Ho trent’anni, faccio l’editore e la crisi mi fa un baffo

Smiley Book

Mentre ancora impazza la discussione per il post «Sentirsi falliti a trent’anni, ovvero: la crisi dell’editoria», un piccolo editore mi scrive per precisare che le amarezze e i vissuti di fallimento non abitano dalle sue parti. In Italia insomma la crisi morde soprattutto i grandi editori, ma ce n’è una miriade di piccoli e piccolissimi che stanno bene, pubblicano bene, trattano bene i collaboratori. È con grande piacere, dunque, che pubblico la testimonianza di Andrea Benei, una ventata di aria fresca:

«Sono un editore. Anzi, come una ufficio stampa piuttosto attraente mi dice ogni volta che la invito a cena: “il più giovane editore che conosco”. Sono diventato editore a ventinove anni. Una mia amica organizzava un corso in “Mestieri dell’editoria” (oddio i titoli dei corsi) e le ho ben volentieri dato il mio salvadanaio per essere il suo primo iscritto. Così ho conosciuto la mia mentore, tra le insegnanti del corso. Una scalmanata, illuminata editrice senza requie che, quando ha scoperto che non portavo mocassini a punta e sapevo far di conto, mi ha pagato le ore di lavoro arretrate con la metà della baracca. Eccomi, il prodotto di un circolo virtuoso tipicamente italiano: la tradizione artigiana. Ho imparato tutto quel che c’è da sapere del mestiere, e la bottega della mia mentore un giorno sarà mia. Come tanti della mia età, non ho ereditato alcuna tradizione, perciò ho trovato sensato iniziarne una.

Ora ho trentuno anni, e il bilancio della casa editrice non è in rosso. Prevedo ancora brutto tempo, ma non sul lungo periodo. Insomma, farò ancora fatica, epperò andrà bene. Se l’Italia si rivelerà un po’ troppo scomoda per vendere libri, be’, la mia fortuna è di essere italiano, no? Io sono un sarto, io sono un calzolaio, io sono un restauratore, il mio mestiere andrà bene in ogni altra parte, più vantaggiosa, per me. Emigrare perciò non mi spaventa. Chi se n’è partito per l’Ammeriga e ha inventato il made in Italy, qualche anno fa se non ricordo male, mi ha fatto un bel regalo. A tutti piace vivere di rendita, no? Se dovrò emigrare avrò un buon biglietto da visita. Se lo immagina, in India, in Cina? Piacere, sono Benei, editore italiano. Andrà, andrà.

Soffrirei, glielo confesso, perché lo sa, qui abbiamo la chianina, il mare e Umberto Eco. Però un buon taglio al sangue lo troverò, e se non proprio Camogli ci sarà almeno un solarium, e poi me lo possono sempre spedire il nuovo di Umbertone. Certo, dovrei rinunciare alla vicinanza di mammà, ma insomma non possiamo tutti spassarcela come Proust.

Non sono laureato. Ci ho provato, glielo giuro, ma a un certo punto m’è sembrato mi prendessero per il naso. Ho fatto i mestieri più divertenti che ho trovato. Quand’ero cameriere in un hotel a fare i caffè per la colazione, hanno ammirato tutti il mio gilet rosso e il mio fiocchetto nero, e fumando una sigaretta, fuori, conciato così, avevo un’aria tra l’Affidabile Che Lavora Sodo e il Giovane Ribelle Marlboro, che un paio di ragazze le ho convinte a ascoltarmi per una cena e poco più. Ho consegnato volantini. Non ha un’idea di quante offerte ci perdiamo, sul serio. Il periodo meno dispendioso della mia vita. Sapevo dov’era il sugo più economico prima di tutti, e camminando così tanto il mio già ben affermato fondoschiena ne ha tratto ulteriore vantaggio. Ho fatto anche il garzone in libreria, e i librai sono dei cialtroni che era come lavorare per Mordecai.

Insomma lavori così. (Ah! Ho pure venduto olio d’oliva per telefono, ma mi hanno mandato via perché non ne vendevo abbastanza. Il mercato dell’olio d’oliva dev’essere molto competitivo.) E insomma nel frattempo non ho viaggiato molto, però il low cost aereo è una maledizione solo durante il viaggio, e certi bei posti che volevo vedere alla fine ce l’ho fatta.

Ho sempre letto molto, e ho cercato di mantenere l’equilibrio tra sapienti morti e viventi, tanto per non perdermi il meglio di entrambe le squadre. L’editoria è in crisi, lo so, però diamine, noi c’abbiamo La Gioia, centrale, in punta ci metterei la Zanardo e la Sgaggio, cioè, li prendiamo a pallonate. C’abbiamo Mozzi, la Calefato, oh, e Gillo Dorfles credo oggi non sia ancora morto. C’abbiamo un sacco di roba e, anche se non ci si arricchisce di cultura, chi siamo per pretendere che diventi un periodo buono subito? Dobbiam lavorare tutti, darci dentro e fare sacrifici, perché io lo so che non la vedrò un’Italia tanto meglio di questa, però un pochino sì, e daje daje tra tutti ce la facciamo. Poi ce ne andiamo a ballare a Macao, a goderci il Teatro Valle, e quest’estate c’era pure Pina al San Carlo, cioè, a organizzarsi prima abbiam speso proprio poco. Ah, già, c’è anche Raimo in Italia, e micacazzi, rega’. Anche se quella volta al Teatro dell’India ha rimorchiato solo lui e poi diceva pure che non era vero.

Dov’ero rimasto. Sì, insomma, io non ho molti soldi, però è anche vero che non spendo molto, perciò ok. Pubblico pochissimo, è il mio modo per fare le cose piano, bene e che vendano altrettanto piano e bene. Calmi, profondi, faremo sempre meglio, sono giovane, e se devo fare questo mestiere ancora trent’anni lasciatemi “affrettare lentamente”, come diceva coso lì, quello là latino.

E insomma io non sono amareggiato, anche se ho lavorato per altre case editrici con contrattacci pessimi, e da una mi hanno pure mandato via perché un’amica del Direttore doveva per forza sostituirmi, e certo è una cosa poco piacevole, però starci a perdere tempo no, eh, non vado a letto con le delusioni.

Come mi mantengo ora? Facendo un po’ di ghostwriting, un po’ con la casa editrice, un po’ tra corsi e altre cose di cui posso scrivere o che posso insegnare. Non è certo il momento ideale, ma non è che ne abbiamo un altro, goderci l’hic e prepararsi a tutti i futuri nunc. Ecco. Stasera vado a una presentazione, si beve, poi si va in centro a ribere, io non so quanti ce ne siano come me, ma alcuni li frequento spesso e come Mastroianni le posso dire che stiamo tutti bene, però sul serio, non come nel film. Buon lavoro!» Andrea Benei

18 risposte a “Ho trent’anni, faccio l’editore e la crisi mi fa un baffo

  1. Anche io faccio l’editore (non a pagamento SIC!), di anni ne ho 26, sono diventato socio della Casa editrice quando ne avevo 24, siamo in sei, media età 32 anni. Non siamo in rosso ma nemmeno si guadagna (ma dopo due anni ci sta, bisogna avere pazienza). Il segreto del successo (già, perchè nell’editoria non avere i conti in rosso è un successo)? Investire tanto tempo, farsi conoscere (partecipando inizialmente a tante fiere), diversificare le attività e soprattutto come dice Andrea Benei lavorare tutti, darci dentro e fare sacrifici. Il nostro simbolo è una chiocciola/lumaca, che sta a significare sia la necessità di innovare e darsi da fare per sfruttare le potenzialità della rete (cosa che la stragrande maggioranza degli editori non fa – sembra assurdo ma è così!), sia la voglia di fare le cose con calma e nel modo che riteniamo giusto. Anche io, come Andrea, aspettando di piantare radici solide nel terreno e di non far crollare questo progetto come un castello di sabbia, per vivere faccio altri lavoretti…e non nascondo di pensare ad un trasferimento all’estero. Intanto la sera quando vado a dormire penso che un giorno i miei sforzi saranno ripagati e che magari tra qualche anno la chiocciola mi farà vivere dandomi la possibilità di assumere con un contratto vero qualche persona. Quel contratto che il mondo del lavoro in Italia a me lo fa vedere solo dal cannocchiale di qualche centro spaziale.

  2. È uno scherzo? In quello che scrive Andrea Benei non si trova nessuna menzione di quelli che sono i problemi concreti di qualsiasi editore: cose come la distribuzione, i costi di magazzino, le difficoltà a convincere i librari (qui definiti “cialtroni”) a esporre i tuoi libri e a tenerli sul bancone più di una settimana. Volendo buttarla sull’ironia, il messaggio sembra essere: se non sei bravo a vendere olio, forse puoi vendere libri. Non so se sia un messaggio ottimista: dipende dai punti di vista. O forse è un messaggio sull’arte di arrangiarsi, che è una cosa diversa dal riuscire a fare dell’editoria un mestiere di cui vivere (obiettivo importante, visto che di qualcosa dobbiamo vivere). Infatti Andrea Benei dice di mantenersi facendo altre attività, tutte precarie. Ma sull’esistenza di ghostwriter non laureati qualche dubbio è lecito (speriamo che quando scrive su commissione non scriva frasi come: “come diceva coso lì, quello là latino”). Poi ci si chiede: come accede al credito per finanziare il lavoro editoriale? Stampatori, fornitori di carta, rilegatori: come li paga? Con i ricavi delle vendite? E come ha iniziato? Senza poter contare sul credito, non inizi, a meno di non poter contare su un’eredità. Per non parlare di come paga i contenuti. Io penso che invece la lettera di partenza venisse da chi innanzitutto vuole lavorare e vivere del proprio lavoro, non impegnarsi in un hobby. Quanto agli italiani ben considerati in paesi come la Cina, per es.: sì, i giornali ne parlano. Ma fanno gli architetti, i designer, gli arredatori. Lavorano con cose come stile, immagine, perché è per queste cose che gli italiani sono apprrezzati. Ma come potrebbero gli italiani fare gli editori in quei paesi: davvero neppure le differenze dovute alla lingua e all’alfabeto di ideogrammi possono spaventarci, siamo proprio convinti che saremmo credibili anche in quella attività? Basta un biglietto da visita e si può fare tutto? È così facile? Basta crederci? Insomma: va bene lo spirito positivo, ma mi pare che qui il tono sia un po’ troppo compiaciuto e le difficoltà concrete accuratamente lasciate da parte. Ma forse è inutile vederlo da questi punti di vista perché non sarebbe altro che un pezzo “letterario”? un piccolo racconto divertente, svagato e piuttosto spaccone di cui ricordare soprattutto la frase: “non vado a letto con le delusioni”, sicuramente un bel motto da condividere? [ho ricontrollato la URL e l’header della pagina web per verificare se era proprio il blog di Giovanna Cosenza e così si presenta. Il 1° aprile ormai è passato da un pezzo. Non resta che arrendersi all’evidenza: qualsiasi cosa se ne pensi, questa lettera è stata pubblicata nello stesso contenitore in cui sono apparse altre testimonianze in cui si riflette tutt’altra situazione].

  3. Pierfranco è ovvio che nell’editoria ci siano problemi per gli editori… è un sistema che non funziona e non sostenibile quello dell’editoria attuale. L’editore deve andare avanti e capire che forse anche lui è parte del problema, deve cominciare a non buttare più dieci/quindicimila euro/anno per partecipare alle fiere del libro che ormai sono totalmente inutili dato che vi partecipano solo scolaresche di studenti sbattuti lì senza sapere nemmeno dove si trovano e addetti ai lavori che vogliono venderti i loro servizi.

    Per bypassare il problema dei crediti vantati da distributori (che a loro volta li vantano da librai insolventi che a loro volta …. circolo vizioso inside) l’editore deve capire che forse è il caso di investire davvero sui nuovi media, sull’ebook, sul fatto che forse il solo libro non basta per vendere e che forse è meglio legarlo ad un progetto culturale, teatrale, musicale, un reading, un’iniziativa itinerante ecc. ecc. Che lo scrittore non dev’essere abbandonato a se stesso, ma anzi, deve essere coinvolto e reso parte attiva (pagandogli anche i diritti d’autore magari!). Prendiamo spunto dalle iniziative interessanti che accadono in Italia come ad esempio Liberos – la comunità dei lettori sardi per citarne una.

    Un anno fa quando spiegavo queste cose all’osservatorio degli editori indipendenti (Odei) qualche collega editore pensava che fossi matto, per molti la soluzione era semplice: pubblicare a pagamento per continuare ad esistere.

    Quindi – tornando in topic – di certo la situazione non aiuta (in questo blog la professoressa Cosenza lo ha più volte fatto notare) ma non si può dare sempre la colpa agli altri. Il messaggio di Andrea è un messaggio positivo che serve a regalarci un pò di speranza e fiducia e come tale va preso.

  4. Sono d’accordo con Pierfranco. Facile non essere in rosso quando non si ricava uno stipendio. Non sono sicura sia un business model convincente, a me non darebbe molta speranza fossi in cerca di un lavoro nel settore.

  5. Sono d’accordo Alessandro che c’è bisogno di discutere di editoria partendo da punti di vista innovativi che cercano soluzioni a problemi strutturali che stanno affossando il sistema . Invece limitarsi a fare le cose lentamente (Benei si riferiva a questo motto: http://it.wikipedia.org/wiki/Festina_lente) non mi pare una cosa particolarmente innovativa. Una casa editrice come ISBN per es. vuole creare una strategia multimediale. Poi c’è il libro di Frank Rose, “Immersi nelle storie. Il mestiere di raccontare nell’era di internet” Torino: Codice, 2013, che spiega l’importanza del coinvolgimento come il nuovo più importante trend (infatti il titolo originale era: “The Art of Immersion: How the Digital Generation Is Remaking Hollywood, Madison Avenue, and the Way We Tell Stories”). Magari potersi confrontare seriamente su che cosa vuole dire entrare nell’editoria, iniziando da zero, ma senza essere passivi, non seguendo i vecchi metodi editoriali ormai in crisi, affrontare problemi concreti, strategie, e poi anche raccontare che c’è chi ci ha dato del matto. Tutt’altra cosa che rimuginare sulle delusioni e di fatto continuare ad aiutare il sistema a replicare le sue storture. Però discutiamone seriamente. Perché sennò sono capaci tutti a trovare diversivi girando per presentazioni librarie e bevendo spritz qua e là. Se sono antidepressivi, non sono disprezzabili. Ma non sono soluzioni. E neppure argomenti di discussione.

  6. «In Italia insomma la crisi morde soprattutto i grandi editori, ma ce n’è una miriade di piccoli e piccolissimi che stanno bene, pubblicano bene, trattano bene i collaboratori.»

    Mi sembra una visione molto ottimistica della situazione editoriale italiana e mi viene il dubbio che ci sia dell’ironia in sottofondo che non riesco a cogliere. Immagino si basi su altre testimonianze oltre a quella riportata, che invece non mi sembra poi così ottimista (e andrebbe magari approfondita parlando di tutte le problematiche citate da Pierfranco Minsenti e cercando di capire che tipo di comportamento ha effettivamente questa casa editrice nei confronti dei suoi collaboratori e dei suoi autori).

    A me pare (sulla base di testimonianze lette su forum e blog vari) che la situazione delle piccole case editrici non sia certo più idilliaca di quella delle grandi, anzi! Ce n’è una miriade, ma quelle che campano bene (leggi: arrivano alla fine del mese senza fatica e tirano pure su qualcosa) si contanto sulle dita di una mano. E quelle che non campano affatto sono molte di più.

    Certo, non sto prendendo in considerazione i famigerati “editori a pagamento”. Ma loro, dal mio punto di vista, sono editori tanto quanto io sono ballerina di fila.

  7. Pierfranco io sono disponibile ad un confronto, la mia mail è stampa@caraco.it, scriviamoci, non voglio dilungarmi qui sopra.. già sto approfittando troppo dello spazio concesso dalla Prof.ssa Cosenza.

    Cara Loudelbello, nell’imprenditoria serve pazienza sono quasi inesistenti le startup (quindi imprese 0-4 anni) che fanno attivi tali da potersi permettere l’assunzione di personale al di fuori dei soci…. se poi non si è ricchi di famiglia e si decide di non pubblicare a pagamento allora tutti gli utili vanno reinvestiti obbligatoriamente in nuovi libri ed in iniziative editoriali interessanti.

    Io sono convinto però di una cosa: il modello da NON seguire è quello di colossi come Mondadori che oggi praticamente obbliga i suoi fornitori a restituirgli il 5% degli incassi.

    Tra l’altro permettimi un appunto: è sbagliato dire che è facile non essere in rosso quando non si ricava uno stipendio… un piccolo editore ha tantissime spese (commercialista, stampa, distributore, libreria, tasse, diritti d’autore, spedizione, magazzino solo per citarne alcune) e basta far male i calcoli (stampare troppi libri o paradossalmente troppo pochi) per finire in rosso. Bisogna avere molta pazienza, fare tentativi, accumulare esperienza, cominciare a farsi conoscere, ad avere mercato, instaurare un rapporto di fiducia con i lettori affezionati, sperare che su 20 titoli pubblicati cinque/sei abbiano un minimo successo da far venire alla porta qualche distributore onesto (possibilmente non quelli che distribuiscono sul territorio nazionale e che sono legati ai grandi marchi) interessato alla distribuzione.

    Il discorso è molto complesso.

  8. Ciao Alessandro. Non pretendo di conoscere le problematiche specifiche dell’editoria, non sono nel campo. Ma se dopo due o tre anni di attività non ricavassi nemmeno uno stipendio per me dalla mia iniziativa, in cui presumibilmente investo la maggior parte del mio tempo, comincerei a farmi due domande sulla validità del mio modello.
    O del contesto di mercato in cui lavoro.

  9. la sostanza del problema non è diversa da quella dei post precedenti: parliamo di soluzioni individuali, tutte assolutamente legittime. Ma i problemi sono strutturali (cioè economici e politici). E la buona volontà non basta a cambiare la situazione. Inoltre le persone non sono tutte uguali: l’autore è palesemente maschio, vive alla giornata, è pronto a trasferirsi, ecc. E’ un perfetto esempio di adattamento (maschile) al neoliberismo. Lui va dove il lavoro lo chiama; il che ha un retrogusto quasi epico, ma le persone hanno storie ed esigenze diverse. Se una persona vuole costruirsi una famiglia? E’ smidollata? Choosy? Manca completamente una valutazione etica e politica di queste questioni (intendo ‘manca’ in generale, non da parte della Cosenza; che quantomeno solleva un dibattito sul tema).

  10. Loudelbello, in linea di massima hai ragione il contesto del mercato è molto difficile (Ma quale contesto di mercato in Italia non è difficile? anche nel settore Ict ti viene una bella idea come pizzabo.it e dopo tre mesi ti trovi otto siti concorrenti e il rischio di fallire), se poi ci metti che il mercato dell’editoria è particolare perché è impensabile fare grandi utili con un catalogo di un solo libro.. ma anche con un catalogo di cinque libri…. prima che il distributore ti scopre ci mette una vita… e per me è già un miracolo dopo 2 anni avere quattro distributori, dei quali tre si sono aggregati negli ultimi sei mesi. I frutti del lavoro arrivano molto lentamente… ma se si è audaci arrivano comunque🙂

  11. Quoto Simone Varriale ed inserisco qui il mio commento dalla pagina FB.

    Italiani e l’arte dell’accontentarsi. Questo che sta dicendo l’articolo; insomma, lavorare duro, lasciarsi andare ad ogni esperienza lavorativa. Insomma mi pare che intrinsecamente torni il “don’t be choosy” – tanto odiato – perché pronunciato da donna Fornero. L’editore racconta delle sue belle esperienze, del suo modo di affrontare la vita in positivo. Tutto molto bello. Ma non credo possa essere un modello. Il ragazzo non è laureato, io sì. A me chiedono di fare gratis il progetto che mi sono inventata. Lavoro 30 ore a settimana, 20 le studio e speso il sabato e la domenica lavoro al mio progetto, scrivo per il mio blog o per altre testate (aggratise). Mi faccio il culo, insomma. Ma il pane me lo dà un lavoro senza professionalizzazione che nulla ha a che fare con la mia formazione. Come la mettiamo Cosenza? Perché io non sono contenta. E non me ne faccio una colpa nel non essere soddisfatta di questa condizione. Ha letto l’articolo di Zanardo, di oggi? Aggratis. Questa è la cultura e la considerazione del lavoro di chi nella cultura vorrebbe viverci. A me non sembra affatto positiva come cosa.

  12. Bei commenti, solo una cosa da aggiungere. In CIndia ci vanno anche tecnici, storici, biologi, letterati, sportivi, etc. Tutti dall`Italia. E mica per 10 anni, possono bastare alcune settimane per costruirsi un contatto che poi si manterra` online. Ho un invito simile nel cassetto, appena posso prendo l` aereo.

    Gli editori a pagamento (vanity press) sono un portato della crisi strutturale, come un patogeno opportunista, ed esistono anche nel settore tecnico-scientifico (cfr. Jeffrey Beall blog).

  13. Vado controcorrente.
    A me la lettera è piaciuta parecchio. E’ autoironica e a tratti divertente.
    E’ vero che non propone soluzioni; è vero che l’editoria versa in grave crisi; è vero che non è forse rappresentativa di niente.
    Ma bene ha fatto Giovanna ad alleggerire un po’… cosa che vedo non è minimamente apprezzata dagli altri lettori.

  14. Allora propongo anche un’analisi non di contenuto ma stilistica. Se non è uno scherzo ne ha tutta l’apparenza: è infiorato di citazioni, di cui alcune non esplicite che solo il lettore colto sa decifrare (“lavorare per Mordecai”; affrettare lentamente”, come diceva coso lì, quello là latino), ci sono termini del tutto desueti tanto nello scritto che nel parlato, almeno nel nord Italia (“epperò”) ma allo stesso tempo è scritto come parlerebbe un comico quando imita la parlata sgrammaticata e un po’ dialettale di uno studente (“noi c’abbiamo”; “però un pochino sì, e daje daje tra tutti ce la facciamo”). Potrebbe essere il testo di uno sketch di Verdone o della Littizzetto quando imitava il modo di parlare delle studentesse tamarre. Insomma: è un’operazione ironica che rivela tutto il compiacimento dell’autore nel dimostrare la sua capacità di contaminare cultura alta e bassa. È un testo da recitare in televisione per la parte di uno che vive alla giornata, ma non uno qualunque perché conosce Proust e i motti latini, è un precario colto e contento. Ci sono una marea di persone che possono scrivere testi così, ispirati alla comicità televisiva. Ma questo spazio non è fatto per parlare di problemi e situazioni reali, piuttosto che mettere in scena sketch che nella forma tradiscono l’ispirazione della comicità televisiva?

  15. Su su, non prendiamoci sempre così terribilmente sul serio!
    Possibile che nessuno capisca quanta ironia c’è dietro?
    Vogliamo solo manifesti di scontentezza e delusione?

  16. @Pierfranco: be’, dai, il testo è volutamente scritto in un modo che almeno nelle intenzioni vuole essere ironico e divertente, simile al parlato, come lo è tanta letteratura di oggi (vedi Nori, Cornia ecc.). Poi il contenuto e i modi possono anche innervosire perché “la mettono giù facile”; io personalmente mi sento più vicina a ElenaElle come reazione, mi hanno colpita i commenti ipernegativi e catastofici di chi, leggendo una lettera volutamente molto positiva, si è sentito subito molto italicamente in dovere di correggere il tiro e riportarci tutti sui binari di un solido pessimismo (o realismo a seconda dei punti di vista). Trovo che quello che manca, nei dibattiti scatenati da questi ultimi interessanti post di Giovanna, è la replica degli autori delle lettere… cioè in questo caso di Andrea, nel post sul sentirsi falliti a 30 anni di “Sara” e così via.

  17. Io farei solo 2 differenze e penso di aver concluso sull’argomento:
    1) innanzitutto una differenza tra una lettera che potrebbe testimoniare la capacità di affrontare le cose in maniera diversa, di trovare un modo per convivere “bene” con la situazione senza farsene travolgere; e dall’altra parte una lettera che invece suona “finta”, esibizionista, diversa perché scritta in maniera “letteraria” (come a questo punto concorda anche Ilaria), e che quindi suona irrimediabilmente falsa (“falsa” non perché la letteratura è menzogna, come diceva Manganelli, ma perché tradisce un autocompiacimento che è superficiale).
    2) poi farei differenza per quanto riguarda le forme di ironia. L’ironia è una cosa bellssima: ti “”salva” letteralmente. Chi ha capito quanto vale l’ironia sente di non averne mai abbastanza. Ma l’ironia è solo una figura retorica: ha diversi gradi, bisogna saperla usare, ha sfumature che vanno dall’ironia pungente, sarcastica e greve all’ironia intelligente, leggera. Esempi di quest’ultimo tipo di ironia se ne trovano in tanti scrittori: faccio un nome a caso: Robert Musil. Ma l’ironia per essere vera non può essere autocompiaciuta, altrimenti cade in una sorta di contraddizione perché si prende troppo sul “serio”. L’ironia leggera è tutt’altra cosa da quella che presume di essere ironia ed è invece solo comicità televisiva: banale, priva di originalità, e certamente di leggerezza. Scrivere “daje daje tra tutti ce la facciamo” non è nient’altro che una riproposizione di: “Io speriamo che me la cavo”. L’ironia fotocopia non funziona. Perlomeno non per chi vede la fotocopia.

  18. Sull’autocompiacimento concordo, è quel che ha dato fastidio anche a me; sicuramente nel voler trasmettere questa grande positività il tono è davvero molto pompato al punto da risultare finto, questo sì. Però anche il tono deprimente di Sara risultava molto stereotipato. Diciamo che tra questi due poli ci sono diverse sfumature. Andando un po’ off topic forse, devo dire che quel che ha fatto storcere il naso a me più di tutto, facendomi tralasciari toni e ironie varie, è stato l’elenco di quelli che lui nomina tra gli attuali “campioni” della nostra letteratura contemporanea… no, dai!!!😉

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