Le classifiche ingannevoli sulle lauree “utili” e “inutili”

Classifica

In questi giorni circolano in rete alcune sedicenti “classifiche” che mettono in graduatoria dal 1° al 10° posto, o giù di lì, le “facoltà” (termine spesso usato in modo improprio) che, a un anno dalla laurea, sfornano più disoccupati. (QUI un esempio.) Gli autori di queste classifichette – che ovviamente mettono all’indice i corsi di studio umanistici, da Giurisprudenza a Psicologia, da Lingue a Scienze della comunicazione – sostengono di aver tratto i dati dalle statistiche di AlmaLaurea, gettando discredito in un sol colpo, oltre che sulle scienze umane, anche sulle scienze statistiche e, come non bastasse, sul consorzio AlmaLaurea, che invece è una realtà serissima e accreditata non solo in Italia, ma in Europa e negli Stati Uniti. Mentre AlmaLaurea provvede a esercitare il diritto di rettifica, riprendo qui di seguito la precisazione che oggi è apparsa sul suo sito, perché ritengo fondamentale che non solo gli studenti, i neolaureati e le loro famiglie, ma tutti siano messi in guardia dall’uso cialtrone di numeri e percentuali che sempre più spesso, in Italia, alimenta pettegolezzi e pregiudizi tanto ingannevoli quanto dannosi.

In riferimento ad alcuni post e articoli usciti in rete in questi giorni che erroneamente utilizzano i dati AlmaLaurea per stilare classifiche tra percorsi e facoltà, la Redazione del Consorzio ci tiene a precisare che queste interpretazioni non sono solo affrettate, ma anche errate: la valutazione dell’utilità di un percorso di studi o di una laurea è una questione alquanto complessa, che quasi mai può esaurirsi con una semplice classifica.

Infatti, l’utilità di una laurea dipende prima di tutto dalle opportunità che essa offre di inserimento occupazionale e di carriera, sia di realizzazione personale. In altre parole, sull’utilità di una laurea incidono sia fattori oggettivi – le competenze richieste dal mercato del lavoro – sia fattori soggettivi – fondamentalmente, cosa ci piace fare. Inoltre, l’istruzione non è finalizzata unicamente alla realizzazione nel mercato del lavoro ma contribuisce al nostro benessere anche in altri ambiti della vita personale.

Un elemento che rende complessa la valutazione dell’utilità di un percorso di studi, sia sul piano dell’inserimento occupazionale che su quello dell’autorealizzazione, è che non ci si può limitare a verificarne gli effetti ad un anno dalla laurea. Il bagaglio di competenze e conoscenze di cui disponiamo ci accompagna lungo tutta la vita. Potrebbe verificarsi che competenze che ci appaiono poco utili nella fase iniziale della vita, successivamente risultino molto utili.

In particolare, per evitare di incorrere in giudizi affrettati sull’utilità, sul piano strettamente occupazionale, dei diversi percorsi di studio e, su queste basi, ricavare classifiche poco significative tra percorsi/facoltà, è opportuno considerare i diversi aspetti che misurano la qualità dell’inserimento occupazionale (retribuzione, tasso di occupazione e di disoccupazione, utilizzo delle competenze), incluso il grado di soddisfazione, e proiettare la verifica almeno sino a cinque anni dalla laurea, cosa che i dati AlmaLaurea consentono di fare. È bene tenere presente che esistono anche differenze importanti tra i corsi di studi: un conto è analizzare i dati relativi all’inserimento professionale dei laureati a un anno dal conseguimento del titolo, tutt’altro prendere in esame la condizione occupazionale dei laureati delle Facoltà di Medicina e Chirurgia o Giurisprudenza che a un anno dalla laurea proseguono ancora con la formazione post laurea.

L’unità di osservazione più significativa non sono le facoltà o i dipartimenti ma i singoli corsi di laurea (o tutt’al più i gruppi disciplinari). Ancora più complessa è la questione della valutazione della performance degli atenei sulla base della performance occupazionale dei laureati perché questa dipende, oltre che dalla qualità dei servizi offerti dalle singole istituzioni, anche da diversi fattori che non sono sotto controllo degli atenei: dalla famiglia di origine, dalle performance di studio dei propri studenti, dalla qualità delle esperienze di lavoro compiute durante gli studi e agli stage compiuti all’estero, dal dinamismo e dalla capacità di assorbimento del mercato del lavoro locale, dalle aspirazioni lavorative dei laureati. Senza tenere in debita considerazione tutti questi elementi, contemporaneamente, qualunque valutazione e graduatoria rischia di essere, oltre che distorta, irrilevante o addirittura dannosa.

12 risposte a “Le classifiche ingannevoli sulle lauree “utili” e “inutili”

  1. Ma infatti, se una laurea ti apre le porte del futuro, i dati a un anno di distanza non dicono proprio nulla. E tutti gli studenti, soprattutto all’ estero, che se ne vanno un anno in giro per il mondo in zaino, accumulando magari stage o altre esperienze che gli saranno utilissime dopo, come facciamo a dire che non hanno lavorato alla propria crescita personale e realizzazione? Ma diciamo che una classifica compilata in quel modo è rivelatrice di un clima e un’ atteggiamento nei confronti del figlio laureato (perché a me dà l’ idea proprio di una forma di terrorismo che funziona bene con i genitori, ovvero chi finanzia gli
    studi dei figli) che spiega molto bene l’ immobilismo di un certo mercato del lavoro in Italia.

  2. Quando sento parlare dell'”utilità del sapere” ho prurito interiore, scompensi emotivi e attacchi di coprolalia. Vado subito a prendere delle “pillole di sapere”.
    (Brava AlmaLaurea!)

  3. We live in a material world. Il problema è che, per un settanta per cento di ideologia tecnocratico-manageriale c’è un buon trenta di effettive condizioni del mercato del lavoro

  4. Classica smentita che non smentisce. Proviamo a tradurre, così dimostriamo che forse una di queste lauree è valsa a qualcosa:
    In riferimento ad alcuni post e articoli usciti in rete in questi giorni che erroneamente utilizzano i dati AlmaLaurea per stilare classifiche tra percorsi e facoltà, la Redazione del Consorzio ci tiene a precisare che queste interpretazioni non sono solo affrettate, ma anche errate: la valutazione dell’utilità di un percorso di studi o di una laurea è una questione alquanto complessa, che quasi mai può esaurirsi con una semplice classifica.

    “Socmel, qui c’è gente che pretende di trovare un lavoro dopo un anno. La fretta è un errore e l’errore è la fretta. Ci avete pagato le tasse universitarie, apsettate almeno qualche anno prima di incendiarci le sedi, che così saremo già in pensione”

    Infatti, l’utilità di una laurea dipende prima di tutto dalle opportunità che essa offre di inserimento occupazionale e di carriera, sia di realizzazione personale. In altre parole, sull’utilità di una laurea incidono sia fattori oggettivi – le competenze richieste dal mercato del lavoro – sia fattori soggettivi – fondamentalmente, cosa ci piace fare. Inoltre, l’istruzione non è finalizzata unicamente alla realizzazione nel mercato del lavoro ma contribuisce al nostro benessere anche in altri ambiti della vita personale.

    “La laurea è una categoria ontologica del pensiero aristotelico, qui si parla di atto in potenza. “In altre parole”: cosa volete che capiscano i tecnici delle raffinatezze di voi umanisti? Loro lavorano e voi no ma vuoi mettere la figata dell’entelechia? Squallidi materialisti: iscriversi alle facoltà umanistiche non serve solo a guadagnare (e infatti non lavorate) ma sopratutto a pensar bene. Come? Primum vivere deinde philosophari? Chi l’ha detto? Vi canzonano perché avete pagato le tasse, ci avete creduto, non trovate lavoro, vi deprimete e vi serve il viagra? Tranquilli, è tutta invidia.”

    Un elemento che rende complessa la valutazione dell’utilità di un percorso di studi, sia sul piano dell’inserimento occupazionale che su quello dell’autorealizzazione, è che non ci si può limitare a verificarne gli effetti ad un anno dalla laurea. Il bagaglio di competenze e conoscenze di cui disponiamo ci accompagna lungo tutta la vita. Potrebbe verificarsi che competenze che ci appaiono poco utili nella fase iniziale della vita, successivamente risultino molto utili.

    “Altan ci ha pazientemente insegnato che l’ombrello nel culo non puoi mica toglierlo quando te ne accorgi. Troppo facile. Bisogna imparare a conviverci, apprezzarlo nel tempo, scoprendo magari dopo anni che ci è sempre piaciuto anche quando ce ne lamentavamo.”

    In particolare, per evitare di incorrere in giudizi affrettati sull’utilità, sul piano strettamente occupazionale, dei diversi percorsi di studio e, su queste basi, ricavare classifiche poco significative tra percorsi/facoltà, è opportuno considerare i diversi aspetti che misurano la qualità dell’inserimento occupazionale (retribuzione, tasso di occupazione e di disoccupazione, utilizzo delle competenze), incluso il grado di soddisfazione, e proiettare la verifica almeno sino a cinque anni dalla laurea, cosa che i dati AlmaLaurea consentono di fare. È bene tenere presente che esistono anche differenze importanti tra i corsi di studi: un conto è analizzare i dati relativi all’inserimento professionale dei laureati a un anno dal conseguimento del titolo, tutt’altro prendere in esame la condizione occupazionale dei laureati delle Facoltà di Medicina e Chirurgia o Giurisprudenza che a un anno dalla laurea proseguono ancora con la formazione post laurea.

    “Insisti? L’hai capito o no che iscriversi a certe facoltà è una cazzata se non sei figlio di papà? Ce l’hai il proiettore a casa? Perché se non c’hai in giardino una siepe come Leopardi ti puoi fare le seghe in altri modi. Magari proiettati nel muro sto gran film di vita vissuta dal titolo: un grande avvenire dietro alle spalle.
    Ma poi guardati attorno: non sei solo. Ci sono anche i medici e gli avvocati che a un anno dalla laurea non hanno trovato lavoro. Uh? Loro devono specializzarsi per lavorare, lo sanno, non cercano lavoro e quindi inserirli nella media è sicentificamente disonesto? Ah, ci hai tanato, volpone! Ma non avevi studiato materie umanistiche tu?”

    L’unità di osservazione più significativa non sono le facoltà o i dipartimenti ma i singoli corsi di laurea (o tutt’al più i gruppi disciplinari). Ancora più complessa è la questione della valutazione della performance degli atenei sulla base della performance occupazionale dei laureati perché questa dipende, oltre che dalla qualità dei servizi offerti dalle singole istituzioni, anche da diversi fattori che non sono sotto controllo degli atenei: dalla famiglia di origine, dalle performance di studio dei propri studenti, dalla qualità delle esperienze di lavoro compiute durante gli studi e agli stage compiuti all’estero, dal dinamismo e dalla capacità di assorbimento del mercato del lavoro locale, dalle aspirazioni lavorative dei laureati. Senza tenere in debita considerazione tutti questi elementi, contemporaneamente, qualunque valutazione e graduatoria rischia di essere, oltre che distorta, irrilevante o addirittura dannosa.

    “Noi siamo almalaurea, un consorzio che fa analisi statistiche sulle condizioni professionali dei post laureati ma a dirla tutta non ci capiamo un tubo neanche noi. Guarda che supercazzola ti abbiamo appena scritto: le unità di osservazione, la complessità, l’albero genealogico, la performance, la capacità di assorbimento, la vocazione…le solite tecnicalità: la teoria del caos, la morfogenesi thomiana delle catastrofi, il teorema del punto fisso e blablabla ti dovrebbero aver già spiegato che è impossibile annalizzare qualcosa senza tenere in debita considerazione tutti questi elementi, c-o-n-t-e-m-p-o-r-a-n-e-a-m-e-n-t-e. La farfalla batte le ali in polinesia e 100000 posti di lavoro tre Ghibullo e Riola evaporano in uno schiocco di dita. Insomma, te lo diciamo da amici: noi con la tua laurea un lavoro l’abbiamo trovato. Fatti un consorzio tutto tuo e soprattutto fatti i cazzi tuoi.”

  5. Ugo, sei troppo cattivo 🙂 E poi i laureati in giurisprudenza servono eccome. Come si potrebbero interpretare 1.8*10^5 leggi senza un mucchio di loro?

    Seriamente, penso che il problema non sia la laurea in se`, visto che tutte le figure professionali servono, dal comunicatore all`ingegnere. E`il numero che non torna. Nel senso che dovrebbe essere chiuso per certe lauree, e gestito a seconda dell`evoluzione del sistema Italia.

  6. La laurea umanistica “che non serve” come concetto mi fa sbellicare. L’Italia va all’indietro (e tra poco ci seguiranno a ruota anche alcuni furboni vicini che ora ci deridono), e i lavori in azienda evaporano. Tra poco tempo, vista l’uscita di scena dei baby boomers, si riapriranno i cancelli nella scuola. Numericamente parlando i laureati italiani sono comunque quattro gatti rispetto al resto d’Europa.

    Credo che il futuro prossimo sarà diverso dal presente in tutti i sensi. Secondo me stiamo dando per scontate troppe cose che non lo sono.

  7. andrebbe detto che in taluni corsi di laurea il numero di scritti è bassissimo e il numero chi si arriva a laureare è tendente a zero, penso a lauree come astrofisica, fisica nucleare ecc… cioè il dato è quello, peccato che questi dati non vengono mai analizzate, io ho scritto un articolo dove analizzo le cause delle problematiche della laurea in Comunicazione http://laveritasostanzialedeifatti.blogspot.it/2014/04/unanalisi-seria-e-attenta-sulle-cause.html

  8. Cioè ma ci siete mai andati in dipartimento di fisica e astronomia: macchinari e laboratori a gogò. Nei corsi di laurea in Comunicazione a stento abbiamo i laboratori di computer, ma i laboratori di computer ci sono pure negli Istituti Comprensivi. E poi gli astrofisici sono quattro gatti e poi per fare l’astrofisica o per insegnare l’astrofisica è necessario avere una laurea in astrofisica e poi se dicono che la laurea in astrofisica genera disoccupazione loro neanche lo leggono, stanno tutta la giornata a lavoro e guadagnano anche tanto, insomma se ne stanno fregando di questi dati statistici

  9. Come succede colle persone che ne hanno viste tante e sono diventate complicate, non capisco come la pensa Ugo (o sta trollando?)

  10. Psicologia della comunicazione, geografia della comunicazione, sociologia dei nuovi media e via via discorrendo. Solo alcuni esempi di inutili corsi universitari basati sul nulla atomico. Se penso ancora a gli anni persi laureandomi in comunicazione a bologna, mi sale una rabbia inaudita. Come dimenticare inoltre quei santoni di docenti chiusi nelle loro torri d’avorio di saperi sterili con ZERO attinenze con quello che il mondo del lavoro cercava. J’accuse: alcuni corsi di laurea andrebbero banditi! Come è andata a finire? Ho ricominciato: laurea management in Bocconi a Milano e lavoro trovato. Intanto la maggior parte dei miei ex colleghi sono ancora precari dopo 9 anni..

  11. Mammasterdam, un atteggiamento si scrive senz’apostrofo. Inoltre dopo gli apostrofi non si mettono gli spazi.

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