Andare a chiedere alla prof con mamma e papà. A vent’anni e passa

Locandina del film Tanguy

Una volta non succedeva quasi mai, salvo casi davvero strambi, ma negli ultimi anni mi capita con una frequenza tale che ho deciso di parlarne. Non saprei dire se è un ‘fenomeno’, ma una cosa è certa: lo studente e la studentessa che vengono a trovarmi in università, o vanno in segreteria, facendosi accompagnare da mamma o papà non sono più un’eccezione sconvolgente. Non sono ancora la norma, per fortuna, ma stanno in buona compagnia.

C’è quello che vuole cambiare ateneo, ma non mi scrive lui, lo fa sua madre: “Gentile professoressa, mi scusi se La disturbo, ma avrei bisogno di un consiglio. Mio figlio vorrebbe frequentare l’Università di Bologna, ma per ora il trasferimento da XY, dove viviamo, non è possibile per problemi familiari. Perciò abbiamo pensato di iniziare questo primo anno all’Università di XY, corso di laurea in Scienze della comunicazione. Nell’esaminare le materie di studio del primo anno però, ho trovato differenze tra XY e Bologna e vorrei sapere da Lei quali esami sostenuti a XY potrebbero poi essere convalidati nella Sua Università. Le elenco le materie…”. E bla bla bla. Alla mia domanda “Scusi signora, ma perché non mi scrive suo figlio? A vent’anni è abbastanza cresciuto, non crede?”, la signora risponde che “è molto impegnato, lo farà sicuramente”. Come in effetti poi il figlio fa, limitandosi a copincollare (o quasi) la mail di mammà.

C’è la ragazza che vuole cambiare la data della cerimonia di laurea – una data che la segreteria stabilisce dopo un complicato slalom fra scadenze burocratiche, disponibilità di aule, impegni dei docenti – perché la sua famiglia non riesce ad arrivare a Bologna “proprio quel giorno”. All’inizio mi scrive lei ma, quando le spiego che non è possibile spostare le lauree per una sola famiglia, specie se la data è stata già comunicata a 150 laureandi/e, mi fa scrivere anche dal padre, che mi racconta i problemi della sua agenda con il tono, neanche troppo implicito, del lei-non-sa-chi-sono-io.

C’è la studentessa che entra nel mio studio assieme alla madre, entrambe scure in volto. Per fortuna la signora tace e lascia parlare la figlia, ma sta sempre a controllarla con sguardo torvo. Controlla anche me con sguardo torvo. La giovane invoca il mio intervento come coordinatrice del corso di laurea. Si lamenta di essere stata respinta a un esame per la quarta volta consecutiva, dice che lei “ha studiato, è pronta” ma il prof la discrimina, ce l’ha con lei. Vuole assolutamente che io faccia qualcosa, anche se non sa bene cosa: dovrei parlare con il collega, dovrei intercedere in qualche modo, ma senza mai “fare il suo nome, per carità”, che già il prof la “odia” (odia?), figuriamoci cosa succederebbe se ora “lei lo rimprovera” (rimprovera?). Al che sbotta la madre: “Perché vede professoressa, la ragazza ne sta facendo una tragedia: non mangia, non dorme, guardi quanto è magra…”. “Stai zittaaaa! – urla la figlia – sono io che devo parlare!”. Già, è lei che deve parlare. Ma allora perché viene con la madre?

Un problema dei ventenni d’oggi? Nossignore, guarda qui.

C’è il quasi quarantenne che decide di laurearsi dopo quindici anni. Gli mancavano solo due esami e la tesi quando cominciò a lavorare – “con soddisfazione, eh!” – ma si sa come vanno le cose: niente più tempo per studiare. “Però ha sempre pagato le tasse, sa, perché alla laurea non ha mai rinunciato”. Chi parla? Il padre, che domande. Un padre che ha deciso di occuparsi in prima persona della laurea del figlio, telefonando mille volte alle segreterie, venendomi a trovare in studio, concordando con i docenti i programmi dei due esami mancanti. “Perché mio figlio non ha tempo, professoressa”. Certo che no. Come il ventenne di sopra, quello che voleva cambiare ateneo.

75 risposte a “Andare a chiedere alla prof con mamma e papà. A vent’anni e passa

  1. è un po’ angosciante, soprattutto perché questi “ragazzi” poi – di solito – sono i più spavaldi.

  2. Dopo aver letto questo articolo la mia mattinata ha preso tutta un’altra piega! La sua vena sarcastica è geniale😀

  3. Io resto allibita certe volte delle richieste dei genitori alle medie. All’Università è allucinante.

  4. Li chiamavano bamboccioni… E facevano bene!

  5. la prima volta che mi è successo, anni fa, con un ragazzo ammutolito e come assente accanto alla madre apprensiva e logorroica, confesso di aver provato un imbarazzo tale da riuscire a malapena a parlare. Poi è successo altre volte, non tante a dire il vero, ma comunque inquietanti. Ora però riesco a parlare, anche se non so mai se invitare il genitore a uscire o far finta di niente.

  6. Io ricordo un esame.
    Ero già stupita che la mia collega si fosse presentata con la mamma. Ma finché si trattava di aspettare di essere interrogati, amen (non fosse che la madre stava facendo salire l’ansia anche a me a colpi di “ma questo lo sai?, “hai sentito cosa ha chiesto il professore, tu sapresti rispondere?”). Quando poi al momento dell’esame si andarono a sedere insieme davanti al professore sono rimasta allibita. Quando, alla fine, davanti alla scena muta della figlia, la madre iniziò a dire “ma sa tutto, ha studiato mesi, sapeva tutto” volevo sprofondare io per lei.

  7. Mi occupo di valutazione e certificazione linguistica. Succede la stessa identica cosa. Ragazzi (e non tanto ragazzi) accompagnati da mamma o papà per chiedere informazioni, per chiedere di rivedere il compito d’esame, per lamentarsi del risultato, persino per fare la semplicissima iscrizione… Alcuni non sembrano neanche in grado di ricordare cosa e come si devono preparare per il giorno dell’esame, ma tanto ci pensa mamma a fare la segretaria…

  8. Sono sempre stato contrario al voto per i diciottenni (lo avrei mantenuto ai 21 anni) e questi episodi di immaturità (più per colpa dei genitori che dei figli) confermano le mie opinioni. Piuttosto, Giovanna, mi piacerebbe che scrivessi di qualche episodio riguardo le tesi. Io ho delle esperienze che non so se definire deprimenti o esilaranti. Come quelllo di uno studente (al quale ho dovuto rifiutare il lavoro dopo il terzo episodio di copia/incolla) che aveva copiato, tra l’altro, da Umberto Eco! Poiché la tesi era su Carosello, la sua giustificazione è stata: “Non ero ancora nato in quegli anni”. C’è stato poi un altro che ha copiato l’intero capitolo di un libro. Forse non me ne sarei accorto se non fossi io l’autore proprio di quel capitolo. Casi umani? Umani, troppo umani.

  9. Se i genitori cominciassero a tirarsi un po’ in parte, dare i giusti insegnamenti all’inizio e poi levandosi dal percorso forse ci sarebbero più giovani “vertebrati”… che tristezza

  10. Sono assolutamente d’accordo con quanto scrivi, esilarato e sbigottito al tempo stesso, ma cosa significherà? E questi figli, in cosa sono sempre tanto impegnati? I genitori, invece, tutti sfaccendati? Il padre manager con l’agenda strapiena, poi, è un tipico segno dei tempi

  11. PREMESSA: Io non l’ho mai fatto, però meglio un ragazzo mammone di sani principi che un ragazzo che vive da solo e che ama farsi di allucinogeni

  12. @cinemalaska magari esistono anche le vie di mezzo, no?
    io in questi casi non so se i responsabili sono i genitori troppo apprensivi, o i figli troppo accondiscendenti. quando ero studentessa io sicuramente non avrei permesso ai miei genitori di intromettersi in questo modo. dall’adolescenza fino alla laurea di discussioni e ribellioni con i miei ne ho avute tante, e sono state salutari. spero di ricordarmene quando capiterà con i miei figli.

  13. Rilancio: ho fatto parte di una commissione di dottorato in entrata e un genitore mi ha telefonato in ufficio per sapere perché il figlio non era stato ammesso…

  14. Dopo un paio di episodi imbarazzanti, durante il ricevimento lascio con cortesia i genitori ma anche i fidanzati, le sorelle, le amiche … fuori dalla porta. Semplicemente accetto come unico interlocutore lo studente (maggiorenne!!!).

  15. Io lavoro nell’accetzione di un ospedale e mi è capitato qualche volta. Ricordo che per una di 37 anni avevo detto di farmi parlare direttamente con lei sennò non la finivamo più! L’appuntamento non le andava bene e l’aveva lasciato detto ai genitori. Secondo la mia collega il motivo è perché ci sono dei lavori che non ti permettono di spostarti per fare una telefonata. Per le cose urgenti il tempo lo devi trovare!
    A volte non necessariamente lo fanno per immaturità ma perché considerano i genitori come i loro segretari. Un altro motivo potrebbe essere che i genitori si intromettono, pensando di far loro un piacere.
    Per non parlare di quelli che cercano la raccomandazione: non li sopporto!

  16. Leggendo il post mi rispecchio nel laureando quarantenne per una frazione di secondo e mi vengono i brividi, poi mi consolo pensando che in quindici anni mia mamma è passata solo per un pomeriggio a Bologna…ma non c’è nulla di cui stupirsi e riflettendoci bene, in tante occasioni l’intervento della famiglia potrebbe rivelarsi prezioso per chi rischia di sciupare tutto per mancanza di fiducia in sé stessi.
    Rimane il dato fondamentale della scarsa autostima che ammanta l’intero nucleo familiare, un tenero castello di sabbia solcato da crepe e scricchiolii, anche di quelle “famiglie” lei-non-sa-chi-sono-io, dove forse più profondamente affondano i morsi della crisi socioeconomica e culturale dell’Occidente.
    Come si fa a superare un enorme ostacolo emotivo, come l’esame più importante del corso o la tesi di laurea se non si è più in grado di rendersi economicamente autonomi dalla famiglia se non dopo i trent’anni e oltre?

  17. Eh! Lo vedete? Avevo ragione, un po’ di post fa, quando ho detto “Ai miei tempi…” In quel caso parlavo delle ragazze degli anni ’70.
    Vabbè, già uno dei due Plinii lo diceva che il passato ci sembra sempre migliore.
    Forse il fatto è che un po’ si va avanti, col progresso, e un po’ si va indietro. Adesso, che andiamo indietro, è giusto dirlo “Eeeh, ai miei tempi…”

  18. Ricordo i ricevimenti parenti individuali e collettivi ancora adesso come un incubo, ed era il liceo, figurarsi all’università , certa gente crede sempre che la colpa sia degli altri che ce l’hanno con loro e crede che l’insegnante sia poco più di un usciere al quale impartire gli ordini, meglio se convalidati dall’autorità di genitori invasivi e possessivi. Poi votano Berlusconi e il popolo della libertà, la loro libertà di sentirsi superiori all’umile insegnante disprezzato che pensano di trovarsi davanti al loro esclusivo servizio, l’italietta alla Alberto Sordi non si smentisce mai.🙄

  19. Confermo il trend in diverse università d’Italia, nella mia e in altri atenei come mi raccontano i colleghi. Uno del Politecnico mi ha riferito che le mamme rimangono sconvolte quando chiamano per sapere il voto del figlio (per telefono???) e lui risponde che essendo maggiorenni non può dirlo ai genitori. Io personalmente ho ricevuto telefonate (rare devo dire) di genitori coi figli in crisi d’ansia per l’esame, alcune proteste (più frequenti) per le bocciature, in cui i baldi giovanotti si presentano chi con la mamma, chi col papà (che mostra il biglietto di visita col tono lei-non-sa-chi-sono-io appunto), chi addirittura con la futura suocera (!). Ma il massimo sono quelli che si siedono insieme ai figli nelle aule per l’esame d’ammissione e si infuriano quando vengono allontanati.(!!!).
    Personalmente ci vedo un cocktail della italianissima confusione fra amore e ansia, per la serie “se vuoi veramente bene a una persona devi essere preoccupato e agitarti per lui e controllare ogni 5 minuti che vada tutto bene”. Aggiungici la sfiducia nelle figure di autorità (tutte) per cui si sentono tutti vittime di un complotto e sono pronti a minacciare denuncia. Questo è drammaticamente vero per la classe docente, la sfiducia è montata lentamente dalla scuola materna, alla primaria per arrivare all’università passando per le scuole medie e superiori.
    La parte più triste della faccenda io la vedo come mamma: un figlio iperprotetto in questo modo diventerà un invertebrato, come ha giustamente detto qualcuno più su, che difficilmente riuscirà a reagire ai famosi urti della vita.

  20. Genitori che fanno da accompagnatori e segretari. Magari lavorano ed hanno sicuramente meno tempo dei figli, ma probabilmente si sovrappongono a loro in una sorta di delirio di onnipotenza ed arrivano in alcuni casi a desiderare le cose al posto loro.
    Da mamma di 2 adolescenti dico che è dura per i nostri tempi concedere tempo ed indecisioni ai nostri figli. Ma si dovrebbe fare un passo indietro per il loro bene e concedere loro una giusta quantità di errori con cui crescere.

  21. Il mondo non è quello dell’Universita’, ma dell’Azienda. Mi chiama una madre che mi chiede come fa a candidare suo figlio ad una posizione specifica. Le chiedo come mai non mi chiama il figlio. Mi risponde seccatissima “si è appena laureto… Non sa come muoversi”. Le rispondo che ad un ragazzo così non offrirei neanche uno stage a guardare fuori dalla finestra. Le suggerisco di farlo muovere da solo, anche sbagliando.
    Altra mamma. Mi chiama sul cellulare avuto dalla figlia alla quale avevo dovuto dare un feedback negativo ad un colloquio. Mi chiama discretamente arrabbiata. Come mai. Sua figlia e’ la migliore!

  22. Mitica, mitica Giovanna🙂 E storytelling di qualità!

  23. @cinemalaska: meglio uno che si fa di allucinogeni (sempre che tu sappia cosa sono, perchè ho il forte sospetto che li confondi con le canne), di un invertebrato che non sa nemmeno andare a colloquio con un professore universitario. Almeno quella di drogarsi è una decisione autonoma.😄

  24. scusate ma non ci sono modalità “safety& security” per allontanare visite sgradite in ufficio?dico nelle università americane dopo 10 secondi di visita del classico tipo”lei non sa chi sono io!”(che ok,la verrà usato molto meno)suonerebbe il pulsante “sicurezza!..sicurezza!qui subito!” e insomma addio rotture di scatole

    qua è proprio utopia?no italiani ci lamentiamo molto e dibattiamo molto(trppo?)ma forse esser un pò “luterani” in faccende come queste sarebbe meglio invece di perdersi nell’ ennesima geremiade (per quanto decisamente fondata)

  25. Davide, io mi sono preparata la mia personale risposta se si dovesse ripresentare il caso: terrò fuori lo studente e parlerò esclusivamente con il genitore. Dopodiché gli domanderò esattamente qual è l’handicap di suo figlio.

  26. Gesù, non voglio crederci eppur ti credo.

  27. ok🙂 ma non risolve il problema culturale alla radice :D-

    cmq da noi troppo appeasement su iniziative”genitoriali” del genere,eh ,pensavo che ricevere genitori fosse tassativamente sconsigliato

  28. (volevo dire “altamente sconsigliato”,immagino non tassativamente proibito)

  29. @Close The Door. Risposta elegante e adeguata, molto bella🙂 .
    Solo una nota terminologica in ragione del blog di disambiguazione che ci ospita: per handicap si intende uno o più divari derivanti da una disabilità generata da una menomazione fisica o psichica. L’handicap non è la causa ma è la manifestazione del disagio prodotto dalla presenza del genitore in quella particolare situazione. Quindi la domanda dovrebbe essere: “Quale menomazione ha colpito suo/a figlio/a tale da renderlo inabile ad un colloquio con il suo docente e costringerlo/a a sopportare l’handicap della sua ingombrante presenza?”

  30. (com’è che diceva nanni moretti in un su famoso film?…”..noo il dibattito nooo!”)

  31. Eccomi qui, faccio il mio outing.
    Sono una mamma chioccia, ma il mio problema è semmai che mia figlia NON mi permetterebbe mai di accompagnarla. Anzi, seppure fossimo state a pranzo insieme, non mi ha permesso manco di arrivare a più di 100 metri dalla sede di Azzo Gardino.
    È vero. È un misto di amore e ansia. Anche noi genitori dobbiamo essere educati all’età adulta dei figli.
    Senza traumi anche per noi😀

  32. « chiamano per sapere il voto del figlio (per telefono???) e lui risponde che essendo maggiorenni non può dirlo ai genitori »

    E mi pare ovvio. La maggiore età vincola (e non solo per questioni di privacy) ogni relazione tra docente e studente. Dunque credo che ogni ingerenza da parte genitoriale dovrebbe essere impedita a monte, cioè dall’Università, ergo dai docenti.

    Ora la domanda è, perché non lo fate? E se lo fate, di che diavolo state parlando?

  33. io mi occupo delle risorse umane nel mio studio… sono spiacevolmente colpita dal numero di mamme che chiama per avere info su come fare per mandare il cv…
    Solitamente prendo il nominativo per scartarli ancora prima di leggere il loro cv
    inaccettabile
    All’inizio pensavo che i genitori lo facessero “all’insaputa” dei figli ma ripensandoci non ha senso!
    Sveglia, bamboccioni, che è ora!
    E non offendetevi, ve lo dice una coetanea, mica una matusa!!!

  34. ho la vaga sensazione che vi siano 2 ragioni per questi comportamenti: da una lato una totale mancanza di fiducia nei figli che porta al ripristino del cordone ombelicale o quasi. Dall’altro il fatto, piuttosto oggettivo, della perdita di fiducia dei genitori (e direi della società) nell’istruzione e nei cosidetti “professori”. D’altronde ho l’idea che se il genitore non considerasse l’Università come un semplice proseguo del liceo, un liceone per persone più grandi, non oserebbe mettervici piede. La causa di tutto ciò per me è anche nella banalizzazione di certi corsi di laurea. Mi sbaglierò, ma un’ingerenza simile la vedo difficile in corsi di laurea tipo matematica, fisica, chimica ingegneria. Mi sbaglio?

  35. Bè io so di ragazze ma anche di ragazzi che a più di venti anni si fanno ancora accompagnare dalla mamma dal medico come se l’iniezione o la visita non si potesse fare senza la presenza di mammà nello studio.. posso capire ancora ancora per le ragazze.. ma per i ragazzi farsi accompagnare dalla mamma… per fortuna che non esiste più la visita militare….

  36. @ Luzy hai ragione ma si tratta di un fenomeno nuovo, di cui si sta prendendo consapevolezza pian piano e non è nemmeno facile – dato il clima culturale italiano – allontanare semplicemente il genitore che vive evidentemente con l’idea di dover difendere il figlio da un mondo cattivo pronto a fagocitarlo. So che Milano Bicocca è fra le prime ad aver avviato da due-tre anni un’iniziativa di accoglienza pensata apposta per contenere le ansie dei genitori http://www.unimib.it/go/46976/Home/Italiano/Studenti/Studenti/Orientamento/Per-i-Genitori

  37. Sebastiano: ti sbagli. Vedi il mio commento più su riguardo episodi al Politecnico.

  38. Confermo tutto, pur da un punto di vista lievemente diverso, ma la sostanza è la stessa: genitori che scavalcano letteralmente i figli anche solo per chiedere informazioni su iscrizioni e corsi e date di esami. Ovvio sono l’eccezione, ma capita e quando capita cascano le braccia…

    Rilancio: avete mai letto le dediche delle tesi di laurea? Ecco, Giovanna, ti propongo un post su questo: vale più di uno studio antropologico…

  39. Educare i genitori. Fin dalle elementari. Educarli a lasciare andare, a non sostituirsi ai figli, a non vivere al posto loro. Giustissimo.

    Educare le ragazze, soprattutto. Perché, anche nel felice caso in cui i genitori (non è vero che siano mamme, no, esistono anche i padri invadenti…) si facessero da parte, le ragazze potrebbero cadere nella trappola del ‘fidanzato status symbol’. Che prende la patente e le accompagna lui, così, a cosa serve prenderla anche loro?, tanto c’è lui!. Che maneggia i programmi del pc, e così è inutile prendere l’ECDL. Che le porta in giro all’estero, così è inutile imparare bene le lingue…

    Una mia collega, 32 anni, sposata, un figlio, mi chiede un file. Le rispondo “l’ho messo sulla casella dropbox del dipartimento”. Lei dice: “allora me lo farò installare da mio marito…”. – “Senti, cara, adesso ci mettiamo qui e ti spiego io come farlo da sola…”. 32 anni. Docente.
    Ciao…:-)

  40. Nonostante tutte le situazioni elencate sfocino inevitabilmente nel grottesco, credo di aver visto di peggio durante una lezione del terzo anno di Università.

    Sedevo accanto una collega che non conoscevo bene, quando a un certo punto apre il suo quaderno e mi chiede delucidazioni circa un argomento.
    Il problema è che quel quaderno era un quaderno di riassunti del libro e non di appunti della lezione, al che chiedo “scusa, ma se hai fatto il riassunto com’è che non sai cosa sia l’analisi qualitativa computer-assistita e non capisci la scrittura?” [era la sigla di un di un genere di software: i CAQDAS]

    Lei “I riassunti me li fa mia madre e non capisco la sua scrittura, ancora non sono arrivata a studiare questo argomento e non capivo cosa c’entrasse”

    Sangue raggelato a parte, ho immaginato di fare la stessa richiesta alla mia di madre e naturalmente sono scoppiato a ridere al solo pensiero. Ancora peggio: la stessa ragazza mandava la mamma a seguire gli esami orali degli altri colleghi – alle volte anche le lezioni – per segnarsi le domande e darle alla figlia.

    Poi ci sarebbero tutti i casi di mani e manine tenute dai genitori ai figli durante l’attesa degli esami orali, ma che li racconto a fare?

    Saluti🙂

  41. «So che Milano Bicocca è fra le prime ad aver avviato da due-tre anni un’iniziativa di accoglienza pensata apposta per contenere le ansie dei genitori»

    Ok, cedo. Qui ci vuole Ugo. (imho, pedate nel culo, altro che contenere le ansie dei genitori…)

  42. “Spesso in Università si incontrano anche i genitori: partecipano agli open day, contattano i servizi di orientamento, affiancano i figli e le figlie nelle iniziative dedicate agli studenti. Non sempre però è facile essere accanto ai ragazzi nell’ingresso all’Università: è un passaggio delicato, in bilico tra sostegno e autonomia, che i tempi di crisi rendono oggi più difficile.”
    Questo l’annuncio della Bicocca. “in bilico fra sostegno e autonomia”? Ma allora cosa vado predicando, ai miei studenti di sedici anni, e ai loro genitori, convinta che siano i sedici anni il periodo in cui si è “in bilico fra sostegno e autonomia”? (scusate il secondo post, ma non potevo tacere…)

  43. Per quattro volte che ha fallito l’esame l’alunna manda i genitori?! I miei, allora, che avrebbero dovuto fare per tutte le volte che ho fallito analisi 1 e 2? Piantare la tenda nel cortile di v. Saldini?
    Devo rivalutare i miei genitori, decisamente.

    Lacomizietta (IV elementare) non ha mai voluto che le facessi un compito al posto suo, neanche per uscire dai periodi di noia e disperazione più neri. Devo essere presente, assistere a tutte le sue lamentele sulla scuola e i compiti, devo “aiutarla”, ma guai a farli al posto suo. Passiamo le ore a parlare dei compiti, della scuola, degli insegnanti e dei compagni. Poi fa da sola.

    (Comunque sbagliamo anche noi. “La trattiamo troppo da adulta.” è l’osservazione prevalente. È difficile essere genitori.)

  44. Pingback: All’Università con mamma e papà « Younipa – il blog ufficiale dell'Università degli Studi di Palermo

  45. Comunque sono convinta che capiti solo in Italia: mio figlio qui in America lo accompagno solo quando devo pagare i corsi: lui se li sceglie, parla con i counselors e con i professori sempre da solo. E ha 18 anni. Uno dei tanti motivi per cui sono contenta di crescere i miei figli qui.

  46. Alle elementari cosa fanno i genitori? accompagnano i figli in macchina fino all’ingresso della scuola.
    Fatta la proporzione, non c’é nulla di scandaloso che accompagnino i figli agli esami universitari. Come un bambino di 7 anni dovrebbe essere in grado di andare a scuola da solo, a piedi o in bici, cosí un ragazzo di 20 dovrebbe essere in grado di fallire un esame da solo.

    Poi chissá perche la societá italiana e’una societá di persone incapaci di spirito critico e di prendersi le proprie responsabilitá (generalizzo E so di aver ragione, scusatemi).

  47. Divertente il resoconto di Cosenza e ciononostante abrupto: manca colpevolmente l’epilogo, che poi è il motivo per cui questi genitori e questi figli si comportano così. Cosa ha dunque risposto la docente universitaria, e prima di lei i docenti delle primarie e secondarie, a questi invertebrati? Il corpo docente italiano si lamenta di essere sotto ricatto da parte di genitori pressanti, arroganti, invasivi. Ma la sanzione la devono dare loro. Ti viene a trovare il genitore alle superiori con l’ìntenzione di metterti in soggezione perchè al figlio hai dato 4? Gli spieghi con tatto che suo figlio non è un genio e senza il duro studio la prossima volta non sarai così buona da regalargli il 4 per incoraggiamento ma gli darai il più consono 2. E se sarà bocciato e finirà la sua carriera lì, pazienza. Gli avrai fatto risparmiare anni di tasse, costi e illusioni.
    Ti arriva la mamma all’università che fa il procuratore o l’avvocato della figlia assente (o fantasmaticamente presente)? Ecco il momento giusto per essere orgogliosi del proprio ruolo sottopagato e fare terapia a se stessi e agli altri: sfoggi il tuo sorriso più snob e le chiedi se ritiene che il cordone ombelicale sia competenza dell’ostetrica che ha messo al mondo la figlia o del boia che con quello la impiccherà sulla forca dei suoi eterni complessi esistenziali.
    Cosa avrà detto la diplomatica (quando le conviene) ma stronzetta (quando non gliene viene) Cosenza a tutti coloro? Avrà blandito genitore e figlio interpretando la psicologa che leggitima pure l’ansia di chi entra in crisi per il prelavaggio della lavatrice – e non avrà risolto nulla – o avrà sferzato entrambi con la pedagogica cattiveria di chi spiega che le campane di vetro soffocano e si mettono sopra i minerali o gli esemplari morti – e almeno avrà dato motivo di riflettere?
    Secondo me ha scelto per la…

  48. Al di là delle condivisibili riflessioni sui soggetti bamboccioni, mi pare, anche nei commenti, che emerga una realtà un po’ fantasiosa di docenti attenti, coerenti e privi di faziosità… La verità è che, soprattutto all’Università, vi sono per lo più docenti disinteressati che non fanno bene il loro lavoro. E anche alle superiori il livello non è da meno. Ricordo dei 4 di Italiano presi per “antipatia” subita dalla professoressa di italiano dichiaratamente di Rifondazione Comunista, che dava temi come “Gesù Cristo il primo comunista, cosa ne pensi?”. Fortunatamente, iniziato il triennio, la professoressa cambiò e tornai a prende 7 e 8.

  49. io darei alla cosa una lettura diversa, forse ormai i giovani hanno capito che la laurea non vale nulla, è tempo perso che magari sarebbe stato meglio impiegare professionalizzandosi, e sono i genitori rimasti con la vecchia mentalità del “pezzo di carta” a spingere, a forzare i figli su un percorso di cui i giovani percepiscono meglio l’inutilità….

  50. @uskebasi
    Mi duole ma un 4 preso per un tema in italiano causa professore/ssa idiota ci sta, non fosse che per prendervi le misure. Ma alla volta successiva se sei intelligente e capisci di avere a che fare con un demente, e la scuola ne è piena zeppa, di sicuro la maggioranza, ti adegui e fai il tema in modo da prendere 8 e canzonarlo implicitamente. A tutti sarà successo svariate volte, me compreso. Se invece arrivano barbamamma e barbapapà a lamentarsi o a chiedere spiegazioni al docente vuol dire che sei amorfo tu, non sono svegli i tuoi e il docente, anche se fosse il cretino più cretino del mondo, ha ragione da vendere a trattare come crede la dilatazione ingerente della barbafamiglia.
    Ora, la domanda da farsi è un’altra: perché i docenti non sanzionano (più) e temono i genitori? Provo a darmi una spiegazione semplice ma verosimile: meno individui vengono bocciati più proseguiranno il loro percorso scolastico fatto di superiori, università, master, cazzi e contro cazzi. Abbonamenti, affitti, tasse, alimenti, libri, etc. etc. Meno individui vengono bocciati, quindi, più docenti hanno praterie professionali di esistenza e una maggiore selezione del corpo studentesco implicherebbe analoga selezione del corpo docente, con conseguenze occupazionali mica da poco. Aumento indiscriminato dei promossi uguale aumento indifferenziato dei mediocri. Anche tra i professori. E pure tra i comportamenti dei genitori che si sentono legittimati a sindacare l’operato e il giudizio dei docenti quando dovrebbero solo prenderne nota. Che poi è il trend degli ultimi 50 anni.

  51. CON ME CI HANNO PROVATO GIA MOLTI ANNI FA’. MA IO LI CACCIAVO SENZA PIETA’. NE HAI IL POTERE. USALO PER EDUCARE IL POVERINO.

  52. ugo,

    scrivi: “Ora, la domanda da farsi è un’altra: perché i docenti non sanzionano (più) e temono i genitori?”

    ordunque,da quando c’è l’autonomia scolastica,i presidi son diventati manager e se appoggiano troppo le insegnanti vs i genitori,questi posson anche scegliere di far cambiar scuola al loro “pargoli”,creando qualche problema di”numeri”

    almeno così mi diceva una mia ex fidanzata,che è insegnante,ammettendo che quello è stato un grosso problema della riforma berlinguer..poi certo sono aperto ad altri feedback,se ci sono

  53. @Davide
    Appunto. Se il docente deve legare la propria carriera, se non addirittura la sopravvivenza del proprio reddito a non irritare i genitori paganti diventa casuale il valore del giudizio che il sistema dà a se stesso, ai suoi studenti, ai genitori e al mercato del lavoro. Con la conseguenza psicologica non secondaria di instillare velleità da purosangue nei tanti ronzini senza cronometro a fare da giudice.
    Poi ci si chiede perché una volta l’insegnante (per non parlare del docente universitario) era una professione prestigiosa e oggi è percepita come un’etichetta di fallimentare scelta di ripiego nella mediocrità. E non senza statistica ragione.

  54. @uskebasi
    È l’alunno che deve adattarsi al docente, non viceversa. Adattarsi in senso lato, intendo. Se l’alunno ha ragione a lamentarsi dei docenti, deve imparare a far valere le sue ragioni nei modi e nelle sedi opportune; se è piccolo, con l’aiuto dei genitori, ma quella è la strada. La scuola dovrebbe insegnarci anche questo: imparare a far valere le nostre ragioni con correttezza. Anche perché “fuori” trovaranno le stesse ingiustizie e meccanismi perversi di “dentro” la scuola. Che facciamo? Gli insegnano l’uso del lanciafiamme? O a protestare in modo civile?

  55. condivido il discorso di Ugo. tra l’altro di incompetenti è pieno anche il mondo del lavoro a tutti i livelli. Imparare a relazionarsi con persone di parte o antipatiche – in futuro superiori o clienti – è parte integrante del percorso.

    E’ anche vero che ormai l’istruzione è diventato un diplomificio per cui ogni ostacolo fra lo studente e la sufficienza/diploma è visto come odioso. Peccato che l’obiettivo dovrebbero essere le competenze – in senso ampio.

  56. @ UGO “fai il tema in modo da prendere 8 e canzonarlo implicitamente”

    Mi spiace, posso prendere per i fondelli una persona, ci mancherebbe, ma non ho mai espresso idee che non fossero mie o piegato alla convenienza i miei ideali. Di questo passo, di deroga in deroga, di accettazione in accettazione, si finisce per avere comportamenti che non sono nostri, per soddisfare i cretini che abbondano nella scuola come nel mondo del lavoro.

    Anni fa, mi trovai nella condizione di poter denunciare alla direzione dell’azienda dove lavoravo un capo disonesto, con la quasi certezza di perdere il posto di lavoro. Se non l’avessi fatto lo avrebbe perso un ragazzo innocente incolpato ingiustamente. La convenienza era stare zitti. ma quando mi alzo la mattina mi piace potermi guardarmi in faccia allo specchio senza vergognarmi di me. Così abbiamo perso il lavoro tutti e tre, io il capo e il ragazzo. Ma l’onestà non si baratta con niente. Così come i miei valori.

    Avrò la testa dura… ma mi sono preso i miei 4 per quasi due anni, senza piegarmi.

  57. Pingback: Resta vile maschio selvatico dove vai? | Mini Racconti Cinici Di Una Donna In Sindrome Premestruale

  58. Mi occupo di Diritto allo studio superiore e posso affermare che le domande per ottenere borsa di studio e altri benefici sono ad un buon 80% compilate da genitori. Il restante si fa aiutare.

  59. io ho (quasi) quarant’anni. E ti dico che il problema siamo noi, o la generazione appena prima. Il problema di TUTTO. La nostra educazione ha prodotto questo. Hai centrato l’obiettivo: il quarantenne, non il ventenne. Il ventenne da chi ha imparato? Ci è stata fornita la carta igienica e questo era bello, rispetto alle generazioni prima: non dobbiamo usare la mano o la carta di giornale. Ma ci è anche stato pulito il culo. Sempre. E se grattava troppo ci si è scusati con noi.
    Questo in privato.
    In pubblico, nel lavoro, siamo tutti stati tenuti molto lontani, cercando di far durare il lavoro di papà e mamma e nonno e nonna, i loro privilegi. Che ora giustamente sfruttiamo (disoccupati e affitti ad esempio) , dato che il normale, il non privilegio, non è disponibile.
    Io per fortuna me la sono cavata lo stesso, ma si soffre, si fa molta più fatica. Tutto sembra più difficile e io non sono uno a cui sono stati insegnati troppi vizi, per fortuna: i miei sono del ’30 e rotti e son quelli che (ridi ridi) hanno fatto la guerra.
    Però poi non volevano che noi soffrissimo troppo. E non c’è stata via di mezzo: padri assenti e madri in casa a viziarci l’aberrazione : maschilismo con maschi e femmine perpetuato da donne.
    Ha prodotto che abbiamo PAURA, non sappiamo fare le cose, non siamo autosufficienti. E se lo siamo comunque siamo paurosi, insicuri, nascosti dietro qualcuno con le palle. E a tirar fuori le palle ce ne metti.
    Siamo poco educati: a leggere scrivere e far di conto, come direbbe Collodi. Siamo poco educati: a comportarci, alle buone maniere, a capire come ci si rivelge all’altro e a pensare mettendoci nei suoi panni… oppure semplicemente a non prenderci troppa confidenza, a non dare per scontato, a non credere che gli altri siano li per noi.

    MI ci metto dentro, anche se in effetti lo vedo fare. Ma lo vedo fare ai genitori: alla fine tutto quello che non funziona entra nella testa dei ragazzi e soprattutto delle ragazze persino nei rapporti interpersonali: discorsi da femminismo coi cuoricini compenetrate con semplice prepotenza da ragazzini di 9 anni: tutti devono fare io devo pretendere e altrimenti non mi ami. E lo stesso fanno in generale: “io non riesco” “è colpa mia” “io non sono capace” “io devo fare fatica per imparare e capire” sono automaticamente tradotti in “ma perché devo farlo” “ma perché deve essere così complicato” “gli altri brutti e cattivi” “è colpa degli altri”.

    L’educazione serve a prendere per mano queste persone e renderle autonome. Un po’ accompagnando, un po’ non dandogli TROPPO addosso. Ma facendo camminare tutti, dai 3 ai 30 anni, con le proprie gambe.

    Di sicuro ci sono inefficienze ovunque. Ma questo aspetto che hai evidenziato esiste e fa schifo. E ora, per favore, mamma portami a casa che prendere l’autobus è un casino con questi cazzo di mezzi pubblici che non si capisce niente.

  60. Mmmm deve essere divertente assistere a queste scene…Povero mondo!🙂

  61. Leggendo questo post mi è subito tornata in mente la pubblicità sulla cucina, dove la madre si gira e vede il figlio trentacinquenne seduto sul banco da lavoro come quando aveva dieci anni, in attesa della cena.
    Ecco, questo perché si tende troppo a viziare i figli: io lo vedo anche con mia madre che spesso mi ha detto “vuoi che andiamo insieme?” e io rispondevo con un no categorico.
    Alcuni figli sono più “viziabili” di altri, e questo li porta a non riuscire a fare a meno della loro mamma o del loro papà. Genitori troppo apprensivi, genitori che vogliono tenere tutto sotto controllo, non si può fare!
    Bisogna che i figli abbiano le loro responsabilità, c’è davvero bisogno che vengano lasciati alla mercé di loro stessi: se sbagli ci riprovi, se fai dei casini trovi un rimedio, e al massimo chiedi il mio aiuto.
    Poi però ci sono figli che si ribellano! Andando in segreteria per la consegna dei moduli al primo anno di università, mi sono ritrovata davanti una famiglia: un ragazzo della mia stessa età si stava iscrivendo, ma a quanto pare decise all’ultimo di fare un bello scherzone ai suoi genitori, iscrivendosi al dams invece che a lingue. Mentre il ragazzo si sorbiva una ramanzina terribile davanti a tutti, sorrideva. Era pienamente soddisfatto, si vedeva.
    Si era appena guadagnato un pezzetto d’indipendenza, perché essere indipendenti è un segno di maturità e che conduce allo stesso tempo alla maturità.

  62. Farei attenzione a parlare di trend “italianissimo” come ho letto in un commento sopra. Lavoro in una università britannica e – anche se ancora non ho testimonianze di genitori ai ricevimenti (sarà che qui i ragazzi sono quasi tutti “fuori sede”) – i genitori sono sempre più coinvolti in prima persona nella scelta e vita universitaria dei figli. La webpage dell’università ha la sua bella sezioncina “For parents” con tutta una serie di mini-guide sulla vita universitaria nella città in questione, offerta formativa “and other useful info for parents”. Mi è inoltre capitato di partecipare agli Open Day della mia Università e vedere genitori con la mappa del campus, penna e blocco note e poi diversi passi dietro trascinarsi il futuro “fresher” (matricola) dallo sguardo tra il vuoto e il perso. Certo è evidente che l’università incoraggia la partecipazione dei genitori in quanto si sa, sono quelli che aprono il borsellino. Ma cosi è quasi sempre stato, salvo che i miei genitori non visitarono mai per me né la mia segreteria di facoltà o dipartimento né il suo sito internet (per non parlare di ricevimenti, per carità).

  63. Ho letto con molto interesse questo post e i tanti commenti.
    Sono scandalizzata dai genitori troppo invadenti, che impediscono ai figli di volare con le proprie ali, forse perchè non credono nelle capacità dei propri figli e, in qualche modo, sanno che la colpa è la loro.
    Come figlia, ho cercato di limitare le ingerenze dei miei genitori, incuriositi e preoccupati per l’ambiente universitario nel quale mi stavo inserendo, ma fiduciosi nelle mie capacità.
    Come madre, capisco l’ansia, ma non la mancanza di fiducia. Sono convinta che i figli debbano essere accompagnati gradualmente verso l’indipendenza fin da piccoli, che i bambini vadano incoraggiati a tentare e a sbagliare e ad imparare anche dai propri errori.
    Ho molta fiducia negli insegnanti dei miei figli, fiduciosa perchè consapevole che gli insegnanti che si incontrano nel proprio percorso di studi, dalla materna all’università, possono essere buoni e meno buoni, ma che comunque insegneranno qualcosa ai ragazzi, nel bene e nel male.
    Incoraggio mio figlio, in seconda elementare, a svolgere i propri compiti in autonomia, anche se questo significa che i suoi lavori sono a volte incompleti e i suoi quaderni disordinati e non all’altezza di quelli dei suoi compagni, che vengono aiutati dai genitori. So però che quello che fa è tutta farina del suo sacco ed è meglio se sono gli insegnanti a correggerlo, quando sbaglia.
    All’inizio del primo anno gli insegnanti ci hanno chiesto di lasciare autonomia ai bambini, che se non facevano dei compiti perchè non li segnavano sul quaderno non importava, perchè era loro compito insegnare ai bambini come prendere appunti e come svolgere correttamente i lavori.
    Ora invece sono rimproverata perchè mio figlio non è preciso come gli altri.
    Lui di certo è impreciso, fa compiti a metà e dimentica spesso qualcosa a casa, ma io preferisco essere rimproverata dalle insegnanti piuttosto che fare i compiti e lo zaino a mio figlio.
    Forse adesso lui è più impreciso, ma cammina con le sue gambe e piano piano imparerà, non solo la precisione, ma anche a cavarsela da solo e ad avere fiducia nelle proprie capacità.
    Questo per dire che anche gli insegnanti devono incoraggiare l’autonomia dei ragazzi, fin da bambini. Chiedere ai genitori di fare i compiti insieme ai figli è sbagliato.

  64. Quando ero al primo anno di università, mentre aspettavo al ricevimento di un professore arrivò una mamma con la figlia. La mamma cominciò a chiedermi informazioni sul corso e sugli orari, la figlia zitta e muta accanto. Io pensavo fosse anche lei alle prime armi e già mi pareva una poveretta, che io sarei morta di vergogna ad andare in giro con la mamma per l’università, e più ancora mi avrebbe fatto specie, come se fosse lei a masticarmi il cibo. Poi la madre disse: ah, no, lei la mattina non può frequentare, lavora alla tesi e mi cascarono definitivamente le braccia. Pensavo fosse un caso raro e patologico, ora leggo questo tuo post e rimango ancora più basita.

  65. Pingback: Impronte di babbo e mamma « inkiostro

  66. Pingback: Quando si diventa adulti? » Scuola Liquida - Blog - Repubblica.it

  67. E pensare che io per un senso di pudore non ho presentato i miei genitori al mio relatore il giorno della laurea. Incredibile. Non immaginavo che succedesse questo. Pensavo che i genitori accompagnatori si limitassero alle formalità relative al’immatricolazione…

  68. Emanuele Gabardi, sei sicuro di aver letto ciò che ha scritto Giovanna Cosenza? L’ultimo suo esempio riguardava un quarantenne. Esso dimostra che si può essere immaturi a diciott’anni come a quaranta, dunque pure a ventuno, e ugualmente si può essere maturi prima o dopo. Non è uguale per tutti e dunque, a meno di non voler rispolverare vecchie teorie liberali che correlano il diritto di voto al possesso di capacità individuali oggettivamente misurabili, non è innalzando l’età per votare che si risolve il problema.
    Oltretutto, dovremmo chiarire che in Italia NON è previsto il diritto di voto a diciott’anni. Per alcune tipologie di elezioni (amministrative, regionali, Camera dei deputati; per il Parlamento europeo si applicano le norme vigenti per la Camera dei deputati) ha diritto all’elettorato attivo il cittadino maggiorenne (la maggiore età consiste nella capacità di agire, non nella capacità di votare). Per altre tipologie di elezioni è previsto un limite specifico; per il Senato della Repubblica, ad esempio, ci vogliono 25 anni, il limite più elevato del mondo, previsto dalla Costituzione. Per l’elettorato passivo i limiti sono più elevati: 25 anni per la Camera, 40 anni per il Senato, 50 per la presidenza della Repubblica. Se ti sembrano limiti bassi, vedi cosa accade nei paesi civili.

  69. Comunque a pensarci bene qualche anno fa ho conosciuto un personaggio che per seguire la propria figlia negli studi si iscrisse all’università con lei. Fecero entrambi il concorso per accedere a un corso a numero programmato ma non riuscirono a collocarsi utilmente in graduatoria, quindi si iscrissero entrambi allo stesso corso ad accesso libero. Il padre dopo un po’ ha abbandonato, ma generalmente preparava gli esami insieme con la figlia e li andava a sostenere prima lui per sondare il terreno…

  70. Comunque, per la cronaca, le università Cattaneo di Castellanza e Cusano di Roma organizzano inontri con i genitori😀

    Francesca, quello è il coming out.

    Luzy, credo si stia parlando di maggiore età un po’ a sproposito. Gli esami universitari sono atti pubblici, i verbali sono atti pubblici, i procedimenti derivanti sono pubblici. Quando nella mia università i rappresentati si sono lamentati del fatto che alcuni docenti pubblicavano i risultati delle prove in maniera palese (cioè col nome anziché col numero di matricola, da cui peraltro comunque si può faccilmente risalire allo studente), è stato risposto che il d.lgs. 196/2003 (codice in materia di protezione dei dati personali) non trova applicazione in quanto la procedura di verifica del profitto è un procedimento amministrativo pubblico, il che significa che si svolge in luogo aperto al pubblico (e alla presenza di testimoni) ed è suscettibile di pubblicità e di pubblicazione anche differita. Quando fanno l’appello nominale, del resto, qualcuno si lamenta? E se l’esame è orale (come quasi sempre, nell’università in cui mi sono laureato) il docente non dice il voto ad alta voce? Poi, certamente, la mia volontà di conoscere il risultato va dichiarata con istanza motivata. Ma questo ai sensi della 241/1990 (sulla trasparenza), non del 196/2003 (sulla privacy).

    Mauro Boraccia, io già in prima elementare andavo a scuola da solo, a piedi (non tanto lontano da casa ma comunque 5-600 metri in una grande città), e all’epoca non c’era nulla di scandaloso. Non avevo neanche sei anni in quanto ero uno dei vecchi anticipatari illegali (cosiddetta primina). Da qualche anno mia madre, che è un’insegnante di scuola primaria (all’epoca insegnava in una scuola diversa dalla mia), torna a casa sempre più tardi perché l’attuale dirigente ha diramato una circolare in cui intima ai docenti di non lasciare l’edificio fino a quando l’ultimo genitore non si sia recato a prelevare personalmente l’ultimo bambino. Quelli che tornano a casa con scuolabus, pullman e pullmini rigorosamente privati (guai a pensare di poter prendere un mezzo di trasporto pubblico, eppure gli autobus non ci mancano) debbono essere preventivamente autorizzati dai genitori, i quali debbono rilasciare una dichiarazione in segreteria; mia madre ha un’apposita lista e oltretutto la presenza dei bambini nella stessa a parere del dirigente non la esonera da responsabilità in quanto deve accertarsi personalmente che i bambini siano saliti a bordo dei rispettivi mezzi. A mio avviso tutto ciò è semplicemente insensato in quanto l’obbligo di vigilanza cessa invariabilmente con la fine del servizio, quando gli insegnanti possono tranquillamente abbandonare i locali di lavoro, in quanto non sono tenuti a trattenersi oltre orario (chi paga loro gli straordinari?). Mia madre però per quieto vivere, a un passo dalla pensione, non protesta, mentre tutti i giorni è costretta a prendere questioni con i soliti genitori ritardatari, che (magari per motivi di lavoro legittimi) arrivano anche con venti minuti di ritardo rispetto al termine dell’orario. Secondo te è normale? Mah!

  71. Ugo, abbi pazienza, ma il tuo discorso sarebbe valido se le dinamiche fossero quelle da te descritte. Purtroppo, invece, contiene un errore logico di fondo. Infatti, nella scuola secondaria superiore sono i docenti stessi a spingere per ottenere una maggiore presenza dei genitori. Io ho frequentato il liceo classico – e liceo classico di vecchio ordinamento, arricchito da una materia sperimentale, significava studiare tutti i santi giorni a casa (non posso dire «al pomeriggio» non perché a scuola avessimo i doppi turni, ma perché i pomeriggi con certi ritmi diventavano sere e le sere notti) per almeno sei ore, tanto che quando sono andato all’università ho scoperto il piacere di andare a dormire prima della mezzanotte e svegliarmi dopo le sette, oltre che di avere il sabato libero (ai miei tempi la settimana corta a scuola nelle scuole non andava tanto di moda!) – ritrovandomi a cambiare spesso docenti a causa del balletto delle cattedre (il buon vecchio Provveditorato faceva un sacco di pasticci con la assegnazioni provvisorie e arrivava a cambiarti il docente perfino a gennaio, se non avevi la fortuna di averlo di ruolo e incardinato su quella cattedra). Anche io ho avuto nella stessa materia 4 (anche meno, credo; non mi ricordo) o 9 a seconda del docente, studiando nello stesso modo e rendendo nello stesso modo (verificato, peraltro, attraverso insegnanti privati, perché nonostante fossi uno studente modello i miei genitori, opprimenti a dir poco, mi costringevano a integrare!), ma una caratteristica che ho riscontrato in TUTTI i docenti è stata la seguente: avevano tutti l’ossessione di dover parlare con i genitori… Chi se non avevi studiato voleva la giustificazione scritta da un genitore (alcuni con tanto di documento per verificare la firma! Possibilmente non in fotocopia, in quanto ritenevano che se avevi l’originale era più probabile che non stessi facendo finta di essere autorizzato), altrimenti ti metteva 2 sul registro anche se glielo dicevi prima anziché farti cogliere impreparato in caso di interrogazione a sorpresa, chi se andavi male a un’interrogazione te lo scriveva sul diario e la volta dopo voleva la firma per presa visione di un genitore, chi pretendeva agli incontri scuola – famiglia di parlare solo con il genitore non in tua presenza (come se fosse il genitore a studiare e non tu)… e ti posso assicurare che quest’andazzo non cambiava in seconda e in terza liceale (quarto e quinto anno per noi del classico), quando oramai eravamo tutti maggiorenni (quelli ‘di leva’ lo diventavano al penultimo anno, gli anticipatari all’ultimo)*. Quindi nella scuola secondaria superiore i docenti sono i primi a voler coinvolgere i genitori e pertanto ne favoriscono le ingerenze.

    _______
    (*) Faccio presente che anche quando gli alunni sono maggiorenni la rappresentanza dei genitori negli organi collegiali non decade. In alcune scuole tramite disposizioni interne stabiliscono che le giustificazioni delle assenze vanno comunque firmate dai genitori, il che è illegale (ogni disposizione contraria è nulla) in quanto la firma del genitore ha semplicemente valore di rappresentanza di un soggetto giuridicamente incapace di agire, dunque se è maggiorenne e non infermo mentalmente deve firmarsela da solo. Per quel che concerne però l’informazione alle famiglie e la partecipazione agli organi collegiali, però, la capacità di agire non c’entra niente (infatti negli organi collegiali vi sono anche rappresentanti degli studenti, anche minorenni).

  72. Gabriele, passi per «pietà» con l’apostrofo anziché l’accento, poiché hai usato le maiuscole e probabilmente non sapevi come digitare i caratteri accentati maiuscoli sulla tastiera, ma «molti anni fa’» non si può leggere. «Fa’» è imperativo di fare («fa’ questa cosa!»). Molti anni FA. Senza segni diacritici.

    Davide, perché dici «le insegnanti», al femminile? Il fatto che tu mi parli di presidi mi fa pensare che ti riferisca alla scuola secondaria, ove i dirigenti scolastici hanno preso il posto degli ex presidi, e nella scuola secondaria non mi risulta vi sia una maggioranza di donne.
    Nella scuola primaria, invece, ove le donne sono la stragrande maggioranza, e nella scuola dell’infanzia, ove sono la pressoché totalità, prima della riforma al posto dei dirigenti scolastici c’erano i direttori didattici.

    Ugo, non sono genitori paganti. La scuola statale non si paga. Le scuole possono richiedere un contributo, ma parliamo di cifre piccole; nella scuola di mia madre siamo nell’ordine di 10-15 euro a famiglia (che molti peraltro si rifiutano di pagare, senza conseguenze) compresa l’assicurazione.
    Quanto ai docenti universitari, ancora oggi la relativa professione è considerata molto prestigiosa. Non è esattamente possibile diventare docenti universitari per scelta di ripiego. Nella scuola è stato possibile per molti anni; con gli attuali sistemi e canali di reclutamento non è più possibile farlo per ripiego, ma certamente è percepita come scelta fallimentare, data la necessità di accumulare tantissimi titoli (sudati anche a livello economico) per rimanere precari per dieci-quindici anni (a volte anche il doppio) e guadagnare pochissimo.

    Marlene, abbi pazienza, ma in un paese in cui l’ottenimento di quei benefici è legato al reddito del nucleo familiare, dunque sostanzialmente al reddito dei propri genitori, quanto tu asserisci non mi sembra poi tanto strano. L’Università Federico II di Napoli ai tempi in cui ci studiavano i miei cugini (ti parlo di molti anni fa; non esisteva l’ISEE) chiedeva di compilare la dichiarazione reddituale all’intestatario del foglio di famiglia, cioè la prima persona che compare nei certificati anagrafici di stato di famiglia (quello che prima della riforma del 1975 si chiamava capofamiglia). In questo modo, in caso di dichiarazione mendace a pagarne le conseguenze era il padre. Nel mio ateneo invece ho visto delle situazioni in cui i figli si trovano ad autocertificare falsamente i redditi dei genitori, in quanto i genitori a loro avevano dichiarato il falso, e poi quando sono stati beccati dai controlli incrociati con l’amministrazione finanziaria (non è facile esserlo, dato che sono a campione) hanno passato loro i guai, in prima persona. Ti pare giusto? Io personalmente correlerei tasse, contributi (che non sono imposte, dunque non c’è nessun obbligo di collegarli alla capacità reddituale, tanto più della famiglia d’origine) e benefici (borse di studio, sgravi e altri vantaggi) esclusivamente al merito e non al reddito (il che non sarebbe peraltro incostituzionale, visto che la Costituzione parla di «capaci e meritevoli, ancorché privi di mezzi» e non di privi di mezzi tout court), ma, visto che il parametro fondamentale è il reddito dei genitori, mi sembra giusto che in questo aspetto – e solo in questo – i genitori, i quali peraltro possono mettere in detrazione le spese di istruzioni dei figli nelle proprie rispettive dichiarazioni dei redditi, siano coinvolti. Ricordiamoci che il fondamento giuridico per il quale si tiene conto del reddito dei propri genitori (anche se si vive da soli con residenza a parte, e io ne so qualcosa: per poter essere considerato autonomo, avrei dovuto percepire per due anni consecutivi, nei quali dovevo contemporaneamente costituire stato di famiglia a parte, un reddito di oltre seimila euro, mentre ne percepivo a stento tremila, i quali peraltro venivano incassati da loro, cui io facevo sostanzialmente da prestanome per una casa che era di mia proprietà solo sulla carta) è che questi sono obbligati a mantenere i figli non fino a quando non sono maggiorenni come comunemente si crede (e come è effettivamente in altri ordinamenti, come quello elvetico), ma fino a quando non sono autosufficienti. Ecco perché mi fanno girare le scatole coloro che dicono che per non chiedere soldi ai genitori vanno a lavorare per pagarsi le tasse e i contributi universitari; questo ragionamento sarebbe valido se, lavorando, le tasse e i contributi universitari fossero commisurati al proprio reddito, mentre essi sono calcolati sul reddito dell’intero nucleo familiare, dunque è giusto che i genitori paghino (la giurisprudenza di Cassazione del resto abbonda di pronunciamenti in tal senso) e, oltretutto, bisogna valutare bene il rischiio che cocn il proprio lavoro non si aumenti addirittura la fascia di contribuzione.

  73. Comunque, in tutta questa esegesi del bamboccione, si potrebbe più che legittimamente percepire un lieve (?) sentore di fastidio che il docente respira nel trovarsi di fronte due voci, due persone, due pareri – dei quali, uno proveniente da un quasi coetaneo. Se il “bimbo” si fa accompagnare, evidentemente ammette di non essere scaltro/abituato a raccogliere informazioni che non sa gestire. Magari ci è andato già da solo, da un docente – non ci ha capito niente ed ha chiesto aiuto, facendosi accompagnare.

    Già sento le voci dei genitori tutti orgogliosi dell’indipendenza dei loro figli – spesse volte son genitori con manie di grandezza che appena scoprono che al figlio qualcosa non va bene, vanno in crisi. Non sarete voi magari, eh, pardon. Ma non è la prima volta che sento di queste cose.

    I ventenni di oggi non sono i ventenni di prima – è una frase che si sente spesso dire, no? Ecco: se lo si riconosce, dunque, a che pro tutta questa manfrina?

    Perseverare diabolicum (est), d’accordo, ma provate un attimo a cancellare tutti i progressi che avete fatto aggrappandovi all’aiuto di qualcuno – probabilmente non sareste nemmeno qui a raccontarlo. Non me ne vogliano i self-made men da dietro allo schermo, per cortesia.

    Più bello sarebbe stato se la docente in questione, dopo aver risposto alle domande della madre, le avesse gentilmente chiesto di uscire dal suo studio, spiegando alla figlia l’importanza di gestire da sola certe dinamiche. O di replicare alla mail con un rigo che fosse un tantino più qualificante di un “ha vent’anni, dovrebbe rispondere da solo, non crede” ? Qualcuno penserà, e forse a buona ragione, che un professore universitario non è un Maestro.

    Secondo me è dequalificante da un punto di vista umano, poi boh. “Non mi compete” – anzi no, poi l’ego ne esce ferito – “è ora che cresca” e passa la paura.

    D’altronde, ci son cittadini che si tengono strade scassate e spazzatura negli isolati senza nemmeno presentare una qualche istanza comunale, perché “io lavoro in banca, mica mi occupo di queste cose”.

    Povera Italia, davvero!

  74. Prima di sparare sentenze sugli studenti costretti a lavorare, sarebbe necessario quantomeno considerare che la generalizzazione e la banalizzazione sono sbagliate, poiché vi sono varie realtà dietro (e mi sto trattenendo). E non venitemi a dire “ah, ma non parlavo del caso tuo” et similia.
    Io vengo orgogliosamente da una famiglia con padre operaio e col mio stipendio mi son pagata l’università ed ho dato una mano ai miei quando ho potuto. Non avevo un contratto tale da poter essere inquadrata come studente lavoratore, quindi per l’università risulto da sempre fancazzista. Per l’agenzia entrate no, invece.
    E per la magistrale lo sarò, fancazzista (nel senso che ho da parte quanto basta per farla da semplice “studente full time”). Ho preso la borsa di studio per reddito e l’ho mantenuta per esami sostenuti, ma ce l’ho fatta solo al primo anno (è difficile dare esami quantitativi propedeutici senza seguire).
    Ma forse bisogna dire, come ho sentito in (ex) facoltà di economia, da alcuni ragazetti abbienti e spocchiosi “se l’università non puoi permettertela non ci vai, semplice”?

    Ho stimato e stimo ancora i miei docenti universitari. Sono la mia fonte di ispirazione per proseguire gli studi (in particolar modo gli statistici ed i matematici). Di quelli delle superiori invece ne salverei davvero pochi (pochi, ma buoni).

    Ricordo che pure a me, allora tesista, furono chieste informazioni da mammà con figliola muta al seguito (non sapevo quale delle due guardare nel rispondere, ero imbarazzata io per loro!).

    Personalmente, ho chiesto talvolta a mia mamma o mia nonna di accompagnarmi a Venezia, ma solo per far loro vedere la sede (molto bella, sul mare…. volevo far vedere loro dove studiavo), per avere la scusa per farci un giro a Venezia tra i negozietti poi e per chiacchierare, come avrei fatto con un’amica. Ma guai a fare qualcosa al posto mio, sanno che non voglio una mano da nessuno, nemmeno se son disperata (potrei mordere)!
    Ora ogni tanto dico a mia mamma di accompagnarmi a Padova, ma solo per avere una scusa per portarla a fare shopping (dopo essermi fatta le mie commissioni) nel periodo degli sconti….
    Infatti, in genere, anche delle pratiche varie dei miei e dei parenti mi occupo io (ad ogni carta “laura guarda questa, compilami questo modulo, scaricami questo documento…. etc.), dal diploma, a crescere. Son ragioniera per qualcosa, mi dicevano, hehehe. Ora che ho la triennale, salvatemi!

    Per il resto, gli episodi raccontati qui da tutti voi son sì allucinanti da sembrare barzellette. Povera Italia! Ormai mi trovo più spesso d’accordo coi docenti che non con i miei colleghi studenti. E la cosa mi fa preoccupare.

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