Contro le campagne sociali sulla disabilità: l’ironia di Angela Gambirasio

Scrive Angela Gambirasio sul blog Ironicamente diversi (ringrazio Simona Lancioni, del Coordinamento del Gruppo donne UILDM, per la segnalazione):

L’handicappato è diventato lo spauracchio preferito dei pubblicitari. Ormai ci mettono in mezzo ogni qualvolta serva spaventare i normodotati e il messaggio, gira e rigira, è sempre lo stesso:

GUIDA CON PRUDENZA
NON BERE
NON DROGARTI
…O FINISCI SU UNA SEDIA A ROTELLE

In pratica è come dire che noi disabili ce la siamo cercata. Ora, visto che non è proprio così, da qualche mese mi diletto in una personale contro-campagna pubblicitaria. Sentitevi liberi di condividere questi manifesti con i vostri amici o nemici ma, soprattutto, con i pubblicitari di vostra eventuale conoscenza: chissà che non imparino qualcosa. Ecco i miei manifesti comparativi:

Contro campagna Ania

Se bevi e guidi muori

Trovi altri esempi sul blog Ironicamente diversi.

Abbiamo già parlato della campagna Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) “Pensa a guidare” qui: Si possono fare campagne per la sicurezza stradale senza stigmatizzare i disabili? (23 novembre 2011).

Abbiamo parlato della campagna “Se bevi e guidi muori. O forse no” qui: Le campagne per la sicurezza stradale che stigmatizzano i disabili (6 agosto 2013).

8 risposte a “Contro le campagne sociali sulla disabilità: l’ironia di Angela Gambirasio

  1. Pingback: Contro le campagne sociali sulla disabilità: l’ironia di Angela Gambirasio | D I S . A M B . I G U A N D O | NUOVA RESISTENZA

  2. Cara Angela, mi permetta un molto caloroso abbraccio. grazie di cuore!

  3. questi spot vorrebbero informare (in forma “minacciosa”) sulle conseguenze possibili (e certo non desiderabili) di un incidente stradale, il fatto è che la gente in media sa benissimo cosa rischia (e fa rischiare agli altri) mettendosi al volante ubriaca ma ahimè non gliene importa , per lo stesso motivo per cui tutti sanno che fumare fa male ma si fuma lo stesso al di là dagli avvertimenti minacciosi che per legge devono essere scritti sul pacchetto
    Più che stigmatizzanti verso i disabili, trovo questi spot inutili..perchè le persone che erano prudenti prima continueranno ad esserlo e quelli che non lo sono se ne fregano
    oltretutto tali spot banalmente sembrano ignorare che anche chi ha già una disabilità può guidare la macchina.

  4. comunque complimenti ad angela gambirasio e alla sua ironia

  5. La disabilità è una cosa terribile, da evitare.
    La disabilità non impedisce di avere una vita dignitosa e di essere felici.

    Quale dei due messaggi scegliere? Sembra che uno neghi l’altro, eppure sono entrambi del tutto veri.
    Se ci pensate, le pubblicità come queste sulla sicurezza stradale scandalizzano perché puntano sul primo messaggio e dimenticano il secondo; ma anche le pubblicità buoniste, dove il disabile sorride e tutti gli sorridono, scandalizzano molte persone con disabilità, che vorrebbero piuttosto rendere le persone più consapevoli delle mille difficoltà che si incontrano.

    E allora, si può uscire da questa empasse? Possibile che non ci sia un modo per parlare di disabilità che riesca a includere entrambi i messaggi? O forse non si possono fare pubblicità sul tema proprio perché ha in sé una duplicità, una complessità che è estranea al mezzo pubblicitario, per natura semplificatore?

  6. @tap Il modo per uscire c’è, ovvero non considerare col metro della parte per il tutto: il disabile viene definito complessivamente nemmeno per una parte di sé (cosa già sbagliata, la radice del pregiudizio) ma addirittura per una singola caratteristica che gli manca. Definire qualcuno in base a ciò che non è ma dovrebbe essere è un insulto sudicio e strisciante.
    Quindi basta ai gay che compaiono in quanto gay, alle donne che compaiono in quanto appartenenti all’unica minoranza del 50% mai esistita al mondo, basta al disabile che non è sé stesso ma emblema di una categoria creata dagli altri.

  7. @Marco su questo del tutto d’accordo: ho sempre pensato che la “pubblicità” migliore fosse semplicemente far apparire i disabili nei media non in quanto disabili, ma all’interno di un altro ruolo – che sia il mezzobusto del tg serale o l’avvocato di un telefilm. Senz’altro questo aiuterebbe a far capire che un disabile è molte altre cose, oltre a “quello che manca di qualcosa”, e che i disabili fanno parte del normale panorama di persone diverse che popolano la vita quotidiana.
    Detto questo, penso anche che chi ha una disabilità vive problemi specifici della categoria (così come i gay) che hanno bisogno di ottenere visibilità tramite comunicazioni specificamente dirette allo scopo (quindi magari non tramite pubblicità pensate per la sicurezza stradale, che tocca l’argomento ma intende dire altro).
    Sempre per restare nel tuo esempio, alla causa dei gay (anzi, LGBTI) fa senz’altro molto bene il semplice fatto di apparire senza nascondersi, di essere rappresentati ovunque come persone normali. Tuttavia, può essere utile anche una comunicazione contro l’omofobia, o per rivendicare i diritti civili ecc… e questo per i disabili secondo me manca quasi del tutto. Ma sono andata fuori tema🙂

  8. Nota la “I” della sigla che, al di là dell’inclusività politically correct, ricorda gli “intersex”, categoria quasi ignorata. Ma anche questo è fuori tema🙂

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