Se l’azienda contatta i genitori dei dipendenti

Locandina del film Tanguy

Per chiudere le considerazioni dei giorni scorsi sugli eccessi di accudimento di alcuni genitori sui figli ormai adulti, in università come in azienda, riporto il caso della CEO di PepsiCO, Indra Nooyi, che in un’intervista al magazine Fortune ha raccontato di avere l’abitudine di scrivere lettere ai genitori dei suoi sottoposti (adulti fatti e finiti), anche solo per ringraziarli del “regalo” che i loro figli rappresentano per l’azienda. La Nooyi ha ammesso anche di aver chiamato i genitori dei giovani che voleva assumere, chiedendo loro di aiutarla a convincerli ad accettare il posto in PepsiCO. Come riporta un articolo recente di Vince Molinaro sulla Harvard Business Review, il caso dell’amministratrice delegata di PepsiCO non è unico. Nel novembre 2013 LinkedIn si è guadagnata l’attenzione internazionale sponsorizzando il “bring-your-parents-day”, cui hanno partecipato una ventina di aziende di tutto il mondo. Anche Google ha l’abitudine, da anni, di invitare i dipendenti a portare i genitori sul luogo di lavoro.

Non sempre, va detto, le reazioni a queste iniziative sono positive, sia da parte dei genitori sia da parte dei figli, perché questa “vicinanza” fra genitori e figli adulti è pur sempre minoritaria, come abbiamo visto ieri. Trovo comunque interessante riportare questi casi internazionali per sfatare il pregiudizio sui bamboccioni italiani e sul relativo mammismo. I bamboccioni esistono, è vero, ma almeno per ora sono una minoranza. E stanno in tutti i paesi sviluppati, non solo da noi.

3 risposte a “Se l’azienda contatta i genitori dei dipendenti

  1. A mio padre vicino alla pensione e io vicino alla laurea proposero un accordo di assunzione (la mia, al posto suo) in cambio della sua buona uscita. Posto sicuro 100% e a tempo indeterminato, fine anni ’90. Mio padre mi chiese se ero interessato, anche se non entusiasta del modo non molto pulito di proporsi da parte dell’azienda di una vita. Se gli avessi chiesto di accettare la proposta, ora lavorerei al posto suo. Io (noi, in realtà) non presi in considerazione la proposta, lo scambio mi sembrava impari. Non mi sono mai pentito della scelta. (In pensione si prese le sue soddisfazioni professionali e anche la buona uscita.)

    Invitare i genitori dei dipendenti, quando si tratta di marchi conosciuti al grande pubblico, mi sembra una pura azione di marketing neanche tanto originale.

  2. grazie, segnalazione interessante. in ogni modo non la legherei al fenomeno “bamboccioni & co”.
    invitare genitori e/o mogli/mariti/figli in azienda è un’attività di PR che esiste da tempo anche in Italia, e va in genere sotto il nome di “Family day” . (me ne sono occupata diverse volte). è un’attività di relazioni interne: lo scopo è creare alleanze e rafforzare il senso di appartenenza, oltre che “creare notizia” per l’uffcio stampa 🙂

  3. Se l’azienda contatta i genitori dei dipendenti…bonanotte! Se è per ringraziarli di aver partorito una brava persona come me mi va bene ma non per metterli in mezzo in cose che devo gestire io! Forse gli americani ci tengono molto alle famiglie per scopi pubblicitari, basti guardare per esempio, quando viene eletto il presidente degli Stati Uniti: ha sempre al seguito la famiglia che fa il tifo per lui in televisione.
    Ieri invece è capitato che una biologa che lavora nel mio reparto ha telefonato un paziente per sapere a che ora sarebbe arrivato. E chi le ha risposto? La moglie, ma da casa! La biologa le ha detto che doveva darle il numero del cellulare per parlare direttamente col paziente. Né lei né il paziente lo ricordavano a memoria; lui forse neppure lo utilizzava frequentemente! Tipica mentalità delle miei parti: molti mariti di una certa età non rispondono neppure al telefono di casa, usano la loro moglie come segretaria.

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