Contro lo «hate speech» in rete: il caso Honey Maid

Honey Maid - This is wholesome

Il 10 marzo l’azienda americana Honey Maid, che produce cracker e biscotti di farina integrale e miele, ha lanciato lo spot e la campagna in rete «This is wholesome», con lo hashtag #thisiswholesome (agenzia Droga5). «Questo è sano, salutare» – dice l’azienda – riferendosi ai suoi prodotti, ma anche a una varietà di famiglie contemporanee che non ricadono nello standard della coppia bianca eterosessuale: lo spot mostra infatti un padre single, due padri gay, una famiglia multietnica, una punk-rock.

Nel giro di pochi giorni, oltre alle views (che sono al momento oltre 4 milioni 200 mila) si sono purtroppo moltiplicati gli insulti e i commenti di intolleranza nei confronti delle famiglie rappresentate nello spot. Al che l’azienda e l’agenzia di comunicazione – che evidentemente avevano previsto queste reazioni – hanno chiesto a due artiste di raccogliere i commenti negativi per «farne qualcosa di diverso», ottenendo – come dichiarano nel secondo spot pubblicato ieri – un numero di messaggi positivi «oltre 10 volte superiore». Credo che, al di là del caso specifico, possa nascere da qui una riflessione su come e quanto in rete si possa – a piacimento e con facilità, purché consapevoli di alcuni meccanismi – stimolare «hate speech» come pure, al contrario, «love speech». È interessante infatti che un brand e un’agenzia di comunicazione siano riusciti a prevedere e strumentalizzare la reazione degli haters. Si può fare altrettanto a scopi non commerciali? Si può usare questa consapevolezza per pilotare «love speech» invece di «hate speech» laddove opportuno? Secondo me sì.

Questo articolo è uscito oggi anche su Wired Italia.

4 risposte a “Contro lo «hate speech» in rete: il caso Honey Maid

  1. Si può usare questa consapevolezza per pilotare «love speech» invece di «hate speech» laddove opportuno? Secondo me sì.

    In politica è il metodo usato da Grillo e dal perseguitato Berlusconi per trasformare l’odio di “nemici” in consenso elettorale per allocchi , quindi è un’arma a doppio taglio , volessimo dirla tutta, se gli scopi non sono esattamente umanitari .

  2. @ Giovanna
    so bene che è un blog che segui, ma ti invito a vedere, se non l’hai fatto
    http://nuovoeutile.it/dire_in_italiano/
    Questa roba che qui dici è forse lo stigma? Dirlo in inglese sembra quasi si stia introducendo un concetto nuovo, del quale non avevamo sentore, mentre si tratta di un pensiero e di un agire giunto dalla Grecia e ben noto a noi prima che agli anglosassoni.

    In quanto al tema: ho idea che l’esercito di laureati in scienze della comunicazione, non solo nel Belpaese, (la Nazione formaggino, non il formaggino nazionale) il loro lavoro alla fine lo fanno e danno al marketing gli strumenti e le idee. Mica la morale. E questo vale anche per il post precedente. Nella strategia honey maid non ci vedo proprio nulla di nuovo o di intelligente, ci vedo solo la strumentalizzazione che, sempre, può dare vantaggi commerciali più o meno diretti, più di quanto possa fare lo stigma, la discriminazione o il disprezzo. Money maid….

  3. Avevo già visto un post a proposito di questa campagna su Tumblr, e sono molto felice di ritrovarlo qui. Lo spot in sè mi è ovviamente piaciuto, ma ho amato ancora di più la risposta alle solite, tristemente prevedibili critiche volgari e ignoranti che l’azienda ha ricevuto. Uno dei migliori esempi di “haters management” che io abbia mai visto🙂

  4. Che bello spot! E che bella risposta allo hate speech: ci voleva proprio. La risposta è quasi più efficace dello spot stesso🙂

    Peggio per tutti quelli che sprizzano odio da ogni poro: sprecano tempo, energia e salute inutilmente!

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