate, mi sono fatto prendere dalla tastiera.

  142. @Gloria, scusa non avevo ancora letto il tuo ultimo post. Sono d’accordo non bisogna generalizzare e non voglio discutere della tua personale situazione, però. Se dopo 5 anni di università non trovi lavoro nell’ambito di quello che hai studiato, i casi sono 3:
    1. Non hai imparato abbastanza.
    2. Il tuo corso non insegnava abbastanza.
    3. Le imprese non sanno ancora di avere necessità delle tue competenze.
    In ogni caso sei fuori. Devi capire cosa è accaduto, perché non è sufficiente dire che la situazione è questa. Ti racconto una piccola storia. Un ragazzo molto vicino a me faceva il fotografo di moda a Parigi nei 70′ ha messo incinta una ragazza ed è tornato in Italia, per vivere ha dovuto fare le foto ai matrimoni, poi a suo figlio e ai bambini sul letto con la copertina azzurra i rosa. A Milano il lavoro di moda e pubblicità c’era, la mogli non ha voluto trasferirsi perché lavorava in Provincia. Ha fatto un concorso ed è finito in Provincia anche lui. Adesso non hanno lo stipendio sono in attesa di ricollocazione o prepensionamento. In questo caso la competenza c’era, ma non c’è stata determinazione e costanza. C’é sempre una via d’uscita. Forza.

  143. Durante un colloquio di lavoro sostenuto poco più di 7 mesi fa, la prima cosa che l’Amministratore Delegato della società mi ha chiesto è stata: “come mai ci ha messo così tanto a laurearsi?”
    Ero interdetta, smarrita.

    A luglio devo compiere 27 anni, ho una laurea magistrale presa a 25 anni e 8 mesi (salvo primine, si entra all’università a 19 anni e mezzo), mi sono laureata nella sessione di marzo sia in triennale che in magistrale (quindi in corso) e nel mentre ho lavorato. Sia chiaro non 8 ore al giorno, non per mantenermi, ma per fare esperienze, così si dice. Nel mezzo ci sono stati 6 anni di vita che, ogni volta che si parla di studio e lavoro, è come se cadessero in secondo piano, o meglio proprio nel dimenticatoio. Perché sì, anche quando si è gggiovani ci sono difficoltà, problemi di salute (come anche Anna racconta) che non sono sempre variabili minimali e che lasciano anche le loro tracce.

    Credo che il punto della questione non è essere disposti o meno a fare qualsiasi cosa pur di lavorare. Lo si faceva una volta e lo si fa oggi, così come sia oggi che ieri c’è e c’era lo “schizzinoso” di turno.

    Il problema è che l’imperativo che ci pesa sulle spalle oggi è “correre sempre e arrivare prima”, indipendente da tutto e tutti. Rincorrere noi stessi e, soprattutto, gli altri. E quando pensiamo di esserci dati da fare, ci rendiamo conto che lo sforzo non è stato sufficiente, perché magari il nostro collega della nostra stessa età oltre a 2 lauree ha anche un master, conosce due lingue, ha fatto un paio di esperienze internazionali e ha anche pure già lavorato. È come se tutti gli sforzi fatti, scivolassero via e così ti chiedi, ma come ci è riuscito?

    Il punto è che oggi ci viene chiesto di raggiungere obiettivi, uno diero l’atro e di farlo il prima possibile, prima di tutti gli altri, meglio di tutti gli altri senza un attimo di pausa; e, quando finalmente li abbiamo raggiungi, ci viene detto “sai..lui oltre a lì è arrivato anche qui”. E questo stanca. Tanto.

    Il punto è che, non sempre, ma spesso ci viene chiesto di essere “già arrivati” ancora prima di partire. L’essere una persona in gamba, l’asso nella manica di tanti, non basta più. Questo fa paura.

    E se l’imperativo, come scrivevo, è FARE, FARE PIÙ degli altri, batterli sul tempo, arrivare prima, il rischio è che si è così tanto presi da dimenticarsi chi si era e chi si è adesso, cosa la persona di adesso vuole e non cosa voleva e credeva di volere. Se poi si ha il coraggio di fermarsi, riflettere e faticosamente capire non sempre si ha il coraggio (ancora) di ripartire e continuare a sentirsi insufficienti.

    Il fatto è questo: non ci sentiamo mai abbastanza, ma sotto sotto vorremmo solo una spinta, perché noi “giovani” del 2015 in fondo in fondo vorremo riuscire a fare qualcosa che ci piace, non qualunque cosa.

  144. Cara Gloria, tu dici:
    “Sul discorso della globalizzazione voglio aggiungere la mia visione, sebbene non sia molto esperta in tema quindi potrei sbagliarmi: penso che anche per i paesi sottosviluppati non sia stato questo grande vantaggio perchè sono state fondate molte multinazionali in tali paesi, e questo dai miei studi ho sempre capito che portava allo sfruttamento sottopagato della popolazione locale.”
    Se hai pazienza e ti interessa, puoi leggere Ronald Coase (premio Nobel 1991 per l’economia) e Ning Wang, Come la Cina è diventata un paese capitalista, ISBN, 2014. E dare un’occhiata alle statistiche sulla qualità della vita.
    Oppure più semplicemente puoi chiedere a un po’ di cinesi e sudcoreani — ne arrivano sempre di più in Italia e parlano inglese — se stanno meglio adesso o 40 anni fa. Quale che sia la loro risposta, potrai comunque sempre pensare che stavano meglio prima. Scusa l’impertinenza.🙂 Ancora auguri.

  145. Condivido il primo commento di Aiagaia

  146. Ho commentato questo post diverse volte, dal settembre 2013 a oggi. Mi ha commossa il post di Vinicio Giuseppin, perché infondo penso anche io che la spalla della solidarietà amorevole, dell’allontanamento dalla solitudine grazie alla vicinanza affettuosa, sia IL rimedio alla sofferenza o, almeno, il modo migliore per alleviarla. Quando lessi la storia di “Anna” avevo due anni di meno, commentai con i nick di Silvia G. e di Rachele: la sua storia è la mia storia, e quella di tantissimi altri. Professoressa, credo che questo post abbia davvero colpito nel segno anche perché parla di una rivoluzione, a mio avviso, epocale: è la prima volta che i giovani vivono senza la percezione della gioventù, e gli anziani (ho due genitori anziani) hanno la meravigliosa possibilità – lo dico senza ironia – di avere una qualità della vita buona e di mantenere rispetto alla vita un’atteggiamento aperto e attivo ancora per molto tempo, di “portarsi dietro” un po’di gioventù senza scadere nel giovanilismo. Per me la giovinezza e la vecchiaia non sono età soltanto anagrafiche, ma emotive, legate alla percezione dell’esistenza. Le generazioni di italiani tra i 25 e i 35 anni hanno subito un cambiamento troppo veloce, che non ha permesso a molti giovani di sentirsi giovani perché il senso di inutilità, di rottamazione prima del tempo, è stato forte: fin dall’antichità, la giovinezza è sempre stata ontologicamente il tempo delle possibilità aperte, della percezione di un futuro ampio, mentre questo paese in questo momento storico non ci ha permesso di viverla in questo modo e questo lascia ferite. Che senso ha avuto essere educati a capire cosa si vuol fare “da grandi” e per cosa si è davvero portati e combattere a costo di sacrifici per ottenerlo se poi, per non essere additati come choosy o per necessità, si deve fare un lavoro qualunque? I sogni non sono aspirazioni narcisistiche, come a volte sembrano far intendere alcuni politici, sono il contributo che ognuno di noi può dare, nella sua unicità, per migliorare questo pianeta, questa società, per realizzarsi come persona, per sentirsi utili a se stessi e agli altri: non si tratta semplicemente di carriera o denaro. Quello che crea sofferenza, secondo me, è qualcosa di più profondo ed essenziale per l’essere umano, che ha a che fare con la dignità e anche il compito, se vogliamo, di sentirsi una risorsa per la società e con il cammino che ognuno di noi dovrebbe poter compiere nel rispetto di sé e degli altri. Detto questo, la ringrazio Professoressa, come sempre, per il suo blog!

  147. Pier Danio, se non le piace la parola sindacato, forse le piacerà quella di lavoratore? Operaio? Professionista? impiegato? Questo intendevo, fermo restando la minore o maggiore validità delle ricostruzioni storiche, cui mi pare anche lei si appelli. Rimane di capire se sia contento di lavorare a 3-5 € l’ora chi lo fa. Non sono per l’assistenzialismo, specie se senza criterio o con criteri di parte, ma almeno un tetto sulla testa vogliamo mettere nelle condizioni di ottenerlo? Altrimenti l’assistenzialismo non potrà finire. Insopportabili poi anche gli annunci di lavoro che cercano “esperti di marketing” che dovrebbero far fatturato, però a tirocinio. Non sono un’irrealista, ma se la realtà non dà risposte dubitare della sua verità è lecito.

  148. Purtroppo le angosce di questa ragazza sono quelle che bombardano la testa di molte persone. Non negherò che, nonostante sia più giovane della donna in questione, abbia anche io l’impressione di essere vecchia. Vecchia per una società che ci vuole subito pronti, troppo vecchia per poter prendere tempo e spesso anche vecchia per decidere di proseguire oltre con i miei studi. Come in una corsa, spesso il ritmo da tenere non è quello personale, ma ci viene imposto da altro e altri.

  149. Quando il sindacato diventa corporazione per tutelare gli interessi dei sindacalisti invece che i diritti dei lavoratori ostacola il lavoro. Quando poi pretende di dettare le linee di politica economica senza distinguere un sacrosanto diritto al reddito di cittadinanza dal rapporto di lavoro basato sulla redditività di lavoratori e imprese affonda l’economia ponendo ostacoli ormai desueti come lo sciopero generale. Non mi riferisco alla proposta di M5S ottima nel principio, ma pasticciata come disegno di legge. Peraltro non nuova perché già proposta ai tempi di Carniti e poi bocciata per le solite italiote ragioni. Occorre comunque distinguere il lavoro e il reddito. Un laureato in comunicazione che va a fare il netturbino non deve essere pagato meno della tariffa nazionale con i contratti di lavoro a tutela. Se allo stesso neolaureato vengono offerti € 3 l’ora per “guardare” all’opera i professionisti di una agenzia di pubblicità e anche di leggere qualche bozza per verificare se ci sono refusi deve accettare, perché è lì che imparerà ed è lì che potrà costruire il suo futuro. Certo è che se l’agenzia potesse offrire 15 € l’ora sarebbe molto meglio, ma qui entra in gioco la redditività, l’azienda deve prima guadagnare poi dividere i profitti in modo che ne possano beneficiare anche i lavoratori. E’ proprio quest’ultima attività che dovrebbe impegnare i sindacati o ispirare gli uffici che dispensano, o meno, permessi di tirocinio. Chi cerca gli esperti di marketing a tirocinio è un cretino. Punto. Gli esperti di marketing spesso non sono tali nemmeno dopo 10 anni di esperienza. Essere disponibili al sacrificio non significa essere cretini, ci si deve sacrificare con umiltà quando la proposta è coerente ancor prima che seria. Se ti chiamano per un posto da assistente di un professionista puoi sperare che dopo 6 mesi, ed aver constatato le tue qualità (bada bene non competenze) lo stesso ti assuma anche al livello minimo. In questo caso corri ragazza corri.

  150. Pier Danio lei sta parlando da solo. Forse non ha capito che non sono una sindacalista. Ormai si è fissato su quello. Non risponde alle mie domande e nemmeno a quelle di Gaia, se posso permettermi. Invece di tirare in ballo teorie sociologiche economiche che conosciamo, mi faccia capire come dovrebbe tirare avanti la signora Gaia, o qualche nigeriano e cinese, nel mentre le curve di domanda e offerta del prezzo del lavoro avranno raggiunto il punto di equilibrio. O per caso è intervenuto su questo blog per proporre, privatamente, una costruttiva offerta di lavoro a qualche giovane di cui, giustamente, non sono a conoscenza? in tal caso, mia stima🙂

  151. Gloria, non Gaia ovviamente.

  152. Forse io sto parlando da solo perché tu non vuoi sentire altro che te stessa. I racconti di Gloria e i tuoi post non pongono domande, raccontano situazioni purtroppo vere, leggendo le quali si rimane inermi, come quando si legge una notizia drammatica sul giornale. La soluzione, che tu gradisca o no, può essere solo politica. La buona politica possono farla tutti se riescono a guardare la storia senza pregiudizi e senza cercare una soluzione per se, ma buona in se per la società. Le risposte te le puoi dare solo tu, o Gloria le cui parole evidenziano una depressione che può anche essere giustificata quanto inutile, è lei che deve fare un progetto facendo i conti con il contesto, compreso l’idiota che chiede … come mai così in ritardo. Per quanto si possa smantellare in fretta questa classe dirigente conservatrice e cieca per interesse, ci vorranno almeno 10 anni prima che questa società torni ad occuparsi dei giovani e del futuro.

  153. Lei, Pier Danio, non so se si rende conto del tono di confidenzialità che si è permesso nei suoi interventi, soprattutto con Gloria. Toni direttivi, come se l’interlocutore fosse un totale tonto che non sa come muoversi o cosa pensare del suo stare al mondo. Irriverenza – e quella ci può stare. Analisi politiche da comizio che poco c’entrano col vissuto raccontato da Gloria. In fondo ci mettiamo un bel riconoscimento di sostanziale accordo con gli argomenti esposti dall’interlocutore, me e lei, che che però poco prima si era ridicolizzato. Pier Danio, spero che lei avesse in mente di aiutare Gloria, che ha presentato il suo vissuto in modo onesto e in linea con la trattazione del post principale. in questo lei è stato, secondo me, sordo.

  154. Gentilissima Signora Lucia, un blog è per definizione un “luogo” dove si esprimono opinioni. Il rispetto delle opinioni altrui dovrebbe essere esplicito, ma nel contraddittorio a volte non lo è. Io non conosco né Lei né la Signora Gloria, e non sono tenuto a rispondere ad un aiuto, nemmeno esplicito, anche se i post di Gloria non mi parevano delle accorate richieste d’aiuto. In ogni caso l’auto in internet lo si chiede esplicitamente. Rispetto la sua opinione sulle mie “analisi” che tali non sono dato lo strumento con cui sono comunicate, casomai sono delle tesi superficiali che vogliono esprimere un’opinione di massima. Rifletterò sulla sua osservazione “Toni direttivi, come se l’interlocutore fosse un totale tonto..” anche se sono dell’opinione che i tonti siano più numerosi degli “attenti” o informati, pensi che la mia opinione sui miei toni è contraria alla sua, tranne che quando lei ha postato ” ..ma, come si dice, damose ‘na carmata” che mi trova d’accordo anzi direi damose 2 carmate o come direbbe la Guzzanti una carmatona. Il mondo è bello perché vario.

  155. Sì la sua opinione e le intenzioni erano chiare. Per le battute lei passi le mie quanto io passo le sue. Per il resto ci siamo capiti, mi pare.

  156. @Pierperrone “Su di loro (i giovani) pesa l’angoscia esistenziale di questo paese che li esclude dalla costruzione del presente e, anzi, gli ruba pure il futuro.”
    Ecco, quello che volevo dire con molte più parole nel post precedente era in fondo questo.
    Io di anni ne ho attualmente 36 e ho visto sfumare via davvero ogni possibilità di realizzare i miei desideri, con studi eccelsi, la conoscenza di 3 lingue, esperienze all’estero: lavoro e studio da quando ho 20 anni. E non ho potuto nemmeno costruire una famiglia, ora ho anche il problema dell’orologio biologico…Non è solo colpa di questo paese, ovviamente, molta responsabilità è mia ma di vita ce n’è una ed è un peccato vivere nel rimorso e nel rimpianto come ho fatto e sto facendo io. Auguro a tutti il meglio, scusate lo sfogo, decisamente poco utile a livello di analisi socio-politica…

  157. Anche io mi sento come Anna… vorrei che qualcuno mi aiutasse a capire cosa fare per ottenere ciò che voglio dalla mia vita. Forse quel qualcuno sono semplicemente io, solo che non ho ancora capito come fare. Lo studio non procede come vorrei, l’angoscia che provo mi impedisce di memorizzare i concetti, devo leggere e rileggere per fissarli nelle mente. E pensare che all’inizio dell’ università studiavo tutto il giorno, sempre concentrata. Ho superato molti esami con soddisfazione, gioia! Altri esami passati e accettati così come venivano per non perdere tempo, che tanto erano grossi, difficili, ostacolanti (o si superava entro un certo tempo o si ripeteva l’anno). Adesso però da un anno sento che mi sono bloccata nel profondo. Ho perso l’entusiasmo, le energie. Agli occhi di persone a cui ciò non capita, può sembrare svogliatezza, pigrizia, vittimismo. Ma io posso giurare che studiare mi piaceva moltissimo! La soddisfazione di leggere, studiare, capire, conoscere, approfondire è impagabile, per non parlare della gioia di superare un esame e andare avanti! Queste cose mi mancano. Mi sento svuotata. Non lo auguro a nessuno.
    Non voglio fare la vittima, assolutamente no… non sarei io, ma a qualcuno nell’ambiente universitario interessa davvero quello che mi è capitato?
    La verità è che, almeno nel mio ateneo, nessuno si interessa degli studenti che per i problemi più vari vanno incontro a un rallentamento nello studio fino magari alla rinuncia agli studi… perchè si permette che risorse importanti vadano perse?
    Uno studente che ha quasi terminato il proprio percorso, con investimenti economici propri o della famiglia, sacrifici e soddisfazioni, perchè si blocca a un passo dalla fine?

  158. La tua bella sincerità ha i miei complimenti Federica. La tua scrittura è cristallina e fa capire che hai doti di chiarezza e lucidità. Questo mi fa pensare che il tuo disagio non provenga dal tuo studio in modo diretto. A me capitava come a te quando qualcosa che non andava bene voleva richiamare la mia attenzione e per questo inconsciamente la distraeva dallo studio. Tu devi capire chi sei e cosa vuoi come succede a tutti prima o poi. Non aver paura arriverà la tua risposta.

  159. Ho 24 anni.
    In sette anni che sto all’università mi è capitato di tutto: 50 ore di sala operatoria, la morte di mio padre, la cessione dell’attività di famiglia, il mio lavoro… Insomma, abbastanza da far venire i capelli bianchi a chiunque.
    E invece sto qua, senza capelli bianchi.
    Ma con la voglia di mollare tutto: tesi pronta, ultimo esame dato già cinque volte.
    Tutto perché sono andata a chiedere al professore se potevo fare l’esame orale, dal momento che avevo delle ferite sul polso, causate da un morso di cane: potevo scrivere, ma rischiavo il pronto soccorso.
    “Secondo me, ti sei inventata tutto”, mi dice, sventolandomi i due certificati in faccia.
    Un’assistente si offre volontaria: devo dettarle anche come si scrive la molecola dell’acqua, specificare la n maiuscola o minuscola.
    Il professore mi saluta con un “Sia ben inteso: se non lo passi, lo fai a luglio… Anche se è il tuo ultimo esame, ti posso bocciare cento volte, non me ne frega un cazzo delle tue tasse.”.
    Faccio l’esame con lui sulle spalle, tipo avvoltoio: “Non capisco se non studi, o sei stupida!”.

    Morale?
    Mentre andavo via, ho visto che correggeva il mio compito: il massimo alle domande di teoria, ma non agli esercizi.
    Così la mia laurea slitta, per la seconda volta, per colpa dello stesso esame.
    Un esame di quattro crediti che non serve per il mio lavoro, perché è roba da ingegneria chimica.

    Ho la rabbia che mi divora: ho passato un’avventura simile con un altro professore. L’ultimo orale, dopo 9 tentativi dove era palese il tentativo di sfavorirmi, gli ho detto chiaro e tondo “O mi regali l’orsacchiotto, o mi dai l’esame”.
    L’assistente, al suo “Passa con 18”, lo guarda con sguardo interdetto.
    “Beh? La signorina, se voleva di più, aspettava il nuovo docente. Con me non avrebbe preso di più.”.

    Questa è l’Università.
    E vedo laureate colleghe che non sanno prendere un cerotto dagli scaffali, che fanno errori del cazzo.
    E vedo altre che mi dicono “Tu che ne sai di quanto è difficile quest’esame, tu sei raccomandata! Ti sei presa gli esami perché sei malata.”.
    Io. Che non vado in vacanza, che sono andata a farmi gli esami perfino con il fondotinta, dopo dieci giorni che ero stata dimessa dall’ospedale,

    La capisco, la signorina che si sente vecchia a 26 anni.

  160. Ho 26, sono disoccupato, e dopo una certa età non si trova veramente più lavoro, brutto da dire ma l’Italia ormai bisogna solo abbandonarla, come si fa con le navi che stanno affondando

  161. Ho deciso di uscire allo scoperto perché vedo che il commentare è ancora vivo e vegeto. Mi sembra (ora vedo gli altri commenti con calma per vedere se mi sbaglio oppure ho ragione) di notare che ci siano tante testimonianze di coloro che si sentono “vecchi” ormai da un certo tempo, ma mi sembra manchi una testimonianza di qualcuno che ha appena compiuto la transizione da “studente giovane” a “studente vecchio”. Una testimonanzia molto curata, quindi se non ve la sentite o non avete tempo “Non ragioniam di lui, ma guarda e passa”.

    Ora, non so se chi legge ha una storia di continue lotte epiche alternate a periodi di prosperità, il tutto riguardo la Matematica e il suo metodo di verifica scolastica e rigorosamente lato studente.

    Ho 21 anni, quasi 22. Giorni fa ho visto infrangersi miseramente 1 mese e mezzo di ripasso costante, centinaia di esercizi sui quali mi sono concentrato fino in fondo, a volte senza risultati, 2 anni di studio e quattro appelli infruttuosi, lezioni private con una persona stupenda, convinzione di riuscire finalmente a passare un maledetto esame di analisi matematica semplificato perché non studio né Ingegneria né tantomeno Fisica ma qualcosa confacente alle mie aspirazioni e alle mie inclinazioni (dopo aver fatto 3 anni di studi e seguito con convinzione e continuità e impegno tutti i corsi e superato 10 esami su 20 con media alta con le mie sole forze, inclinazioni oserei dire fortemente represse nel tempo per via di poche esperienze pratiche in laboratorio e molto concentrate nel tempo contrariamente alle mie ingenue illusioni preuniversitarie), l’ultimo esame di matematica della mia vita (l’altro è stato dato al primo colpo), quello del primo anno, con qualsiasi voto, dopo che la cattedra ha persino cambiato docente e l’esame nuovo è diventato molto meno selettivo del precedente, in perfetto stile NNO (Nuovo Nuovo Ordinamento) al punto che lo scritto, con orale facoltativo, prevede ora metà di valutazione in esercizi a risposta aperta e l’altra in esercizi a risposta chiusa.

    Vi dico che cambiare non lo contemplo come soluzione, perché lavorativamente (e didatticamente se si parla di corsi più matematicamente densi) parlando un’altra laurea sarebbe ininfluente considerato il periodo storico e senza laurea non c’è nulla che non sia definibile lavoro.

    2 ore e mezzo di concentrazione, di ragionamenti, di fatica e di convinzione.

    Domande a trabocchetto, come usanza classica di un compito o esame scritto di matematica, di qualunque grado, svolto dal tipo di studente che non inganna (prima di tutto se stesso) con copiature et similia, non ha il “bernoccolo” (assenti da me, direi) o che non si chiude per 2 mesi di fila in casa a dormire, svegliarsi, mangiare, bere, studiare matematica, mangiare, bere, dormire (ometto il resto ma si tratta sempre di bisogni corporali) per poi sballarsi di brutto (rischiando conseguenze ben più pesanti di un fuoricorso decennale) dopo aver dato l’esame anche con un misero 18 (gente, che ha passato l’esame anche con molto più di 18, che letteralmente interrogavo, a volte introducendo errori voluti nella domanda, su quello che stavo ripassando e che non ricordava nulla), ma che ha una vita sostanzialmente equilibrata e normale e pratica attività fisica intensa amatoriale due volte a settimana.

    1 ora per attendere la correzione. Alla correzione mi sono sentito dire di non essere portato per la matematica, a seguito dei miei forse, anzi sicuramente inopportuni, quanto realistici e sinceri, commenti sulla quantità e continuità di studio messa in campo per quell’esame. Voto infimo e sicuramente molto inferiore al 18. Il voto che io ho preso potrebbe essere il voto tipico di chi non va alle lezioni, non studia e si sballa di continuo, ma non credete, la vita è piena di sorprese, magari il 18 se lo potrebbe prendere chi prepara un esame con dedizione da un anno e il 30 e Lode chi fa tutt’altro. La mente umana è stupefacente e piena di sorprese come lo è la vita.

    In quegli istanti ho sentito dentro di me qualche cosa bruciarsi del tutto in fretta e poi spegnersi. Non so che cosa di preciso. Ho provato un grandissimo senso di vuoto in me, come se all’improvviso avessi subito una sorta di depressurizzazione. Ho iniziato a camminare con grande fatica, quasi non sentendo più le gambe, ma nonostante tutto sono riuscito a tornare a casa.

    Ho lasciato il professore a verbalizzare i vincenti dopo avergli fatto la promessa di prendermi una lunga vacanza estiva, forse la più lunga dei miei anni universitari, sicuramente meritata (tanto per non peccare di modestia) nonostante il risultato penoso, anzi, forse proprio in ragione di esso e dell’impegno che è stato messo per conseguirlo. E per inciso, sono al terzo anno, in corso, quindi certe libertà me le posso prendere eccome, anzi, me le devo prendere se veramente sono all’ultima spiaggia, perché la laurea, come mi ha detto un altro carissimo professore, permette un grande margine e personalmente non ho mai visto uno zombie passare un esame di matematica oppure Fisica 2.

    Da quel giorno mi sento “vecchio” anch’io. Ho un continuo ma blando senso di nausea, accompagnato da un encefalogramma relativamente appiattito, il tutto ad accompagnare i miei primi istanti di vita “postfrontali” (sapete benissimo che in meteorologia, al passaggio di un fronte, ovvero una massa d’aria dalle caratteristiche fisiche diverse, è associato sempre un cambiamento radicale delle condizioni del tempo, o forse lo so solo io perché gli altri si dedicano solo a sfornare esami “che sennò vò foricorso”, oppure hanno subito traumi ben peggiori e irreversibili e non badano più nemmeno alla loro cultura personale). Ma lasciatevelo dire, certamente un “vecchio in anticipo” è un uomo di cultura, non una macchinetta risolvi-equazioni-differenziali-e-calcola-l’autovettore-della-matrice-più-velocemente-di-tutti con montato come accessorio un secchione di nozioni. È certamente un uomo privo di ossessioni di qualsiasi tipo, ma che si accontenta di poco, gli piace un po’ di tutto e quindi è pieno di cultura di ogni genere e soprattutto di molta umiltà. E laurearsi da “vecchi in anticipo” è una soddisfazione e soprattutto una sensazione di compimento personale più unica che rara nel corso della vita, anche se lavorativamente parlando sarebbe del tutto irrilevante, perché sintomo di efficienza scarsa o nulla.

    Il manuale/debriefing/autobiografia da me appena scritto lo intitolerei “Come diventare studenti vecchi”. Se fosse una canzone (ma ahimé le mie doti canore e soprattutto compositive sono pressoché nulle…) la chiamerei “Quando uno studente invecchia” (eseguendo una parodia sul titolo di una recente canzone di Giorgia).

    Ma forse sono veramente poco portato io, il professore aveva ragione. Ma voglio insistere perché l’Università esiste appunto perché non tutti sono geni, come mi fece personalmente notare il professore del primissimo corso dall’esame sostenuto immediatamente e con un piacevolmente sudato 30 al primo colpo, altrimenti non ce ne sarebbe bisogno. Già, chissà perché a un certo punto alzano di botto l’asticella e si mettono a fare selezione con i classici trabocchetti per far laureare subito solo i geni e le macchinette a rendimento a breve termine massimo e tutti gli altri sospesi in un limbo di mediocrità e a un certo punto fancavolismo (la censura è voluta) in molti studenti, non tutti, forzato che per le aziende sono tutti bamboccioni mantenuti. Un po’ un controsenso, direi con una voluta ingenuità.

    Però ora, e per alcuni mesi, da bravo “vecchio” che sono di colpo diventato, lasciatemi dare me stesso all’ippica, figurativamente parlando.

    E ora valutate il mio commento ciclopico come dovete, datemi anche un voto in trentesimi a una cifra, che a me personalmente basta essere soddisfatto di averci perso mezz’ora (sono serio, non sto scherzando e non sto attaccando nessun altro commentatore🙂 ), non ho nessuna fretta di chiudermi 1 mese in casa a fare il commento da 18 per non finire fuoricorso (anche qui non è un attacco a nessuno, ma una rappresentazione dettagliata del mio stato d’animo attuale🙂 ).

  162. Ho deciso di fare il test di ammissione all’Università a settembre, ho 26 anni.
    Presa dall’ansia ho cercato testimonianze sul web e sono capitata qui. Ho i lacrimoni, mi chiamo Annalisa, mi chiamano solo Anna, e mi sento vecchia.
    Mi ci son sempre sentita, ma adesso il peso si aggrava e anche la paura di non essere all’altezza, di non fare la scelta giusta, di non trovare un lavoro appagante neanche con la laurea.
    Vorrei una casa, una famiglia, vorrei guardare i miei genitori senza sentirmi in colpa e con lo stomaco che si stringe tanto da far male. Ho sbagliato, mi ritrovo con nulla di concreto in mano e con la voglia/paura di ricominciare, di tentare questa strada. Il mio compagno lavora da sempre, ma non guadagna abbastanza per essere indipendente; stiamo insieme da così tanto tempo che il futuro l’abbiamo sognato mille e più volte, e sembra sempre così lontano e astratto che ci si chiede se arriverà mai, se ce lo meritiamo, cosa stiamo sbagliando.
    Penso a me fra 10 anni e fatico a vedere quello che vorrei, però so che è fondamentale essere positivi e immaginare che le cose andranno sempre meglio.
    Che dire, coraggio compagni di paranoia!🙂

  163. Anch’io sono al bivio più grosso di tutta la mia vita. Sono stata bocciata per l’ennesima volta all’ultimo esame della magistrale in finanza e ora ho una tale rabbia che voglio mandare tutto a quel paese!!! Sono molto incazzata con me stessa perchè forse non sono stata capace di studiarla come si dovrebbe. Infine se da un lato la materia d’esame mi affascina molto , dall’altro mi vergogno troppo di presentarmi di nuovo all’appello e sopratutto davanti al prof che sicuramente pensa male di me!!!

  164. Non sei ad un bivio Laura, sei davanti ad un ostacolo da superare: l’esame di finanza.
    Sono certa che sai dove hai sbagliato e su cosa devi insistere al prossimo appello. Fregatene dell’imbarazzo di ripresentarti, questo non può essere un buon motivo per farti mollare tutto ad un passo dal tuo traguardo.
    Quello di cui sono certa è che l’università, come il liceo, davvero sono una palestra per allenarsi al mondo dei grandi: ti capiterà ancora di dover rifare una cosa che pensavi di aver finalmente archiviato, di superare imbarazzi per essere in presenza di qualcuno che ti può giudicare, di doverti rimettere in gioco quando vorresti riposarti.. non mollare, spegni il Pc e va’ a studiare. La prossima voltà andrà bene, perché il bello è che perseverando accadono cose meravigliose.
    In bocca al lupo!

  165. Il ragionamento fatto da Maia è un ragionamento ottimista, ma non è detto che sia l’unico. Perseverando accadono cose meravigliose, e può essere anche vero in alcuni casi. Ma non tutti. Un pessimista potrebbe tranquillamente sostenere l’opposto: cioè che perseverando si finisce per prendersi un esaurimento nervoso.
    Il suggerimento che darei è il seguente, mediato tra i due estremi suddetti: concedersi una pausa assoluta dallo studio, che sia di almeno un mese, prima di riprovare, a maggior ragione se si è dato il massimo (e sono sicuro che chi arriva all’ultimo esame in modo lineare dà il massimo).
    Io l’esame oggetto del lamento di qualche commento sopra l’ho passato, ma purtroppo l’esperienza sembra aver lasciato in me dei segni profondi e ora che sono finito fuoricorso e non ho più lezioni da seguire in modo produttivo nulla è più come prima; come detto, sono invecchiato anch’io. Mi sono stancato e demotivato e nonostante studi con relativa costanza e anche concentrazione sembro essere caduto nel tipico andazzo dei fuoricorso di pochissimi esami superati all’anno, nonostante me ne manchino una manciata, inclusa la tesi, il cui lavoro di produzione, che mi avrebbe motivato molto più di una serie di esami in cui devi praticamente impararti a memoria interi libri e nient’altro, mi è precluso. È un vero e proprio limbo, una situazione che non auguro a nessuno, un continuo “ma tanto ormai sono un fuoricorso, è troppo tardi, quindi chi se ne importa” a commento di ogni piccolo fallimento. Scusatemi se sono insoddisfatto e fatalista, ma temo che l’unica alternativa sarebbe essere illuso, che è peggio.

  166. Tutto cio mi sembra terribile…
    Ma in fondo, riflettendoci su un momento, chi l’ha detto che studiare rapido e laurearsi quanto piu in fretta possibile sia la cosa migliore e giusta? Specialmente se alla fine non serve a niente…
    Bisognerebbe affrontarlo come un hobby, una passione, una soddisfazione personale…non come un obbligo verso la societa…
    A me, studente lavoratore, me le hanno fatto passare di tutti i colori…professori (di diritto) che, bocciandomi senza pieta’ 3,4 volte di fila mi dicevano che o studiavo o lavoravo…alla faccia dei diritti costituzionali garantiti!!
    Anche per questo me ne sono andato via dall’Italia…

  167. Ho passato un ferragosto da “vecchio”..ho googlato e ho letto questo vecchio post, che già conoscevo. Ho 25 anni e ho vissuto e vivo una situazione simile a quella esposta dalla studentessa di cui sopra..posso solo dire che dare la colpa agli altri, alla società, alla storia, alle istituzioni, di per se è inutile e quasi sempre sbagliato. Di fondo mi va di dire solo una cosa: crescere significa costruire e credere in una identità, per poi farla maturare negli anni. Quando si perde la fiducia nei propri mezzi, la sentenza su se stessi diventa definitiva sin dal primo giorno. Si rimarrà inservibili per la maggior parte delle cose in cui prima si riponeva speranza. E’ molto brutto dirlo, accettarlo, sopratutto quando questo avviene “in gioventù”, cioè nell’età in cui si dovrebbero porre le basi per il proprio futuro. Quell’idiozia che chiamiamo “io”, una volta che si incrina, ripaga con un odio e una disperazione pari solo all’amore di cui si era capaci prima. Ognuno sa però quanto sia inevitabile che questo accada: è proprio a questo che serve fare “le cose a proprio tempo”, ad evitare che la passività colga troppo presto. Quando questa giunge, solo un cataclisma può intervenire per cambiare rotta, e spesso affinchè questo avvenga, è necessario cambiare aria. A me è servito. Lottare per la propria sopravvivenza dona delle energie insospettabili. E si diventa più forti nella misura in cui si dipende meno dal giudizio altrui. Si dice che questa sia un’epoca egoista..eppure quello che ci circonda nasconde un fragile narcisismo incapace di volere e desiderare davvero qualcosa.Se vi è un problema “vecchiaia” nella mia generazione, senza voler generalizzare troppo, sta proprio nell’incapacità di agire per se stessi, di accettare anche di fare del male (famiglia, amici) pur di seguire la propria strada. Senza certe prove di forza o cinismo, si è letteralmente divorati dal nulla, e richiusi in un passato dove ogni giorno “ha la pena del giorno prima”. La storia degli uomini è piena anche di gente di genio che ha “iniziato” la propria vita a ridosso se non oltre i 30 anni. Questo per dire alla ragazza di cui parla il post (sono passati 3 anni..chissà che starà facendo..) che a 26,29 anni si sarà vecchi per un gran numero di cose, ma non per iniziare a fare ciò che si può, a diventare se stessi, anche se questo significa fronteggiare fallimenti, contratti part-time..stipendi sulla soglia della povertà..semplicemente, non ci sono altre strade. Il topo di kafka lo siamo un po’ tutti..E’ molto bello ciò che ha scritto “Pierperrone”, ma il fondo della questione è che non c’è nulla oggi, che possa costituire qualcosa di simile ad una fratellanza capace di rivendicare qualcosa. Siamo nati nel benessere, abbiamo avuto tutte le possibilità che desideravamo. La libertà e l’angoscia sul come utilizzarla sono inscindibili, e molti vengono travolti da quest’ultima. Chi fallisce non conosce appello, e per quanto questa logica sia spietata, funziona, non si sa fino a quando, visti questi ritmi (40% giovani disoccupati), ma ad oggi funziona.

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