Dipendenza dai social media: attenzione a come se ne parla in Italia

Coca Cola Social Media Guard

Sul tema della dipendenza dai social media, dagli smartphone e dai tablet sono nati ben due video virali negli ultimi mesi: quello della Coca-Cola, online dal 19 febbraio, che si intitola “Coca-Cola Social Media Guard”, e quello realizzato dallo scrittore e regista inglese Gary Turk, che sta su YouTube dal 25 aprile, si intitola “Look up” (“Guarda insù”) e ha già ottenuto oltre 38 milioni di visualizzazioni. Purtroppo in Italia le notizie su questi due virali sono state spesso accompagnate dai soliti toni demonizzanti che sono tipici dell’atteggiamento main stream nei confronti della rete, con impliciti del tipo: i social media nuocciono alla salute, che fine faranno i nostri figli, quegli aggeggi ti rovinano la vita, ah i bei tempi andati, e così via.

Faccio presente che il video di Coca-Cola nasce negli Stati Uniti, in cui il 78,6% della popolazione accede a Internet, mentre “Look up” nasce nel Regno Unito, che può vantare l’83,6% di accessi alla rete (dati di Internet World Stats). Ricordo che in Italia, invece, solo il 58,4% di persono accedono alla rete: siamo sotto la media europea (63,2%), sotto la Spagna (67,2%), ancor più sotto la Francia (79,6%) e la Germania (83%), e molto al di sotto della Svezia (92,7%). Cioè siamo messi più o meno come il Portogallo (55,2%), la Serbia (56,4%), la Macedonia (56,7%), la Grecia (53%), e la cosa non ci deve stupire, visto che la digitalizzazione va di pari passo con lo sviluppo economico.

Non sto negando, insomma, che dall’uso eccessivo dei sociali media e di internet possano nascere problemi per le persone e le loro relazioni. Sto dicendo che non è il caso di parlarne in termini apocalittici e sbrigativi in un paese come l’Italia, dove la diffusione di internet è così scarsa e la cultura digitale così bassa. Quando saremo perlomeno allineati agli Stati Uniti e all’Inghilterra, nei dati di accesso a Internet, potremo preoccuparcene come se ne preoccupano loro: è un problema di educazione ai media e di cultura digitale, ma se da noi siamo ancora messi così male nell’accesso alla rete, di che parliamo?

Coca-Cola Social Media Guard

Look up

Questo articolo è uscito oggi anche su Wired Italia.

18 risposte a “Dipendenza dai social media: attenzione a come se ne parla in Italia

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  3. Pingback: Look Up | Bricolage

  4. L’ha ribloggato su nopenguinsincaliforniae ha commentato:
    ottima informazione come sempre

  5. Premesso che sono d’accordo con l’idea che i toni apocalittici siano eccessivi — quantomeno, inutili ad una reale discussione del problema — credo però che le statistiche riportate siano un po’ sbrigative. Vero che l’Italia è ancora dietro per connessioni, ma vanno distinte fasce diverse della popolazione. I giovani sono probabilmente molto più connessi della media nazionale. Credo che nella fascia giovanile le percentuali di connessioni potrebbero raggiungere cifre simili a quelle anglo-sassoni. Non è un caso che tutti i video mostrino persone giovani e che il problema in Italia sia “che cosa ne sarà dei nostri figli”. Se questo è vero, bisognerebbe preoccuparcene tanto quanto se ne preoccupano i paesi anglo-sassoni. Anzi forse di più, visto che spesso i giovani non hanno una figura adulta che abbia le competenze per accompagnarli nelle loro attività on-line….

  6. Ab ovo, appare bizzarra anche la scelta di confezionare video destinati alla “virulenza social” per avvisare su quanto possano far male i social.

  7. Concordo col post, e vado oltre. Mi viene in mente, infatti, che, alcuni anni fa, ci furono addirittura trasmissioni televisive impegnate a creare un clima di forte sospetto nei confronti di internet e dei blog (non andava ancora di moda Facebook), con discussioni che sarebbero sembrate esilaranti se non fossero invece state drammaticamente fuorvianti. Indimenticabile una puntata di “Porta a Porta” in cui Bruno Vespa se la prese con i poveri blogger. C’era anche, fra gli ospiti, una sessuologa (sigh!) e la tesi più o meno velata dell’intera trasmissione, declinata con ragionamenti che preferisco non commentare, fu che i blogger erano una massa di papponi e sgualdrine.😀 Certo, chi non conosceva il variegato mondo dei blog può anche essere rimasto influenzato da questo quadro a tinte fosche.

    Poi non dimenticherò mai un articolo uscito su “La Stampa” online, tutto farcito di durissime invettive contro i blogger, rei, secondo l’autore, di aprire i blog per trovare un amante (?) e altre amenità simili. Nell’articolo, poi, venivano presi di mira i blogger anziani, evidentemente colpevoli di darsi all’impudica scrittura su internet invece di sedersi in poltrona con la boule dell’acqua calda sulle ginocchia. Sembrano pezzi comici, ma in realtà erano serissimi.

    In una realtà come quella italiana, certo infondato terrorismo era ed è controproducente.

  8. La rete è uno strumento del diavolo. Ergo la si demonizza.

  9. Trovo davvero ottocenteschi quei toni dei media che chiami “apocalittici e sbrigativi”.
    Li trovo stupidi e anacronistici.
    Ma davvero il “mostro” dell’alienazione da social media è peggiore di tante dipendenze che danno meno nell’occhio: gioco, scommesse, shopping compulsivo, TV, rotocalchi da fotoromanzo, ecc.
    Non si dovrebbe fare una campagna contro ogni forma di alienazione?
    E invece pare che tenere tanti pensionati, asocialmente isolati, spersonalizzati, abbandonati e sfruttati, davanti alle TV generaliste sia meno grave che tenere dei ragazzi davanti agli schermi dei tablet a chattare le loro vite virtuali (rectius: reali vissute sul canale virtuale).
    Ma questo aspetto mi irrita solo (come una congiuntivite, un orzaiolo, o un eritema solare) per la sua insolente ignoranza: come quelli che nell’ottocento mettevano in guardia contro la folle velocità dei treni che correvano a ben 30 (trenta e dico trenta!) chilometri all’ora.

    Invece mi mette spavento la visione che vedo allo specchio.
    Ci sono quelli che vedono solo l’altra metà del bicchiere.
    Quella piena.
    Mentre non vedono quella vuota.
    Quelli che sono così social-medializzati che pensano che la democrazia sia solo quella che scorre su FB o dei blog di partito.
    Quella mi spaventa, perchè alla grassa ignoranza dei singoli aggiunge anche la superficiale idea di una democrazia per pochi: appunto, i “connessi”, Giovanna, quanti hai detto che sono, in Italia?
    Il 58,4 % ?
    La virtualdemocrazia sarebbe, dunque, solo per loro.
    Un’idea d’una ignoranza francamente avvilente.
    Pierperrone

  10. O. T. Ehm…mi scuso. La fretta è sempre cattiva consigliera. Intendevo scrivere “un articolo […] tutto infarcito […] “.

  11. Pingback: Dipendenza dai social media: attenzione a come se ne parla in Italia | D I S . A M B . I G U A N D O | NUOVA RESISTENZA

  12. In Italia qualsiasi discorso sulla rete diventa strumentale, basti vedere la maniera strumentale in cui vengono usate certe ricerche che vengono da oltreoceano sottolinenadone soltanto gli elementi di criticità.
    E’ vero, ci sono all’attivo già due proposte di legge per contrastare il cyberbullismo, ma la verità è che la politica non ha idea dei dati sul cyberbullismo in Italia e rispetto al resto d’Europa.
    Nessuno di loro si è preso la briga di leggere, per esempio dana boyd, che ha fatto una ricerca di 8 anni sugli adolenscenti statunitensi. A noi basta fare sensazionalismo e la stampa ci mette del suo. Nessuno però si preoccupa del fatto che siamo ultimi in europa anche per copertura delle scuole. Non solo,secondo il report Net Children Go Mobile realizzato nel febbraio 2014 nell’ambito delle attività del Safer Internet Programme della Commissione Europa e che mette a confronto 5 paesi (Danimarca, Irlanda, Italia, Romania e Regno Unito) gli insegnanti italiani sono, secondo i loro allievi, quelli che hanno una minore mediazione nei confronti dell’utilizzo di internet rispetto ai loro colleghi degli altri paesi. Infatti gli insegnanti italiani risultano mediatori tra i ragazzi e internet per il 44% a differenza dei loro colleghi rumeni che lo sono per il 62%, quelli danesi per il 74% e a salire con Regno Unito 80% e Irlanda 89%.
    Ma a questo proposito c’è già chi ha tirato fuori la proposta di legge per inserire la media education nelle scuole, formando magari un insegnante per scuola che poi dovrebbe formare tutti gli altri, ma su cosa? E poi chi dovrebbe farlo e con quali competenze?
    E tutte le opportunità che un utilizzo “consapevole” delle nuove tecnologie potrebbe offrire ai ragazzi si perdono tra grida di allarme e ignoranza.
    Sono d’accordissimo, ma di cosa parliamo?

  13. Mi viene spontanea la domanda: se siamo malati di social, alla Coca Cola che importa? Perché fare un video sul problema?

    È vero che siamo poco connessi, ma è anche vero che questi problemi prima o poi saltano fuori, cominciando da numeri magari piccoli come da noi.

    Iniziarne a parlarne sarebbe utile, ma certo non nel modo di certa stampa, poco interessata all’informazione e molto interessata a rimestare nel torbido.

    PS: (Sul secondo video) Come ogni buon maschio che si rispetti, io non chiedo informazioni per strada nemmeno se sto per morire. Con o senza furbofono in mano.🙂

  14. Le rime di Gary Turk, benché possano sembrare risolute, virili, sentite anema e core, alla fine fanno un tonfo un po’ sordo e goffo, lasciano insomma il sentore sciapo di una moralità ggiovane e molto naif. Niente di cui meravigliarsi per carità, come si dice “la lingua batte dove il dente duole”, “tutto il mondo è paese” e così via: nei contesti socioeconomici in cui la digitalizzazione delle relazioni sociali è più sviluppata, maggiore è la paura che l’evanescenza dei rapporti, il senso di solitudine sia oramai irreversibile. Il punto resta sempre quello però: siamo soli, terrorizzati, impauriti, sogniamo una vita semplice e ogni giorno idealizziamo “un piccolo mondo antico” che mai in realtà è esistito, d’altro canto non sapremmo mai rinunciare agli agi ( e forse neanche ai disagi) che la società dei social media ci offre. Che altro? In forma breve, didascalica e moraleggiante: In medio stat virtus.:D
    Buona giornata Giovanna!

  15. Certo che dei video studiati per essere virali vogliano metterci in guardia dall’eccessiva dipendenza dai social e (forse) da Internet in generale, risulta essere paradossale.
    Sarà la solita esigenza tutta interna al marketing di interpretare/anticipare/suggerire le istanze che possano definirsi “nuove” o meglio “innovative”?

  16. Quando una persona segue:
    Facebook
    WhatsApp
    Instagram
    Twetta
    Depop
    Si è già mangiato i 3/4 della propria giornata..parliamo paradossalmente di un soggetto che non lavora..sarà anche solo il 50% della popolazone ma per far funzionare questi giochini serve pochissima banda..
    Basta stare ad osservare ad una qualsiasia fermata di autobus o di treno..e non sono solo giovani..non avete mai notato persone allo stesso tavolo durante un aperetivo guardare i prori cellelari e non cosiderarsi..poi aggungo che il tutto si è spostato dal computer ad i tabllet ed i telefonini da cui non ci si separa mai..Nel caso di Depop l’applicazione esiste solo per cellulare e tablet il che vuol dire fare comprevendite initerrottamente volendo, il tutto mentre si lavora, si sta in famiglia etc etc..molto pericoloso!!!!

  17. Non guardiamo la specificità del sintomo, guardiamo il profondo! Ci sono mille dipendenze ma sono solo attività superficiali e compensatorie di un turbamento che è sempre lo stesso. Chissene se uno si butta sull’alcool, sui gratta e vinci o su internet. E invece prevale il demone classificatorio di cataloghi come il DSM IV (o è uscito il V ? Boh) con un modello superomistico e uno sterminato papiro di deviazioni. Non sarà patologico anche questo approccio alla cura?

  18. Simpatica quest’immagine. Sono d’accordo con te: non bisogna demonizzare la rete né i cellulari, anche perché da noi c’è poca alfabetizzazione informatica e non esiste la banda larga. Però possiamo già insegnare ai giovani a farne un uso corretto: persino alcuni neonati hanno un account Facebook e adolescenti e bambini stanno ore e ore su internet, rischiando di incappare in pedofili. Devono inoltre capire che ci sono attività più importanti come il comunicare di persona e fare attività fisica all’aperto.

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