Scienze della comunicazione e il valore legale della laurea

Laurea

In risposta alla testimonianza positiva che ho pubblicato ieri, è arrivato un commento di segno opposto, a cui ho deciso di dare rilievo perché esprime una posizione che molti (giovani e meno giovani) condividono in Italia, non solo fra i laureati in Scienze della comunicazione: l’idea che un titolo di studio abbia un valore in sé e per sé, indipendentemente dalle reali competenze che lo accompagnano, e che un’azienda debba darti una corsia preferenziale solo perché hai conseguito la laurea xy, indipendentemente dal fatto che tu abbia davvero le competenze ed esperienze che all’azienda interessano. È un’idea strettamente connessa al cosiddetto “valore legale” del titolo di studio, che rende

tutte le lauree in una certa disciplina uguali fra loro, indipendentemente dall’ateneo in cui sono state conseguite e dai curricola reali che le accompagnano. Ed è un’idea malsana, perché è del tutto staccata dal funzionamento effettivo del mercato (le aziende che funzionano hanno bisogno di “chi sa”, non di “chi ha”), perché induce molti giovani a tirare a campare, studiando poco e male pur di arrivare alla laurea (salvo poi lamentarsi del fatto che non trovano lavoro, senza pensare che magari non lo trovano perché sono rimasti ignoranti), e perché porta, al limite, a pratiche illegali come la compravendita di lauree, che in Italia ben conosciamo da decenni. Verrà mai un governo che abbia il coraggio di abolire il valore legale della laurea?

La testimonianza di Dario è interessante proprio perché evidenzia tutte le contraddizioni, le recriminazioni e l’inconsapevolezza che ostinarsi, oggi, a sostenere il “valore legale del titolo” porta con sé:

La laurea in Scienze della Comunicazione ormai è diventato un talent show. Se da “Amici” sono usciti personaggi come Emma e Alessandra Amoroso, se da “X Factor” sono usciti personaggi come Marco Mengoni e Chiara, dal talent Scienze della Comunicazione è uscito Andrea.

Fin qui nulla di male, ma la laurea in Comunicazione è una laurea, con tanto di valore legale; il comunicatore che lavora dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. La laurea, a differenza dei talent, è una cosa seria. Un’analisi vera e propria, con tanto di prognosi e diagnosi, non è mai stata fatta sulla nostra laurea. Le inchieste Almalaurea? Da quando nel 2009 mi sono laureato ho lavorato solo 3 mesi: per le statistiche Almalaurea io ho trovato lavoro a 3 anni di distanza dalla laurea…

Io mi sono battuto e continuerò a battermi per combattere le discriminazioni subite da noi laureati in Comunicazione. Gli enti pubblici cercano consulenti in Comunicazione senza laurea, ma con esperienza decennale. Le scuole cercano per i progetti Pon esperti in Scrittura Creativa laureati in Lettere e non in Scienze della Comunicazione ed esperti in Comunicazione Sociale senza laurea, ma con esperienza decennale. “Grazie” al Ministero della Pubblica Istruzione con la nostra laurea non possiamo insegnare Teoria e Tecnica della Comunicazione. Sulle aziende devo dire che ho inviato migliaia di curriculum, pochissime (3-5) le risposte; raramente ho ottenuto la conferma di lettura, per cui probabilmente le aziende neanche le leggono le e-mail. Dobbiamo batterci per ottenere il VERO riconoscimento legale della nostra laurea.

Dobbiamo batterci affinché le scuole assumano esperti in Comunicazione in possesso di laurea in Comunicazione, dobbiamo batterci affinché gli enti assumano consulenti in Comunicazione laureati in Comunicazione, dobbiamo batterci affinché i dottori in Comunicazione possano insegnare nelle scuole pubbliche Teoria e Tecnica della Comunicazione.

Storie come quelle di Andrea vanno raccontate, vero, ma è evidente che tali storie, per la loro isolata eccezionalità, evidenziano una problematica, che andrebbe approfondita, e non una risorsa. Cordialmente. Dario Milazzo

Aggiungo solo una precisazione, caro Dario: il caso di Andrea non è affatto isolato, anzi, e dimostra proprio che l’ingresso nel mondo del lavoro è tanto più rapido e soddisfacente quanto più le competenze di chi si laurea sono approfondite, vaste e adatte a ciò di cui ha bisogno il mercato. Il “pezzo di carta” non garantisce un bel nulla insomma, ma questo vale per tutti i pezzi di carta, non solo per quello in Scienze della comunicazione. Inoltre, se lei ha atteso tre anni dalla laurea prima di trovare lavoro, il suo caso certo rientra nelle statistiche di Almalaurea, che però mediamente sono ben più incoraggianti per i/le laureati/e in Scienze della comunicazione. Mi dispiace per lei.

42 risposte a “Scienze della comunicazione e il valore legale della laurea

  1. ma il punto non è anche: questa laurea, di per se, mi insegna un mestiere? …il punto non è che io studio molto, prendo buoni voti negli esami, e questo, di per se, mi fa sviluppare varie qualifiche e abilità?…perchè se esco con ottimi voti ma non so fare nulla, questo non è un problema mio che non sono stato sveglio abbastanza, bensì un problema dell’università, che non allinea i propri insegnamenti con le necessità del mondo del lavoro. Se io esco e non so raccapezzarmi nel mondo del lavoro questo è un problema dell’università, che non riesce a fare da ponte tra formazione e lavoro. Io la penso così. Il sistema va cambiato a partire dall’istituzione università. E questo non vale, purtroppo, solo per scienze della comunicazione. Studiare porta via molto tempo, ancora di più per chi studia fuori sede e deve anche lavorare per mantenersi. Non si può dire a dei ragazzi che hanno faticato tanto per fare l’università con buon profitto che questo non è abbastanza per iniziare a lavorare, non si può pretendere che un ragazzo studi, vada bene, lavori e nel mentre si cerchi anche dei corsi esterni o dei tirocini gratuiti o non so cosa per sviluppare quelle abilità necessarie che però l’università non fornisce. Se il mio pensiero è completamente sbagliato allora credo di non aver proprio capito la funzione dell’università.

  2. Con l’eliminazione del valore legale della laurea si prende atto che la scuola (e la scuola pubblica in particolare) non è in grado di garantire un minimo di conoscenze e competenze da proporre sul mercato del lavoro. Le aziende si adeguano, anzi, si sono adeguate da un pezzo, a questo stato di cose. Ma togliere il valore legale non risolve il problema della scuola/istituto che se è pessima rimarrà pessima. Anzi, in teoria si potrebbe anche fare a meno di andare a scuola, che se uno è bravo, veramente bravo, o ricco, tanto ricco, la cultura se la fa da solo. I bravi e/o i ricchi sono la minoranza. E gli altri? E poi: la scuola ha una missione educativa in senso lato o è solo un corso di formazione per il lavoro? Insomma, la vera domanda da porsi, secondo me, non è “valore legale sì o no” (che già ora è ignorata nel privato), ma “quanto e come vogliamo investire nella cultura del paese?”

  3. Condivido in tutto. Straordinariamente chiaro e utile questo post di Giovanna.

    Aggiungerei che, con l’abolizione del valore legale, gli studenti sarebbero incentivati a iscriversi dove si formano le competenze richieste dal mercato, che sono “saper fare” molto più che “sapere”.
    Reciprocamente, le università sarebbero incentivate a fare di tutto per fornire queste skills ai loro studenti, se vogliono attrarli. E devono attrarli, se vogliono essere finanziate dalle tasse universitarie pagate dagli iscritti.

    Sul tema “sapere vs. saper fare” c’è in questi giorni una bella discussione nel forum Genitori e figli del Corriere. Metto il link a uno degli interventi più utili, inviato da una docente italiana in un’università scozzese, dove dirige un dipartimento di storia: http://forum.corriere.it/genitori_e_figli/01-12-2013/preparazione-degli-studenti-2439014.html

    Prevengo l’obiezione che l’università deve servire a farsi una cultura prima che ad acquisire skills da spendere sul mercato del lavoro.
    Naturalmente, l’università può servire ad entrambe le cose. Ma l’abolizione del valore legale serve a togliere l’illusione, diffusissima in Italia, che l’una cosa valga l’altra, e che comunque il titolo abbia valore di per sé.

  4. @ilcomizietto

    Mi sembra che ti sfugga il punto centrale: l’abolizione del valore legale rafforzerebbe sia la tendenza degli studenti a cercarsi le Università più efficaci (rispetto ai loro obiettivi, skills o cultura che siano) sia la tendenza delle università a competere tra loro per fornire la formazione più efficace. Non sottovalutare la potenza di questi meccanismi di selezione e competizione.

    Aggiungo (rispetto a quanto scritto nel mio post precedente) che il vero sapere è sempre anche saper fare, altrimenti è sterile erudizione. In generale nella scuola italiana il sapere è apprezzato di per sé, a prescindere dal saper fare. Cosa aberrante.
    Pensa agli esami scolastici della tua vita: verificavano che sapessi fare cose utili al di fuori della scuola, sulla base di quello che sapevi?

  5. Concordo con Giovanna e con Ben. Quello sul valore legale della laurea e`un dibattito superato dalla realta` (e non da oggi). Famo a capisse, pero`. La certificazione delle competenze e`cosa buona e giusta (almeno per quelle (tante) competenze misurabili). Se no arrivano i complottisti a dire che la laurea in medicina non serve a nulla, e il cancro si cura con l`Alka Seltzer…

  6. D’accordo con Enrico Marsili. E’ importante distinguere il valore legale del titolo di studio, da abolire, dagli esami di stato per certe professioni (medicina e ingegneria civile, principalmente), da mantenere.
    Sono due cose molto diverse, che purtroppo vengono facilmente confuse.

  7. Ogni volta a rimarcare rabbia su situazioni positive: se una storia è andata bene, è andata bene.

    A che serve tutto il resto? Non mi faccio brava, perché anche io avrò i miei difetti, ma gettare sempre e solo mxxxxx – anche quando non esiste motivo – è un fattore raccapricciante. Impareremo mai noi italiani a essere maturi, ad avere una visione delle cose più fiduciosa, meno aggressiva e rivolta all’altro per l’altro?

    Per me abbiamo sempre bisogno di esempi rivolti a costruire il valore di “responsabilità”, poiché credo che da anni esso latita in buona parte delle nostre menti.

  8. @sara
    Tutto giusto quello che dici, tranne che si intuisce che tu pensi che il ministro, i rettori, i professori, possano migliorare l’università grazie alla semplice buona volontà, SENZA cambiare i meccanismi che incentivano professori e studenti a comportarsi diversamente.
    L’abolizione del valore legale cambia in meglio uno di questi meccanismi, come spiegato da Giovanna.

  9. MIGLIAIA di curriculum inviati e 3-5 risposte? Ma per cortesia… forse le aziende non leggono le e-mai, ma forse questo ragazzo non sa come si fa un curriculum e come si cerca lavoro….

  10. @Ben
    Io non sono contro l’abolizione del valore legale, e nemmeno contro la competizione fra gli atenei. Quello di cui ho paura è l’abbassamento generale dell’istruzione media; visto che il pezzo di carta non vale nulla saranno tollerate scuole di serie B. A me piacerebbe che le scuole di serie B non esistessero.
    All’università nessuno mi ha chiesto di “saper fare” oltre che sapere. Ma una cosa l’ho imparata: so studiare. Ho imparato a passare gli esami, anche quando la cosa (mi) sembrava impossibile. Che è quello che si fa sul lavoro, dove devi saper superare ostacoli che sembrano troppo grandi (In informatica, se non sai studiare, duri al massimo 6 mesi.) Ho fatto fisica e chi ha fatto fisica l’ho visto occuparsi di tutto: dal commercio all’insegnamento, dall’ingegneria all’economia. Sai studiare, sai astrarre, sai superare ostacoli, puoi fare quello che vuoi. Devi darti da fare, ma sai come si fa.

  11. pienamente d’accordo con Giovanna Enrico e Ben. Investire in istruzione dovrebbe voler dire investire in competenze non in un accesso privilegiato ai concorsi o alle professioni. Se così non è, a causa dello studente o dell’istituzione o del “Sistema” l’unica speranza è cambiare, verificare le capacità.
    Inoltre non dimentichiamo che in Italia c’è una folla di over 30 disoccupati o precari che entra in competizione con i neolaureati. E’ giusto che ognuno abbia la sua chance in base a quello che sa dare.

  12. @ilcomizietto
    Insisto nella discussione perché mi sembra così importante e perché le tue obiezioni sono ragionevoli e sono quelle di tanti altri ragionevoli come te.🙂
    Certamente la competizione fra scuole e università comporta il rischio di una maggiore differenziazione fra scuole di serie A, B e C. Rischio, non certezza: in fondo scuole e università di serie C ci sono già ora, e forse non è una grande consolazione che manchiamo di università e scuole di serie A.😉
    Anch’io sarei a favore dell’eguaglianza al livello dell’eccellenza, grazie a un’intelligente e rigorosa politica statale dell’istruzione. Il problema non è se sia desiderabile, è se sia realisticamente possibile nella società attuale.

    Se non è realisticamente possibile, e non lo è, allora bisogna scegliere.
    La scelta a favore di una maggiore competizione fra scuole e università, conseguente all’abolizione del valore legale del titolo di studio, a me sembra avere molti più vantaggi che vantaggi, soprattutto per i ceti meno abbienti. La mobilità sociale grazie alla scuola in Italia è molto bassa, rispetto a paesi con maggiore competizione fra scuole e università.
    Certamente, l’aumento delle tasse universitarie, conseguenza inevitabile di maggiore autonomia e competizione, dovrebbe essere compensato da un enorme aumento delle borse di studio per i meritevoli. Cosa possibilissima, anche finanziariamente, basta volerla.
    L’assetto attuale favorisce invece i figli di papà.

    E’ vero che cambiare è rischioso, oltre che difficile. Un cambiamento così grande dovrebbe essere attuato in modo prudente e graduale. Ma restare fermi, come siamo da decenni anche in questo campo, mentre molti altri paesi progrediscono, non sembra che stia dando buoni risultati, anche in questo campo.

  13. oops: …molti più vantaggi che *svantaggi*

  14. Sono stato per l’abolizione degli Ordini eccetto pochi (in particolare dell’Ordine dei Giornalisti). Tendenzialmente saluterei bene l’abolizione del valore legale non delle lauree ma di certe lauree. Oggi di fatto tale valore è (selettivamente per certe lauree) continuamente messo in discussione in sede d’assunzione tuttavia la laurea viene richiesta. Ci troviamo insomma col peggio di due mondi: la laurea non prova quasi nulla (se umanistica, eccettuati concorsi pubblici) eppure senza non ti considerano. Il datore di lavoro, esoso e furbo, non rinuncia al pezzo di carta, anzi vuole il pezzo di carta più la reale conoscenza. Troppo, davvero troppo svantaggioso per il povero lavoratore: decidiamoci. Se diamo valore legale alla laurea, questa dev’essere coerentemente strutturata e accettata senza pretendere ulteriori prove. Se non lo diamo, saranno altre competenze e/o l’esito del colloquio a decidere, ma senza l’idea che “con la laurea è comunque meglio”. Mettere insieme i due approcci non solo è una chimera ma rischia di essere semplicemente una corsa ad ostacoli a vantaggio esclusivo di chi t’assume (e dei suoi timori e delle sue pretese)

  15. @Ben
    “Il problema non è se sia desiderabile, è se sia realisticamente possibile nella società attuale.”
    Se per realisticamente intendi: “c’è qualcuno oggi che ha come programma politico il potenziamento dell’istruzione pubblica”, la risposta è no. Se intendi se sia fattibile come politica, la mia risposta è sì. Perche di volontà politica si tratta, non di altro.
    Comunque, per sapere se abolire il valore legale è sensato o meno, basta fissarsi degli obiettivi ragionevoli e misurabili, provare a togliere il valore legale e vedere che succede. Senza volontà di investire nell’istruzione la vedo dura. In ogni caso bisognerebbe anche avere l’onestà intellettuale di tornare indietro, in caso di fallimento. Chi ha oggi questa onestà? (Sì, ok, forse sono troppo pessimista.)

  16. concordo con ilcomizietto soprattutto su una cosa: studiare serve ad approfondire, astrarre, ragionare, poi certo deve (o dovrebbe) certificare un minimo di competenza… facendo tanti colloqui soprattutto a neo-laureati mi sono capitati ragazzi cui mancava completamente l’ABC.. e questo spiazza veramente..
    Ad ogni modo mi puoi raccontare la tua tesi di laurea, il tuo gruppo di studio, o la squadra di basket, se sei uno abituato ad analizzare un argomento, ad assumere diverse prospettive, a cercare soluzioni, si vede, punto.
    Negli anni ci si rende conto che l’esperienza si fa, la nozioncina si impara, ma la capacità di collegare argomenti diversi, di cercare i problemi e trovare soluzioni, non si inventa, non si improvvisa, si costruisce: è la competenza, quella vera, quella che con 3 o 5 anni fatti a tirar via non si intravede neanche con il binocolo.
    Valore legale? Boh, in effetti a me sembra un non problema, ma di certo un’illusione per chi si aspetta di trovare lavoro sommando titoli.

    Soprattutto credo che questa sia la distorsione maggiore, la laurea non è la fine: è l’inizio!! Dopo non c’è il prof a dirti qual è il libro, a spiegarti, a sostenerti: poi sei tu a dover sapere come, dove, cosa cercare (perché tutto quello che sai, tanto o poco che sia, di certo non basta, e di certo dopo due anni è vecchio).

    Il pezzo di carta starà bene nel cassetto a prendere polvere.
    Ragazzi bisogna studiare, tenersi aggiornati, cercare persone da cui imparare e situazioni che possano allargare gli orizzonti.. e questo è il bello.

  17. Dopo due anni è vecchio? Non è che qui si esagera ad esaltare la precarietà e a prenderla come ineluttabile? Due anni sono niente, a meno che non si parli di informatica (ma in fondo le basi restano anche lì, specie adesso che secondo me è finito il boom) scienza avanzata e/o medicina!

  18. Io propongo il valore ILLEGALE del titolo di studio!
    Faccio l’insegnate nella scuola statale (statale ≠ pubblica) e sono circondato da una pletora di imbecilli con il valore legale del titolo di studio, che oKKupano posti che potrebbero essere occupati da menti brillanti. Questa pletora si dedica con zelo fondamentalista a trasformare fantastiche menti brillanti in altri perfetti imbecilli con il valore legale titolo di studio, i quali andranno ad oKKupare il loro posto!
    È un circolo vizioso, subdolo e mefistofelico…
    God save the System!

  19. oh certo che le basi restano, ed è bene che siano solide in qualsiasi settore.. non volevo esaltare la precariatà, forse mi sono spiegata male: desideravo sottolineare la necessità di tenersi aggiornati e felssibili in un mondo che cambia velocemente. in informatica cambiano i linguaggi tanto quanto gli strumenti, ma cambiano le tendenze nel marketing, gli strumenti di indagine a disposizione che bisogna imparare ad usare al meglio, cambia il contesto intorno (penso ad esempio a quanto sia diverso gestire un processo in house o in outsourcing in un altro paese), cambiano le leve competitive, cambiano perfino le lingue più richieste.. Non credo che la precarietà sia ineluttabile, anzi, ma sono convinta che per tenersi aggiornati, e ancor più per innovare, sia necessario sfatare il mito che il pezzo di carta sia la meta definitiva.
    Spero di essermi spiegata meglio.

  20. Ragazzi scienze della comunicazione non serve a niente a livello pratico, lo vogliamo capire o no? Premetto che sono laureato in Comunicazione, e giá nello scrivere i miei primi curricula mi trovavo in difficoltá, alla domanda: “abilitá specifiche?” non sapevo cosa dire.
    Sinceramente ragazzi, ci definiamo “Comunicatori”, ma se ci affidassero il dipartimento di marketing di una azienda ci accorgeremmo immediatamente che non abbiamo la benché minima idea di come si gestisca un dipartamento di marketing. C’é molta piú economia nel maketing che non sociologia, psicologia, lingua italiana.. ecc. Le splendide “campagne pubblicitarie”, guerrilla, viral, blitz.. sono solo la punta di un iceberg la cui base é economia, matematica, statistica.
    Grazie ad alcune conoscenze sono riuscito ad entrare in una impresa medio/grande, e mi sono accorto che ero incredibilmente indietro rispetto ai colleghi che lavoravano con me nel dipartimento Mkt (nessuno di loro era comunicatore, ma economisti, un ingegnere e venditori anziani che solamente dopo molti anni di esperienza erano arrivati fin lí).
    La mia unica alternativa é stata ricominciare a studiare, questa volta facendo un Master in Gestione di Impresa, per poter per lo meno parlare la stessa lingua dei miei colleghi. I frutti si stanno cominciando a vedere, ma ritengo inutile una laurea che abbia bisogno di un’altro titolo di studio per poter dare l’opportunitá di trovare un lavoro.
    Non dobbiamo dimenticarci che SDC era nata per formare giornalisti, e a livello di cultura generale credo che sia ancora valida. Tuttavia il giornalismo vecchio stampo sta scomparendo, e cosí ci rimarrá una laurea, quella di comunicazione, inutile perché non porta a nessun lavoro.

  21. @ilcomizietto
    Ma va benissimo il potenziamento dell’istruzione pubblica! E’ esattamente quello che voglio anch’io, e molti altri.
    Il problema è COME potenziarla. Secondo me aumentare i finanziamenti a QUESTO sistema serve a poco o nulla.
    La competizione fra scuole e università, conseguente a un sistema radicalmente cambiato, inclusa l’abolizione del valore legale dei titoli, è del tutto compatibile con un sistema pubblico di istruzione. E può essere un modo efficace di potenziarla davvero.
    Così è, ad esempio, in larga misura, in California e in UK.

  22. La settimana scorsa sono stata alla laurea di una mia amica… non tornavo in quei luoghi da anni e ripercorrere i corridoi, le aule e il resto mi ha fatto male… Guardavo quei ragazzi: giovani laureati con occhi di speranza… anche io avevo quello sguardo e tanta voglia d’imparare a fare. Non è rimasto quasi più niente, solo un magone in gola e il dubbio di capire dove ho sbagliato? Ma sono io che ho sbagliato? Studiavo tanto, perché non era nelle mie corde andare a provare un esame… così ho finito per impiegare 1 anno in più rispetto ai 3 anni canonici… Lo ammetto sono una perfezionista, ma il sistema universitario ci ha messo il suo.. iscritta negli anni della riforma, mi sono ritrovata a sostenere quasi lo stesso numero di esami con gli stessi progr. di chi stava al vecchio ordinamento.
    Durante la seduta qualcuno chiedeva: dopo la laurea in scienze della comunicazione cosa puoi fare? Avrei voluto rispondere: lavorare gratis per un giornale o che so per un’agenzia di comunicazione. Io non me lo sono potuta permettere, così tutte le mattine mi alzo per andare a fare un lavoro che mi spegne, ma che perlomeno mi permette di vivere. Forse avrei dovuto lottare di più, ma davvero non ce la faccio dopo 8 ore di fatica a mettermi sui libri… e così in marzo la mia carriera di studentessa di semiotica decadrà perché non sostengo esami da tre anni….
    La relatrice della mia amica parlava e incoraggiava dicendo che l’università è come una gravidanza… nel corso dei 3 o 5 anni loro devono formarci, per poi essere in grado di affrontare il mondo fuori… Il mio deve essere stato un parto prematuro o qualcosa deve essere andato storto. Col senno di poi, l’unica cosa che avrei potuto imparare tra quei corridoi era la sfacciataggine e la capacità d’improvvisazione di chi andava a provare un’esame… perché dove lavoro io, non interessa che io sappia, non interessa che io faccia domande, non interessa che io impieghi due minuti in più per risolvere il problema di un clt. così magari non chiamerà una seconda volta. No! L’importante sono i numeri.
    Mi scuso se ho divagato e per lo sfogo.

  23. Non essere troppo autocritica, Rita. Tu c’hai messo un anno in più ma il problema principale resta il contesto che non ti valorizza. Flagellarti non ti salverà e, quando compatibile cogli obiettivi, il perfezionismo è buona cosa

  24. Per Almalaure, come già ho spcificato in un precedente commento, rientro fra quelli che hanno trovato lavoro a 3 anni dalla laurea, perché ho lavoratosolo 3 mesi.
    Le ho detto anche le mie e-mail inviate raramente hanno ottenuto conferma di lettura.
    Se un’azienda non legge neanche il tuto curriculum come fa a valutare le tue abilità e le tue competenze?

  25. [sarcasmo mode ON]
    ma bellissimo post!
    giusto, giusto!
    eh, sì, se non è la laurea e lo sterile voto a dare un valore agli studi allora il singolo caso di Andrea dovrebbe far capire a tutti gli scansafatiche usciti da Comunicazione che la laurea da sola non serve: ci vuole impegno!
    Ce lo insegna anche Berlusconi, con la sua famigliola di figli dirigenti, che il i figli del self made man che si danno davvero da fare hanno dalla loro la Grazia divina di impianto calvinista; se poi abbiamo l’avvallo di una insigne professoressa della illustre università di Bologna e addirittura UN caso! Di UN ragazzo – allora ogni obiezione è inutile.
    Quindi Rita che scrivi qui sopra: sai che devi biasimare solo te stessa!
    E lo stesso vale per me, che mi sono laureato in merendine, ma non ho trovato lavoro nella comunicazione perché i posti sono già presi da giornalisti o da economisti.
    Non è assolutamente una prova del contrario il fatto che questi illustri signori con esperienza decennale producano campagne che io analizzo presuntuosamente, con gli strumenti acquisiti nel corso di laurea quinquennale, e che trovo imbarazzanti, spente e senza fantasia, eticamente dubbie, contraddittorie e fallaci.

    Ma basta un po’ di sociologia per trovare altre interpretazioni dei dati, delle ‘eccezioni’ – e subito si arriva a capire che cosa davvero conta se il tuo pezzo di carta non è riconosciuto: una classe sociale elevata di partenza, soldi, potere, amicizie, strette di mano (tante strette di mano).
    Su Rita, ascolta chi ne sa più di te e si spende per te in questo blog: ammetti di avere sbagliato: se ti impegnavi a produrre anche una sola delle Qualità della Persona di Successo elencate qui sopra, invece che studiare Comunicazione, adesso avresti avuto successo anche con un diploma di ragioniere.

    Quindi concludo con i complimenti alla brava professoressa: eccellente argomentazione per giustificare lo straordinario successo di Briatore. Magari la stessa tesi scopre un po’ il fianco a una certa forma di sarcasmo, ma questo è un gusto personale, mio.

    Magari è ancora in tempo per correggere il tiro e notare che se l’università fosse meritocratica (e lo è, almeno dove ho studiato io) allora anche la società (e le aziende) potrebbe fidarsi del valore di una laurea.
    Al massimo potrebbe argomentare costruttivamente che se i professori istituissero dei programmi di studio più completi (e meno limitati alla teoria) gli studenti e i neolaureati avrebbero competenze più appetibili per il mondo del lavoro.
    [sarcasmo mode OFF]
    Grazie per aver sopportato questo sfogo acido.
    Ora con permesso devo tornare al mio lavoro, che mi da buone soddisfazioni, ma non mi permette di perdere quanto tempo vorrei sui problemi del mondo della comunicazione in Italia.

  26. Poi mi chiedo perché quando cerco di sollevare alcune questioni, quali la mancata osservanza della legge 150 negli Uffici Pubblici, piuttosto che la mancata realizzazione della classe di concorso in “Teoria e Tecnica della Comunicazione, la mia discussione venga sempre travisata. Mi sarebbe piaciuto se la professoressa Cosenza avesse offerto un suo contributo su tali questioni. Peraltro, professoressa Cosenza, se un giorno il suo posto venisse preso da un docente che non è in possesso di titoli culturali adeguati, ma ha anni di esperienza alle spalle, Lei come la prenderebbe? La mia non è una provocazione, ma un modo per farLe capire le ragioni che stanno alla base della mia proposta-protesta. Per quanto riguarda questioni personali, ricordo, a scanso di equivoci, che, certificato di laurea alla mano, ho una laurea con 110 e lode, non ho mai ripetuto un anno accademico e non sono mai andato fuoricorso. Esitono poi questioni, quali la fortuna, le raccomandazioni, o le conoscenze, che da decenni caratterizzano la società italiana. In un settore come quello della comunicazione, dove è molto diffuso il “metodo della chiamata diretta”, il fenomeno delle amicizie, politiche e “di sistema”, vi assicuro che è molto diffuso. In un contesto come quello italiano, peraltro, eliminando il valore legale della laurea, verrebbe meno quello che è l’ultimo baluardo della meritocrazia.

  27. Per l’admin del blog. La prego di non non pubblicare più post offensivi e denigratori come questo scritto da EMMA:
    “MIGLIAIA di curriculum inviati e 3-5 risposte? Ma per cortesia… forse le aziende non leggono le e-mai, ma forse questo ragazzo non sa come si fa un curriculum e come si cerca lavoro….”
    Io non ho offeso nessuno, vorrei che gli altri facessero altrettanto.

  28. Vorrei un attimo rispondere a @sara del primo commento!
    Il “mestiere” (specialmente x quanto riguarda Scienze della Comunicazione) lo devi inventare tu una volta fuori! Non è la facoltà che te lo porge su un piatto d’argento….

  29. D’accordissimo con Eleonora nell’ultimo commento e questo vale anche per altri.
    @Rita: che lavoro ti sarebbe piaciuto fare?
    @Dario: perché ti offendi se ti dicono che forse il tuo cv era scritto male? Perché non provi a prendere la critica (forse un po’ acida) in modo costruttivo, che so, pubblica qui il tuo cv a mò di sfida!
    @Stefano: marketing e comunicazione sono due ambiti molto diversi, in un dipartimento di marketing o vendite sicuramente devi avere molte basi economiche che per la comunicazione non sono fondamentali.

    Lo dice, ovviamente, una laureata in SdC, felicissima della sua scelta universitaria, con un lavoro super gratificante e ben pagato, arrivato, certo, dopo un bel po’ di gavetta, soprattutto cercando di capire quello che volevo.

  30. Ecco, ci becchiamo pure il sarcasmo. Che, se lo dici a mo’ di disclaimer, si pretende pure che venga tollerato in dosi massicce dopo un post già scoraggiato come quello di Rita. Torniamo più sulla questione invece!

  31. @Marco:
    Eccerto! Il sarcasmo è rivolto tutto verso il post iniziale (quindi non vedo come potrebbe essere più pertinente di così): mi piace l’ottimismo sfrenato anche se non è la mia realtà, ma non è il punto del post!
    Il problema è che il post mi pare sostenga implicitamente dei meccanismi di funzionamento sociale che sono già fin troppo presenti nel nostro paese, e che non sono ‘buoni’, non vanno incoraggiati.

    Andrea è stato sicuramente bravo, applausi, niente da dire, ma se estendi gli assunti di partenza del post finisci a Briatore e a giustificare Berlusconi e tutto quello che ne consegue…
    Tollerare il mio sarcasmo non è nulla rispetto al dover sopportare tutti i giorni certi sistemi elitarieggianti, che di meritocratico hanno molto poco…

  32. Valore legale sì vs valore legale no.
    Sapere vs Saper fare
    L’articolo lancia spunti interessanti e concordo con molti di voi.
    Concordo con @Marco quando dice: Il datore di lavoro, esoso e furbo, non rinuncia al pezzo di carta, anzi vuole il pezzo di carta più la reale conoscenza. E sono d’accordo con @ilcomizietto: Sai studiare, sai astrarre, sai superare ostacoli, puoi fare quello che vuoi.
    Però il problema di fondo è il contesto di ipocrisia tutto italiano e non mi riferisco solo per Sdc. Se sai fare, magari perché come hobby ti sei appassionata a qualcosa, ma non hai nessuna certificazione non ti considerano. Se invece ti sei laureata, ma ancora non hai esperienze non vai bene cmq. Ma dico io a questi signori: nessuno nasce imparato. Da qualche parte si deve pure comunicare. E sono d’accordo con la gavetta con i sacrifici, ma no a svenderti e a lavorare gratis, finendo spesso a fare fotocopie e a non imparate niente di quello che ti avevano promesso in fase di colloquio. E sempre per l’ipocrisia tutta italiana del valore legale del titolo di studio … Io solo perché ho un diploma socio-psico-pelagico conseguito entro 2001 posso insegnare. E proprio il mese scorso ho ricevuto più convocazioni per supplenze annuali in scuole primarie e dell’infanzia. Io che d’infanzia non ho né il saper fare né il sapere. Ma con quale coscienza!!!
    @ Elisa.. cosa mi sarebbe piaciuto fare? Bella domanda e onestamente ti rispondo
    Mi piaceva scrivere e tempo fa scrivevo per una rivista on line; durante gli studi universitari mi ero appassionata alla serialità e la scrittura seriale. M’interessava pure il settore della grafica pubblicitaria. E per l’onestà della risposta ti dico anche che tante altre cose sentite durante i miei studi sembravano interessanti e appassionanti, ma sono rimasti concetti vaghi senza alcun appiglio alla realtà.
    Ripeto di errori per essere dove sono ne ho commessi anche io , ma la questione sul valore legale o non legale mi sembra davvero un non problema come dice @Lucia.
    Io m’interrogherei di più sul valore dell’ università in se. Quanto davvero ti prepara ad affrontare il mondo del lavoro? Faccio una domanda perché metà degli esami in scienze della formazione sono tirocini e non e la stessa cosa in Sdc? Col senno di poi avrei preferito più concretezza e meno teoria.
    Questo bisogno tra l’altro non viene percepito solo in ambito universitario, ma anche tra le nuove generazioni alla ricerca di lavoro. Forse c’è il desiderio di riprendersi qualcosa che abbiamo perso durante la strada…

  33. Se dopo la laurea dobbiamo inventarci un mestiere, come dicono molti degli utenti di questo blog, vuol dire che laurea in Comunicazione non ci ha insegnato nulla. Purtroppo in molti la pensano così, anche il Ministero della Pubblica Istruzione. “Grazie” al Ministero della Pubblica Istruzione i “comunicatori” non possono insegnare “Teoria e Tecnica della Comunicazione. Su questa tematica ci sarebbe molto da riflettere. In ogni caso, se diciamo che i comunicatori devono inventarsi un mestiere dopo la laurea, non lamentiamoci quando poi ci chiamano laureati in “Scienze delle merendine”: se dobbiamo inventarci un mestiere dopo la laurea, significa che nei cinque anni di studio non abbiamo fatto nulla. Dobbiamo cambiare mentalità ragazzi, non sono un complottista, ma sulla questione “Teoria e Tecnica della Comunicazione”, piuttosto che sulla questione “inventatevi un lavoro dopo la laurea in Scienze della Comunicazione” credo francamente di avere ragione.

    P.S. Per Elisa: se vuoi in privato ti invio il mio curriculum.

  34. @Magari Davvero non avevo colto. Rimane il fatto che tutta ‘sta acidità sembrava rivolta agli altri commentatori. Non amo neanch’io i discorsi sui self-made man e tutto il mito gonfiatissimo dell’imprenditore con la faccia tosta. Rileggendo con più calma condivido anche il tuo riferimento al Calvinismo: beh, il concetto anglosassone del “sei povero, è colpa tua” nasce lì e poi diventa la classica posizione impossibile da smontare poiché in molti casi è detta dall’alto in basso e finisce per essere, messa dentro contesti aggressivi, una semplice variante del “blaming the victim”. Quello che proprio non mi andava giù era coinvolgere nell’acidità generale anche altri commentatori come Rita, già abbastanza frustrati di loro per reggere quegli strali, per quanto mirati ad altri…

  35. Il problema è questo: in America se sei uno scrittore di successo puoi insegnare letteratura nei college e nelle scuole più prestigiose, in Italia, invece, per insegnare Letteratura, anche se hai vinto il premio Nobel, devi essere necessariamente laureato in Lettere, poi se non hai letto neanche un libro è un discorso. Se eliminassimo il valore legale delle lauree i primi a protestare sarebbero i professori, poi ci sarebbero i sindacati, i giornalisti e poi gli stessi studenti. Attualmente, a differenza di quasi tutte le altre lauree italiane, la laurea in Comunicazione non ha valore legale, eppure questo non è un problema né per i professori, né per gli studenti, né per i giornalisti né tanto meno per i sindacati, grazie ai quali oggi non possiamo insegnare “Teoria e Tecnica della Comunicazione”, materia che però può essere insegnata dai laureati in Lettere, dai laureati in Filosofia, dai laureati in Scienze della Formazione, dai laureati in Psicologia ecc…. Vogliamo eliminare il valore legale della laurea? Allora eliminiamo il sistema delle classi di concorso che tanto sta danneggiando chi, come i laureati in Comunicazione, ha una laurea senza valore legale. Se parliamo di abolizione del valore legale della laurea senza parlare di fatti concreti, come ad esempio l’abolizione delle classi di concorso, mi dispiace ma stiamo parlando del nulla.

  36. @ Marco: avevo immaginato che stessimo sostenendo lo stesso punto, quindi devo scusarmi se ho dato l’impressione di rivolgere il mio sarcasmo verso gli altri commentatori, era l’opposto della mia intenzione. A dirla tutta provo solo solidarietà per quelli che si trovano in situazioni comparabili alla mia.
    Evidentemente il fastidio causato dal post iniziale (ribadisco, fondato su posizioni imbarazzanti da tanto sono elitarie e autoreferenziali) mi ha fatto perdere le staffe.
    Poi però l’autrice gentilmente ha riportato un’altro caso simile, quindi ci sono addirittura DUE casi positivi!
    Schiacciato dalla statistica devo cedere definitivamente il punto.
    (attenzione, potrebbero essere rimaste tracce di sarcasmo anche in quest’ultimo commento, ma assicuro che non sono rivolte a Rita…)

  37. perdonami @Cinemalaska,ma hai scritto praticamente in quasi tutti i tuoi commenti che i laureati in Scienze della Comunicazione non possono insegnare “Teoria e Tecnica della Comunicazione”,abbiamo capito dai! sarà la 30esima volta che lo leggo (la mia vuole essere una battuta..non aggrediamoci🙂 )
    comunque non sono d’accordo con te sul fatto che la laurea in Comunicazione “non ci ha insegnato nulla”,anzi…. Ti da un’ampia gamma di conoscenze,affronti la semiotica,come basi di psicologia e sociologia e questo ti permette,una volta uscito di guardarti intorno e seguire il mercato o,appunto, “inventarti” un lavoro!

  38. X Eleonora Luisa: in una società liberista-individualista come la nostra, dove l’unico fine è il profitto, inventarsi un lavoro può significare anche fare la cam girl, la escort, lo spacciatore ecc… Certo poi se sei ricco ti apri un supermercato, ma quello è un altro discorso. Il lavoro deve avere una dignità, per questo non lo si deve inventare. Anche le lauree devono essere dignitose. Una laurea che non ti permette di accedere ad una professione, una laurea con la quale non puoi nemmeno insegnare le materie che hai studiato (nelle altre Nazioni con la nostra laurea è possibile insegnare “mass media”…), una laurea che non ti permette di accedere ai pubblici concorsi ecc… è una laurea senza dignità. Non si tratta ora di eliminare la laurea in Scienze della Comunicazione, si tratta semplicemente di riformarla. Facciamo sempre i sinistroidi radical-chic, tuttavia, quando c’è di mezzo la laurea in Scienze della Comunicazione tutto di colpo ci trasformiamo in berlusconiani. Chiedere una riforma del sistema è una questione di civiltà e di dignità che andrebbe apprezzata da chiunque.

  39. @cinemalaska @Eleonora
    Ho seguito questa discussione da vicino e vorrei dire la mia.
    Vi racconto un attimo chi sono, non per far bella figura ma per dire che conosco BENE in modo di Scienze della Comunicazione (almeno a Bologna e a Modena/Reggio Emilia). Mi sono iscritto quando ancora era quinquennale, sono transitato alla triennale, mi son laureato, ho fatto la specialistica, ho lavorato un anno all’estero, ho fatto il dottorato lavorando, ho collaborato con l’univ per circa un anno con contratti di tutorato e adesso faccio il ricercatore all’estero. (sì, sono questo qua: https://giovannacosenza.wordpress.com/2013/11/27/laurea-umanistica-a-bologna-ecco-come-la-valorizzano-negli-usa/ )
    Per quanto riguarda la questione “i comunicatori non possono insegnare”, ti riferisci all’insegnamento nelle scuole medie e superiori, vero? Se sì, allora hai ragione. Se non è cambiata la normativa ultimamente, le classi di concorso a cui può accedere chi si laurea nelle classi LM-92 e LM-59 (le magistrali che abbiamo a Bo) sono pochissime, praticamente nulle. PERÒ questa cosa è spiegata chiaramente ai ragazzi che si iscrivono alla magistrale. Ho fatto il tutor per diverso tempo e ho ripetuto molto spesso a chi veniva a chiedermi consiglio sulla magistrale: “Vuoi insegnare alle superiori? Fai un’altra magistrale”.
    Questo per dire che è vero che ti ritrovi la carriera sbarrata, ma è altrettanto vero che le informazioni c’erano e non sono cambiate dall’oggi al domani. (Almeno a Bologna, Modena e Reggio) Non so se sia giusto o sbagliato, ma si sapeva almeno dal 2000 che non si sarebbe andati a insegnare alle superiori. Arrabbiati con chi non te l’ha detto, e un pochino pure con te stesso che non lo sapevi o non c’hai pensato.
    Per quanto riguarda altri concorsi pubblici, io ti consiglio di informarti molto bene sulle equivalenze tra classi di laurea. Dipende da concorso a concorso, ma in molti casi ci sono delle tabelle che equiparano una serie di lauree magistrali, specialistiche e vecchio ordinamento. (Per esempio, in Emilia, qualche anno fa Scienze della Comunicazione vecchio ordinamento era equiparata a Scienze Politiche vecchio ordinamento per molti concorsi pubblici).
    In chiusura, tu scrivi: “Facciamo sempre i sinistroidi radical-chic, tuttavia, quando c’è di mezzo la laurea in Scienze della Comunicazione tutto di colpo ci trasformiamo in berlusconiani”. Premetto che io sono di sinistra (non sinistroide), e tutto tranne che radical-chic o berlusconiano. Però prendo atto che il mondo lavorativo della comunicazione è in prevalenza privato (ovvero: esistono pure i posti nel settore pubblico, ma sono saturi e probabilmente non assorbiranno altri lavoratori per i prossimi 15 anni). Mi sembra un po’ controproducente cercare di infilarsi nella scuola secondaria oggi, non trovi?
    Ciao, in bocca al lupo,
    G

  40. X Gabriele:
    Visto che hai lavorato in USA saprai che in USA, grazie anche al fatto che i sindacati hanno poca ingerenza nella vita politica, i comunicatori possono insegnare media.
    Io parlo dell’immobilismo del sistema scolastico. Gli Istituti in Comunicazione sono nati nel 2009, se poi in questi Istituti ci mandiamo quelli che hanno un diploma alle scuole serali ci sarà un problema di formazione e di meritocrazia in Italia. La sinistra, oltre a pensare a tante belle cose, dovrebbe pensare anche a questo. Se i laureati in matematica non potessero insegnare matematica già mi immagino le manifestazioni di protesta, siccome, invece, sono i laureati in Comunicazione a non poter insegnare Comunicazione tutti, compresi i comunicatori, tacciono.
    Un consiglio: in Italia quali dottorati possono fare i laureati in Comunicazione, questa è una strada che vorrei intraprendere e sulla quale per la verità c’è poca informazione in giro. Su questa tematica mi piacerebbe avere qualche info, se c’è, oltre a Gabriele, qualcuno che mi può dare qualche info gliene sarei grato.
    Saluti.

  41. La Laurea in comunicazione l’ho fatta anch’io, ma solo i due anni di magistrale perché prima ho fatto la triennale al DAMS, entrambe all’Università di Bologna. Ho letto alcuni commenti, e parzialmente il post della prof. Cosenza.
    Nella mia personale esperienza (che si è svolta sotto la facoltà di Lettere, mentre ora è a Scienze politiche), che è stata di non-frequentante per impegni di lavoro, posso riportare quanto segue:
    – la scuola è molto buona, ma dispersiva a causa dell’alto numero di esami sostenibili e quasi totalmente a libera scelta dello studente: in questo senso credo che dovrebbe essere attivato un tutorato abbligatorio per tutti gli studenti, in modo che anche i più “persi” possano trovare una strada in cui credere e in cui impegnarsi (per il futuro lavoro);
    – i tirocini formativi dovrebbero essere molto più spinti e il raccordo impresa-studente dovrebbe essere rafforzata, ma è chiaro che non c’è posto per tutti;
    – la declinazione univoca del corso in “Scienze della comunicazione pubblica e sociale” (mi riferisco a Bologna) è stata una inutile penalizzazione dello stesso (ora il corso ha due indirizzi più specifici: pubblica e di impresa e sotto Scienze politiche probabilmente avrà più valore);
    – una laurea magistrale che apre a concorsi per l’insegnamento in settori disciplinari “vari ed eventuali” (v. MIUR) è effettivamente molto carente dal punto di vista della considerazione ufficiale, questo è un dato di fatto, siamo seri;
    – le basi di un corso come questo sono sicuramente la semiotica, la sociologia, e un po tutte le scienze umane, ma è chiaro che la capacità di misurazione e gli strumenti tecnici minimi (seo, web, publishing, marketing) dovrebbero essere maggiormente implementati attraverso il Learning by doing.

    Quello che penso io, modestamente, è che la comunicazione non sia una scienza, o che comunque, il suo fulcro sia la filosofia del prodotto di cui si vuole parlare: quanto più la filosofia (di disegno, fine, o valore intrinseco) che sta alla base di questo prodotto sarà forte tanto più la comunicazione potrà essere efficace, ma come sappiamo, “misery is the river of the world” come dice Tom Waits, dunque, per la maggioranza c’è poco da stare allegri, per lo meno dal punto di vista delle soddisfazioni professionali. Questo genere di laurea è per gli audaci, per le persone molto dotate e talentuose: la comunicazione non è scienza ma intuito “geniale”, e di questo gli artisti sono una grande prova.

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