Lui si gira, la guarda e le grida in faccia: «Uh, ma che cessa!»

Ragazzo manga cattivo

Da mesi le chiacchiere mediatiche sul turpiloquio, l’aggressività verbale e il cosiddetto hate speech si sprecano. Di solito lo sciocchezzaio più frequentato addossa le colpe a Internet, al Web, a Facebook. Come se la rete favorisse il “linguaggio dell’odio”, lo rendesse più facile (perché l’aggressore si nasconde dietro l’anonimato) e lo rendesse più pesante (perché se non guardi in faccia la tua vittima, è più facile colpirla). Casca a fagiolo l’episodio che mi ha raccontato Lucia (nome inventato), 22 anni, terzo anno di Scienze della comunicazione. Dopo aver assistito a una lezione in cui sottoponevo ai ragazzi i problemi del divario digitale in Italia, collegandoli (anche) alla demonizzazione di Internet che molta pseudocultura benpensante alimenta quasi ogni giorno, se ne entra nel mio studio con questa storia.

«Pensavo alle cose che ha detto a lezione, prof», esordisce deglutendo.
«Cioè?»
«La questione dell’odio in rete.»
«Ahà?»
«Per me un insulto in rete non è per niente peggiore di uno in faccia, prof. Anzi il contrario: fa più male un insulto in faccia. Molto più male, ne sono certa.»
«Perché dici questo?»
«Le racconto una cosa che mi è successa sabato. Non ci ho dormito la notte, sa, e quando lei ha detto quelle cose a lezione, mi ha fatto clic la testa.»
«Dimmi.»
«Ero in fila con due amiche per entrare al Sarabanda [nome inventato].»
«Ehi ma andate ancora al Sarabanda? Nel 2014? C’è da una vita.»
«Lo so prof, va molto anche ora. Vabbe’, a dire il vero non ci vado quasi mai, ma due salti… ogni tanto…»
«Certo, facevo per dire. Continua.»
«E insomma, ho visto una scena che non mi è andata giù. Ci sono rimasta di merda, prof. È da sabato che ci penso.»
«Spara.»
Mi pianta gli occhi scuri dritti in faccia e comincia a torturare i numerosi piercing che le abitano i lobi delle orecchie.
«Ero in fila, dicevo. Nella fila ordinaria, sa, perché non eravamo in nessuna lista. E nemmeno siamo fichissime, biondissime e magrissime, tipo quelle che conoscono tutti, salutano tutti e appena arrivano le fanno entrare subito.»
«Certo, siete molto più belle voi.»
«Eh, magari prof! Troppo gentile a dire questo, ma non è vero, lasci perdere.»
«Allora?»
«Allora succede che appena davanti a me, nella fila ordinaria, ci sono due ragazze: non le classiche belle, ma nemmeno brutte, dai, e poi sono vestite bene, adatte alla situazione. Diciamo che sono un pelino rotonde, un po’ più in carne delle biondissime e magrissime che entrano senza fare la fila. E non stanno nella pelle: ridono, saltellano, battono le mani. Insopportabili. Mi arrivano parole isolate: “Inzaghi… fichissimo… Craig David… attori…”. Facile immaginare i discorsi. A un certo punto si apre una vetrata, ha presente prof? Una di quelle laterali, accanto all’ingresso.»
«Ho presente.»
«Dal buio escono tre tipi gesticolanti. Bellocci ma niente di che. Però se la tirano una cifra, questo è chiaro. Tutti e tre in stile milanese, ha presente? Con la camicia tirata, la scarpa giusta, l’aria stronza quanto basta. Escono per fumarsi una paglia, e più che parlare urlano. E ti credo: se ti abitui al casino lì dentro, ci metti un po’ a tornare normale. I tre figarini passano di fianco alle ragazze, quelle tacciono di botto e si girano a guardarli. Anche i tre le guardano…»
Lucia si interrompe, le cala un velo di tristezza sugli occhi.
«Beh? Cosa è successo?»
«Uno dei tre si stacca dagli altri e si avvicina a una delle ragazze, gli va proprio vicino, prof, talmente vicino che sembra quasi voglia baciarla. Per due secondi la guarda muto e poi d’un botto grida: «Uh, ma che cessa!» In faccia, glielo urla proprio a due centimetri dal naso. Poi corre dagli amici e i tre si allontanano a fumare sghignazzando. Erano orribili, prof. Schifosi.»
«Immagino, Lucia. Ci credo che ci sei rimasta male. E le ragazze?»
«Le due restano impietrite. Mute. Per un po’ tutta la fila smette di parlare, tutti a guardare in basso. A me casca pure la paglia di bocca, da quanto ci resto di merda. Davvero prof, mi è venuta l’angoscia per lei.»
«Ma la ragazza? Non ha reagito? Non ha detto nulla la ragazza?»
«Macché, anzi, c’è di peggio. Dopo due secondi la tipa si mette a piangere… accidenti, con lacrimoni grossi così. Merda, ci voleva anche questa… Per uno stronzo del genere. Al che la gente attorno riprende a parlare come se niente fosse, mentre lei piange sempre più forte e l’amica le mette un braccio intorno al collo per consolarla, ma si vede benissimo che pure lei dovrebbe essere consolata. Io mi accendo un’altra paglia giusto per darmi un tono, perché mi sento male, mi sento proprio male per lei. E mentre penso di dirle qualcosa ma non mi vengono le parole, accade il peggio del peggio…»
«Ancora peggio?»
«Certo, prof. Perché alla fine una ragazza si avvicina a quella che piange e le fa: “Dai, non prendertela, capita a tutti… Vedi che è normale qui!” Normale, prof, ha capito? Normale. Una esce con le amiche al sabato ed è normale che arriva uno e ti urla in faccia, di punto in bianco, che sei una cessa. Normale.»
Mi fissa sgranando gli occhi scuri, le manca quasi il fiato. Si sta quasi staccando il lobo di un orecchio.
Ripenso alle discoteche di quando andavo a scuola, era normale allora? Era normale sì, anche allora lo era.
«Be’ Lucia, in effetti, in certi ambienti… se conta solo l’apparenza fisica… finisce per essere normale sì, quella ragazza in fondo ha ragione.»
«Ecco infatti, ci siamo abituati, lo diamo per scontato. Noi donne per prime, eh. Però pensavo questo prof: se te lo dicono su Facebook, che sei una cessa, be’, non può mai essere così schifoso, così duro, così umiliante come ha fatto lo stronzo sabato sera. Per me quella ragazza se lo ricorderà finché campa. E pure io me lo ricorderò.»
«Già, ma voi? Che avete fatto voi?»
«Abbiamo fatto marcia indietro prof, alla fine non siamo entrate. E vaffanculo il sabato sera.»

64 risposte a “Lui si gira, la guarda e le grida in faccia: «Uh, ma che cessa!»

  1. Mi preoccupa l’idea che questa ragazza si sia fatta dei milanesi. Ha descritto uno stereotipo, quello che i milanesi doc (i pochi sopravvissuti) chiamerebbero baùscia. L’individuo che ha avvicinato la ragazza insultandola, invece, non ha un equivalente nel lessico milanese: è semplicemente inclassificabile. Inclassificabile come essere umano, s’intende.

  2. “Come se la rete favorisse il “linguaggio dell’odio”, lo rendesse più facile (perché l’aggressore si nasconde dietro l’anonimato) e lo rendesse più pesante..” Quindi se questa tesi è fasulla e strumentale, quale è quella corretta che lei narra ai suoi studenti?

  3. per me un comportamento del genere non è normale in qualunque ambiente. L’individuo meritava un ceffone o almeno un vaffa

  4. Interessante che il primo pensiero sia per lo stereotipo del milanese.

    Per fortuna che poi arriva anche un pensiero per l’essere unicellulare.

    Magari al prossimo commento un pensiero per: la ragazza destinataria dell’insulto, la ragazza che consola, la ragazza che racconta, la gente in fila, l’episodio, la formica che passava sul mura testimone inconsapevole della miseria umana,…

    PS lascio volutamente ad altri commentare l’accaduto che è… inclassificabile… visto che a quanto pare il problema sia soltanto quello di categorizzare😦

    PS @Emanuele non te la prendere per la mia risposta sferzante ma approfitto biecamente di te per far notare come una delle reazioni sia quelle di trovare una “classificazione” (“milanese”, “baùscia”, “inclassificabile”) che, temo, sia una reazione (culturale) che fa passare, ahimè, in secondo piano nascondendolo il tuo disappunto per l’episodio!

  5. A mio avviso invece è proprio così: “la rete favorisce il “linguaggio dell’odio”, lo rende più facile (perché l’aggressore si nasconde dietro l’anonimato) e lo rende più pesante..”. Quanti – se non alterati psicofisicamente, come probabilmente era il tizio del post – sarebbero in grado di replicare de visu gli stessi insulti fatti in rete? Pochi, pochissimi credo. Credo sia molto difficile anche replicarli, in rete, a una persona che si conosce nella vita reale.
    Io appoggio la tesi di Lucia e – come Fiammetta – anche a me piacerebbe sapere qual è la tesi da Lei sostenuta nelle lezioni con gli studenti.

  6. vabbè,ma certi posti godono di extraterritorialità:a parte che l’uomo poteva esser ubriaco(non che “scusi” la cosa,ma la gente in certe situazioni,cambia:effetto-gruppo,etc etc),a parte che tutte ste milizie della presunta moda totalitar-belloccia non le vedo in giro etc et

    quanto alla considerazione”tipo milanesi”non la sentivo da anni,bologna ha gia sua moda presunto chic “molto bolognese” che gareggia bene in quel senso

    ad ogni modo che il mondo reale sia cattivo tanto e piu di quello sul web ,certo è così,ciò non toglie che qualche,non dico stretta,ma un po di severità sul web non guasterebbe

    perchè,e a molti sfugge,un episodio come quello sopra,per quanto nella vita reale,può anche esser finito li:
    ma sul web si creano delle strane catene e rimbalzi ,di ben altra aggressivà,che fan andar avanti cose sgradevoli per giorni,settimane,mesi

  7. Proprio in questi giorni mio padre si stupiva che delle ragazze fossero autrici di uno degli ultimi episodi di bullismo arrivati alla cronaca. Che ai sui tempi (fine ’50-’60) queste cose (“idiote”) erano riservate al genere maschile. E io: “Guarda che invece ai miei tempi (anni ’80) le ragazze erano già protagoniste negli episodi di bullismo. Nulla di nuovo sotto il sole.”

    Se mai ci fosse una differenza fra ieri e oggi io la andrei a cercare nella reazione delle ragazze. Forse qualche anno fa quello stronzo (termine tecnico, absit iniura verbis) avrebbe ricevuto un bel ceffone o, meglio, un calcio fra le gambe e ben poco solidarietà. Forse mi piace solo pensarlo e “non è più come non è mai stato” (cit.)

  8. beh ma di donne che reagiscono a parole ce ne sono eccome:semplicemente non è stato quello il caso- anni fa un mio conoscente bolognese che fece un giretto a Forcella,zona tosta napoletana,si vide lanciare addosso un attrezzo da cucina dopo aver fatto qualche complimento a voce non proprio bassissima sul tipo di arredo urbano della zona (che non era il Vomero,ovviamente):beh indovina di che sesso era la persona che gli lanciò il mestolo addosso..

  9. ..e le ragazze” piangono ancora” e “se lo ricorderanno tutta la vita” ma per quanto tempo ancora vogliamo vivere sotto lo sguardo maschile??ragazze ma un bel coro di “cafone!”come si diceva un pò di tempo fa e o un “vaffa!” come si dice oggi..no? e poi continuare a ballare ..

  10. luci,ma mica sono tutte “democristiane tranquille ” le ragazze in giro,fidati:
    “la giovi” quella del filmato dalla periferia milanese,mica era uomo,quella…

  11. A me davano della cessa da adolescente perché non guardavo gli uomini manco di striscio, e ancora adesso me lo dicono. Tutti come le famose volpi con l’uva.

  12. Il fatto è continuiamo a dividere quello che accade sul web da quello che accade fuori, ma è sbagliato.
    Non viviamo sdoppiamenti di personalità, ci adeguiamo solo a contesti differenti, ma alla fine siamo sempre un’unica persona.
    E se ci abituiamo all’aggressività, alla violenza, alla maleducazione, dopo un primo periodo di adattamento sul web, le portiamo anche fuori.
    Molta gente è sempre stata maleducata, non è internet che rende la gente peggiore di per sé, ma c’erano più freni e c’era più condanna faccia a faccia. Adesso tutti vomitano maleducazione, vedono molti simili fare altrettanto e non c’è più quel freno, anzi, è ‘moda’ è ‘figo’. E come detto, tutto questo poi finisce fuori dalla rete.

  13. Bè, non per difendere nessuno, anzi, ma sono un uomo e mi sono capitati episodi analoghi con ragazze che mi hanno insultato con lo stesso epiteto o altri non tanto diversi. In maniera totalmente gratuita, in situazioni in cui mi stavo assolutamente facendo i fatti miei, devo dire che faccio fatica a mettere piede in un locale senza che una tipa qualunque si prenda la briga di fare riferimento al mio aspetto. Posso purtroppo quindi comprendere. Reagisco “prendendo e portando a casa”, sinceramente non so mai cosa rispondere ed i ceffoni che altri commenti suggeriscono direi che non possono esistere in questo caso. Questo per dire che questa cosa succede anche a parti inverse.
    La superficialità e la maleducazione sono dilaganti in un mondo che guarda sempre di più all’aspetto fisico senza andare oltre. A volte mi sembra come se certe persone, dall’alto di non so cosa, si sentissero liberi, o addirittura in dovere, di avere certi comportamenti.
    Ad ogni modo, per quanto possano essere fastidiosi gli insulti e gli epiteti sul web non penso che possano risultare pesanti quanto quelli “nella vita reale”. Sul web mancano gli sguardi sprezzanti ed i toni superficiali, il condimento più amaro agli insulti.

  14. L’ha ribloggato su Sciamammae ha commentato:
    esposizioni a rischio… quale alternativa?

  15. Se il problema è: “L’aggressione dal vivo è più traumatica dell’aggressione in rete?” la risposta, per la singola persona, oggetto, in quel momento, dell’aggressione, può essere “sì”. Ma il problema che l’aggressione in rete comporta è un altro, ed è la conseguente assuefazione all’aggressione, è la legittimazione che l’aggressione acquista attraverso l’assuefazione ad essa.

  16. esatto,paola:per di piu,sopra un certo livello di”offesa”,dal vivo,si chiama,bene o male,la forza pubblica:in rete è ovviamente diverso,c’è uno strano livello di assuefazione,come dici tu,che alla lunga porta sconvolgimenti non tanto inferiori,infatti,sul singolo

    sorprende che intellettuali addetti ai lavori e altrove,tecnocrati vari (sia detto senza disprezzi)sottostimino la cosa:almeno le forze dell ordine sul mobbing via web han iniziato a intensificare l’attività di “contenimento”,sennò davvero diventava emergenza

  17. essendo stata per anni vittima di queste”aggressioni verbali” so bene come ci si sente, ben peggiore quando questo genere di insulti arrivano da una donna

  18. ” I tre figarini passano di fianco alle ragazze, quelle tacciono di botto e si girano a guardarli. Anche i tre le guardano…» ”

    Amore a prima vista.

  19. “”Bè, non per difendere nessuno, anzi, ma sono un uomo e mi sono capitati episodi analoghi con ragazze che mi hanno insultato con lo stesso epiteto o altri non tanto diversi””cit da sopra

    capita piu raramente,ma qualche “ferocità” femminile verso uomini non proprio alla brad pitt,l’ho vista eccome: un mio caro amico ne fece le spese (apostrofato in maniera poco carina da snella fanciulla rovigotta in un noto pub di bologna,con riferimento al suo di lui aspetto fisco)e la cosa fu tale da gettare il mio amico in profonda depressone per qualche settimana abbondante,anni fa

    nulla di nuovo sotto il sole,insomma

  20. “Reagisco “prendendo e portando a casa”, sinceramente non so mai cosa rispondere ed i ceffoni che altri commenti suggeriscono direi che non possono esistere in questo caso. ”

    ceffoni no, ma un vaffa ci può stare oppure:

  21. Io ritengo turpiloquio anche il modo, probabilmente romanzato, in cui questa studentessa universitaria si rivolge al proprio professore.. Un ragazzo dovrebbe parlare così con coetaneo, non con un docente..

  22. Vedi, poi magari quella diventa ministro e la fa pagare a tutti.

  23. @Saverio te ne sei accorto che hai fatto una battuta sessista?

  24. aridaje con sto termine,”sessista”…..che vorrà dì,poi..:(

  25. Leggendo la storia, ho sperato fino all’ultimo che la povera vittima dello stronzo fighetto avesse una reazione. Purtroppo la superficialità violenta del fighetto rimane e pesa ancora di più se considerata nel contesto in cui si sono svolti i fatti: possibile che nessuno sia stato in grado di dire niente?
    Nessun rigurgito di coscienza, di senso minimo del rispetto per le persone?
    Io ieri ho litigato con una persona al supermercato perché ha saltato la fila in cassa: quando ho detto, “signora viviamo in una comunità, e ognuno deve rispettare il prossimo” mi sono sentito solo, e ho percepito che a tutti o quasi non importava niente delle mie parole…anzi ne sembravano quasi irritati!

  26. “”Io ritengo turpiloquio anche il modo, probabilmente romanzato, in cui questa studentessa universitaria si rivolge al proprio professore.. Un ragazzo dovrebbe parlare così con coetaneo, non con un docente..””

    ci avevo pensato anchio-oh,in democrazia,molto si può fare/dire(non tutto,ovvio), e cmq era uno sfogo

  27. Non è che invece un filo rosso di bullismo ci sia tra vita e social network? Potrebbe essere la sicurezza della banda, del gruppo d’appartenenza? In entrambi i casi si ha un pubblico a cui mostrare la bravata (e chiamiamola così, và, perché sò un signore), un gruppo con cui commentare, di amici o follower che sia.

  28. Il fatto che una ragazza parli con un simile linguaggio ad una professoressa universitaria “la testa mi ha fatto clic” -cosa?-
    il fatto che si rimanga sconvolti perché un ragazzo,probabilmente non lucido,dica “sei una cessa” piuttosto che sconvolgersi per il fatto che la ragazza in questione si sia fatta avvicinare a “due centimetri dal naso” da un perfetto sconosciuto e gli abbia anche dato il tempo di esprimere le sue opinioni e si sia umiliata piangendo(per poca autostima e sicurezza)davanti alla folla invece di reagire o semplicemente fregarsene e,per finire,il fatto che una professoressa universitaria,nutrice delle nostre menti,inventi certe storie facendo passare gente insicura e senza autostima per persone che dovrebbero rappresentare il futuro della società,tutto ciò,mi fa capire perché l’università di Bologna non potrà mai eccellere e che se nella mia vita aspiro a qualcosa di più del servire qualcuno dovrò specializzarmi all’estero perché qui,invece di nutrire le menti,si incoraggiano comportamenti deboli e si cristallizzano stereotipi. Ps: non ci vuole un esperto in sociologia per comprendere che un insulto detto di presenza possa pesare maggiormente di uno scritto su un social network ma solo se questo è detto da qualcuno di cui mi interessa l’opinione,non di uno sconosciuto qualsiasi,in quanto non tutte le persone hanno la stessa influenza sulla nostra vita e ,sicuramente, non l’opinione di tutti mi interessa ed è altrettanto ovvio che i social network hanno rivoluzionato le nostre vite e sono un mezzo più semplice per dire tutto,insulti e apprezzamenti..dunque,ricollegandomi ad alcuni commenti precedenti,lei cosa insegna ai suoi studenti,professoressa?

  29. E lei in che mondo vive, cara Giulia? Ma soprattutto: è sicura di capire il mondo in cui vive? È sicura di aver capito cosa significa questo racconto? Fossi in lei ne dubiterei. Ma lei certo non ne dubita, dato il moralismo stizzito che il suo commento trasuda.

  30. ho letto il post e ho cominciato a ravanare nella memoria. Non so se ho vissuto in una realta’ italiana diversa o se certi ricordi sono stati rimossi ma in 50 anni non riesco proprio a ricordarmi di un episodio paragonabile a quello descritto. Mi irritavano gli amici e compagni di scuola che fischiavano o urlavano “bella gnocca” ad una bella ragazza ma, nella loro cafonaggine, erano pur sempre “complimenti”, rozzi, imbarazzanti, maschilisti, ma complimenti. Se cio’ che e’ stato descritto e’ normale e lo era anche anni fa c’e’ veramente un’alterazione patologica nella mentalita’ dei giovani che non e’ nemmeno giustificabile dallo scadimento culturale degli ultimi vent’anni e in qualche modo mi e’ sfuggita. E mi sfugge, anche sforzandomi di pensar male, quale soddisfazione si puo’ ottenere cercando di umiliare una persona che non si conosce nemmeno. Non ci arrivo proprio, spiegatemelo voi.

  31. andrea io,bambino, co meglio pre adolescente a fine anni 80,ricordo il meno amichevole ma agguerrito dei compagni di classe delle medie che sfotteva le nostre coetenee bruttine sull autobus..casi del genere ci dovevan esser anche decenni fa,o cmq da dopo il ’68-prima,meno,credo,ci doveva esser piu disciplina

    (come disse qualcuno”berlusconi?tipico frutto della poca disciplina e dell edonismo post 68..)

  32. Penso abbia ragione chi ha scritto questo articolo. In faccia fa molto più male. Una differenza c’è, soprattutto nel bullismo, quando guardiamo a internet: l’insulto alla ragazza lo ricorderanno le ragazze che se ne sono andate, la ragazza che l’ha subito e le amiche. Ma forse riuscirà a passare oltre. Un insulto così su internet spesso può diventare virale e trovarlo ovunque, ogni giorno, facendolo conoscere anche a chi non è vicino a chi lo subisce. L’impatto mediatico amplificato. Come se al posto di venir sussurrato da un belloccio narcisista venisse urlato da mille megafoni.

  33. un consiglio,nell analisi dei fatti,a tutti(nn richiesto ,k ma tant’è):non crogioliamoci solo nelle ricostruzioni sociolgiche degli ultimi 20 anni,insomma certi italicissimi problemi iniziano molto prima della discesa in campo di un certo personaggio….certo edonismo frollato e aggressività io li ricordo ben presenti nei 80’s ,come anni secondo me ancor piu aggressivi dell oggi,almeno nel comportamento giovanile -in confronto i 90’s eran un paradiso filosofico ed esistenziale

    dal 2000 è arrivato il web e qualcosa è cambiato ancora, di nuovo..

  34. @Giulia
    Lei confonde realtà e finzione, concentrando in poche righe presunzione e pregiudizio. La sua esterofilia è bugiarda, come le sentenze ingenue e incoerenti che con viltà nasconde dietro una grottesca superficialità.
    Il racconto breve che Giovanna ha imbastito con arguzia psicologica nasconde una profondità di analisi sociale, culturale, economica che lei non ha colto. Lei Giulia si è fermata in superficie, ad occhi chiusi come plancton in bocca alla balena.
    Il suo disprezzo intimidatorio è infantile, patetico. Lei non ha capito e si ostina a sostenere il contrario. Forse è ancora in tempo per recuperarsi, ma non pensi di riuscire a superare la sua frustrazione scappando all’estero. E poi prima di specializzare la sua arroganza dia una ripassata agli insegnamenti di base (sintassi, semantica, grammatica) e impari a cogliere le differenze tra le discipline (sociologia, psicologia, letteratura).

    @Fiammetta @Luca
    Il punto più in ombra è quello sotto la lampada. Sforzatevi di leggere dietro il ritmo veloce della scrittura di Giovanna, e troverete il sentiero dietro la cascata.

  35. Cara Giovanna, leggendo certi commenti (miss G) ti viene da pensare che non tutti i cervelli debbano essere per forza stanziali. Se qualcuno sfugge alle strette maglie di questa società ignorante, insicura, incapace, analfabeta, immorale,… facciamocene una ragione e lasciamolo correre libero verso Mete più alte, verso gli everest dell’Intelletto, a pascolare per i verdi prati del Pensiero Elevato.
    #cervelliinfugaincercadiserenità

  36. Non voglio entrare nel merito della questione “fa più male un’offesa su internet o nell’interazione faccia a faccia” ma solo far emergere un mio punto di vista sulla storia raccontata da Lucia. Appena ho finito di leggerla mi è subito venuto in mente chi avrebbe potuto dire la frase incriminata: il Colasanti co-protagonista dei racconti di Zanardi di Andrea Pazienza. Mi spiego meglio: il perno intorno al quale ruotano i personaggi creati dalla penna di Pazienza è un vuoto centrale, un’inviolabile assenza e latenza, una totale assenza di carattere che rende molto problematici i meccanismi dell’identificazione. Mi sembra che, purtroppo, l’offesa rivolta alla ragazza sia il riscatto di questi vecchi schemi, un ritorno di quei comportamenti tanto improvvisi quanto immotivati che Pazienza ha descritto magistralmente disegnando la Bologna dei primi anni ’80.

  37. La mia domanda non era retorica. Stando al punto del post – ammesso che io l’abbia compreso – argomento così @luca e @giulio: qualche giorno fa ero in macchina in prossimità delle uscite delle scuole elementari (le 16:30). Andavo al supermercato e viaggiavo non più dei 30 km orari e in seconda. La strada ad un certo punto curva leggermente e nella corsia opposta scorgo la fila per un veicolo in doppia fila. Un signore di una certa età – senza offesa per nessuno, diciamo sulla sessantina – con due buste della spazzatura appese al volante del suo cinquantino invade la mia corsia contromano. Io suono il clacson e rallento altrimenti lo prendo e gli urlo dal finestrino: “ma dove vai???”. Lui, di tutto rispetto: “ma vattene affanculo!”.

    Questi sono i tempi. So benissimo che pretendere che sulla rete non viaggi tutto questo dilagare di irrispetto, maleducazione, turpiloquio e rabbia è impossibile. Anzi. Non sono mai gli strumenti ad essere IL problema, ma l’uso che se ne fa. Un po’ come per il linguaggio. L’uso può essere condannabile e criticabile però. E anche per condannare e criticare l’uso si effettuano delle scelte sul come. Il silenzio non è fra queste. La ragazza avrebbero potuto rispondere. E poi andarsene. Più articolato è capire perché non l’ha fatto; perché non ha risposto all’insulto; in quel silenzio sta tutta una cultura.

  38. E poi dice che una, una volta cresciuta, ha una antipatia naturale per i ragazzi che sanno di essere carini (o meglio, che sono convinti di esserlo). Grazie a una adolescenza fra persone non necessariamente belle ma convinte di essere toste/alla moda, da grande ho dovuto smontare i pregiudizi negativi verso le persone attraenti e sicure di sé che mi ero creata.
    La ragazza ha lasciato avvicinare lo stronzo a due cm dal naso… a mio modestissimo parere, con la testa piena di stereotipi, pensava che il ragazzo magari avesse avuto un colpo di fulmine per lei. Le lacrime finali mi fanno pensare che sia molto insicura e che si sentiva benedetta da uno sguardo nella folla. Peccato che nessuno abbia gridato di rimando a lui: “Ma vatti a nascondere!”

  39. Peccato che nessuno abbia gridato di rimando a lui: “Ma vatti a nascondere!”
    ———-

    Non pertinente. O meglio, non efficace. Per assurdo se siamo qui a cercare una risposta per stendere il tipetto credo la si debba andare a cercare nel repertorio “sessuale”. Non in forma di insulto, chiaro (con i vaffa di grillo abbiamo raschiato il fondo del barile), ma in forma di provocazione. Dopotutto l’aggressione verbale faceva leva sull’aspetto fisico con declinazione sessuale (“cesso” è il contrario di “figa”), dunque la vera provocazione che avrebbe steso il tipetto non poteva che far leva sulla sua… “impotenza”?

    Un’altra reazione possibile, imho la migliore – ma per questa ci vorrebbe una ragazza scafata e non timorata di dio – quella in cui la ragazza offesa si offre come seduttrice in maniera tale da schiantare il tipetto nella sua strafottenza.

    In ogni caso, i tipetti pullulano da sempre. Anche qualche tipetta, Dunque saperli riconoscere a distanza, ignorandoli, invece che degnarli di sguardi d’attenzione sarebbe buona cosa. E pensate quale bella orgetta avrebbero potuto organizzare i tre + tre…

  40. Questa storia mi ha fatto venire in mente i tempi della scuola (superiore ). Quando uscivo da scuola e andavo alla fermata del pullman c’erano parecchi ragazzi più grandi in giro o fermi a perder tempo. Si capiva che erano lì per rimorchiare le studentesse, d’estate infatti c’era il deserto. Spesso capitava che qualcuno mi guardasse e dicesse infastidito che ero brutta; qualcuno mi ha preso in giro chiamandomi Olivia, per via della mia magrezza di allora. Da adolescente ero veramente brutta, ma chi gli aveva chiesto il parere? Cercavo di ignorare questi commenti ma non ci riuscivo e ne soffrivo molto. Ai miei tempi non esisteva internet e nemmeno i cellulari ma sicuramente avrei sofferto allo stesso modo, se l’insulto mi fosse venuto da internet.

  41. Ho provato a rispondere a Gabriele, visto che si rivolgeva a me, ma non leggo il commento fatto e allora ripeto che il mio commento era legato al fatto di essere milanese e che quindi trovavo un po’ irritente essere messo sullo stesso piano di certi individui come quelli descritti. Comunque, la definizione di “essere umano inclassificabile” è molto peggiore di quella utilizzata da altri. È una definizione che, nelle sue varie declinazioni, è stata spesso usata come premessa per le pulizie etniche.

  42. Direi che concordo con la ragazza o che comunque penso che il fatto che un certo atteggiamento avvenga in Internet sia contato come aggravante soprattutto da quelli che Internet lo vorrebbero chiuso a prescindere. Negli anni ’80 era la TV, nell’ 800 erano persino i romanzi, nelle società puritane i teatri: comodo un luogo dove immaginarsi che covi esclusivamente il male in modo da potersi convincere che esso stia solo lì!

  43. @ElenaElle
    Non capisco di queste cose tipo sessista.
    Solo mi riferivo al cosiddetto Renato Brunetta, che di quelle cose deve averne vissute parecchie.

  44. @giovannacosenza
    Giova’, e non ti devi stizzire così, con noi. La Giulia aveva detto le sue quattro cazzate, vabbè, ma tu si’ professoressa.
    Poi, qualcuno aveva parlato di pre/post ’68.
    Allora, io ho fatto le superiori classe mista proprio nel cuore degli anni ’70.
    Pieno periodo de rivoluzionari vestiti, dicevamo noialtri, alla pendagghiùsa.
    Parlavano alle assemblee, e parlavano bene. La maggior parte donne.
    Io me la facevo coi destri. Ero di sinistra, ma i destri erano molto più simpatici di quelli di sinistra.
    Ce n’era una, di queste impegnatissime, che, obbiettivamente, non era una venere. Noi la chiamavamo, affettuosamente, “mostro”.
    Ma lei non mi pareva ci stesse così male. Anzi, penso per niente.
    Quelle erano, in quel tempo, altre donne. Erano tanto forti non solo da governare, e bene, le assemblee di istituto: erano tanto forti da essere comunque amiche e solidali con noi nel confronto con la scuola e i professori.
    Erano tanto forti da guardarci con un misto di tenerezza e di compatimento, a noi che le sfottevamo in maniera molto spesso pesante.
    Oggi, mi pare, è diverso. Mi è capitato di assistere, in autobus, a scene in cui vedevi chiaro, fra un ragazzino e una ragazzina, tipo sedici anni, che queste qui si fanno trattare una pezza. E sembrano contente. E continuano ad ammiccare cercando di essere provocanti, mi sembra a me, con questi che le trattano tipo quelli di Grease il film.
    Sì, proprio così, mi sembra che siamo tornati ai tempi di Grease: ma non gli ’80 in cui è uscito il film: i ’50 di dentro al film.
    No, le nostre amiche a scuola ci sapevano mettere a posto in una maniera che ci stavi attento. Non ci pensavi proprio che valevano meno di te.
    Adesso mi pare che la prendano come cosa di natura che le femmine valgano meno dei maschi.
    Mah…

  45. Ma il reato di ingiuria essere ancora, giusto?
    Accidenti gente, il sistema giudiziario dovrebbe essere lì per difendere i deboli dai prepotenti! Per quanto scalcagnato, farraginoso e inefficace credo che sia un dovere di tutti utilizzarlo quando è necessario.

  46. Saverio, purtroppo c’è anche quello che dici tu (anche se non trarrei conclusioni apocalittiche osservando la gente sull’autobus) però tra i sedicenni non c’è solo questo

  47. @Saverio, anch’io penso la stessa cosa più o meno..ho vissuto le esperienze di quel periodo dalla parte della donna..penso che ai nostri occhi le ragazzine e i ragazzini di oggi abbiano fatto un grosso ruzzolone indietro e non lo sanno..quello che mi stupisce è : come fai a pensare che se chiami una ragazza “mostro” per quanto affettuosamente lei possa “non starci così male” e che una ragazzina di 16 anni che si fa trattare come una “pezza” sembri “contenta”‘? .
    Ma non avete figlie ? e figli? piccoli o adolescenti? sono vulnerabili e soffrono tantissimo

  48. Noi la chiamavamo, affettuosamente, “mostro”.
    Ma lei non mi pareva ci stesse così male. Anzi, penso per niente.
    Quelle erano, in quel tempo, altre donne.

    Quelle erano altre donne, quelle sì che erano brave! Le chiamavamo “mostri” ma mica se la prendevano. Che volete che fosse? Uno scherzetto da ragazzi. E poi, diciamo la verità, lei mica era una Venere, dunque che poteva pretendere? che le dicessimo “quanto sei bella”? Ma scherziamo?! Ba’!😮 Se una non è – secondo il nostro indiscutibile e oggettivo parametro, ovvio – una Venere, che cavolo pretende? che stiamo zitti e non glielo sbattiamo in faccia sghignazzando? che connettiamo il cervello con la bocca prima di parlare? o che, magari, ci diamo prima una guardatina allo specchio, giusto per schiarirci un po’ le idee e ripensarci prima di attivare l’ugola? Ma guarda tu che pretese! In che mondo viviamo!
    ________

    Non vedo l’ora che capiti alle vostre figlie: tanto sarebbero chiamate “mostri” con molto affetto, no? 🙂

  49. Questo post mi ha fatto tornare in mente una mia compagna di classe molto carina, bionda e occhi verdi, con un sorriso dolcissimo. Si chiamava Isabella. Un povero deficiente – nostro compagno di classe – la definiva orribile, mostruosa e altri epiteti del genere. Usava proprio questi termini pesanti e non aveva alcuno scrupolo nell’offenderla. Ovviamente lui era letteralmente inguardabile. Io – lo giuro – ero scioccata, perché non capivo cosa gli frullasse in testa e come potesse insultare così una ragazzina di bell’aspetto. Certo, ero ingenua: credevo che al mondo, dopo tutto, un po’ di giustizia dovesse esserci. Poi, superata tanta ingenuità, ho capito: la povera Isabella, in effetti, non era ammiccante, non indossava abiti alla moda ed era piuttosto timida e riservata. Insomma, era una chiaramente poco disponibile. Quindi era un cesso, anche se era molto carina.

    Nel post è scritta una cosa molto vera: si tratta di esperienze che non si dimenticano più. A me è rimasta sempre impressa questa ragazza, che era anche buona, una delle migliori della mia classe al liceo e – lo ripeto – una delle più carine. Non riesco a dimenticare le cattiverie gratuite cui è stata sottoposta solo perché non era furba e non aveva il look delle presunte bellone presenti in tv. Nel corso degli anni, la sua esperienza mi ha fatto riflettere molto.

  50. @Romina
    A’ Romi’, le vostre figlie non le vostre figlie. Per me, le ragazze, i ragazzi, tutti figli di noi grandi sono (siete?).
    Eravamo così, noi ragazzi che non avevamo come primo obbiettivo quello di “sconfiggere il sistema capitalistico che succhiava il sangue della classe operaia”. Una manica di deficienti? In tante cose sì. Anche, naturalmente, nel chiamare “mostro” una compagna di classe.
    La differenza fra allora e oggi, autobus non autobus e cessa non cessa, è che oggi le ragazzine o si mettono a piangere o si strusciano ancora di più per farsi accettare. Allora (“Ai miei tempi non c’erano certe cose”, diciamo noi anziani), ripeto, non era così. Le mie compagne di scuola o ti compativano (l’ho già detto) o ti mandavano a quel paese (lo aggiungo).
    Tu ti infiammi per cose di trenta anni fa, e forse fai bene. Io non mi sento un verme, per le stesse cose, e forse faccio male. Fatto sta, che, secondo me, quello che succede oggi è risultato di quello che è venuto dopo di quell’epoca di cui ho parlato io.
    E’ su quello, che è venuto dopo, che io m’infiammo.

  51. e sono abbastanza sicuro che trent’anni fa c’era chi diceva sconsolato “ai miei tempi non era così” come c’era trent’anni prima e come ci sarà sempre

  52. Penso che anche 100 anni fa, così come tra altri 100, una ragazza (o un ragazzo) apostrofata/o “mostro” non la prenderà con leggerezza. Il fatto che le reazioni possano essere diverse (dall’ostentare indifferenza al replicare all’offesa al piangere a dirotto come la ragazza del post) dipende dal carattere ma anche una reazione forte non significa certo che una interiormente non ci rimanga male. Non dico che tu Saverio debba sentirti in colpa dopo trentanni, ma che tu sia qui a difendere il concetto che si può tranquillamente apostrofare “mostro” un compagno di scuola è abbastanza insensato. Quando facevo le elementari io (anni ’80) una mia compagna era chiamata abitualmente dalla parte maschile della classe (fiancheggiata più o meno attivamente da quella femminile) “la racchia”, con variante “la rospa”, al punto che a forza di sentirla chiamare così a volte faticavo anche a ricordare quale fosse il suo vero nome. Tra l’altro non era neanche brutta, era solo una bambina più solitaria di altri anche perché, praticando pattinaggio artistico ad alto livello, doveva sempre allenarsi e non aveva tempo per stare con gli altri. Lei non mostrava mai una particolare sofferenza per questa situazione, ma deve avere passato 5 anni di inferno. Un giorno in classe scoppiò una lampadina proprio sopra la sua testa e alcune schegge la colpirono, fortunatamente senza provocarle danni a parte qualche graffio e molta paura. La classe esplose in una risata collettiva. Detto questo, non concordo comunque con la “logica” del post; mettersi a fare la gara tra il “bullismo” reale e quello virtuale, con la palese intenzione di spingere sulla maggior gravità del primo per difendere il web da una presunta “demonizzazione”, per me non ha senso. Si soffre, in modo diverso ma si soffre. Le aggressioni nel virtuale sono per me peggiori perché puoi controllarle molto ma molto meno. Almeno vis à vis vedi chi è che ti offende, sai quali sono gli spettatori e come reagiscono e così via. Infine, mi è capitato di assistere a episodi praticamente uguali a quello raccontato (ragazzo – sempre in compagnia di un paio o più di “soci, perché da soli questi vigliacchi non spiccicano verbo – che avvicinando il muso a una ragazza – o conosciuta o presa per caso – le dice “sei brutta” o cose simili) ma non ho mai visto una ragazza scoppiare in pianto dirotto… è davvero una reazione molto strana in quel contesto, sei sotto gli occhi di tutti. Può darsi che la studentessa abbia un po’ enfatizzato la cosa per avvalorare la sua tesi.

  53. ahhhhhhhhhhhhhhhh gheiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

  54. Solo io vedo il pericoloso e sbagliatissimo messaggio implicito di questo articolo?

  55. comunque sia, il buon senso, come concetto, ci annoia.

  56. Una lettura alternativa della storia (ricordiamoci che è raccontata dal punto di vista di una testimone della scenetta, che magari non ha notato tutti i dettagli!): i 3 bellocci un po’ brilli un po’ sotto l’effetto di sostanze escono e incrociano lo sguardo delle tre ragazze, i gruppi si pesano a vicenda. Il ragazzotto più insicuro del gruppo, forse con le paranoie tipiche di certe assuefazioni, pensa di aver ricevuto un’occhiataccia da una delle ragazze, o di cogliere nel micromovimento del sopraciglio di lei il giudizio, implacabile: “sei uno sfigato”. Colto da rabbia e troppo poco lucido per capire cosa sta facendo, cerca di rivalutarsi agli occhi degli amici (temendo che anche loro, ovviamente, abbiano visto quello che ha visto lui, il Giudizio) e si avvicina per controbattere: “sei una cessa”! sperando che questo basti a placare le sue ansie. Forse, per quella sera, è bastato.

  57. Anche se dopo tutto questo tempo non lo leggerà nessuno:
    1992, estate in colonia. Il coetaneo bulletto (12 anni) che mi opprime quotidianamente un giorno ha un moto di gentilezza nei miei confronti, e decide di darmi un amichevole consiglio. Indica la bambina grassottella che in quel momento è al suo fianco e dice, rivolto a me, ma in modo che senta anche lei: “vedi, lei è brutta come te, però almeno si tiene, fa uno sforzo”.

    Mi ricordo di essere rimasta imperturbabile, avevo sentito ben di peggio. Ma non dimenticherò mai la faccia dell’altra bambina: si era illuminata dall’emozione, tutta felice. Per una volta qualcuno (e non uno a caso, il capetto del gruppo) aveva riconosciuto il suo impegno, sottraendola all’invisibilità.

  58. Sì..era normale anche ai bei tempi che furono: anno 85-86, un tipo sconosciuto mi si avvicina in discoteca e mi urla addosso con rabbia: “Guarda che naso che c’hai, dove vuoi andare??” Con una cattiveria che mi ha veramente shockata. Senza citare altri episodi inclassificabili vissuti sempre nei meravigliosi anni ’80, per cui sì …succedeva anche una volta, i vili decerebrati sono sempre esistiti e ho paura che non si estingueranno.

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