A Claudia (27 anni, laurea, master, contratti a progetto) ora propongono l’ennesimo tirocinio. Cosa fa il governo per lei?

Non tutti gli stage finiscono male. Alcuni proseguono

Mi scrive Claudia (nome fittizio):

«Cara prof, sono stata per anni una sua studentessa, l’ho conosciuta da vicino e so che è sensibile a temi quali tirocinio, sfruttamento delle idee e del lavoro. Le scrivo per raccontarle un po’ la mia esperienza, mi farebbe piacere avere un suo parere. Dopo una laurea magistrale, un master, diversi tirocini curriculari e post formazione, tre anni fa sono arrivata finalmente alla firma di un contratto a progetto. Seppur fittizio, come si usa fare, ero felice perché pensavo di aver superato quel maledetto ostacolo chiamato stage, invece mi sbagliavo. Con due anni e mezzo di lavoro alle spalle e cinque mesi a casa a cercarne uno nuovo, a marzo mi viene offerto un tirocinio (again). All’inizio ero in dubbio se accettare o meno ma, dopo un periodo grigio passato da disoccupata, ho deciso di partire per rimettermi in pista. Le prime settimane sono passate lisce ma, con il passare del tempo, ho capito che anche questo contratto sarebbe stato una farsa, uno dei soliti “pago un tirocinante ma pretendo un dipendente”. Non sto a scendere nei particolari, sarebbero troppi, le chiedo solo: quando le aziende capiranno che così facendo sono loro le prime a rimetterci? Quando si inizierà a dare valore alle persone e alle idee invece di badare solamente ai soldi spesi (e non investiti)?

Io, dopo questa esperienza, ho deciso che non mi accontenterò più, ho deciso che a 27 anni passati voglio essere rispettata per poter crescere professionalmente, pur sapendo che, così facendo, potrei rischiare di rimanere disoccupata per lungo tempo. In tutto questo, però, due sono le cose che mi dispiacciono di più: aver pensato spesso di essere in torto e vedere alcuni miei coetanei (ancora studenti) già rassegnati, già vinti dalla logica del “beh, meglio pochissimi euro in tasca piuttosto che anni a casa a fare niente”.

Io invece sono stanca, credo che tutti gli investimenti e tutta la fatica fatta per prendere i famosi pezzi di carta debbano iniziare a essere riconosciuti, pensa sia presuntuosa? Per ora la ringrazio, spero di leggere presto un suo commento. Buon lavoro, Claudia»

Cara Claudia, non sei affatto presuntuosa, anzi il contrario: ti ricordo come una ragazza intelligente, preparata, capace. Il primo commento che mi viene è in realtà una domanda: poiché, facendo i conti, dovrebbero essere passati più di dodici mesi dal tuo ultimo percorso formativo, in quale legge regionale è stato inquadrato il tuo ultimo tirocinio extracurricolare? (non so dove tu viva ora). E cioè: a quale inghippo legale (fatta la legge, trovato l’inganno) si è attaccata l’azienda, per proporti un tirocinio extracurricolare? Vedi ad esempio questo articolo sulla Repubblica degli stagisti. Anche il mio secondo commento è una domanda, perché davvero non l’ho ancora capito: cosa prevede, in concreto e a breve, il governo Renzi per evitare la precarizzazione esasperante che la storia di Claudia (una per tutte) rappresenta? Jobs Act? Altre diavolerie?

25 risposte a “A Claudia (27 anni, laurea, master, contratti a progetto) ora propongono l’ennesimo tirocinio. Cosa fa il governo per lei?

  1. Il tirocinio anche a me l’hanno proposto, se si è iscritti al collocamento passa come di tirocinio di (re)inserimento ed il rimborso spese è di 450 euro. Durata max 1 anno e non prorogabile.

    Anche a me, stesse esperienze di Claudia della quale una in una grandissima azienda, prima tirocini curriculari, poi formativi, poi contratti a progetto… poi collaborazioni occasionali e ora sto per passare ad una nuova azienda che mi offre tirocinio di (re)inserimento previa iscrizione al collocalemnto… La penso come Claudia, la prima offerta era di 450 euro per 1 anno 40 ore, ho rifiutato e ho contrattato, sono arrivato ad una durata di 3 mesi, stesso rimborso spese ma 25 ore settimanali.

    La motivazione che mi ha portato a rifiutare la prima offerta è stata molto semplice mi sono chiesto che senso aveva “investire” il mio tempo per un’azienda che non era disposta ad “investire” su di me.

  2. Cara Claudia, come ti capisco!
    Ho anche io 27 anni, tanta esperienza, laurea triennale e magistrale.. ma le uniche proposte di lavoro sono in realtà solo tirocini, mal pagati e full time. Io, come te, ho deciso di non cedere, di non accettare questo sfruttamento, di non essere l’ennesimo precedente, e permettere alle aziende di approfittarsi di noi. Tuttavia questo mio comportamento mi ha allontanata dal mio campo di studi, portandomi a fare tutt’altro.
    Un compromesso che sono disposta ad accettare, anzi costretta, perché le rate della macchina non si pagano con un “rimborso spese, e 5€ per il panino”.

  3. “Anche il mio secondo commento è una domanda, perché davvero non l’ho ancora capito: cosa prevede, in concreto e a breve, il governo Renzi per evitare la precarizzazione esasperante che la storia di Claudia (una per tutte) rappresenta? Jobs Act? Altre diavolerie?”

    La chiusura di molti corsi inutili e l’obbligatorietà di un numero chiuso iperselettivo coordinato a livello nazionale costituirebbero un elemento di necessità per la soluzione della precarizzazione, la migliore garanzia di futuro per qualunque studente serio, ma un governo Renzi-PD si cui un bacino elettorale di riferimento è quello degli insegnanti non lo farà mai. Quanto al perché della precarizzazione è talmente semplice da essere offensivo ricordarlo: c’è quando l’offerta è superiore alla domanda; c’è quando le tue competenze non sono rilevanti nel mercato del lavoro e possono essere facilmente rimpiazzate senza costi aggiuntivi per l’azienda. Perciò un precario è sempre colpevole delle proprie scelte sbagliate. Cosa potrebbe mai fare il governo a riguardo se le tue competenze non hanno granché valore di mercato?
    Il miglior consiglio è altrettanto semplice: sul lungo periodo saremo tutti morti, quindi se vuoi un lavoro accetti quel che c’è senza pretendere di trovare quello che ti piace e se hai un dottorato in ergodica e trovi solo un posto per aiuto macellaio, beh, sei liberissimo di campare d’aria e non lavorare. D’altronde il diritto costituzionale al lavoro non deve essere confuso col diritto al lavoro che vorremmo: quello occorre conquistarselo coi denti ed è patetico che Cosenza chieda al governo risposte sul precariato quando anch’essa contribuisce a un sistema che lo produce.
    Se poi questo atteggiamento lo si rifiuta dopo anni spesi (letteralmente) nell’affastellare competenze autoreferenziali ci si vada a sfogare davanti alle sedi universitarie opportune (e opportuniste) di coloro che per guadagnare ieri, attraverso di te, il proprio stipendio hanno impedito che oggi e domani tu ne potessi avere uno.
    L’aggravante più triste, nonché responsabilità imperdonabile, rimane quella di aver prodotto aspettative irrealizzabili in tutti questi (ex) studenti e prima lo si capisce prima si troverà la serenità. Invece ci si confina in un limbo credendosi sprecati, sfruttati, mal pagati. E non si capisce che nel lavoro privato si è pagati per quel che vale il nostro lavoro, per la facilità con cui si può o meno essere rimpiazzati. E se ti pagano così vuol dire che le tue competenze valgono così, che si abbia o no la laurea magistrale, il master o tutti gli ammennicoli vari che possono venire in mente e con cui lo studente è stato turlupinato credendo che continuare a innaffiare una pianta morta aumentasse la possibilità di venderla in futuro. Se così non fosse le imprese farebbero ponti d’oro per tenere il valente lavoratore e l’ultima cosa che farebbero sarebbe lasciarselo sfuggire, no? Ci si convinca invece che un precario è colui che ha pagato troppo in termini di tempo e denaro per essere assimilato nel mondo del lavoro a un cameriere, a un inserviente, a un impiegato delle pulizie il cui lavoro è diginitosissimo ma viene retribuito in quel modo perché la sostituibilità è immeidata e a costo zero per il datoee di lavoro. Papale papale.
    Talmente semplice che dovrebbe arrivarci anche Cosenza che invece continua a fare training autogeno agli ex studenti. Ma il principio di Sinclair vale ancora una volta e ancora una volta lo ribadiamo: difficile far capire qualcosa a qualcuno quando il suo stipendio dipende appunto dal non capirla.

  4. Ho la sensazione che di nuovo (di questo argomento ne abbiamo parlato tanto) non si voglia comprendere come sia fatto questo mondo, riassumo.
    1) Le leggi, né quella di Sacconi, Fornero e oggi Renzi sono adeguate sia a contrastare lo sfruttamento, sia ad agevolare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Continuiamo a restare su barricate ideologiche assurde come se fossimo ancora negli anni 80′.
    2) Indipendentemente dalle regole vorrei sapere chi le fa rispettare. L’ispettorato del lavoro? La polizia? Chi? In tutti i paesi civilizzati chi non rispetta le regole viene PUNITO! Se non si parte dalla certezza della “pena” di chi sfrutta il lavoratore non si possono fare leggi o regole utili hai giovani.
    Da Claudia vorrei sapere cosa crede che la fatica fatta per “prendere i pezzi di carta” conti davvero per un imprenditore, sei certa di avere le caratteristiche per essere assunta a tempo determinato? Non ce l’ho con te, ma occorre sviluppare il concetto di .. intelligente, preparata, capace .. con cui Giovanna ti ricorda. Preparata per cosa? Ad un imprenditore servono giovani a 2 livelli:
    A – disposti umilmente ad imparare quello che faranno in azienda, con dedizione, flessibilità e costanza, pagati con un rimborso spese perché “insegnare” costa tempo e denaro.
    B – Preparati per produrre quanto sia almeno sufficiente a pagare il loro stipendio, ricordo che un lavoratore a tempo indeterminato costa all’impresa il 106% in media di più del netto che percepisce e se lavora nel settore della comunicazione ha diritto ad avere 27 gg di ferie pagate, 7 festività, e se per caso si ammala e va in ospedale l’INPS rimborsa solo 2 quinti dello stipendio. Alla faccia del welfare.
    Immaginiamo quindi che Claudia o AP (il cui motivazioni sono legittime e io non sono in grado di giudicare se siano giustificate) vengano assunte come “comunicatrici” a tempo indeterminato in una azienda che deve obbligatoriamente assumerle al 4° livello con 14 mensilità ad uno stipendio netto di circa 18.000 € anno (contratto nazionale). All’impresa costerà circa 33.000 €. Immaginiamo che l’impresa sia un’agenzia di pubblicità come la mia, che mediamente ha margini operativi lordi intorno al 10%, questo significa che per pagare Claudia deve fatturarne oltre 300.000. Oggi un compenso di 300.000 € è mediamente dovuto ad una agenzia che presti servizi per un budget di 7-10 milioni di €. Facile? NO, NON PIU’ DA ANNI.
    Questo è il mondo reale dove i ragazzi dovranno vivere e speriamo prosperare. Ai miei figli ho consigliato di non essere presuntuosi di andare ovunque possano ad imparare umilmente tutto quello che possono perché l’Università non insegna quasi mai ciò di cui hanno bisogno le imprese. Claudia probabilmente non la pensa così, e forse ha ragione, forse è davvero preparata e la sua esperienza è frutto di imprenditori sfruttatori e regole sbagliate, ma una cosa è certa, almeno nelle aziende che si occupano di comunicazione, i ragazzi non sono affatto pronti, quando va bene affrontano con dedizione e umiltà gli anni di formazione e le aziende serie investono molto su di loro anche se rimborsano 500 € al mese. Se sono invece “pronti” debbono trovare imprese che necessitino di quelle abilità. Ci sono? Quante rispetto ai laureati? Le aziende serie non sono cretine, investono sui ragazzi disposti ad imparare e a mettere in luce il loro talento, ovviamente nei limiti dei loro budget.

  5. Ugo,
    mi limito solo a dire che concordo in pieno quello che ha scritto. Non mi posso dilungare molto perche’ sono al lavoro.
    Aggiungo solo che ogni singolo studente dovrebbe capire se conviene andare a “studiare” cose che poi nella vita di tutti I giorni non servono a nulla e continuare con la negativita’ del “ohhh mamma… ohh mamma, non trovo lavoro e pure ho tre master a dieci lauree” oppure rimboccarsi le maniche e andare a gudagnarsi il pane come fanno tutte le persone normali al mondo.
    Io inizierei con chiudere alcune facolta’ che nella vita reale servono solo a far indebitare I genitori e a far credere agli student che diventaranno tutti direttori di comunicazione, marketing managers, direttori general etc…

    Giovanni

  6. Eh come la capisco…sto per fare trent’anni e sto finendo proprio un tirocinio. Laurea, laurea magistrale in comunicazione, poi 3 anni di lavoro a progetto, tanta esperienza accumulata. La voglia di ripartire di ricominciare, il sacrificio con un master e ora? ora resta la speranza e il desiderio di essere sempre ottimisti…

  7. Io non sono d’accordo che nel privato si è pagati per quanto vale il lavoro, ma sicuramente per la facilità con cui si può venir rimpiazzati a costo sempre minore, questo sì.
    Però, oh, mi pare ben chiaro, ma proprio chiaro-chiaro che Matteo Renzi ha in mente un mercato del lavoro altamente flessibile, dinamico, che si traduce in meno lavoro a tempo indeterminato e più mobilità, contratti “atipici”, e sempre pagati poco. Nella fattispecie e duole dirlo, a menoche lo studente che si occupa di comunicazione non sia un genio col talento che gli esce dai pori, sarà, vista l’abbondanza sul mercato, facilmente rimpiazzabile. Siccome era chiaro che il concetto è “se è felice l’azienda e guadagna di più allora assumerà più gente” senza capire che quel'”assumerà più gente” significa pasti più piccoli ma frequenti, come con la gastrite..allora se era, come era, chiaro l’ambaradan e visto che i giovani , pare in massa, hanno votato Renzi e la sua ricetta, ora che gli dobbiamo fare?

  8. Caro PierDanio Forni, per quanto riguarda la formazione, sono d’accordo con te, il tirocinio è importante perché serve a formare la persona.. discorso ben diverso è per chi assume un tirocinante senza offrirgli formazione ma pretendendo tutto da lui.

    Sono d’accordo anche sul fatto che serve tantissima umiltà nel mondo del lavoro, soprattutto per i giovani, purtroppo molti escono dall’università con una spocchia incredibile.

    La penso come te anche sul fatto che gli imprenditori seri non sono cretini, se trovano il giovane bravo se lo tengono stretto, hai ragione da vendere…

    Il problema sai dov’è? In quel “Nei limiti del loro budget” sai cosa significa spesso? Consulenza e partita iva per il giovane brillante.

    Secondo te è giusto che dopo un tirocinio di un anno a 450 euro, al giovane viene prospettata una partita iva da 1250 euro mensili lordi con orario d’ufficio 9-18 + straordinari e week end non pagati (0 malattia e 0 ferie) in barba a tutte le regole (e sicuramente a discapito della produttività).

    Se una web agency non può permettersi un dipendente bravo significa che il fatturato che ha gli basta per far lavorare i soli soci fondatori e i dipendenti che ha già in organico…. se si finisce sotto organico ma non ci si può permettere di assumere il giovane brillante allora l’azienda deve aumentare i prezzi dei propri servizi. E se l’azienda perde i clienti? Vorrà dire che chi resterà a lavorare sarà felice di avere uno stipendio giusto ed un contratto tutelato. Il giovane brillante magari si aprirà una propria start up e sicuramente sarà felice di guadagnare meno ma per qualcosa che è suo ed in cui crede anziché lavorare con partita iva sottopagato per qualcun altro.

  9. “cosa prevede, in concreto e a breve, il governo Renzi per evitare la precarizzazione esasperante che la storia di Claudia (una per tutte) rappresenta? Jobs Act? Altre diavolerie?” (Giovanna Cosenza)

    Otre all’amara e ovvia medicina indicata da Ugo (con aggiunte sgradevoli anche perché inutili), un’altra risposta altrettanto vergognosamente ovvia è: crescita economica.

    Però il governo italiano, nel contesto europeo e mondiale in cui opera, e col debito pubblico che si ritrova, non può spingere direttamente la crescita con investimenti statali, se non marginalmente.
    Allora cos’altro può fare?

    Altrettanto ovviamente, come molti sanno e dicono, favorire gli investimenti privati, italiani e non, per una via indiretta, cioè modernizzando il sistema italiano: pubblica amministrazione, fisco, enti locali, giustizia, mercato del lavoro, scuola. Un enorme lavoro che sarebbe principalmente un lavoro di semplificazione e snellimento.

    Basterebbe che facesse davvero, nel giro di alcuni anni, ma cominciando adesso, ciò che Renzi e altri dicono di voler fare.
    Difficile che ci riescano, data la base sociale del PD: dipendenti statali, lavoratori anziani garantiti, pensionati.
    Però chissà, impossibile non è, e le pressioni esterne, economiche e politiche, potrebbero aiutare.

    Sarebbe comunque un rimedio a medio e lungo termine, rimedi a breve non ce ne sono.
    Quelli proposti dai dilettanti sono illusori, come sempre nelle situazioni molto complesse.

  10. Non vuoi il tirocinio? C’è ne sono altri mille dietro la porta pronti a prendere il tuo posto. Avete voluto la bicicletta facendo immatricolare migliaia di giovani l’anno nei corsi in Comunicazione, beh ora i laureati in Comunicazione devono pedalare (purtroppo). Mettete il numero chiusto (non più di 50 l’anno nella triennale) e vedrete che qualcosa cambierà

  11. AP, nel nostro paese nulla è facile e non lo è mai stato. Nei limiti del loro budget ha il significato della responsabilità imprenditoriale. Negli anni 70 senza praticamente regole avevamo sempre 3 o 4 ragazzi/e in agenzia che allegramente lavoravano e imparavano, sicuri che avrebbero avuto un lavoro, anche bello. Quell’epoca è finita. Adesso il problema principale è sopravvivere, senza aiuti da parte di nessuno, con una concorrenza spietata, dove i primi a non pagare sono proprio le aziende pubbliche. Le aziende pubbliche che fanno delle boiate pazzesche con le solite clientele di partito facendo lavorare dei dilettanti allo sbaraglio invece che professionisti. Lo sai perché? Perché sono degli ignoranti non ci capiscono una minchia per primi, come possono commissionare un lavoro. Senza nuova linfa non c’é futuro, senza formare nuovi giovani non c’é futuro, è quindi indispensabile investire, vallo a dire alle banche o all’ufficio dell’Impiego della Regione E.R. i cui funzionari ritengono che dopo un tirocinio di 3 mesi fatto presso l’ufficio stampa del Sant’Orsola tu possa tranquillamente fare il copyright in pubblicità. Lo credono perché leggono i documenti dove c’é scritto: tirocinio per la pubblicità dell’ASL ufficio URP. Rendiamoci conto che questi politici, funzionari, sindacalisti, non sanno di cosa parlano quando si tratta del nostro lavoro e mi pare anche di molti altri.

  12. e intanto noi comunicatori non possiamo accedere neanche al TFA, le aziende (per quei pochi “fortunati” che lavorano) sfruttano e nella Pubblica Amministrazione e nella Pubblica Istruzione, tranne rarissimi casi, non possiamo accedere. Forse sarebbe necessario un tavolo fra rappresentati dei corsi di laurea in Comunicazione, Ministero del Lavoro e Ministero della Pubblica Istruzione per discutere seriamente del futuro dei laureati in comunicazione.

  13. Pier Danio Forni, concordo su tutto quello che dici… ma se i tempi sono cambiati non significa che ora sia legittimo lo sfruttamento, se un’azienda non può assumere per me non deve assumere punto e basta. Se un’azienda può assumere, rispetti la dignità del lavoro.

  14. Caro Ugo, vorrei sapere che lavoro fa lei, per parlare così “bene”.
    E anche a tutti i commenti sotto di frasi fatte sentite milioni di volte “sull’utilità di studiare/studiare una determinata materia”, sui “tempi che sono cambiati” e bla bla di discorsi fatti il più delle volte da chi non ha studiato oppure lavora a tempo più o meno indeterminato e le cose dalla vita le ha già avute. Perché altrimenti, giuro, non mi spiego questo prolificare di chiacchiere che non hanno idea evidentemente di come si sta a trent’anni senza un lavoro (qualsiasi), dipendendo ancora dai genitori, dopo aver investito soldi-tempo-voglia nell’istruzione, con il dubbio che si insinua dentro di te sul fatto che se non ti assumono neanche per fare la cameriera forse davvero non vali niente. Sarò una “giovane” ancora utopica nel pensare che l’istruzione e la cultura sono tutto e che il problema sia “la dignità umana” del lavoro, non certo la mobilità, ma tant’è…
    In ultima, non ho studiato Scienza della Comunicazione (che comunque ritengo una materia fondamentale per comprendere la nostra società attuale), ho studiato un’altra cosa inutile per molti. Storia dell’Arte Contemporanea.

  15. Lo sfruttamento va punito. Ma in Italia non succede e questo ovviamente lo legittima. Non sono d’accordo con dividere in bianco e nero un tema che ha invece moltissime sfumature. Vi sono imprese che non assumono perché il costo della formazione è troppo alto; sbassarlo significherebbe più assunzioni. Altre non assumono perché manca flessibilità, ti faccio un esempio nel nostro settore. Una tua collega con un master in giornalismo ha un’incarico mensile per scrivere e diffondere un C.S.. Tempo lavoro richiesto 4/5 gg. Per farlo ha preso la partita IVA, poi con la legge Fornero ha dovuto smettere perché il compenso era il 100% del complessivo (non avendo trovato lavoro faceva solo quello). L’impresa ha dovuto rivolgersi ad una azienda NSC di PR di 3 signori (tutti soci) che lavorano senza un solo dipendente. La ragazza adesso è disoccupata perché hanno regolamentato le partite IVA che producevano sfruttamento. Adesso lo sfruttatore c’é ancora e in più gli altri non lavorano.

  16. Io ho vissuto una storia simile a quella di claudia e mi spiace leggere continui attacchi a comunicazione e a persone che, fin dall’inizio, hanno creduto di poter iniziare un percorso di vita e lavorativo. Io sono entrata orgogliosamente a SdC di Bologna dopo aver superato un test d’ingresso, ho finito gli esami in tempo ogni anno e mi sono laureata in corso. Ho sempre affrontato tutti i tirocini e gli stage con il sorriso, avevo sete di imparare come funzionava davvero “fuori”, e, nel frattempo, ho sempre lavorato. Risultato? Continuo a trovare aziende che avrebbero bisogno delle mie competenze, aziende che il lavoro ce l’hanno, ma che non hanno la voglia di investire tempo e risorse per formare una persona e farla crescere, aziende che “pretendono un dipendente ma pagano un tirocinante”. Al contrario, ci sono sempre più aziende che offrono lavori precari, aziende che fino all’ultimo giorno ti assicurano che il rapporto proseguirà e poi alla fine ti congedano con una pacca sulla spalla. Non è questione di accontentarsi o meno, credo che si debba essere umili e che oggigiorno il lavoro perfetto sia molto difficile da trovare, è che finchè dall’altra parte non si troveranno imprenditori intelligenti si andrà avanti così. Io sono d’accordo con claudia, è ora di dire basta.

  17. Ciao a tutti.
    Ho letto l’articolo con attenzione e mi rivedo in alcune cose. Anch’io ho 27 anni, anch’io un percorso di triennale, specialistica in comunicazione e master in marketing. Anch’io ho conosciuto Giovanna alla triennale e ancora conservo i suoi consigli ed è un piacere tornare indietro, ai ricordi universitari. Anch’io ho fatto 2 stage, prima in azienda, poi in agenzia di comunicazione. Poi ho ricevuto il mio primo contratto a progetto e dopo aver fatto un po’ di esperienza ho voluto cambiare.
    Ho cercato lavoro, costruendomi da sola il CV come si suol dire, facendo tesoro delle esperienze buone, prendendo il meglio dal lavoro che mi impegnava molto e mi gratificava poco. Avevo smesso di imparare e prendevo 1000 euro al mese che a Milano valgono ben poco.

    Fortunatamente ho cambiato lavoro, ma dopo qualche mese, aver affrontato un trasferimento e aver sbattuto la testa con la realtà italiana (quella con cui mi sono scontrata io) fatta di aziende spesso incancrenite e vecchie, poco propense all’innovazione e dove i giovani non hanno possibilità di imparare.

    Quello che ho notato io, nei 3 diversi percorsi post laurea che ho fatto in Italia, è quanto sia difficile trovare un lavoro serio per chi è bravo e ha voglia di approfondire la conoscenza nel campo. Oltre a questo, è difficile trovare un luogo flessibile, che investe sulle persone che ha bordo. Manca questa cultura dell’employer branding e molto altro. Tutti i valori, l’etica, la base del marketing che ho imparato in anni di studio, difficilmente li ho trovati a lavoro. In Italia.

    Poi ho deciso di provare a cambiare Paese. Io ce l’ho fatta. Adesso mi trovo in una multinazionale americana che mi ha assunto con un CONTRATTO INDETERMINATO da subito. Si tratta della mia prima esperienza all’estero, nessuno ha segnalato il mio CV. Ho solo buttato a terra il CV, quello vecchio, in italiano, e ne ho rifatto uno in inglese. Ho puntato a un obiettivo e sono riuscita. Mi sento di dare questo consiglio a tutti, a chi come me ha un percorso simile, a chi ha scelto di studiare comunicazione. Detesto leggere frasi come “Comunucazione=scienze delle merendine” oppure “ho solo preso un pezzo di carta con questa laurea”. Io non la vedo in questo modo, ma posso comprendere il punto di vista di chi a un certo punto ha deciso di cambiare strada. Io penso, semplicemente, che chi ama questo lavoro, chi ha investito tanto, non puo’ permettersi di cambiare strada.
    Resistete, ragazzi e studiate, approfondite, leggete qualsiasi cosa. Specializzatevi in un campo e se avete modo di farlo, andate all’estero, o almeno, provateci.

  18. Condivido la tesi di Foodiana sulla differenza culturale (imprenditoriale) che c’é tra il nostro paese e altri, in particolare nel marketing. Il gap tra noi e gli USA o UK è sempre stato notevole a causa della difficoltà di comunicazione con cui si muovevano le idee (spazio-tempo). Difficoltà che nell’era del web si sono annullate. Oggi un chirurgo può conoscere una nuova metodica pochi giorni dopo la sua applicazione in Australia, in comunicazione pure. Perché il nostro gap, già notevole negli anni 70′ è diventato abissale nonostante il WEB? L’Italia è bloccata da almeno 20 anni, l’impresa assistita, il controllo dello stato sulle maggiori aziende del paese, una politica dissennata che non vede più in la del suo naso, ha bloccato la concorrenza, quindi la cultura della meritocrazia e delle discipline cosiddette immateriali. Nel governo precedente avevamo un ministro delle politiche economiche che ha candidamente affermato di non usare le e-mail. Debbo dire però che la stessa cosa, per motivi diversi, è accaduta anche all’Università. Anch’io detesto la frase “Comunicazione=scienze delle merendine” ma debbo dire che le facoltà non sono tutte uguali e quelle che funzionano meglio lo devono solo all’impegno degli insegnanti non certo del sistema. Foodiana ha ragione, ma perché i nostri figli debbono andare e restare all’estero. Andare per vedere constatare, imparare è una cosa, restare perché lì ci sono opportunità e qui no è un’altra. Perché tra due ragazzi che studiano quello che voglia imparare a fare il pubblicitario debba andare al NABA di Milano e spendere 12.000 di sola retta, mentre un’altro che ha scelto Londra riceve dallo stato inglese un prestito (stundent loan) che rimborserà quando andrà a lavorare? Forse noi paghiamo meno tasse? L’arretratezza credo non sia colmabile se non tra parecchi decenni. Coraggio ragazzi.

  19. Certo che consigliare ai ragazzi di non studiare “inutilmente” riflette proprio la mentalità miope di questo paese. Si riversa sui giovani la responsabilità di uno Stato che non investe in risorse per progredire, anzi taglia proprio su quelle per tirare a campare. C’è più offerta che domanda perchè le aziende stanno morendo d’inedia, perchè non si fa innovazione, perchè le tasse aumentano in proporzione a quanti le evadono, perchè chi ruba (tempo e denaro) non viene mai punito e ingrassa a discapito degli altri. Si invitano i giovani a non essere pretenziosi. Ditemi, quando tutti saranno camerieri o braccianti e le aziende, i ristoranti, le imprese agricole, le fabbriche continueranno a chiudere, perchè il problema è strutturale, cosa ci inventeremo?

  20. Di tutto quanto scritto dai commentatori salvo solo l’ultima riga del commento di Alice: “perché il problema è strutturale”. Eppure, sia dal post che dai commenti questo non si evince. C’è tutto questo domandarsi:”ma come mai! Ma com’è possibile che quello che funzionava prima, oggi non funziona più? Da cosa dipende tutta questa cattiveria, questa volontà punitiva nei confronti di tanti gggiovani, preparati come mai prima d’ora, pieni d’esperienza –c’è più d’uno che lo afferma, nonostante si lamenti per non aver imparato nulla dalle prove precarie di lavoro– e di abnegazione.
    Mi pare che il problema risieda nei formatori, nella loro incapacità di capire il proprio tempo. Non siamo i partecipanti a una staffetta, non stiamo passando semplicemente il testimone, correndo un po’ più veloci di chi ci ha preceduti. Occorrerebbe il coraggio di dire che “scienze della comunicazione” in tempi come questi (per citare Pericoli e Pirella) non ha lo stesso senso che aveva quando Giovanna Cosenza era una studentessa di buone speranze. Le speranze sono finite. I rendimenti delle strutture complesse sono decrescenti e non sono in grado, nonostante le cagate di Renzi, di dare risposte adeguate alla domanda. E allora? Beh, non basta prendere un malox, il male al pancino non passa con una pastiglia. Se il corso di studi e la laurea vi hanno dato gli strumenti analitici, utilizzateli per capire come ritornare coi piedi per terra, su questa terra, non su quel pianeta fantastico che prima di tutto i vostri genitori, poi gli insegnanti, vi hanno fatto abitare sinora.

  21. @as (“è ora di dire basta”).
    Beh, dire basta di per sé non risolve un gran che, avendo molta disoccupazione come avendo mal di denti.
    In entrambi i casi, quel che serve è la cura adatta, che può essere contro-intuitiva e momentaneamente dolorosa.
    (Inoltre, la cura della disoccupazione è molto più complessa di quella del mal di denti e richiede una competenza tecnica molto maggiore.)

    @alice
    Idem: se “le aziende stanno morendo d’inedia” ecc., il rimedio è complicato.
    Lo “Stato non investe…”, d’accordo. Prova a fare i conti, anche a solo a spanne, cioè a decine di miliardi di euro, su dove togliere e dove mettere, e vedrai che la soluzione comporta grossi sacrifici per qualche milione di italiani, incluso me che sono un pensionato benestante.
    Io ci starei, anche nell’interesse dei miei figli, ma la maggioranza degli italiani sembra ancora riluttante a misure drastiche, oppure fantastica soluzioni illusorie, tipo uscita dall’euro e reddito di cittadinanza.

    Le soluzioni ci sono, ma sono, ripeto, complicate, contro-intuitive e momentaneamente dolorose almeno per i ceti medi, cioè a spanne le famiglie con un reddito netto complessivo superiore ai 2000 euro al mese.

    Insisto a dire queste cose per contribuire, al mio infimo livello, a trasformare la vostra rabbia e la vostra indignazione, comprensibilissime, in una reazione politica operativa ed efficace.
    Sulle soluzioni individuali, poi, vale quanto scrivono Pier Danio e Foodiana.

  22. Ci ho pensato un po’, e poi e ho deciso di non essere ipocrita, e di suonare un po’ la musica da parte dell’azienda. Di recente mi sono trovata nella seguente situazione: dipendente scansafatiche praticamente impossibile da cacciare in breve tempo, lavoro da fare, niente budget per assumere. Il dipartimento delle Risorse Umane mi propone uno stagista per 6 mesi + 6 mesi di contratto a termine… Ho trovato un ragazzo bravo, impegnato, serio, preparato… magari me lo potessi tenere. Invece i 12 mesi stanno per finire, quindi gli ho dovuto, con qualche mese di anticipo sulla scadenza, e con il rischio di perderlo anche in anticipo, dirgli che posto per lui non ne ho. Sono sicura che lui lavorando in una multinazionale qualcosa abbia imparato, lui stesso lo dice, ed io senza di lui non so come avrei fatto. Del resto ragazzi, le aziende non fanno filantropia, mai, neanche quando lo fanno credere.
    Quello che è certo è che se domani avessi i fondi, lo richiamerei di corsa. Ah, parliamo di un giovane laureato in economia, quindi temo che, ahimè, la situazione non cambi molto da facoltà a facoltà.
    Detto questo, sono contenta che lui abbia deciso di fare l’Università, e non il cameriere al Billionaire

  23. Alcune lamentazioni -in altri tempi sacrosante- non mi paiono dissimili dalle richieste che facevate da bambini saltellando e indicando la tivù, lo voglio lo voglio, all’apparire del nuovo giocattolo del momento. Uno di quelli, fra i più desiderati, un peluche meccanico dalla voce chioccia e petulante, che ripeteva ad ogni momento le stesse idiozie, il Furby, oggi vive e lotta insieme a noi sotto forma di premier. Chiede Giovanna, cosa fa il Governo? Il Furby continua a rimestare l’indigesta brodaglia della riforma del Senato, ieri alla francese con gli champignons avvelenati, oggi chissà, e ancora chissà per quanto. Ma non doveva viaggiare –che lo Sforzo sia con noi– a velocità Smodata come l’astronave di Balle Spaziali? Le Balle Spaziali, quelle sì, imperversano, ma, e il resto? Basta mettere ottanta euro in alcuni già riforniti serbatoi per modificare l’andatura e procedere verso la radiosa ripresa e la piena occupazione? Queste balle spaziali non vi paiono simili all’allungamento del pene e alla ricrescita dei capelli, miracoli che avvengono solo nel Fantastico Regno di Arcore? Non è che, a guardare fuori dalla finestra, si scopre che ci sono più probabilità che un imprenditore si suicidi piuttosto che assuma un Dottore in Scienze della Comunicazione a fare il suo lavoro a tempo indeterminato?
    Il Furby ha nominato Ministro della Cultura (vabbé che da Rutelli in poi…) Sottolabarbac’èdipiù Franceschini, che a me pare l’analogo del Calderoli che porta i maiali sul terreno della moschea. Ora, per fare un esempio fra i possibili, ci sono disponibili da parte della UE cinquecento milioni di euro stanziati per Pompei, che potrebbero dare lavoro a molti laureati in scienze umanistiche e ingegneristiche. Sinora non si è trovato il modo di impiegare questi fondi, date le tante diatribe dei rapaci comitati MoseExposimili, cosicché a fine anno finiremo col restituirli con gli interessi e senza aver combinato un bel nulla.
    Non si vive di solo Furby: c’è un signore ligure che per anni ha impazzato in tivù, vestito in modo improbabile e che parla di sé in terza persona (noi, noi), sto parlando del mago Otelma, il quale, uno e trino, a volte suppongo si manifesti in forma di grillo vaffanculante, altre volte in forma di scienziato pazzo da ritorno al futuro. (Dubbio dopo le recenti esternazioni:ma non è che l’intervento subìto è stato un trapianto di cervello di Capezzone, il quale ne ha da vendere?).
    Ragazzi, suppongo che la vostra graziosa e preziosa prof vi abbia fornito gli strumenti per smontare il giocattolo, per guardare fuori dalla finestra e comprendere il presente. Ma se non avete idea della realtà del presente e continuate a volere, volere, senza comprendere che il mondo che vi è stato raccontato in realtà non viaggia su una slitta tirata dalle renne, non capirete neppure il vostro futuro, che si concretizzerà sotto forma di delusioni e scoramenti sempre peggiori. Auguri.

  24. Ho trovato interessanti e saggi alcuni post sull’argomento e condivido in pieno i post di Ben. Vorrei però tornare sull’argomento della “preparazione” dei ragazzi. Un vecchio detto dice che se un professionista non ha successo nella propria professione può sempre andare a insegnarla. La battuta ha un significato profondo: studiare bene non significa saper lavorare bene, puoi essere un bravissimo insegnante e un pessimo dirigente o imprenditore e viceversa. Per via del nostro sistema scolastico i nostri ragazzi “entrano” nel mondo del lavoro con circa 2-3 anni di ritardo rispetto a molti altri paesi, ma la cosa che fa spesso la differenza è la sinergia con il mondo del lavoro durante il percorso universitario. Sento spesso dire (anche da mamma e papà) che un ragazzo che studia non può anche andare a lavorare o frequentare una qualche azienda o studio professionale. Sbagliato. I ragazzi dovrebbero sapere che saper lavorare non vuole dire saper fare anche benino quello che si è studiato, ma relazionarsi con un mondo completamente differente dalla scuola per gerarchie, criteri di scelta e quantità di responsabilità. Quando io e Ben eravamo giovani, non vi era quasi nessun ragazzo ricco o povero che non andasse a lavorare anche per qualche settimana durante le vacanze, e chi aveva un padre con una bottega dava una mano tutto l’anno, era normale. Da ragazzo ho fatto tanti lavori totalmente differenti da quello che poi ho studiato e fatto nella vita: il fattorino di alimentari, aiuto commesso, aiuto fabbro, poi a 15 anni presso la bottega artigiana di un fotografo. Queste esperienze aiutano a crescere e ad imparare a lavorare tout court prima d’imparare una qualunque disciplina. In UK potete trovare dei camerieri figli di Lord, genitori benestanti che non danno hai figli un penny in più di quanto serva loro per sopravvivere fuori casa, mediamente non più di 600 £ al mese con cui a Londra fai la fame. La maggioranza dei ragazzi paga le rette con lo student loan che poi dovrà restituire allo stato. Appena iscritti all’università cercano subito un lavoro qualunque, l’obiettivo è cercare di guadagnare circa 2-300 £ ( 300-350 €) al mese ber sbarcare il lunario (altro che sfruttamento). Lavorano anche 20 ore alla settimana e molto spesso il sabato sera e la domenica. Lo stato non chiede a loro né contributi, né tasse e l’azienda scarica come costi i compensi. Non pensate che facciano tutti i camerieri. Pietro, bolognese figlio d’arte si è laureato alla Saint Martin’s University in design, durante i 3 anni è andato a lavorare per 200 £ da un fotografo, in una rivista importante, oltre al denaro ha “guadagnato” una notevole esperienza di relazione, conosciuto gente. Ha fatto la fame e si è fatto un mazzo tanto? Si, ed è stato felice di farlo. Oggi a quasi 2 anni dalla laurea ha un lavoro in una agenzia e guadagna 1000 £ (ancora molto poche) ed è riuscito finalmente ad entrare nella prestigiosissima Royal Academy of Art dove prenderà la laurea magistrale. Quindi studierà e lavorerà 8-10 ore al giorno per poter studiare. Tra 2 anni non è detto che troverà un lavoro ben remunerato, forse dovrà ancora fare della gavetta, ma è certamente sulla strada giusta. Pietro è oggi un ragazzo di 23 anni maturo che sa quello che vuole e soprattutto sa perfettamente cosa vuol dire lavorare. Sappiamo bene che da noi la consapevolezza di formarsi alla vita non è più di moda e che le nostre leggi non permettono alle tante “botteghe” artigiane di allevare ragazzi al di fuori dei contratti collettivi. Ma per cambiare la legge occorre che la società (genitori e ragazzi) senta la necessità di formare i giovani al lavoro, alla vita, da noi questa necessità non c’é. Qui ci sono genitori che immaginano il figlio (poverino) che ingiustamente non riesce a trovare lavoro nonostante le 2 lauree, senza comprendere che il “poverino sono 30 anni che vive nella bambagia e che sarebbe ora che tirasse su le chiappe dalla sedia; mamma e papà non hanno ancora capito che al poverino non bisogna dare soldi, se li deve guadagnare, questo è l’unico modo per crescere. Abbiamo ragazzi trentenni che si sono fatti il mazzo come Pietro, ma che nonostante tutto non riesco ad inserirsi. Vero. Ma sono sicuro che loro avranno molte più possibilità di avere un futuro quando (se accadrà) questo paese tornerà finalmente ad essere normale.

  25. Claudia, avrei voluto citare molte delle tue frasi poiché rispecchiano appieno quello che è il mio pensiero. Ho 28 anni compiuti e un passato alle spalle come impiegata amministrativa e contabile, ma anche io, come te, vengo da contratti a progetto e da una sfilza di tirocini formativi che di fatto non sono volti a formare il lavoratore per poi inserirlo in azienda, bensì ad avvalersi del lavoro di manodopera qualificata a costo zero. L’ultimo tirocinio-farsa l’ho fatto saltare il giorno stesso in cui è iniziato- e non ti nego che ho dovuto affrontare una lotta emotiva interiore prima di accettarlo- quando mi sono resa conto che sarebbe stato l’ennesimo sfruttamento delle mie competenze ed energie. Ma se decidere di riprovarci nonostante tutto e’ stato difficile, mollarlo e’ stato, al contrario, facilissimo. Orari di lavoro e condizioni lavorative massacranti per un ridicolo rimborso spese che alla fine non mi avrebbe neanche permesso l’accesso alla disoccupazione (perché contributi non se ne versano). Tirocinante si, ma solo sulla carta. Nella realtà sarei stata un dipendente a tutti gli effetti, solo privo di diritti. Anch’io come te ho detto basta! Resterò più a lungo disoccupata… Pazienza! Quando le condizioni sono quelle, fai presto a fartene una ragione.

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