I professori cattivi sono, quasi sempre, cattivi professori

La vita è un viaggio, cover

Propongo oggi uno spunto tratto dall’ultimo libro di Beppe Severgnini La vita è un viaggio, che mercoledì sera ho presentato a Bologna. Fra i temi che affronta – Atlante, Brevità, Empatia, Incoraggiamento, Insegnamento, Inseguimento, Irregolarità, Ispirazione, Paternità, Paura, Personalità, Politica, Precisione, Resilienza, Rinuncia, Rispetto, Semplicità, Sensualità, Servizio, Sipario – c’è l’Insegnamento, appunto. Che mi tocca nel profondo per ovvie ragioni. Cito un passaggio che esprime qualcosa che da sempre penso, sento, vivo, pratico. Severgnini si rivolge a un/a insegnante di scuola superiore, ma potrebbe rivolgersi con altrettanta efficacia a un/a docente universitario/a:

«Dica la verità. Voi insegnanti, proprio come noi giornalisti, siete spesso tentati di esclamare: “Non capiscono!”. Ma se chi sta di là non capisce – allievi o lettori, fa lo stesso – la colpa è sempre di chi sta di qua. Il fallimento di una classe è il fallimento di un insegnante: non ci sono eccezioni a questa regola. L’eccessiva severità maschera l’inadeguatezza. I professori cattivi sono, quasi sempre, cattivi professori. […] La severità, talvolta al limite del sadismo, non è una via d’uscita. Prima di giudicare, bisogna istruire. Prima di selezionare, occorre formare. Altrimento, come diceva Don Milani, “la scuola diventa un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.»

PS: Non sto facendo uno spot per il libro di Severgnini: non ne ha bisogno, visto che è già un bestseller.

16 risposte a “I professori cattivi sono, quasi sempre, cattivi professori

  1. concordo pienamente con Severnigni. Io sono stato un pessimo studente per colpa di una mia docente di liceo che mi ha fatto passare la voglia di studiare. Ho ripetuto diverse volte e non con Lei, l’esame di semiotica, disperato ad una presentazione di un libro presi in disparte il prof. Eco e gli chiesi dei consigli su come superare le prove e dei chiarimenti sulle sue teorie. Il prof. Eco da gran signore qual’è mi diede questi chiarimenti e mi disse “se lei non riesce a passare l’esame, si imbarchi su una nave come mozzo e lasci perdere l’università”. Piccolo particolare se fossi andato dalla mia docente a ricevimento a chiedere chiarimenti sulle teorie di Eco, questa mi avrebbe fatto accomodare fuori, il prof. Eco in persona invece ha conversato amabilmente.”Ergo concordo con la teoria di Severnigni e la ringrazio che l’abbia riportata.

  2. “Dica la verità. Voi insegnanti, proprio come noi giornalisti, siete spesso tentati di esclamare: “Non capiscono!””
    Cioè, fatemi capire: la professione del giornalismo porrebbe nel, e autorizzerebbe il, ruolo di snob di chi dice: “non capiscono”? Finora pensavo fosse il lettore quello tentato di esclamare circa i giornalisti che non capiscono quello che scrivono e che fingono di conoscere. Il mondo alla rovescia.
    Arriviamo ai professori e proviamo a spieghiare perché logicamente la stragrande maggioranza di loro sia pessima, e alle superiori e all’Università.
    Impostiamo subito un filtro: quanti sono i professori che scelgono fin dall’inizio della propria formazione di fare gli insegnanti delle superiori /università e non altro? Zero qualcosa. La maggior parte sceglie la professione come un ripiego di altre carriere non riuscite per i motivi più vari o affianca, per meri motivi economici, a un lavoro che già possiede quello dell’insegnamento. A livello universitario vige l’annosa commistione tra il ruolo del ricercatore e quello dell’insegnante e poiché si è pagati e ispirati per il ruolo del primo (in cui dovrebbe vivere il publish or perish) giocoforza al secondo si dedica quel che rimane in termini di talento, voglia, tempo – quando non si delega ai propri assistenti, figure tragiche in molti casi, e vere anticamere di frustrazione e repressione per sé e per gli altri.
    Messa così è evidente che se questa è la situazione non si può pretendere che la maggior parte del corpo insegnante sia lì per una chiamata di vocazione. L’alunno che incontra l’insegnante con le stigmate è un vero miracolato e tende a ricordare per tutta la vita il/la docente e/o la scuola tendendo all’idealizzazione con tanto di capital letter e peccando nel realismo.
    Con i professori che rimangono si possono istituire due grandi categorie dello spirito e della politica che si distinguono per il criterio di selezione adottato da ciascuno: chi vuole massimizzare la qualità del lavoro e chi la quantità delle promozioni.
    La prima categoria ritiene con disincanto che l’istruzione sia sempre inutile tranne i casi in cui è superflua. Di conseguenza aumenterà il carico di lavoro massimizzando l’istruzione dei migliori e darà per scontata una ineliminabile quota di soggetti (che non studierà, non capirà o dimenticherà comunque ciò che studia) rischiando il cinismo e definendola tempo perso per entrambi, professori, alunni somari e non.
    La seconda considera il successo dell’istruzione come la misura riuscita sull’ultimo della classe con tutto ciò che ne consegue e ritiene che un professore debba essere, severgninamente, un surrogato di un amico, di un assitente sociale, di un genitore, di un prete.
    Ora, è chiaro che la visione del professore ideale cambia a seconda del talento che si ha. Io ad esempio come professore sarei un sadico perché preferisco i sadici. Non vorrei essere ricordato nostalgicamente dagli alunni: vorrei che gli alunni ricordassero le cose che hanno studiato, non me con la mia vanità. Di conseguenza considero il miglior professore quello che odi e che ti dava da studiare dieci libri dove l’altro, amato lassista, era conteno se ne avevi letto uno. Ritengo gli alunni non come adulti e me ne frego del loro giudizio, che arbitrariamente e paternalisticamente riterrò maturo solo dopo una certa età detta della ragione. Infatti negli anni i professori che ho rivalutato sono quelli che all’epoca odiavo, e comunque erano quelli che torchiavano di più, canzonavano addirittura, ma così facendo pungolavano e mantenevano alto il numero di giri. In ogni caso se il sadico ti abitua alla durezza potrai sempre ritenere un lavoro al 50% come rilassante perché ti ha abituato di default a carichi elevati.
    Se invece sei un mediocre è inutile dare la colpa agli altri. Ed è inutile sopratutto per un sistema educativo sprecare energie per fare sentire a proprio agio il mediocre, a detrimento dei migliori. Insomma, la scuola è obbligatoria fino ai 15 anni e bisogna farsi una ragione che per alcuni i 16 sono una liberazione. Invece il diritto, e non il dovere, allo studio dovrebbe essere tutelato. È facile essere amati come professori e avere chi ti elegge a vate senza sapere davvero il perché. Molto più difficile come scommessa quella di essere dei duri sperando che la decantazione nell’alunno lo porti a capire in un giorno remoto che lavorare per lui implicava la durezza e la richiesta di un alto livello. In ogni caso senza la possibilità di farsi dire grazie dopo 30 anni passati.
    Così Severgnini può anche vendere i suoi libri ai mediocri falliti a cui concede, previo incasso, gli alibi per i fallimenti di una vita scolastica. Mediocri alunni, mediocri professori. Tutti convinti di essere tra i buoni.
    E tu, Cosenza, cosa pensi di essere davvero?

  3. Sono d’accordo con la citazione in quanto dal mio punto di vista, chi ha l’abitudine di umiliare gli altri ha sempre alle spalle un complesso d’inferiorità – chi si sente superiore non ha bisogno di dimostrare niente.
    Mi dispiace per Ugo ma ci sono un paio di insegnanti di questo tipo che NON sto affatto rivalutando, pur avendone compreso le difficoltà, anzi dato che porto ancora alcune cicatrici, mi hanno fornito un bell’esempio di come NON voglio essere con i miei studenti.
    D’altra parte è vero che stiamo cadendo nell’eccesso opposto, una corsa al ribasso nei contenuti per inseguire gli “analfabeti funzionali”, quando nella teoria i programmi ministeriali anticipano sempre di più i contenuti, mentre servirebbe proprio più tempo per insistere sulle basi: una mia amica maestra elementare mi accennava alle radici quadrate da fare alle elementari, spero di aver capito male, in ogni caso mi sembra una follia!!! Per non dire altro. Così i maestri di scuola primaria chiedono ai genitori di aiutare i figli nei compiti, e quest’abitudine alla tutela dei figli non viene più meno, con le conseguenze che vediamo ora all’università.
    E poi sulla selezione del personale… beh, da noi la SSIS ha funzionato molto bene finché è durata, ma diciamo che oggi la selezione dei candidati ha preso un aspetto da processo kafkiano che mi manda in difficoltà. Perché la serietà e la motivazione da parte di chi incomincia il percorso, si trova eccome.

  4. “PS: Non sto facendo uno spot per il libro di Severgnini: non ne ha bisogno, visto che è già un bestseller.”

    Excusatio non petita, accusatio manifesta. Lo spot l’hai già fatto mercoledì sera, Anche Severgnini ha fatto un favore a te, o meglio, la marchetta funziona così: tu, come anfitrione, gli presenti il libro a Bologna e così hai stabilito un contatto più duraturo, che spenderai alla prima occasione. Tipo rifinire dalla Gruber o in qualche altro talk show o articolo in cui ha potestà Severgnini. Apparire, aumentare i follower sui facebook della vita, rendere quindi più vendibile la tua immagine, la tua professione, i tuoi romanzi, i tuoi saggi.
    Non c’è nulla di male in tutto questo. A patto di renderlo esplicito, il che è incompatibile con un post scriptum come questo. Che poi tali operazioni di puro calcolo individualistico (tuo e di Severgnini) vengano inscenate sul tema del professore ideale, immaginando un mondo migliore e generoso dove i più possono essere meno cattivi in loro, e quindi meno competitivi tra loro, è un contrappasso che merita al minimo un po’ d’ironia.

  5. Dipende da che s’intende per “cattivo” e “buono”.
    Un professore che ti fa studiare molto, ti corregge senza risparmiarsi e senza farti sconti, e ti boccia se non raggiungi un livello di competenza adeguato, è un buon professore.
    Ottimo se fa tutto ciò con garbo.
    Eccellente se inoltre ti motiva a fare meglio, incoraggiandoti e valorizzando i tuoi progressi.

    Invece, il professore buono, che ti fa studiare poco, ti corregge al minimo sindacale, ti dà voti immeritatamente alti e non nega un 18 a nessuno, è pessimo.

    Aggiungerei che, nel sistema scolastico italiano, dove impegno e bravura nell’insegnare non sono premiati, né alle medie né all’Università, e la cialtroneria nell’insegnare non viene minimamente punita, la seconda opzione è molto più comoda per gli insegnanti.
    Parlo per esperienza, e in modo anche personalmente autocritico. (Ma il problema è sistemico, non personale.)

  6. La ragione non è mai da una parte sola…
    Sicuramente, come giustamente asserisce @Ben, bisogna chiarire bene cosa si intenda per “buoni” o “cattivi”. Di certo un professore severo ma disponibile alle spiegazioni, a motivare non ha bisogno di urlare, accusare gli altri se non capiscono… e dimostrarsi “severo”; un po’ di autocritica ci vuole sempre.
    Penso, tuttavia, che il focus, in questo contesto, si sia spostato perchè l’argomento non è tanto il buono o il cattivo o il severo o il permissivo; quanto l’utilizzo di una buona comunicazione per trasmettere i contenuti, sempre ammesso – appunto – che questi ci siano è fondamentali. Quanti professori autorevoli, pozzi di scienze non sono in grado di insegnare perchè incapaci di comunicare… di catturare l’attenzione, coinvolgere, motivare.
    Ecco dove sta il punto. E lo stesso dicasi per un’altra importantissima categoria: i genitori!!!
    Sono lori i primi nostri maestri di vita e, come dice Severgnini “L’eccessiva severità maschera l’inadeguatezza”.

  7. Non dimentichiamo che a voler massimizzare il numero delle promozioni sono, spesso, i dirigenti scolastici, terrorizzati da un possibile calo degli iscritti (e dalle minacce di tutto un mondo di genitori, avvocati e psicologi). In questo quadro, non stupisce che gli insegnanti severi abbiano cattiva fama. E che Severgnini sentenzi “Il fallimento di una classe è il fallimento di un insegnante: non ci sono eccezioni a questa regola”. Non ci sono eccezioni su quali basi?

  8. @Ugo
    Ammetto che è stata dura leggere il suo sproloquio di ovvietà e idiote supposizioni, vendute come dogmi di una frustrazione integralista. Lo sforzo è servito a raccogliere indizi per costruire l’identikit della sua codardìa paranoica.

    Ugo si prenda meno sul serio, davvero. Non sentiremo la mancanza dei suoi sermoni che nascondano un fallimento profondo in opere e omissioni.
    Ugo lei non è, non esiste. Cosa ha fatto nella sua vita?
    Ci mostri le ragioni del suo disprezzo per le donne e la sua aggressività nei confronti del pensiero leale e acuto di Giovanna.

    Ugo lei non è una donna, non è un professore, non è uno scrittore, non non è acuto, non è interessante, non è un personaggio pubblico, non è adorato da nessuno studente. Ugo lei è mediocre, di quella mediocrità che vede riflessa nella brillantezza degli altri.

  9. @Ben
    Ha qualcosa da rimproverarsi?
    Le assicuro che i suoi studenti sono sempre stati più lucidi e meno sistemici di lei. Eppure avrebbe potuto notarlo, non era difficile: sarebbe bastato scorgere i loro sguardi annoiati, i banchi vuoti e le aule semi deserte.
    Il sistema lo fanno le azioni dei singoli: alcuni azzardano e investono sugli studenti, si sforzano di capirli e aiutarli, altri preferiscono appisolarsi comodamente.

  10. Questo dibattito, partito da uno spunto interessante e meritevole di attenzione, che tra l’altro io condivido in minima parte, è diventato pieno di aggressività e di luoghi comuni. Mi dispiace che un problema come quello dell’insegnamento sia così deviante. La scuola oggi non ha molto a che vedere con quello che sono o vorrebbero essere i prof. La limitazione di risorse, la burocratizzazione dei compiti, il numero eccessivo degli studenti in classe, oltre che la limitata capacità dei dirigenti scolastici e la fuga dei genitori dalle loro responsabilità più vere ci ha portato in una situazione drammatica. Sfornare ogni anno un numero sempre maggiore di ragazzi/e destinati ad essere in breve analfabeti di ritorno è un peso che diventa sempre più pesante e non può essere messo solo sulle spalle di un docente. Severo o democratico che sia.

  11. Il discorso su “se non ti capiscono ti sei spiegato male” me lo faccio sempre. Ma me lo sono fatto troppo. A volte vedi che il tuo interlocutore viaggia nella sua vita a “ma secondo me” e “si ma io intendevo che”, con cose che nulla hanno a che fare con un riferimento oggettivo alla realtà né con un linguaggio comune.

    I “si ma secondo me” sostituiscono anni di scienza.
    Gli “io intendevo che” sostituiscono l’italiano con l’intendevochese: il termine “rosso” con un “io intendevo che” diventa verde. Allora hai voglia ad esami di coscienza in cui sei tu che non ti sai spiegare.

    Se poi parliamo della famosa regola secondo la quale dovresti rendere interessante la materia… oh, ma se non ti interessava che cazzo ci sei venuto a fare qui? – mi chiedo sempre io.

    Ma in effetti io insegno solo materie molto specifiche non da scuola dell’obbligo… io sono appassionato e mi interessa, ma se mi trovo un uditorio che si fa i fatti suoi io non faccio il pagliaccio per loro. Lo faccio per chi è interessato e non capisce, lo faccio per chi è ultra interessato per alleggerirgli le cose più dure, lo faccio per non ripetere per la sesta volta una cosa allo stesso modo. Ma se uno deve essere convinto non si accorge di quali orrende alternative ci siano alla sua svogliatezza: quello lo deve capire da solo, non voglio che sia mio compito.

  12. @Giulio
    Yawnnnnnnnnnnnn, che noia i cani (da guardia) come lei. Abbai pure e non tema, non le farò niente: sono un animalista.

  13. @Ugo
    Tenga al guinzaglio la sua inutile superbia e prima di sproloquiare ricordi: cave canem!

  14. Giulio mostra di avermi identificato e critica il mio operato di docente, in modo sgradevolmente opaco, dato che molti lettori del blog non possono sapere a chi si stia riferendo.
    Rimedio dichiarandomi, sai che coraggio🙂 : sono Fabrizio Bercelli, insegnavo a Comunicazione, Bologna.

  15. @Ben
    Ti ha identificato per via del tuo gravatar, ma chiaramente è uno che a Comunicazione ci lavora(va) e qui l’abbiamo conosciuto solo per la dichiarazione d’amore diabetico di cui Cosenza non colse il ridicolo https://giovannacosenza.wordpress.com/2014/02/10/stasera-mi-butto-un-lettore-scrive/#comments
    Quanto a me non si capisce cosa possa sapere della mia vita o della mia professione, visto che il mio gravatar è invece muto e tale deve continuare a restare. Dici che dovrei spedirgli il mio 740, Ben?

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