Comunicatori ieri e oggi: somiglianze e differenze

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Se cerco a ripetizione di sfatare i pregiudizi negativi che affliggono il corso di laurea in Scienze della comunicazione non è solo perché ci insegno e lo presiedo (non sopporto l’autoreferenzialità), ma perché credo che vi si annidi la radice della profonda sottovalutazione che la cultura italiana (tutta) riserva al mondo della comunicazione, in tutti gli ambiti: commerciale, sociale, istituzionale, politico. Uno sguardo al passato aiuta sempre a capire il presente, per cui ecco la testimonianza di Valentina, che si laureò in Comunicazione a Bologna nel 2003:

Cara prof, leggo sempre con emozioni contrastanti i casi e le testimonianze che pubblichi. Sai già che mi laureai in Scienze della Comunicazione, vecchio ordinamento, laurea quinquennale, nel 2003. Feci la selezione per il numero chiuso nel 1997, eravamo in 2000, c’erano solo 140 i posti. Il primo giorno di lezione del primo anno, Umberto Eco ci disse: “Sbagliate se pensate di imparare qui un mestiere. Il lavoro ve lo dovrete inventare”. Frase da dramma famigliare, e si era nella seconda metà degli anni 90. Mio padre non la prese benissimo.

Ho discusso la tesi nel 2003, un anno fuori corso. Ricordo che più o meno solo un centinaio di noi arrivarono in fondo. Curriculum in mano, leggevo gli annunci di lavoro. La laurea in Comunicazione non era nemmeno prevista nelle tendine di ricerca: per le posizioni di marketing e comunicazione si chiedevano di lauree in Economia, Lettere o addirittura Ingegneria Gestionale (che andava tanto di moda all’epoca). SdC semplicemente non esisteva.

Il web era la mia passione. Da sola durante gli anni di università mi ero spinta a provare, imparare, fare siti, tenermi informata, per integrare ciò che studiavo in aula. Ero una studentessa, avevo tempo e potevo farlo. Per farla breve, questa mia attitudine al “ciappino” (termine bolognese sempre utile) mi ha aiutato a ottenere uno stage nel mondo del web. Da lì, contratti a progetto, molteplici rinnovi, tante ore di lavoro e di impegno gratuito a denti stretti.

Oggi, come sai, sono web & social media manager per un brand italiano assai conosciuto nel mondo. Ho un buon contratto, una buona reputazione e uno stipendio più che dignitoso. Certo, una posizione come questa non è esattamente come la si pensa quando si è studenti, non sono tutte rose e fiori, ma alla fine faccio il lavoro per il quale ho studiato, che era anche la mia passione, e che la laurea in SdC mi ha aiutato a esprimere. E ho sempre usato (e uso) tutto di quello che ho studiato.

La mia è stata la prima generazione che ha vissuto la vera precarietà lavorativa: l’idea che non ci fosse un futuro per noi, un futuro che fosse coerente con le aspettative che i nostri genitori ci indicavano dall’alto delle loro carriere anni 70, è un trauma che ancora nelle discussioni da aperitivo emerge con un misto di tristezza e rabbia repressa.

Perciò sono stata fortunata, lo posso dire. Anche i miei colleghi ora sono laureati in comunicazione, e quando si apre una posizione per stage, SdC è sempre in cima alla lista . Almeno qualcosa è cambiato, questo è certo.

Ai colloqui per gli stage, però, vedo tanti ragazzi neolaureati, spenti, senza idee, senza obiettivi. Chiedo loro perché hanno scelto quello specifico percorso di studi, non sanno rispondere. Sembra che dormano. Tu vorresti svegliarli e dir loro: “Datti una mossa! Non sto cercando una persona che sappia tutte le risposte, ma che abbia la capacità e la voglia di fare le domande” . Cerco in quegli occhi la stessa passione che avevo io, e la trovo poche volte.

Non so se posso esser catalogata sotto la voce “quelli che ce l’hanno fatta”, ma una cosa la vorrei dire a chi si laurea ora in comunicazione: la situazione è critica, ma se la comunicazione è la vostra passione allora avete fatto la scelta giusta, siatene fieri. Soprattutto, però, non pensate che questo basti; non può e non deve bastare. Perciò abbiate le idee chiare, attivatevi, fatevi notare per la vostra passione, senza strafare, ma mettetevi in gioco. Fate vedere che sapete comunicare, in tutti i sensi possibili.

Ho scritto velocemente queste righe: volevo darti anch’io la mia testimonianza. Fanne l’uso che vuoi. Valentina Tolomelli

30 risposte a “Comunicatori ieri e oggi: somiglianze e differenze

  1. Chiarissima Prof.ssa Cosenza e cara Valentina, il problema dei tanti ragazzi “neolaureati, spenti e senza idee, senza obiettivi” di Scienze della comunicazione è un problema condiviso da molti ma non da tutti… in rete ci sono molte storie di successo di giovanissimi, giovani e “meno giovani” che hanno avuto grande successo con piccole grandi idee che si sono trasformati in progetti imprenditoriali. La rete offre grandi opportunità per sviluppare nuovi progetti imprenditoriali (Startup) e trovare finanziamenti (Crowdfunding)… suggerirei per trovare spunti, energia e passione la lettura del libro di Riccardo Luna “cambiamo tutto”!

  2. “Sbagliate se pensate di imparare qui un mestiere. Il lavoro ve lo dovrete inventare”. Caro professore, mi creda, è sempre stato così e sempre così sarà. Non c’é nulla di più vero se il mestiere è quello del comunicatore. La laurea è una base colturale, ti servirà in futuro così come ti servirà l’approccio analitico e razionale dello studio del greco. Comunicare significa mettersi in contatto con dei mondi che sono fuori da te. Mondi in constante e velocissimo divenire (era cos’ anche negli anni ’70). Mentre lavori impari, insegni, inventi, fai fare alla tua professione un passo in avanti, anche di un solo millimetro. Impari dai tuoi clienti, dal mercato, dagli tuoi insuccessi e dai successi degli altri. Insegni le cose che hai inventato, inventi per essere competitivo. Una frase mi sembra importante per voi giovani comunicatori:
    ” Se quando cerchi qualcosa di nuovo ti sembra che non sia cambiato niente, cerca meglio perché vuol dire che non te ne sei accorto.”

  3. Dove sono questi colloqui? La ragazza in questione cerca stagisti? E allora perché non pubblica l’e-mail della sua azienda? Mi sa che facciamo tutti buoni propositi, ma, nessuno è disposto ad aiutare chi vuole lavorare nel settore della comunicazione. Tante lettere di persone che c’è l’ha fatta, ma non esiste in Italia nessun corso di formazione gratuito in grafica pubblicitaria, o in social media marketing, anzi in molti ci speculano.
    Essendo un comunicatore ammiro Eco. In un post precedente avevo detto che i radical-chic si trasformano in berlusconiani (liberisti) quando c’è di mezzo la laurea in Comunicazione. L’affermazione di Eco, che io ammiro ripeto, è identica a quella di Sacconi, uno dei ministri più berlusconiani e più liberisti che abbiamo avuto. Io trovo tanta stupidità in alcune affermazioni: mi sembra a volte di capire che, se hai una laurea in Lettere e sei disoccupato la colpa è del sistema, mentre se hai una laurea in Comunicazione la colpa è tua. Ma di che stiamo parlando? Ma lo sapete che per lavorare nel web c’è già una laurea in Informatica, ma soprattutto questa propaganda dei laureati in Comunicazione “superuomini” mi fa molta paura. Questo arrivismo, questo individualismo ha molto di berlusconiano. Ammiro chi c’è l’ha fatta, ma, avere un lavoro non deve essere un sogno, ma deve essere una realtà. TUTTI DEVONO AVERE UN LAVORO. TUTTI DEVONO CERCARLO. PUBBLICATE ANNUNCI DI LAVORO (VERI) CREIAMO GRUPPI DI DISCUSSIONE, E NON DI SCONTRO, MA SOPRATUTTO RISPETTIAMO CHI, PURTROPPO, ANCORA NON HA TROVATO UN LAVORO. Inoltre, un pò di realismo. Abbiamo prodotto troppi comunicatori e lo abbiamo fatto perché alle università piacciono troppo le tasse degli studenti. Abbiamo troppi master, molti dei quali sfornano giornalisti, professione che ormai è al collasso. Ma poi dove sono tutte queste aziende che assumono comunicatori? Nei requisiti per l’accesso chiedono solo l’esperienza, ma se non hai le raccomandazioni (o le referenza fate voi) nessuno te la fa fare l’esperienza. Un mese fa sono andato a Belluno (sono di Catania) per partecipare ad un colloquio di lavoro e quasi quasi state facendo passare l’idea che i comunicatori disoccupati si trovano in questa condizione perché si impegnano poco. Peraltro si trattata di un lavoro a tempo determinato (3 mesi) e retribuito solo 500 euro.
    Quando mi chiamano per il colloquio di solito siamo almeno 10. Ne selezionano 1, ma gli altri 9 rimangono fuori (senza contare le decine e decine di persone che vengono escluse per i curriculum). Si 1 c’è la fa, ma gli altri 9 (e le altre decine che vengono escluse per i curriculum) che faranno. Di questo problema uno Stato Sociale dovrebbe occuparsi, limitare l’accesso ai corsi di laurea non è l’unica soluzione, ve ne sono altre, che non starò qui a ripetere. Però bisogna capire che così non va: non possiamo dire io c’è l’ho fatta e quindi sono migliore degli altri, non è questione di invidia, ma di rispetto e di civiltà. Poi se siete favorevoli ad una società liberista, dove l’unico fine è il denaro è un altro discorso.

  4. @cinemalaska
    tu scrivi: “Tante lettere di persone che c’è l’ha fatta, ma non esiste in Italia nessun corso di formazione gratuito in grafica pubblicitaria, o in social media marketing, anzi in molti ci speculano”
    Google is your friend. Anche il FSE e’ tuo amico.
    http://orienter.regione.emilia-romagna.it
    http://www.ossof.provincia.bologna.it
    http://www.fav.it/site/home/i-nostri-corsi.html
    http://it.wikipedia.org/wiki/Fondo_Sociale_Europeo
    Alcuni corsi sono completamente finanziati da voucher europei, nazionali o regionali. Altri sono scontati. Altri sono a prezzo pieno.
    (cito quelli emiliani non per campanilismo, ma perche’ conosco quella realta’)

  5. Stiamo scivolando sulla solita polemica della distanza tra università e mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato diverse volte. Credo che si faccia fatica ad accettare la realtà in cui viviamo, nel mondo, non solo in Italia. Viviamo in un sistema competitivo, con cambiamenti rapidi, l’università italiana non è in grado di preparare “lavoratori” professionisti pronti a produrre il giorno dopo la laure, l’impresa non è più in grado di farsi carico della formazione post laurea, non parliamo poi delle leggi esistenti e dei sindacati. E’ vero le discipline della comunicazione sono assolutamente sottovalutate e lo sono i professionisti della comunicazione, ma è sempre stato così. Nel 1972 nella sua agenzia di New York, Jerry Della Femmina, Trevisano & Partner, Jerry mi raccontava che anche in USA la battuta di Seguela: “Faccio il pubblicitario, ma ti prego non dirlo a mia madre perché lei crede che io faccia il pianista in un bordello” poteva essere capita. Aveva senso, perché anche nella patria del marketing un medico, avvocato, geologo, fisico o chimico avevano una considerazione nettamente superiore agli Adv men, nonostante alcuni di loro, come Jerry, fossero osannati a Madison Avenue come guru stampa dollari. Nel 72 erano almeno 15 anni che negli states ci si poteva laureare in marketing e pubblicità, ed è americano Frank Betteger, l’autore del primo vero libro sulla comunicazione 1902. I medici e gli avvocati hanno più di 2 millenni di storia alle spalle, la società a ben radicato la necessità della loro professione. Il comunicatore no, il pubblicitario, giornalista o il blogger il web communicator e quello che vi pare, non è ancora considerata una professione che richieda particolari saperi. Negli ultimi 30 anni la situazione è peggiorata progressivamente, il management delle imprese ha una cultura specifica scadente, si mettono budget in mano a ragazzini che non sanno spiegare in poche parole il significato del posizionamento del prodotto di cui sono product manager e non distinguono un obiettivo dal desiderio del loro capo. Tutti hanno idee che possono funzionare, tua sorella, marito o portiere del palazzo possono fare uno “slogan”. La situazione in cui siamo precipitati è sotto gli occhi di tutti. Tutto comunica e nessuno può fare a meno di comunicare. Il paradigma è incontrovertibile nel caso della teoria della pragmatica della comunicazione umana, ma è molto, molto distante dalla professione del comunicatore, il lavoro del comunicatore per conto terzi ha ben altri e più importanti paradigmi di cui deve tenere conto. In questo caso il paradigma dovrebbe essere: Tutto comunica, nessuno può fare a meno di comunicare senza un comunicatore professionista … ed anche: il rumore indifferenziato è in agguato può ingoiarti in un sol boccone e in un solo giorno. Ragazzi, rendetevi conto che il mondo in cui vivete non chiede, pretende, voi siete un milione solo 10 ce la faranno, 100.000 diventeranno impiegati della comunicazione, 900.000 cambieranno mestiere. Coloro che possono arrivare al successo non è detto che abbiano una laurea e tantomeno una in comunicazione. Quindi torniamo a Eco: Il lavoro ve lo dovete inventare, ed ancora in altri fogli … cercate di succhiare tutto quello che potete dai vostri maestri, fatelo spudoratamente, senza pentirvi, copiate, fate, poi verra un giorno in cui sarete in grado di pensare a qualcosa di originale. La nostra università è, in tutti i settori e nella maggioranza dei casi, inadeguata. Dopo la laurea in medicina e 5 anni di specializzazione un gastroenterologo può non avere mai fatto una gastroscopia. Quando la farà per la prima volta (mettere in bocca e nello stomaco uno stetoscopio a qualcuno) quella bocca potrebbe essere la vostra e la diagnosi potrebbe non essere corretta, vista l’esperienza.

  6. “persone che c’è l’ha fatta” –> persone che ce l’hanno fatta
    attenzione al correttore ortografico!🙂

  7. @cinemalaska
    Se io dovessi valutare la candidatura di un sedicente comunicatore che scrive come se stesse parlando con gli amici al bar, la tua sarebbe già nel cestino. Anche intervenire in un blog può essere un esercizio di scrittura, di creatività, di limpidezza, e una dimostrazione di capacità. Ti invito a fare una cosa semplice: riscrivi quello che hai scritto, ma fallo con meno livore e più passione, dimostra che la comunicazione è ciò che più t’interessa. Se invece miri “solo” al posto di lavoro, vai a fare il postino: il Parassitario Arretrato o il Remogasapariano Inferiore sono le Ere più consone ai tuoi bi-sogni. Oppure, se le porte delle Poste ti sono precluse, fai una cosa: procurati una zappa. Bene, ti sei incazzato abbastanza? Era ciò che volevo. Ora rilassati e dacci una prova delle tue capacità. Un molto cordiale saluto.

  8. bravo guydebord: anche se sosteniamo posizioni differenti, dopo il tuo passaggio i miei sprazzi di sarcasmo antielitario (che, comunque, noto non sortiscono effetto alcuno, grazie alla mancanza di chiarezza di idee dei bersagli) sembrano dei cortesi appelli alla civiltà.

    Anche a te però rivolgerei un invito a organizzare le idee, prima di esprimerle: vuoi che un commento un po’ rozzo sia riscritto professionalmente (giustissima ambizione), ma per farlo stuzzichi il lato emotivo attaccando il contenuto del post da una posizione che trovo sinceramente debole (un po’ come tutti i post della nostra ospite).
    Quello che mi lascia perplesso è che l’attacco consiste nel criticare il popolino perché insiste a chiedere il pane invece delle molto più buone brioches. Lo sappiamo che le brioches sono buone, ma… secondo me chi non ha bisogno di assaggiare il pane non è in una posizione valida per criticare.
    Allo stesso modo la descrizione della realtà fatta dalle 3 (TRE. Mi complimento per i progressi statistici: lenti ma inarrestabili) testimonianze positive riportate dalla nostra ospite continua a essere fuorviante: il tema era l’importanza della laurea (valutazione istituzionale non riconosciuta) in opposizione alle qualità personali e sociali (quelle di Briatore, per intenderci!).

    Solo chi appartiene all’elite dorata di persone che si conoscono tra di loro, si chiamano per nome, si apprezzano a vicenda, si stringe le mani e a volte anche se le lava a vicenda, può sostenere che questo sistema debba essere adottato universalmente e si può permettere di sminuire il valore dei titoli accademici (che già ne hanno anche troppo poco).

    Spero che la mia opinione sia stata espressa con sufficiente chiarezza, se non con stile.

    Magari

  9. C’est pas facile la vie. (canzone africana)
    @Magari. Non so da dove trai le tue inferenze. Per tua conoscenza io appartengo alla categoria economica dei proletari. Oggi cazzeggio sui blog poiché non riesco a risolvere l’imu di lunedì prossimo e la bolletta della luce del mio studio. Ho avuto la capacità di sviluppare centinaia di progetti e strategie, senza far leva su alcuna appartenenza o entratura, per alcuni fra i maggiori gruppi industriali nazionali ma oggi (probabilmente a causa dei miei contributi) essi sono falliti, trasferiti in Sonlikestan, svenduti, spariti, non prima di lasciarmi in brache di tela e nelle mani di equitalia per tasse pagate, sino a quanto sono stato in grado di farlo, per compensi fatturati ma mai ricevuti. So che se iniziassi a urlare non riuscirei più a smettere. Altro che brioches. Ciò nonostante cerco di tenere separati gli aspetti economici da quelli culturali e, nonostante i miei sessant’anni, ho ancora voglia di studiare e apprendere da quei tanti che definisci deboli, migliori di me. È per questo che trovo disdicevole che un giovane laureato in cerca di lavoro esattamente come me -o solo di un reddito qualunque?- non sia capace, alla faccia della Laurea, di rappresentarsi con un testo privo di errori madornali. Ancor più se è un ragazzo di Catania, che non glie lo ha ordinato il medico di non tentare o di non ottenere un superamento almeno personale dell’eterna questione meridionale. Comprendo la (tua) volontà di voler appartenere all’elite dorata dei laureati che, una volta ottenuto il titolo, pensano di essere arrivati e avere dei diritti acquisiti, ma questo non è e non è mai stato, se non nelle ampie zone grigie delle carriere automatiche del pubblico impiego, degli eserciti, dei sindacati, dei partiti per la tangente. Stop.

  10. X GUY DEBORD:
    Il mio post formalmente fa schifo. Anche se dovessi scrivere una lettera a Babbo Natale non scriverei “Persone che c’è l’ha fatta”. E’ stato scritto d’impulso perché vedo che in pochi, ma davvero in pochi, capiscono il senso dei miei commenti. Forse, la colpa è della mia aggressività, ma credetemi i primi a dire che i laureati in Comunicazione devono inventarsi un mestiere sono proprio quelli che si rivolgono alla nostra laurea con l’appellativo Scienze delle Merendine.
    Come scrive Magari: “il tema era l’importanza della laurea (valutazione istituzionale non riconosciuta) in opposizione alle qualità personali e sociali (quelle di Briatore, per intenderci!).”
    Tutti parlano della lobby dei giornalisti, in pochi sanno, però, che in Italia per diventare giornalista professionista l’unico requisito è l’iscrizione nel registro dei praticanti. Tutti sappiamo scrivere, magari facendo copia e incolla, per cui per essere iscritti in questi registri basta essere amico del direttore responsabile, o del politico di turno. Certo, molti dicono che i comunicatori non sono giornalisti, tuttavia, esiste, una specialistica in “Informazione, Editoria e Giornalismo”.
    Anche io mi sono iscritto alla specialistica in “Comunicazione, Pubblicitaria e Design Strategico” per fare il grafico pubblicitario in un’azienda privata, tuttavia, i miei docenti non mi hanno mai parlato di linguaggio HTML o di Adobe After Effect…
    Esistono docenti e docenti. Per fare un esempio, basta guardare i tanti appunti che mette in rete, che mi sono serviti anche per la realizzazione di diverse proposte progettuali, la professoressa Giovanna Cosenza non appartiene alla categoria dei docenti perditempo. Abbiamo magari due pensieri diversi, ma ammiro chi fa il proprio lavoro onestamente e professionalmente. Dico questo per evitare fraintendimenti.

    A questo punto Guy Debord ti faccio una serie di domande.

    A) Dove sei laureato? Qual’è il tuo voto di laurea? Sei andato mai fuori corso?
    B) Come hai trovato il tuo primo lavoro?
    C) Che c’entra l’IMU con questa discussione?

    Inoltre ti vorrei dire che ho fatto anche domanda per fare l’operaio, per cui sono pronto anche a sporcarmi le mani.
    Credo che l’agricoltura sia il settore trainante dell’economia, per cui rispetto tantissimo gli agricoltori.
    Nei miei post ho sempre criticato il sindacato, la raccomandazione ecc.. Perché, se la pensi come me su tali tematiche, mi attacchi.

    Infine, parli delle poste, lo sai chi è il manager di Poste Italiane S.p.A? Alessandro Alfano, fratello del Vice Presidente del Consiglio Angelino Alfano.
    Nelle Poste Italiane lavorano migliaia di portalettere, malpagati e che ogni giorno assistono alle luci dell’alba per svolgere il proprio lavoro. Conosco portalettere che hanno avuto incidenti seri sul lavoro, per cui stiamo attenti quando parliamo di talune questioni.
    Ma, visto che il manager di Poste Italiane, da anni azienda privata, è il fratello di Alfano, per concludere cito la frase di Magari: “Solo chi appartiene all’elite dorata di persone che si conoscono tra di loro, si chiamano per nome, si apprezzano a vicenda, si stringe le mani e a volte anche se le lava a vicenda, può sostenere che questo sistema debba essere adottato universalmente e si può permettere di sminuire il valore dei titoli accademici (che già ne hanno anche troppo poco).”

  11. Nessuno vuol sminuire i valori accademici, perlomeno io, però occorre capire che ci possono volere anni prima che vengano riconosciuti in moneta sonante. Vogliamo fare 1000 esempi, facciamoli, ma perdiamo tempo. I giovani laureati in comunicazione che hanno fatto stage con me negli ultimi 10 anni (mi pare 12) sono stati duramente selezionati, non raccomandati da nessuno, e di loro ne sono stati assunti 4. Il primo ha iniziato a produrre qualche cosa dopo circa 2 anni, è stato incaricato di fare un lavoro che è durato 14 mesi e lo ha fatto bene. Poi ha ritenuto che lo stipendio (contratto sindacale) fosse basso e si è trasferito a Milano. L’azienda che lo ha assunto nel 2008 lo ha licenziato l’anno scorso per mancanza di lavoro. Non esiste un laureato in comunicazione con laurea magistrale annessa che possa guadagnarsi lo stipendio prima di almeno 18 mesi di apprendistato. Geni non ce ne sono perché la nostra impresa non li vuole e nemmeno li cerca, non siamo a New York. Quindi la vita è dura come per un artista o un musicista, dopo 5 e a volte 10 anni di conservatorio puoi finire con il gruppetto in piazza Maggiore. Non ce ne per nessuno. Certi lavori si fanno per passione, si scrive e fotografa o si fanno video per passione con 50 € l’anno si può aprire un sito con un’idea e smanettare per imparare. Si possono passare ore a leggere di tutto ed anche ad andare nei supermercati per valutare cosa fanno i consumatori o le campagne della Barilla. Crescere, crescere, crescere. Soldi? Forse. Abbiamo letto di alcuni ragazzi che ce l’hanno fatta, bravi. Ma non sappiamo in quanti non ce l’hanno fatta. Quando un obeso dimagrisce la buona clinica osserva per quanto tempo rimane in peso e si giudica un buon risultato a 5 anni. Negli ultimi 5 anni ho visto un art director aprire un negozio di granaglie, un copy è diventato un blogger di una Onlus e fortunatamente i denari li porta a casa la moglie che ancora un lavoro ce l’ha. I laureati al NABA sono sempre stati i primi a trovare lavoro, chi ha preso il ramo design una cosa la sa certamente fare: usare i programmi ADOBE e utilizzare i liguaggi WEB, li potremmo paragonare ai ragazzi che uscivano dalle Aldini che sapevano già far funzionare un tornio. Chi utilizzerà anche gli ottimi insegnamenti sulle teoria e il pensiero appresi al NABA? Pochi. Chi troverà lavoro stabile in 5 anni utilizzerà soprattutto il tornio.

  12. @Guydebord @Magari e un po’ anche @Cinemalaska
    Che tristezza: ambite tutti al medesimo mestiere di base, state tutti nella stessa barca sballottata spesso per ragioni su cui la buona volontà ha un impatto molto parziale e vi punzecchiate su questioni di stile, immaginandovi virtualmente seduti dalla parte vincente e giudicante del tavolo (o della cattedra, a questo punto?). E allora via di velenucci come “i miei sprazzi di sarcasmo… non sortiscono effetto alcuno, grazie alla mancanza di chiarezza di idee dei bersagli”,via di guasconate come far seguire alla critica “un molto cordiale saluto”, via di richieste di titoli. Siamo al motteggio e voi, in una situazione critica come questa, lo riscoprite per vedervi elìte, per calzare i panni dei giovani nobili comunali: Milleduecento, altro che Parassitario Arretrato! Per andare più nello specifico la prima frase, quella che se la prende coi “bersagli” del “sarcasmo” mi ha fatto pensare ad una variante di “se non mi capiscono è colpa degli altri”, cosa che può essere vera ma che si può permettere solo un arrivato che richiede tale sforzo a un povero cristo. Non sono un comunicatore ma non vorrei mai che un mio eventuale prodotto fosse affidato a uno che se il messaggio non arriva se la prende principalmente col destinatario. Scusate se sono stato troppo pesante: il nostro povero paese è così pieno di persone che fanno banda a parte (e che ci prendono gusto) che una posizione comune sembra un sogno

  13. Su una cosa concordo con Marco. La prima regola della comunicazione è: la responsabilità del successo della comunicazione è di chi comunica, mai del ricevente. Devo ammettere che è spesso dimenticata e con lei l’occasione d’imparare qualche cosa. Anche questa non è roba nuova, negli anni 70 durante la presentazione di una campagna dello staff creativo della sua agenzia Ted Bates chiese se non ritenevano irrispettosa la promessa dell’annuncio. Il Creative director rispose che le consumatrici sono cretine. Ted lo fulminò con uno sguardo e rispose: “La consumatrice è tua moglie”.

  14. X Pier Dario Forni: I diplomati al conservatorio possono insegnare Educazione Musicale, a tal proposito, in un’ottica di valorizzazione delle nostre capacità e competenze, vi invito a firmare qui: http://www.change.org/it/petizioni/ministro-dell-istruzione-dell-universit%C3%A0-e-della-ricerca-maria-chiara-carrozza-attivare-la-classe-di-concorso-in-teoria-e-tecnica-della-comunicazione-a-58.

  15. X Marco: cosa dobbiamo fare, diccelo tu che hai le idee chiare, anzi inizia a firmare la petizione. Già questo può essere un buon inizio per fare qualcosa.

  16. @Cinemalaska Scherzi a parte si potrebbe partire da qualunque cosa, anche da questo blog per concordare iniziative comuni: presentazioni, documenti, proposte anche alla stessa Università. Finché si da la colpa della situazione alla non sufficiente determinazione (o meglio figaggine) del singolo non ci sarà mai una posizione degli studenti di comunicazione ma solo la voglia di emergere di tizio e di caio a scapito del collega ed è questo che il sistema vuole, se mi si perdona questa espressione un po’ old school. Il singolo può essere piegato e fatto adattare a tutto (anche al tozzo di pane) mentre la categoria no. Purtroppo nello specifico le petizioni online non mi hanno mai attirato: di solito è persino difficile accertare l’identità abbinata alla sottoscrizione (in assenza di firma e di documento) e comunque rimangono una richiesta dal basso all’alto. Proponete e create qualcosa di vostro insieme (forse fa parte anche del lavoro di comunicatore): chiedendo al ministro vi ritroverete ad aspettare e sperare

  17. Certo, anche i laureati in lettere, o economia, legge, ecc., possono insegnare nella scuola primaria e secondaria, ma quanti? Con 1 ora di musica la settimana un insegnante deve avere circa una ventina di classi per coprire le sue ore di lavoro. Nei paesi dove esistono ovunque scuole con un buon insegnamento musicale, licei musicali ecc., strutture con aule e strumenti (vedi UK) vi sono comunque laureati alla LCCM o Royal Accademy of music disoccupati e a rischio di cappello in terra nelle piazze. E’ dura per tutti, la competizione è sempre più forte (per fortuna mi manda Picone conta sempre meno) dobbiamo renderci conto che per la maggioranza il lavoro che verrà non sarà quello per cui hai studiato. In USA c’é sempre un lavoratore disponibile per il lavoro richiesto e salario offerto.

  18. Concordo, la mia, infatti, è una battaglia di principio. Attualmente, infatti, non sono tantissimi gli Istituti Tecnici in Grafica e Comunicazione, anche se in futuro il numero di tali Istituti potrebbe aumentare. Per fare un esempio basti pensare ai Licei Tecnologici. All’inizio erano poco diffusi, oggi sono fra i Licei con più iscritti. Peraltro, per insegnare Informatica basta avere una laurea Scientifica. Io ho avuto professori laureati in Fisica che non sapevano nulla di Informatica… Peraltro, grazie a questa situazione molti laureati in Informatica, alcuni sono intervenuti pure su questo blog, sono disoccupati… Non so se mi spiego. Io penso comunque che in una democrazia un Ministro debba ascoltare le opinioni dei cittadini. Per intenderci se i Ministri non fanno questo fra qualche anno ci ritroveremo in un’Italia bloccata…dai presìdi dei Forconi.

  19. @cinemalaska sei incredibile oh!🙂 l’ho firmata anch’io la tua petizione sulla “classe di concorso in teoria e tecnica della comunicazione”
    Scusa se te lo chiedo (mi impiccio un pò nei tuoi affari) ma è il tuo sogno riuscire ad insegnare “teoria e tecnica della comunicazione”?

  20. No, il mio sogno è conferire un valore legale alla nostra laurea

  21. La comunicazione, in particolare quella interpersonale di gruppo e di massa, è la disciplina che accompagna ogni azione di ogni altra disciplina. Prima del professionista, lavoratore o cittadino, è l’essere umano che dovrebbe avere cognizione precisa della disciplina. Saper gestire i fenomeni della comunicazione è semplicemente conveniente a ciascuno di noi, acquisire abilità in tal senso migliora la nostra vita. Ho insegnato tecnica della comunicazione pubblicitaria in alcuni istituti, e 12 anni fa anche presso un master di specializzazione in diritto d’impresa ad avvocati. In quell’occasione con un collega che insegnava PNL ebbi modo di dialogare sulle motivazioni che spingono al divorzio; rimasi stupito quando un avvocato matrimonialista e l’insegnate di PNL mi dissero che erano frequenti divorzi dovuti non a contrasti di valori o di opinioni, ma supposti tali per mancanza totale di capacità di comunicare dei coniugi. Sono certo che le discipline che governano la comunicazione dovrebbero essere insegnata dalla prima elementare. Se da domani iniziassimo ad insegnare comunicazione in prima elementare tra 15 anni potremmo vedere un mondo nuovo dove gli uomini sanno analizzare, riflettere e comunicare tra loro senza sbranarsi. Un mondo conveniente com è conveniente per tutti avere l’aria pulita. Si perché per quanto comunemente si creda la buona comunicazione (anche quella pubblicitaria) se è buona non mente, rispetta il consumatore e crea un rapporto di collaborazione tra impresa e cittadini consumatori. Ancora oggi assistiamo ad una comunicazione spesso bugiarda e per questo masochista, mi si farà notare che alcune comunicazioni ambigue o ingannevoli sostengono prodotti di successo e milionari; è vero ma l’impresa che ha avuto successo con la comunicazione ingannevole avrebbe avuto molto più successo (duraturo nel tempo) se avesse cavalcato la chiarezza e la collaborazione con i proprio clienti. Firmate la petizione e ricordate al ministro che più insegnanti di comunicazione ci saranno nelle scuole più cultura “disponibile” avranno i nostri ragazzi.

  22. La comunicazione pubblicitaria se è buona non mente? In senso lato ogni tentativo di evidenziare solo gli aspetti positivi del prodotto mente, almeno nel senso che relativizza, omette, enfatizza, minimizza possibili motivi d’insoddisfazione. Quando vedrò una pubblicità che comunica chiaramente anche i possibili limiti (chiedere dei difetti mi par troppo) del prodotto cambierò idea. Diciamo che una buona pubblicità è credibile, ma la sincerità è su un gradino ben più alto…

  23. Ciao Marco, come stai? Bene grazie. Bugiardo, stamani ti sei alzato che avevi quel solito dolore alla schiena e adesso hai la gola arrossata che è probabilmente l’anticamera di un’infezione delle vie aeree. Marco mente? La sua è un’affermazione ingannevole? Marco omette, quindi non dice la verità? Niente di tutto questo. Risponde semplicemente ad un saluto (domanda chiusa) nel modo in cui l’altro si aspetta che risponda (risposta chiusa (si o no). Se Marco avesse volto iniziare una relazione approfondita sulla sua salute avrebbe risposto in modo aperto: non sto del tutto bene, stamane… adesso … ecc.. L’impresa deve avere un rapporto sincero rispetto a ciò che gli viene richiesto: prezzo, caratteristiche, utilizzo. E’ sincera quando ti parla di una crema spalmabile che ti scalda il mattino (da bianco e nero diventa colorato) quando ti ricorda che da tua nonna in avanti in casa tua ce né sempre stato un barattolo. Non è sincera quando ti fa vedere una cascata di nocciole (facendoti credere che ce ne siano dentro tante) mentre se leggi l’etichetta scopri che di nocciole c’è solo il 6%. Lo spot della Nutella è stato multato negli USA per pubblicità ingannevole. Il danno fatto all’azienda non è limitato a qualche milione di $, ma si estende alla percezione della fiducia nella Nutella e nella Ferrero. L’esempio è banale ma è popolare per servire a sostenere il ragionamento. La credibilità è percepita a livello individuale: la lavatrice è silenziosa (rispetto a cosa?). La sincerità è oggettiva perché è dimostrabile. Lo spazio di confine tra credibilità e sincerità, in comunicazione è indubbiamente molto sottile, l’unico modo per un pubblicitario d’essere credibile o sincero non è solo il suo livello etico, ma la capacità di comprendere quanto convenga essere credibili, ma non sinceri. Compro la lavatrice silenziosa perché la tua pubblicità è credibile e mi ha convinto. La prima volta che l’ho usata mi accorgo che fa un casino della madonna, quel brand con me ha chiuso.

  24. Marco che dice “bene grazie” può essere bugiardo? Certo che sì, infatti detesto i convenevoli. La pubblicità opera collegamenti spesso arbitrari e intenzionalmente seducenti fra un prodotto ed emozioni che il prodotto in sé non potrebbe dare mai (una crema spalmabile non ti scalda il mattino! Semmai è vedere tuo figlio che se la ingolla a chili come un suino che lo fa…). Sai cosa voglio dire e capisco che invece il tuo è un punto di vista fin troppo professionale: tratti la pubblicità in termini di format, di stereotipi, di attese soddisfatte e/o sovvertite. Insomma per te parlare di sincerità in senso forte non ha senso per la pubblicità, che resta un mondo di fiction, una sorta di genere letterario. La credibilità (per usare la tua terminologia) sarà più orientata agli affari e rinuncerà meno a creare quell’alone fittizio attorno al prodotto,quel genere di messaggi ideologici impliciti e di bisogni indotti che vanno ben oltre il “comprami” e finiscono per influire, e qui mi arrabbio, su tutto l’ immaginario. Eppure hai ragione quando ne parli, perché dalle pubblicità che ho visto mi pare che è difficile anche solo pretendere quella basica credibilità tutta merceologica (chiudendo gli occhi “solo” sulla ideologica famigliola felice o ancor più facilmente su meri artifici retorici come una bella presentazione colle nocciole). Sul prezzo c’è poco da fare: è facilissimo essere multati su qualcosa di così misurabile, così possiamo contare che, se lo scrivono, sia quello. Ma già sull’utilizzo siamo su di un terreno scivoloso: come giudicare, ad esempio, la pubblicità di un SUV (veicolo, in realtà, a vocazione cittadina) che mostra panorami montani e strade ripide, seguendo solo il metro della suggestione, tutta presa ad evocare idee allettanti? Si può benissimo dimostrare che tutto il messaggio si basa sulla “vendita di emozioni” e restare alla critica socioideologica ma si può procedere più terra-terra e mostrare, prove alla mano, che il modello XY della casa YZ non è in grado di affrontare una pendenza simile a quella mostrata nel video.
    Per non parlare delle caratteristiche, spesso descritte vagamente, per superlativi assoluti (ovvero non ancorati a nessun punto di riferimento) o, peggio, in modo pseudo-obiettivo, ovvero adottando punti di riferimento fantasmatici o non verificabili, citando studi riassunti in modo maldestro o interessato, ecc. Il famoso detersivo che più pulito non si può, quanto pulisce? E quello che è “tre volte più efficace” lo è rispetto ad una media dei concorrenti (quali?) o rispetto agli altri prodotti della stessa marca? Persino se volessi tralasciare la questione “sincerità”, cioè il piano degli impliciti e delle connotazioni “a margine” dell’etichetta (cosa che in realtà *non* voglio fare) rimarrebbe che una buona fetta di pubblicità non è onesta nemmeno nella tua definizione restrittiva

  25. Non c’é una comunicazione buona o cattiva, ma solo una che ha successo o non lo ha. L’obiettivo della comunicazione è trasferire da un soggetto ad un latro informazioni, percezioni o emozioni con un obiettivo prefissato. Se l’obiettivo di chi risponde è ” sto bene, grazie” , non si tratta di convenevoli, ma di un azione voluta (consciamente o inconsciamente) dall’emittente: non voglio trasferire (comunicare) nulla. E’ difficile discutere sulla pubblicità come buona o cattiva ed anche se debba esistere o meno. Se eliminiamo dalla discussione elementi ideologici o etici, dobbiamo constatare che la pubblicità non è né buona né cattiva, semplicemente esiste perché è parte integrante del nostro modo di vivere. Un bar che pubblicizza il proprio happy hour incita all’alcolismo? La pubblicità di un panettone o di una pasticceria incita all’obesità? Ognuno la pensa come vuole è la stessa storia della vita, quando comincia? Il clero crede che inizi da quando lo spermatozoo entra nell’ovulo, il laico dal momento della nascita. Qualcuno dei due mente? Se ci riferiamo alla comunicazione commerciale un prodotto può mentire solo se non è conforme alle leggi vigenti: ingannevole, concorrenza sleale ecc.. La sincerità in senso lato come la consideri tu non è prevista. Prevederla è, come tutte le leggi, prerogativa del legislatore che si basa sulla morale corrente (della maggioranza). Tornando al tema che io ho posto sulla convenienza o meno del prodotto di essere “sincero” (che ha il significato di corrispondere alle attese del consumatore) la convenienza del produttore si misura con il successo della comunicazione che può essere un aumento delle vendite o di valore percepito del brand. Io non credo che, pur senza sforare nella pubblicità ingannevole, sia più conveniente comunicare aspettative che non possono essere soddisfatte. Invece la mia opinione personale è che le leggi in vigore nel nostro paese (e il modo di applicarle) siano troppo di manica larga e consentano una minore difesa del consumatore rispetto a quelle scandinave, ma più restrittive di quelle russe.
    La pubblicità è una realtà dalla quale non possiamo prescindere. Esiste. Punto. Il consumatore che vuole credere in una sorta di benefit placebo esiste (vedi i cosmetici). Il consumatore attento e critico esiste. Il prodotto che “illude” (vedi il SUV) funziona perché ci sono consumatori che ci vogliono credere, quindi il prodotto non “mente” si posiziona emotivamente dove ci sono attese di alcuni consumatori. Chi non ha un rapporto sincero con il consumatore, è destinato a soccombere. Se questo concetto fosse seguito da tutte le imprese, quelli che tu chiami superlativi, esisterebbero solo nel momento in cui il consumatore vuole acquistare il superlativi insieme alle funzionalità del prodotto.

  26. Eh no! Perché mai dovremmo prescindere dagli elementi ideologici quando non solo ci sono ma sono quelli che spesso garantiscono successo? A dire che il denaro non ha odore sono sempre stati quelli che ci guadagnavano. Il successo del furbo per me è addirittura negativo (non sto dicendo comunque di punirlo per legge: effettivamente è più una questione di onestà che di legalità). Tu dici che dovrebbe essere neutro in nome di un realismo che però è il solito realismo a senso unico del capitalismo. Anche volendolo accettare, come presa d’atto di certi fenomeni, non si può comunque vincolare a tale successo il concetto di bugia senza cadere nella “legge spartana” ovvero senza finire per dare ragione al furbo *in ragione* del suo successo (gonzi ce n’è sempre). Se menti e hai successo non si può dire che non menti, si può dire al massimo che la tua bugia è detta con ottima tecnica ma le due cose non si identificano. PS Anche il gatto e la volpe erano “ottimamente posizionati” rispetto al “placebo” del “consumatore” Pinocchio: tutto il discorso mi sembra molto condivisibile come analisi spassionata ma si trasforma in giustificazione quando vuole dare nomi accattivanti a concetti come “bugia”, “credulone”, “furbizia”. Usarli sarebbe molto poco pubblicitario e scarsamente tecnico ma renderebbe bene l’idea che se ho a che fare con “non A” e la chiamo “A”, allora non posso definirmi veritiero, né in senso stretto né in senso lato

  27. PPS Finché rimani nella logica dell’ “obiettivo prefissato” (cioè vendere, immagino) tutto quello che ti ho detto ti sembrerà naif o incongruo. Ma le cose sono più complesse: nel tentativo di vendere la pubblicità si compromette a volte rispetto ad altri valori e altri punti di vista che considerano come obiettivo un equo scambio. Senza contare che nel processo si possono causare danni collaterali o, per essere meno drammatici, risultati secondari come tutta una serie di messaggi ideologici in secondo piano. Questi non sono l’obiettivo, d’accordo, ma esistono comunque e agiscono da ponteggio per il messaggio principale, quello commerciale, spesso favorendolo. Il guaio è che non spariscono, nel ricevente, dopo che hanno fatto il loro umile mestiere. E ti ritrovi la casa del Mulino Bianco.
    La tua posizione mi sembra ambigua perché da un lato polemizzi contro un certo stile pubblicitario e dall’altro sostieni delle regole che hanno proprio questo stile come loro conseguenza: se nemmeno il venditore del SUV non mente in ragione della sua comunicazione (oggettivamente falsa ma) riuscita, allora perché prendersela colle aziende che “non hanno un rapporto sincero col consumatore”? In fondo la lavatrice rumorosa e il SUV senza ripresa sono stati non solo venduti ma anche comprati con (temporaneo) entusiasmo! Fuor di polemica mi aiuterebbe un esempio chiaro di comunicazione da condannare secondo i tuoi parametri. Tenendo conto poi che, per quanto interessante, tutta questa nostra discussione è un po’ OT rispetto al post

  28. La realtà è complessa sia che tu la legga dal punto di vista etico, sia tecnico. Tornando all’esempio del SUV, quello che intendevo dire è che la comunicazione che ne viene data (vedi l’ultimo spot Range Rover, quando lui arriva sulla montagna dai tecnici, non si ferma ma si scapicolla per una rupe) pur non rispondendo a logiche di “sincerità” (capacità per un autista comune di buttarsi giù nella valle) comunica un concetto atteso nell’immaginario del cliente tipo (target). In quanto atteso (avventura, strafico che fa cose da esploratore ecc..) da quel target il benefit non è considerato “menzognero” o impossibile, ma sinceramente veritiero perché è la conferma del sogno. Un acquirente di Range che non è mai stato in Africa racconta agli amici che con la sua macchina strafica può attraversare un deserto libico. Il “non detto” menzognero perché nasconde, come lo intendi tu, viene percepito da un target differente che non è l’obiettivo dell’azienda. L’ambientalista che sbotta dicendo che macchine che fanno 4 km con un litro dovrebbero essere proibite, non è considerato dall’impresa. Se la pubblicità sia vera o falsa, dal punto di vista della tecnica o se preferisci scienza della comunicazione, può essere giudicata solo all’interno di un contesto preciso. Ti farò un’esempio dei miei parametri, ma prima vorrei che fosse chiaro che il successo in comunicazione dipende solo dal raggiungimento dell’obiettivo previsto, mai da quanto nel bene e nel male possa incidere sul cambiamento peggiorativo degli atteggiamenti di una società. Poi ti ritrovi il mulino fasullo e Banderas. Allora? Ritieni che questo possa influenzare negativamente i nostri ragazzi? Ti preoccupi che qualcuno si sia accorto che la macina non è una macina da farina ma da olio? Ritieni che una ridicolaggine del genere non dovrebbe essere nemmeno pensata da un’azienda che ha un valore sociale molto elevato come la Barilla? Secondo le regole italiane e internazionali non danneggia nessuno e non viola nessuna legge. Se secondo te, o (per ridere) per il movimento dei forconi, questa pubblicità è una porcheria, non comprate i prodotti di Mulino Bianco. Chi acquista i biscotti del Mulino (mi pare abbiano in Italia il 60% del mercato) può apprezzare o meno la loro pubblicità, credere che sia vera (vedi mulino fasullo) o credere che sia una favola senza infamia o lode, ma una cosa è certa se è un consumatore fedele, vuol dire che tra il prodotto in sé e tutto il percepito immateriale, quel consumatore è soddisfatto dei biscotti che mangia. Per loro, la domanda se Banderas è fasullo, divertente, favolistico o semplicemente ridicolo, non si pone. Il concetto che ad una impresa non conviene fare promesse che il prodotto non può mantenere (fare i furbi) non è considerato inconveniente da tutte le imprese, per questo io considero un autogol chi ancora si comporta in questo modo. Fuor di polemica mi aiuterebbe un esempio chiaro di comunicazione da condannare secondo i tuoi parametri. Un esempio che ricordo lo puoi vedere qui https://www.youtube.com/watch?v=g68E2HLmAa4
    Cosa c’é di “legalmente ingannevole”? Niente. Lo spot si trova sul sito del Mulino, parla della merenda, ne parlano alcune mamme e Silvia Vegetti Finzi psicologa e membro del Consiglio Superiore di Sanità, giornalista ecc. Un personaggio autorevole che parla in modo assolutamente corretto di alcuni aspetti del fare merenda. Il video pone alcune domande e la Finzi, o alcune mamme, danno delle risposte. In uno dei suoi interventi la Vegetti Finzi dice: .. è importante che anche la merenda fatta al volo non sia qualche cosa che s’ingurgita in fretta, ma che sia varia, divertente e gustosa. Il contesto: sono sul sito del Mulino Bianco, tutto ciò che viene detto è “probabilmente” associato ad una merenda del Mulino, è molto probabile (Giovanna Cosenza ci può aiutare) che una delle tante merende del Mulino sia associabile a quanto viene detto dall’esperto Vegetti Finzi (infatti il video s’intitola ” Buona Merenda, una sana abitudine. La parola ai nostri esperti.) Quindi un’associazione possibile alla frase di cui sopra è: le merende del mulino sono adatte per una merenda che non s’ingurgita al volo.. e comunque un’esperto del ISS è lì dentro a dire cose, favorevoli alle merende (quali?), un genitore ne percepisce sicuramente un messaggio favorevole al Mulino. Una realtà certa, matematica, non percepita la possiamo trovare prendendo una merenda a caso: I Flauti. Quanto ci mette un bambino diciamo di 6 anni, a mangiare un Flauto al cioccolato da 35g? 1, 2, 3 minuti oppure 4 o 5? Quanti minuti intende la Veggetti Finzi per merenda fatta al volo, ma varia e che non s’ingurgita in fretta? A occhio non quella fatta con i Flauti, voi immaginate un bambino di 8 anni che mangia un flauto in 10 o 15 minuti?
    In 2′ e 27″ né la psicologa né le mamme parlano di nutrienti, eppure pediatri e nutrizionisti danno importanza alla merenda proprio per l’apporto di energia e nutrienti a metà mattina o pomeriggio. Per avere queste risposte devi aprire un’altro video sul sito del Mulino “5 regole per una buona merenda” https://www.youtube.com/watch?v=r2bFufxyUu8 . Qui si parla di merenda dal punto di vista nutrizionale mentre si vedono pupazzetti a forma di Flauti, bambini con crostatine e composizioni di merende con scritte che indicano possibili accostamenti con altri alimenti. Si dice che una buona merenda deve apportare Carboidrati ( con la C di banana), Grassi con la I di una barretta di cioccolata, proteine (la O di un uovo) vitamine (la I di bicchiere di spremuta d’arancio) e chiude con alcune merendine del Mulino e una bambina che ne mangia una, con la scritta:
    Buona Merenda. Una sana abitudine.
    Ciò che viene detto e scritto, è assolutamente corretto. Cosa percepisce la mamma? Che una merenda del Mulino e o un frutto o una spremuta e o …. è una buona merenda che contiene la giusta quantità di carboidrati, grassi e proteine. Se la mamma non ha conoscenze specifiche di nutrizione umana non può avere le capacità necessarie per comprendere quanto apporta una merenda del Mulino e soprattutto con quali altri alimenti dovrebbe essere mangiata per avere un buon equilibrio; oltre ad almeno altri 2 concetti che è troppo lungo spiegare. Guardati i video e dimmi la tua. La mia è questa. Questo tipo d’informazione è conveniente perché il prodotto soddisfa i palati dei bambini, quindi non promette benefit che non può mantenere. Al contempo però fa intendere, con esperti e varie comunicazioni che le merende del Mulino sono ottime anche dal punto di vista nutrizionale quindi per la salute dei bambini. Questa ultima percezione non è vera in assoluto, dipende dalle quantità assunte e dagli altri alimenti associati, ma non è nemmeno falsa. La percezione che però se ne ricava va dal: non fa male alla salute a fa bene alla salute. Io ritengo che questi video dovrebbero dare informazioni più dettagliate sull’apporto nutrizionale del prodotto e indicazioni nutrizionali complessive che possano mettere i genitori nelle condizioni di sapere cos è una buona merenda, almeno sul web.
    Sullo stesso sito potete però trovare uno schema a fianco del prodotto che propone es.: 1 flauto al cioccolato, un bicchiere di spremuta = 180 Kcal la merenda ideale per un bambino di 8/10 anni. Anche questa informazione è fuorviante e incompleta, però se clicchiamo su valori nutrizionali possiamo leggere le informazioni nutrizionali che troviamo anche sulla confezione. 1 Flauto 35g apporta 139 Kcal cioè il 77% delle calorie complessive della merenda “ideale per un bambino di 8/10 anni”. E’ così? Mediamente si, perché secondo le linee guida le calorie dovrebbero essere calcolate in base all’età, peso e quantità di attività fisica. E’ scorretto. Secondo la legge vigente no? E’ ingannevole? Secondo AGCOM no. Favorisce la percezione che i prodotti del Mulino sono ottimi e adatti ad una sana colazione? Si. E’ proibito fare comunicazione del genere? No, casomai si può dire che per avere tutte le informazioni di cui sopra si deve cliccare un po’ troppo. Secondo la mia opinione questo tipo di comunicazione risponde a quello che tu consideri insincero perché omesso. Più correttamente si può definire “incompleta” perché omettendo alcuni concetti può fuorviare il paradigma di merenda salutare e questo incide sulla salute che, sempre secondo me, è un po’ più importante di un lenzuolo più o meno bianco. Tieni presente che quando parliamo di Mulino e Barilla in generale, stiamo citando l’azienda che più di ogni altra fa comunicazione corretta e esaustiva sulle proprietà nutrizionali dei loro prodotti. Ve ne sono altre del tutto ingannevoli, ed anche, per fortuna, in alcuni casi multate da AGCOM, che comunque dovrebbe agire molto, molto più rapidamente e frequentemente. Scusate la lunghezza del post.

  29. @Pier Danio Forni. Commento al volo, poi mi vedo il video con calma. Mi sa che siamo proprio su due piani (pianeti?) diversi: non ho mai detto che una pubblicità incompleta o inverificabile sia perseguibile (falsa da un punto di vista legale) o non conveniente (è questo il problema: è conveniente) eppure non è neanche vera (da un punto di vista di sincerità e completezza, quindi anche di rapporto di fiducia- vera, non percepita- col consumatore). A volte sembra persino che tale sottaciuto sia studiato per non essere attaccabile ma il consumatore scafato intuisce che qualcosa non va, magari compra lo stesso Mulino Bianco (perché c’è la promozione, perché è buona, perché molti bambini mangerebbero anche un mammuth rimanendo magri) ma non lo fa spinto dalla pubblicità (quindi la pubblicità non è servita) e pensa, sotto sotto, che il pubblicitario mostri scene fuori dal mondo oppure sia, diciamo, un po’ furbo (e qui c’è pure la ricaduta d’immagine su Comunicazione in genere). Vedrò se le impressioni sono state giuste, con calma, ma solo dalla descrizione mi si è acceso il campanello che dice “questo se non è un endorsement/ricorso a testimonial almeno ci va vicino

  30. @Pier Danio Forni. Visto: meglio, ma molto meglio di quanto m’aspettassi. Ovvio che tira l’acqua…al Mulino ma lo fa con discrezione e mostrando abbinamenti, promuovendo un uso episodico e limitato della merendina (che di per sé è calorica, eh!) e abbozzando un riferimento alla tabella calorica sul retro della confezione. Forse è un pelino sulla difensiva (stile “bevi responsabilmente”) ma quadra il cerchio fra l’informazione e la promozione pura. Si può dire che è sincera, per essere una pubblicità

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