Spose in bianco, estetica postribolare e immaginario unico

Lingerie da sposa

Mi scrive una lettrice: «Gentile professoressa Cosenza,
da tempo seguo il suo blog e ogni tanto commento con il nick Nina Trema. Amo gli spunti di riflessione dei suoi articoli. Oggi le scrivo e non so se la mia segnalazione sia utile o si vada solo ad aggiungere a una pletora di lamentele di altre donne. Fra un mese mi sposo e sto acquistando gli accessori per l’abito, il che mi ha portata su siti che vendono abiti e lingerie da sposa. Ora, pur non credendo all’immagine santificata della sposa data dalla tradizione italica (o forse meglio “italiota”), mi trovo un po’ spaesata davanti a quanto mi viene proposto dai siti dedicati all’immaginario della sposa. In due parole: possibile che anche la lingerie da sposa debba essere uscita dall’armadio di un postribolo di fine Novecento?

La lingerie non può essere divertente. Non può essere eterea, nemmeno se bianca. La lingerie non può farti sentire “pulita” senza essere medicale e anziana. Presunte sposine di forse 38 kg se ne stanno a cosce perennemente aperte a mostrare mise improbabili, indossando copricapezzoli di pelo bianco. Si sa, il bianco “fa sposa”. Non so, forse sto diventando una noiosa moralista, ma vorrei che l’eleganza femminile non fosse dettata da tenutari di case chiuse (vedi leggins travestiti da pantaloni in modo che il culo stia sempre di fuori, da accompagnare a scarpe tacco 12 con plateau che manco le lavoratrici schiave di bordo strada) e vorrei che i vestiti non fossero semplici incarti da drappeggiare attorno a carne di macelleria. In fondo, a ben guardare – copricapezzoli di pelo a parte – non è neanche la lingerie indossata dalle modelle a fare postribolo, ma le pose, le luci, l’atmosfera degli scatti.

Mi scusi per lo sfogo, a 36 anni forse sto diventando vecchia e bacchettona. Buonissima giornata, Nina Trema (forse sposina troppo nervosa)»

Aggiungo un solo, brevissimo, commento. Cara Nina, come sempre il tema e problema non è “quella certa” lingerie, che può essere indossata per gioco o sul serio e può piacere a molte donne e molti uomini, ma il fatto che si proponga un modello unico di femminilità, un’estetica unica, un’immagine unica. Che alle donne non si propongano varietà, fantasia, molteplicità, ma sempre e solo – nel 2014 – la vecchia storia.

27 risposte a “Spose in bianco, estetica postribolare e immaginario unico

  1. Ce n’è per tutti i gusti – se poi anche la Bacchiddu sceglie il bianco, non diamo la colpa all’offerta di mercato…

  2. Ma ancora con questa ossessione? Ciascuna è libera di fare ciò che le pare e di indossare o meno le mutande – che preferisce. Altrimenti Miss Cosenza ci sta dicendo che le donne non sono in grado di autodeterminarsi e hanno bisogno che si cambino loro i modelli di consumo (anche cuturale) altrimenti, poverette, sono costrette a seguire pedissequamente quelli che vanno piùdo moda. Il che lascia aperto il problema che l’auspicio di Cosenza suggerisce che a una moda ne segua un’altra e non è detto che sia eticamente migliore ma solo diversa. Poiché peròla moda cambia comunuqe non si capisce che senso abbia il suo abbaiare continuo a guardia del gregge di bianche pecorelle insicure.
    Poi, come giustamente fa notare Luzy, arriva la Bacchiddu che per far votare un movimento di sinistra che pretende di dissociarsi dai modelli di consumo più in voga, dopo averli criticati per una vita come ragione d’essere, scopre l’acqua calda e per pubbliciazzarsi sposa il (culo) bianco e ce lo fa vedere per mostrarci la forma dei suoi argomenti. Impagabile sarebbe vedere le facce di Zanardo e Lipperini, collegiali colleghe di partito.
    Se Nina Trema è esasperata c’è da chiedersi perché lo sia. È liberissima di andare all’altare vestita di nero o di non andarci proprio. Naturalmente anche Cosenza va in bianco e quindi evita di mostrarle che la dipendenza di un modello conformista consiste, in prima istanza, nel perpetuare il rito cerimoniale del matrimonio in pompa-chiesa , con tutti i suoi ammennicoli e protocolli, invece che emanciparsi dai must della lingerie.
    Diciamolo ancora una volta a scanso di equivoci: le donne irritate dall’esibizione di un bel sedere sono quelle che non ce l’hanno e se l’avessero starebbero lì a indossare probabilmente l’esecrato perizoma in faccia alle invidiose inconsapevoli. Oppure, De André docet, danno buoni consigli se non possono più dare il cattivo esempio e così vogliono impedire alle altre di fare di (s)coprire le proprie terga come meglio aggrada loro.

  3. Purtroppo, direi a Nina, il corpo delle donne è diventato merce da vendere.
    E, un “veicolo” (un “medium”, insomma) per vendere meglio le merci.
    Un espositore, con cui, a volte anche giocare,per fare attività ginniche , ma più spesso da guardare per farci strane fantasie sopra.
    Uno strumento, un mezzo, una pillola per mettere in moto l’immaginario miope dei luoghi comuni più retrivi.
    Triti e ritriti.
    Cosa altro è, se non questo, oggi, per il perbenismo italico (o italiota), il corpo delle donne?
    E’ come se fossimo ripiombati nell’Italia prima degli anni ’60.
    Una regressione che spiega l’ossessività del “Bunga Bunga” e il voyerismo con cui gli italiani lo hanno vezzeggiato (e continuano a farlo).
    Ma qualcosa è senz’altro cambiato, nel frattempo.
    L’effetto moltiplicatore dei media, diventati virali nella capacità di replicare all’infinito e diffondere per ogni dove le mille schegge impazzite delle nudità che fanno vendere.
    Quindi è cambiata anche la finalità: lo scopo è vendere.
    Accessi, likes, audiences, contatti, oltre che prodotti e merci.
    Tutto.
    Tutto è volto al raggiungimento di quello scopo.
    Anche la lingerie da sposa (anzi, ma non era sempre stato un business d’oro, quello degli apparecchiamenti per sponsali?)
    Quello che oggi fa impressione (negativa) è l’accettazione passiva di questa realtà.
    Ringrazio, quindi, Nina per la sua critica.
    Pierperrone

  4. io inizio a trovare discutibile caricare di significati socio-politici le legittime insicurezze e pudori di una persona (en passant: il noto slogan “Il personale è politico” non mi ha mai convinto, non del tutto)
    Nina,sei tu e solo tu decidi, quel tipo di lingerie è fatta per essere indossata, credo la prima notte di nozze: se vuoi metterla mettitela senza paura se non vuoi indossa la tua solita biancheria oppure non mettere assolutamente niente..anche tuo marito credo che gradirà.

  5. Scandalizzarsi per un po` di biancheria intima nel 2014 e`davvero triste e un po`bacchettone.

  6. Dopo una brevissima cerimonia in comune e una festa tra pochi intimi potrò togliere l’abito bianco e passare dalla biancheria nude – l’unica che fa il piacere di sparire con eleganza sotto gli abiti in seta -a qualcosa di più divertente.

    Ok, ora che abbiamo sbolognato il privato passiamo al pubblico: non criticavo la biancheria, ma il modo in cui viene venduta e come viene dipinta la donna che la indossa. Il discorso vale per la calze da sposa come per le calze della American Apparel (http://www.marketingweek.co.uk/Pictures/web/b/n/f/americanapparel46_460.jpg)

    Ho messo dei bei culi così i più intellettuali saranno felici🙂

  7. Enrico Marsili, noto con dispiacere (mi dispiaccio per te) che nel tempo la tua capacità di comprendere ciò che leggi è andata scemando. Scandalizzarsi? Secondo te Nina si è “scandalizzata”? Mah.

  8. @Nina Trema scrive: “non criticavo la biancheria, ma il modo in cui viene venduta e come viene dipinta la donna che la indossa”

    Comprendi che il tuo discorso, in scia bianca cosentina, ha senso solo se ritieni che la specifica donna che si presta professionalmente alla pubblicità della lingerie condizioni il modo attivo e passivo in cui la donna tout court viene vista, concepita, trattata dagli uomini e dalle altre donne. Il ragionamento (si fa per dire) sarebbe perciò il seguente: per vendere il perizoma mi dipingono la donna manichino in uno spettro di varietà che va dalla borghese in fregola al panterato puttanone e tu, donna che non si riconosce nei manichini proposti, si indigna perchè vorrebbe un modello a lei più simile (e allora ha bisogno di modelli altrimenti entra in crisi di personalità e questo è il vero problema). Oppure le capita che quando va dal panettiere lo sfilatino che ordina diventa equivoco, quando porta il curriculm le chiedono il book delle vacanze (Bacchiddu style), e quando in casa fa due spaghetti aglio e olio, il peperoncino la obbliga alla scomoda giarrettiera in vista h24. E tutto ciò la mette in crisi, non le fa vivere una femmilità autenticamente individuale e scevra da stereotipi – fino a giungere a conseguenze boldrine dove la violenza fisica sulla donna sarebbe data dalla ripetute occorrenze in cui la donna discinta è donna oggetto e poiché gli oggetti si “usano” facilmente “si abusano”. Boldrinate, appunto.
    In altri termini non si vuole mettere in discussione la dipendenza da modelli ma continuare a fare shopping in cui viga un’altra moda. Il che vuol dire, per dirtla tutta, che si fa le paturnie per la lingerie del vestito da sposa, trasla psicologicamente a problematica sociologica la propria insicurezza epperò alla scelta della lingerie vissuta come affermazione del sé non rinuncia, non si emancipa.
    A questo punto a che e a chi serve impedire che un bel culo mostri la plasticità appena dilatata di uno slip che calza a pennello, dato che anche al grado zero del godimento si ha comunque una produzione immediata di positive endorfine nello spettatore? Se una donna ha problemi di accettazione nella relazione con il proprio corpo e con gli altri non è eliminando lo specchio, o ritenendo che l’avvenenza e il nudo sia da colpevolizzare quando serve per vendere, che pacificheranno il suo coartato bisogno di confronto e impossibilità di dominarlo. Ah, tra l’altro il corpo di entrambi i sessi, e per lavorare e per vendere, è sempre usato e sfruttato quindi pensare di eleggere la donna a vittima è di una parzialità (intellettualmente) suina.

  9. La buona notizia è che all’esposizione “Fa la cosa giusta” di poco più di un mese fa a Milano c’erano molti stand controcorrente sulla moda da sposa.

    Mi chiedo, però, quanto responsabilità abbiano le aziende in quello che propongono, e quanto invece sia lo specchio di ciò che la maggioranza dei clienti pensa e chiede sul matrimonio. So di coppie che sono uscite devastate dalla cerimonia per via di pressioni provenienti da ogni dove.

    Ricordo ancora lo stupore di alcune persone, a volte anche la riprovazione esplicita, quando vennero a sapere che non ci sarebbero stati invitati, foto e vestiti al nostro matrimonio e che la festa sarebbe stata fatta con un pic nic all’aria aperta cinque mesi più tardi, fra pochi intimi. Abbiamo fatto quello che volevamo e non tutti accettarono di buon grado le nostre scelte. (Fummo fortunati: poi se ne fecero una ragione.)

  10. @Nina, credo che non ci sia bisogno di spiegarti meglio: hai espresso benissimo il tuo punto di vista, che non è da bacchettona, né da indignata. @Ugo ha riassunto il suo pensiero riducendo tutto a una invidiadellachiappa. Quindi si commenta da solo.
    Quando smetteremo di vederci con gli occhi degli uomini, le modelle smetteranno di mostrarci le loro grazie dalle copertine patinate. Ma quando?

  11. @fabiana
    Brava. Posso anche condividere il suo ragionamento. A patto che mi spieghi cosa ci si dovrebbe aspettare dal fatto che “le modelle smetteranno di mostrarci le loro grazie dalle copertine patinate”. Quale è la posta in gioco, il guadagno collettivo per questa sottrazione? Ci ha pensato davvero o crede che la liberazione dai complessi femminili passi anche da qui? Questi sono argomenti utili a suonare la fanfara per un briciolo di visibilità da spendere quanto prima in velleità politiche. Le donne sono liberissime di non guardare i culi delle modelle se ne soffrono il confronto. Ovviamente il prezzo da pagare per l’enorme vantaggio di essere anticonformiste è di piacere statisticamente meno agli altri (uomini e donne). Statisticamente, si badi, non qualitativamente. Altrimenti per quale motivo la maggior parte delle persone si alzerebbero ogni mattina per fare lavori orrendi, guadagnare e spendere il surplus in status symbol di ogni genere, se non per farsi accettare e benvolere dai simili a cui si desidera somigliare?
    Non è obbligatorio guardare e/o conformarsi a ciò che le riviste propongono; non mi pare che occorra una terapia farmacologica per costringersi a non compulsare le riviste del settore o a non guardare i culi altrui del proprio sesso. Poi però le donne scelgano partner che apprezzino altro e non si illudano di essere loro garbate * anche* per il loro culetto o culone. In quel caso non vedo quale minaccia sia rappresentata da una moda che preferisce il brasiliano alla culotte e la inscena in una donna procace invece che un’educanda. È così semplice e psicologicamente rilassante emanciparsi mentre nell’altro caso le donne dimostrano solo di soffrire il confronto cui però desiderano essere all’altezza; invece di alzare le spalle e fregarse – che la vita è corta e pensare alle mutande, alle chiappe, al filo di cellulite è prima tutto una perdita di tempo vitale – vogliono giocare un gioco pericoloso e quando si accorgono che non è per loro finiscono a frignare con una versione moderna della volpe e l’uva che diventa ridicola se paludata con piglio e pretesa intellettuale. Poi se si sono scelte compagni che alla mezza età fuggono con la ninfetta e le lasciano solo i chili in eccesso di una vita assieme, che dire? Facciano mea culpa.

  12. “Poi però le donne scelgano partner che apprezzino altro e non si illudano di essere loro garbate * anche* per il loro culetto o culone.”
    Ugo

    Ugo fai anche riflessioni interessanti ma qua non ti seguo. L’attrazione sessuale e fisica è una componente non sufficiente da sola ma necessaria al rapporto amoroso quindi volere qualcuno che ci desideri anche fisicamente come noi desideriamo lui/lei è del tutto giusto e legittimo

  13. @Paolo
    Non vedo disaccordo, la penso come te. Di più: l’attrazione fisica è una componente non solo necessaria ma a volte anche sufficiente per un rapporto amoroso.
    E siccome anche qualora non fosse sufficiente è comunque necessaria, altrimenti non si ha una relazione amorosa ma un’amicizia, tutte le donne percepiscono perfettamente l’importanza di un bel fisico e soffrono, certamente in modi e sensibilità diversi, di non avere ciò che altre ottengono attraverso di esso.
    A questo punto arriva il pensiero onirico e trasfigurante di una certa sinistra che sostiene che tutta o prevalentemente la maggior parte dei processi umani è una questione culturale, e vi crede sovente come comprensibile risposta all’impotenza che deriva dalla consapevolezza che molti di questi processi sono genetici-biologici e attualmente non governabili o indirizzabili tramite un processo educativo. Una volta impostata questa petizione di principio vissuta come assioma seguono i corollari: i problemi alimentari che affliggono molte donne? Colpa dei modelli irraggiungibili proposti dai media; difficoltà a raggiungere in carriera posizioni top? Colpa del maschilismo che mercifica il corpo della donna e punisce surrettiziamente le meno avvenenti rispetto ai modelli erotici dominanti, anche comportamentali; Violenza nella coppia? Colpa dell’esibizione della donna oggetto che educa l’uomo all’uso arbitrario del corpo altrui. E via di seguito.
    Tutte spiegazioni ideologiche vendute o credute a titolo di scienza.
    Gli è che le donne soffriranno sempre il confronto con le altre se non decidono individualmente di sottrarsi, cosa non facile in una società come la nostra che educa, spinge e gratifica alla competizione. Il modello proposto può cambiare: al culo di Halle Berry può succedere quello di Gisele Bundchen ma la donna di turno non soffrirà mai, né ha mai sofferto, del confronto con loro. È nella vita di tutti i giorni che si consuma il confronto: è con la vicina di casa, la collega, la rivale in amore, etc. E questa complessa gara, spesso inconfessata, usa come metro o, per meglio definirlo, bastone il modello che la moda propone per giudicare le altre in relazione alla vicinana a uno dei modelli vincenti e attuali proposti. Ritenere che eliminando un uso spregiudicato della sessualità nello specifico e del corpo nel generico della pubblicità si possa liberare la donna dalle proprie frustrazioni più o meno consce è manifesta ottusità. Se si crede nella consistenza di un processo educativo occorre educare le donne a evolvere un meccanismo autonomo di critica per riconoscere di volta in volta la dipendenza da modelli ed eventualmente, se e solo se questo comporta un bilancio costi-benefici negativo, a emanciparsene abbandonandolo. Invece Cosenza pare fare la furba: sa perfettamente che logicamente questa posizione-battaglia è assurda ma funziona da calamita professionale e le permette di rimanere ancorata alle tematiche di genere e così vendere la propria immagine, le proprie consulenze o accreditarsi altrove. Sono perfettamente persuaso che Cosenza sia più intelligente delle cose che dice ma crede di esserlo sufficientemente da poter continuare a vendere posizioni debolissime come queste. Probabilmente ha ragione lei che cinicamente sa che la media dei lettori è poco intelligente in assoluto, e comunque meno sveglia di lei. D’altronde le sue compagne di merende Zanardo e Lipperini stanno or ora dimostrando esattamente ciò che molti onesti lettori paventavano e rimproveravano loro: l’uso spregiudicato e intellettualmente superficiale, a fini di visibilità personale, di queste tematiche femminili e il conseguente passaggio all’incasso con la spendibilità in politica.
    Tutto qui. L’articolo sulla lingerie è solo un modo come un altro di riempire spazi di visibilità, pardon, di fidelizzazione. Va benissimo, caro Paolo, ma poi non si pretenda che quando il lettore se ne accorge eviti anche di prenderti se non per il culo, anche se la locuzione ci sta tutta in questo post, almeno a pesci in faccia.

  14. non entro nel merito delle tue frecciate verso Cosenza, Lipperini e Zanardo (anche se voterò la lista in cui le ultime due sono candidate perchè è quella più a sinistra presente in queste europee) perchè sinceramente la questione non accende il mio interesse, e non credo che una persona (donna o uomo) curi il suo aspetto estetico solo e semplicemente per competere con gli altri co-genere, lo facciamo chi più chi meno per noi stessi e per il prossimo ma fa parte della nostra personalità..mi limito a chiarire che quando parlo di attrazione fisica e sessuale ne parlo in senso reciproco, e ritengo si possa capitare ad una persona di essere attratta da chi non è “bellissimo/a” come da chi lo è. Fermo restando che la persona amata per noi è sempre bella.

  15. ma..io credo che la differenza sta nel decidere ed essere consapevoli che tocca anche a noi donne produrre simbolico, contare e decidere , Fabiana ha ragione viviamo ancora troppo sotto lo sguardo maschile , basta con l’elemosina del rispetto. vero che i modelli familiari, i ruoli di riferimento ci condizionano ma qualche no donne e uomini iniziano a dirli (gli altri poi, se ne fanno una ragione)
    Cara Nina,ma perchè alle donne si propone un modello unico , un’estetica unica e un’immagine unica? e non si propone (alle donne) varietà, fantasia e molteplicità? Non capisco CHI dovrebbe proporci, perchè non noi stesse? e come ci piace?

  16. @luci, nella mia mail mi limitavo a puntare il dito, non stavo affermando che non ci sono alternative. Per esempio, questa alternativa per le ragazze che stanno ancora crescendo, ispirata a una ragazza appena più grande (17 anni) dalla propria sorellina (13 anni), è fantastica ^_^
    http://www.yellowberrycompany.com/c/girls-bras.html

  17. @Nina Trema
    Ho capito. Porsi il dubbio se tu sia diventata “moralista”, “vecchia” e “bacchettona” sarebbe dunque un mero artifizio retorico. Ti limitavi a puntare il dito, ma ora ci dici che il dito era quello altrui, come dire: “ehi, io sono una libera ed emancipata consumatrice, sì, il matrimonio è mio, ma non scrivo per me: mi preoccupo per le altre donne” . E per argomentare ci butti là con nonchalance il link ad American apparel, brand noto per ingaggiare note attrici porno per la propria lingerie. E poi all’opposto ci proponi un altro link dove “l’ispirazione” a coprirsi le pudenda per una 17enne, donna che si presume fatta, sarebbe costituita da un modello da asilo colorato e asessuato laddove è ovvio che se una donna ha raggiunto la maturità per acquistarsi uno specifico intimo, invece che comprarlo a caso, lo fa per farsi vedere, non per celarlo a vita sotto i vestiti. Che poi a guardarla sia solo lo specchio in mancanza di meglio è un’altra faccenda. A parte il fatto che su una 17enne il modello primi-seni/prime-infanzie potrebbe implicare un uso perverso da Lolita, perché non porti ai limiti il tuo ragionamento? Se le alternative di mercato sono infinite, come in effetti sono, perché scandalizzarsi* puntando il dito verso la soluzione più di tendenza e invece di prendersela apppunto con il concetto di moda (ciclico, arbitrario, imposto) sbagliare bersaglio e prendersela con il nudo e l’erotismo esasperato del marketing? Parlare per parlare?

    *ps
    @Enrico Marsili
    dal Treccani
    B v.intr. pronom. scandalizzàrsi

    a. Provare sdegno e risentimento per parole o fatti contrarî alla morale, alla giustizia, o comunque ritenuti troppo spregiudicati e inopportuni:

    b. ant. Spazientirsi, adirarsi, entrare in discordia: ◆ Part. pass. scandaliżżato, con valore verbale, spec. nelle espressioni essere, restare, rimanere scandalizzato di qualcuno o di qualcosa.

  18. Ma infatti, per dio. E’ stato fatto un parallelo puritanissimo e bacchettone (e Cosenza plaude) tra lingerie sexy (ipersexy se preferite) e prostituzione come se fosse qualcosa di deplorevole in sé, figuriamoci quindi pubblicizzarla, venderla, desiderarla, comprarla. Avete un difetto di ragionamento colossale (reazionario, sessuofobico, socialmente aggressivo, repressivo). Infatti al di là dello stigma sulla prostituzione, comunque già fastidiosamente presente nel testo (e più che sufficiente per squalificare l’intervento), c’è il colossale fraintendimento che pone l’immagine di Eros come qualcosa di “negativo” a cui si ricorra per ottenere altro (denaro, potere, affetto, etc.) invece che piacere fisico ed erotico.

  19. Lauzy: ” c’è il colossale fraintendimento che pone l’immagine di Eros come qualcosa di “negativo” a cui si ricorra per ottenere altro (denaro, potere, affetto, etc.) invece che piacere fisico ed erotico.”

    Con il risultato che in ogni caso aumentare la superficie delle mutande o cambiare il contesto in cui appaiono non diminuirà affatto l’uso del corpo per ottenere altro e dell’avvenenza, anche erotica, come mezzo preferenziale e jolly nelle relazioni umane, che è da accettare e basta facendosene una ragione. Quindi? Cui prodest?

  20. Ugo, perché dovrei accettare e basta un qualcosa che culturalmente è sintomo di regressione psichica, culturale, intellettuale? E’ evidente che se vuoi fare uso del tuo corpo sceglierai un abbigliamento che invada i sensi dell’osservatore. Ma quell’abbigliamento – direi, antropologicamente – non nasce per irretire il vecchio miliardario (o il maschio da riproduzione). Che poi lo si possa usare anche per questi scopi, è lecito. Purché si sappia che non nasce per questo e, farlo, specie se ripetutamente, imho provoca danni culturali.

  21. Giovanna, devo ammettere che il tuo blog sta diventando meno interessante (per me) con il tempo. Infatti lo leggiucchio poco e di rado. Come si dice in questi casi, sono io che sono cambiato, non te🙂 Saluti.

  22. Caro Enrico Marsili, alias Ugo Usavo: il disinteresse è reciproco, ti assicuro. Ti suggerisco di cambiare aria.

  23. Tutti questi “ughi” sono inquietanti… (pare di stare in Matrix). Qual’è il fake, Marsili, Usavo, Trema, Vibra o Dildo?

  24. Luzy, ho usato per sbaglio uno pseudonimo (era nella cache). GIovanna, cosa vuol dire “ti suggerisco di cambiare aria”? Che tono minaccioso. Non si usa piu` accettare una critica in Italia? Se vuoi far seguire al tono minaccioso un`azione, puoi sempre bloccare l`IP.

  25. Enrico Marsili, eddai, ma quale minaccia? Ho semplicemente detto: non ti interessa il blog? Non ci venire, punto. Non lo aprire nemmeno, eliminalo dalla tua vita. Se uno non è interessato a fare una cosa non la fa e basta. Non è che la fa e insiste a farla, e si ripete, ma aggiunge: “Non sono interessato”. Come minimo entri in contraddizione con te stesso. Inoltre, è un bel po’ di tempo che qui fai commenti vuoti, vagamente acidi, non interessanti. Non è critica la tua. Non cancello l’IP perché non lo faccio mai, con nessuno.

  26. Io nella pubblicità, “Per una sexy luna di miele” aggiungerei: speriamo! Il matrimonio riserva sempre delle sorprese. Hai scelto la meno peggio come pubblicità, mi piace.

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