Violenza domestica: «A mezzanotte sai che io ti penserò…»

Una carezza in un pugno

«Si accomodi, che parliamo meglio», dice indicando la poltroncina azzurra.
È bionda, i capelli lisci raccolti all’indietro, il camice aperto sui jeans e la maglietta. Lo studio medico è piccolo, la scrivania disordinata, la finestra aperta quel tanto che fa passare un filo d’aria.
«Mi… mi pare di averle detto tutto.»
«Non si preoccupi, può dire liberamente tutto quello che le passa per la testa. Parlare fa bene.»
«Ma… non voglio rubarle altro tempo, dottoressa, con tutto quello che ha da fare. Posso tornare a casa, sto già meglio.»
«Non mi pare il caso. Cerchi piuttosto di tranquillizzarsi. Non ha idea di quante persone sono nella sua situazione.»
«Dice davvero?»
«Tante sì. E fanno tutte fatica a parlarne.»
«Eh, non è facile.»
«Immagino. Dev’essere una pena grandissima.»
La dottoressa si passa una mano sulla fronte sudata. Fa caldo: verso sera si era alzata un po’ d’aria, ma dentro si soffoca. Che giugno anomalo: colpa del riscaldamento globale, dicono. Si sistema sulla seconda poltroncina azzurra al suo fianco, davanti alla scrivania, incrocia le braccia e sporge in avanti il busto, protendendosi all’ascolto. Ha gli occhi gravi, qualche rughetta intorno, ma la fronte è liscia e il viso pieno, quasi infantile. Le spunta una fossetta sulla guancia destra quando parla. Avrà sì e no quarant’anni.
«È molto doloroso, – insiste, – ma aprirsi fa bene.»
«Un dolore grande, sì… E tanta, tantissima vergogna.»
«Non deve vergognarsi, non è colpa sua.»
«Lo so, ma non è questo. È che l’amo tanto. Tantissimo. E mi fa male parlarne così. Mi pare… sì, mi pare un tradimento.»
«Lei sa che sono vincolata dal segreto professionale: nulla di quel che dice uscirà da questa stanza, se non vuole. Sono qui per aiutarla.»
«Grazie dottoressa.»
«Allora. Riprendiamo dall’inizio. Quand’è cominciata questa storia?»
«Ci siamo incontrati dieci anni fa. Era una festa, l’inaugurazione di una mostra. Col lavoro in assessorato, sa, a quel genere di cerimonie vado per forza. È mai stata alla galleria Lenzi?»
La donna annuisce.
«Ha presente la gente di quel giro? Mi sentivo un pesce fuor d’acqua là in mezzo, e me ne stavo in un angolo a fissare un quadro col bicchiere in mano. È lì che noi due ci siamo visti la prima volta, mentre gli altri si ammassavano al buffet. Ed è finita che ci siamo raccontati la vita, davanti a quel quadro. Uscivamo tutt’e due da storie difficili, eravamo feriti, delusi, non credevamo più a niente. Da quella sera, poi, abbiamo cominciato a frequentarci, all’inizio solo per farci compagnia, sa com’è, senza impegno. Ci sentivamo così soli…»
«Sì ma…»
«Arrivo al punto, certo. Uscivamo come amici, dicevo, finché una sera è successo: ci siamo messi assieme quasi senza accorgercene. Di lì tutto veloce. Avevamo due stipendi, l’età giusta, una casa da dividere. Pure le famiglie erano d’accordo e in sei mesi ci siamo sposati. Dopo un anno il primo figlio (Antonio, un ometto ormai); dopo tre anni è arrivata anche Sara. Da allora siamo una cosa sola, dottoressa.»
«Sì ma le liti, mi dica bene di quelle. Litigavate anche all’inizio?»
«Non ricordo quando abbiamo cominciato, dottoressa. Un po’ alla volta è stato, non c’è una data precisa.»
«Ma le vostre discussioni sono sempre state…?»
La dottoressa distoglie lo sguardo: sa benissimo che bisogna guardare i pazienti in faccia, ma stavolta non ce la fa. Che pena quegli occhi rassegnati, e poi che rabbia: mai che li sollevi da terra un momento. Occhi del sud, pensa, occhi miti e scuri.
«No, non è andata sempre così.»
«Da quanto tempo allora?»
«Non lo so, due o tre… no, forse quattro o cinque anni. Non ricordo di preciso.»
«All’inizio invece?»
«I primi tempi bisticciavamo come tutte le coppie… è normale bisticciare, no?»
«Sì, ma perché?»
«Per le stesse ragioni di tutti, credo. Litigavamo e facevamo pace. Veramente pure ora è così: dopo ogni sfuriata pare… di rinascere, pare. Solo che ora… io… – ricomincia con i singhiozzi – non ce la faccio… no… ‘o… ‘on ce la faccio più…»
La dottoressa prende un kleenex dalla scatola sulla scrivania.
«Pianga, si sfoghi. Faccia attenzione ai punti però.»
Tacciono, in attesa che i singhiozzi passino. L’urlo di un’altra ambulanza si è appena spento in una sterzata sull’asfalto. Fuori a pochi metri, di là dal muro, tonfo di sportelli, voci smorzate, calpestio disordinato. La dottoressa tende l’orecchio, il suo respiro si fa breve. Abbassa gli occhi, si guarda le mani.
«Dottoressa, se deve andare. Me la cavo sa, me la sono sempre cavata senza l’aiuto di nessuno.»
«Non si preoccupi, ci sono i miei colleghi. Va meglio ora?»
«Cre…do, credo di sì.»
«Continui, mi stava dicendo delle liti. È normale che una coppia litighi. Ma non è giusto che lei arrivi a questo punto. Neanche per amore si deve…»
«L’ha detto dottoressa, l’ha detto. È per amore che sopporto. Sono anni che sopporto. Inizialmente si limitava a gridare, insultarmi. Poi ha cominciato a spaccare tutto: piatti, vasi, soprammobili, tutto quello che trova. Una volta, con una sedia, ha mandato in frantumi la vetrata del soggiorno. Pensi che i bambini erano lì vicino. Si rende conto? È un miracolo che non si siano fatti niente, creature.»
«Santo cielo…»
«Ma ora è anche peggio, sempre peggio. Mi tira addosso di tutto, pure oggetti pesanti, taglienti. Certe volte sbaglia mira, o per grazia del signore riesco a scansarmi. Se però mi piglia sono guai, lo vede come mi combina.»
La dottoressa annuisce stringendo le labbra. Nell’istante di silenzio, torna a guardarsi le mani: cosa sarebbe il suo lavoro senza quelle mani; cosa sarebbe la sua vita.
«Poi mi chiede perdono per ore: piange, si strappa i capelli, dice che non voleva, che il troppo amore fa uscire pazzi. Mi si spezza il cuore quando si umilia a quel modo. Per questo finisce che facciamo pace. Ci abbracciamo e… sì insomma lo facciamo, dopo lo scompiglio finisce pure che facciamo l’amore, a volte.»
«O finisce al pronto soccorso…»
«Non sempre. La maggior parte dei casi mi curo da me, almeno le cose più leggere: piccole ferite, lividi, graffi. Se posso evitare i punti, sistemo tutto a casa. Ho accumulato una certa esperienza, sa, con i disinfettanti e le pomate. Il giorno dopo, se lavoro bene, non si vede quasi niente.»
La dottoressa osserva lo zigomo tumefatto sotto la benda ingiallita, il sangue rappreso sul labbro informe: no, stavolta non ce l’avrebbe fatta a nascondere i segni.
«Mi scusi, ma viene sempre qui all’ospedale Maggiore?»
«A dire la verità per dove stiamo noi non è il più comodo, ma preferisco allontanarmi da casa. Sa com’è.»
«Capisco. Ma qui nessuno le ha mai chiesto niente?»
«E cosa dovevano chiedermi?»
«Perché le ferite, gli ematomi.»
«Certo che me lo chiedono. Ma io gli dico che è stato lavorando a casa. O inciampando, che ne so: a seconda del problema invento una scusa.»
«Ma santo cielo, – alza la voce, – è la terza volta in un mese che la vedo qui! È… è possibile che nessuno abbia capito?»
«Dottoressa, ci sono casi più gravi…»
«Lasciamo perdere, – la donna riprende il controllo. – Però mi dica: non si limita a tirarle addosso oggetti, vero? A vederla così, c’è dell’altro mi pare.»
«Sì pur… troppo, – e ricomincia a singhiozzare, – ha ragione dottoressa. All’inizio erano solo ceffoni, ma poi sempre peggio: pu…u…ugni, calci, di tutto.»
«Va bene va bene, si calmi. Cerchi di calmarsi.»
Tacciono. La donna chiude gli occhi e si massaggia la fronte: cefalea tensiva, di quelle forti, improvvise. Erano mesi che non le veniva. Roba che stavolta il ketoprofene non le basta, meglio prendere subito l’aceclofenac, che l’ultima volta ha funzionato. L’odore di etere stanotte è insopportabile, il turno ancora lungo… che ore saranno? Mezzanotte, minuto più minuto meno. Di nuovo gemiti di là dal muro. Da questa parte silenzio invece: forse ha smesso di piangere. Riapre gli occhi su quella faccia rovinata: ma come fanno a chiamarlo amore?
«Dottoressa che posso fare? La scongiuro, me lo dica. Perché non è colpa sua, mi creda. È colpa della malattia, è quella che fa uscire pazzi.»
«La malattia?»
«La gelosia, sì. Santoddio, per la verità un po’ ci vuole, sennò che amore è? Insomma a piccole dosi ce l’hanno tutti. Pure qui al nord siete gelosi, pure che fate finta di niente… – tenta un sorriso, ma esce una smorfia. – La gelosia è una questione di grado, dottoressa, e da noi sta al grado massimo. È così che diventa una malattia.»
«Una questione di grado? La sta ammazzando di botte e lei la chiama gelosia?»
«È una prova d’amore, lo sanno tutti. Solo che a volte fa male purtroppo. Proprio come dice la canzone, ha presente?»
«Quale canzone?»
«Quella di Celentano, come si chiamava… A mezzanotte sai che io ti penserò, ovunque tu sarai sei mia… Se la ricorda?»
La donna annuisce: e come poteva scordarla? A mezzanotte sai che io ti penserò… na-ná… na-na-na-ná… sei-mía. Era la canzone preferita di Pietro. Erano i primi anni del loro matrimonio… a mezzanotte sai… ed era ancora tutto bellissimo, tutto luce e colori.
«Ma cosa c’entra la canzone?»
«È la nostra canzone, me la canticchia tutte le volte che facciamo pace. Se le ricorda le parole? La mano dove prima tu brillavi è diventata un pugno chiuso… ha presente? Una carezza in un pugno, ecco come si chiama. La gelosia è come dice la canzone: una carezza può diventare un pugno.»
Odore di etere, che voltastomaco. Le aveva rubato la vita, Pietro, con quella gelosia maledetta. Per carità, non raccontiamoci che è amore.
«Però mi creda dottoressa: dal pugno chiuso nasce sempre una carezza. E si ricomincia daccapo.»
Ma quale carezza, pensa la donna, non c’è speranza: dai pugni chiusi nascono solo altri pugni. E incalza:
«No, lei non può accettare una cosa simile. Ma poi, perché tutta questa gelosia? C’è un motivo reale? C’è forse qualcuno?»
Voilà, c’è cascata anche lei: la gente finisce sempre per sospettare che la gelosia abbia un fondamento di verità. Lo chiamano errore di Otello, se ben ricorda. E ora c’è caduta pure lei, cavolo. Dopo tutto quello che ha passato con Pietro, cosa le salta in testa, ora, di fare una domanda del genere?
«Macché, s’immagini. Non c’è nessuno nella mia vita all’infuori della famiglia. La sua gelosia nasce dal niente, dottoressa, non da cose concrete. Da niente e da tutto.»
Proprio come faceva Pietro: dove sei stata, con chi parlavi, ti sembra l’ora di tornare. Aveva perfino smesso di frequentare le amiche, lei, pur di non sentire quelle domande.
«Come nascono le scenate?»
«All’inizio si scatenava ogni volta che viaggiavo per lavoro. Mi lasciava andare, ma poi, al rientro, erano botte. Ora invece, pure che non mi muovo da Bologna, dice che penso solo al lavoro, che in casa non faccio abbastanza, non mi prendo cura dei figli come dovrei…»
«Non riuscite a stare dietro alla casa? Non vi aiuta nessuno?»
«No dottoressa. Ma non è quello il problema, perché mantengo tutto in ordine io: ogni giorno passo l’aspirapolvere, faccio la spesa, la lavatrice. Pure che lavoro, certamente non trascuro la famiglia io. Forse mi stancherei di meno se la smettessi di lavorare, questo sì, ma come si fa? Due stipendi, per vivere a Bologna, ci vogliono tutti. Mica come quando stavamo a Catania.»
«Non dica sciocchezze, una persona come lei non può rinunciare al lavoro. Non nella sua posizione. E poi è ancora giovane…»
«Sì ma non è questo, perché io del lavoro me ne fregherei pure. Il problema è che non servirebbe a niente, ormai l’ho capito.»
«In che senso?»
«Pure che sto tutto il giorno in casa, la domenica per esempio, dice che sto dentro casa col corpo ma non con la testa. Dice che ho i pensieri lontani.»
«Ce l’ha coi suoi pensieri?»
Anche Pietro non si dava pace se lei era assorta o distratta. Che stai pensando? E ricominciava l’incubo a due.
«Non lo so, ne dice tante di cose. Per quanto io righi diritto, per quanto faccia sempre come vuole, non basta mai. Dice che per me il suo lavoro non conta, e spacca la prima cosa che trova. Dice che niente per me conta, e diventa una furia.»
«Ma lei… lei non… cerca di reagire?»
«Ho paura, dottoressa. Tanta. Per me, per i bambini, per tutto…»
«Ma quando fate pace, non ne parlate?»
«Sì sì, parliamo tantissimo. Glielo dico sempre che non è vero, non è vero che non conta niente. Glielo ripeto che non può andare avanti così, che deve farsi vedere da un medico. Deve curarsi. Niente: non ci sono parole che tengano.»
«Non può continuare così… lo sa, vero? Può fare una denuncia, anzi dovrebbe.»
«Una denuncia? No, dottoressa.»
«Come no? Deve farla per i suoi figli. Non crede abbiano sofferto abbastanza? Dove stanno i bambini durante le scenate, che gli succede?»
E incredibile, riflette la dottoressa, nessuno pensa ai figli. Nessuno aveva salvato il suo piccolo allora, cosa stanno rischiando quei due bambini ora?
«Antonio ha otto anni, è grande ormai. Prende la sorellina e zitto zitto la porta via. Si rifugiano nella loro cameretta, credo. Non so che fanno quando arrivano le botte, forse aspettano e basta.»
«Aspettano?»
«Che passi, aspettano che passi.»
Aveva atteso anni, lei, prima di lasciare Pietro.
«Non passa, glielo garantisco. Ma lei deve uscirne. Subito. Deve prendere i bambini e portarli via.»
Ci aveva messo sei anni, lei, a lasciare Pietro, ma avrebbe potuto metterci anche di più, chissà. Finché quella sera, cadendo dalle scale, aveva perso il bambino. Soffriva di vertigini, allora (uno dei tanti disturbi neurovegetativi di quegli anni), al punto che a volte non riusciva a camminare dritta, figuriamoci le scale, con la testa leggera che si sentiva. Lui non la picchiava, questo no (le donne non si toccano neanche con un fiore, ripeteva sempre), ma a quale perdita di sé l’aveva condotta?
«I suoi genitori forse possono aiutarla. Vivono a Catania, no? Non potrebbe trasferirsi da loro con i bambini? Almeno per un periodo…»
«Vivono a Catania, ma no. I miei no. Distruggerei la mia famiglia.»
«Neppure i suoi sanno nulla?»
«Ci mancherebbe, che vergogna: farmi picchiare così. Non potrebbero mai accettarlo, mia madre soprattutto.»
«Mi sembra di capire che lei non abbia un buon rapporto con…»
«Come no? Certo cha abbiamo un buon rapporto, siamo legatissimi noi. Tutti quanti in famiglia lo siamo. I miei stravedono per me, per i nipotini. Soprattutto io e mia madre siamo una cosa sola. Pensi…»
«Dica.»
«Pensi che quando ha spaccato la vetrata… gliel’ho detto il perché, no?»
«Sì cioè no, mi ha parlato della vetrata ma non mi ha detto perché l’ha fatto.»
«L’ha spaccata perché ero al telefono con mia madre.»
«Non sopporta che lei parli con sua madre?»
«Non sopporta niente.»
«Ma è sua madre!»
«Dottoressa, dice che mia madre mi comanda, che faccio sempre come vuole lei. Non può vederla, mi creda. Mia moglie è gelosa di tutto e tutti, ma soprattutto di mia mamma. Mia moglie ha un odio particolare per lei.»
«No, anche questa.»
La donna appoggia le spalle allo schienale. Prende un foglio dalla scrivania e comincia a sventolarsi. È troppo per lei, non ce la fa.
«L’amo tantissimo mia moglie, l’amo troppo, lo vede pure lei cosa patisco per amore. Ma se mia madre mi chiede qualcosa, come faccio a dirle no? Non si può pretendere questo da un uomo: è la donna che mi ha messo al mondo.»
Basta così, pensa la dottoressa, si è impegnata al massimo, si è sforzata finché ha potuto, ma ora deve arrendersi: non riesce proprio a capirla quella situazione. E in fin dei conti lei non è una psichiatra, non può chiedersi tanto.
Avrebbe voluto fare qualcosa per quell’uomo, ci aveva provato davvero. Dopotutto era stata lei la prima a capire, dentro al Pronto soccorso, che gli incidenti che ogni volta lui raccontava erano falsi. Si era ricordata di quel congresso a Londra, anni prima, quando lo psichiatra norvegese (com’è che si chiamava? un nome impronunciabile) aveva presentato una relazione sulla violenza domestica. Sosteneva che le violenze sugli uomini sono in aumento nel mondo. Al che, naturalmente, tutte le partecipanti al congresso erano insorte: scandalo, maschilista, lo sanno tutti che le donne non fanno violenza, casomai la subiscono; ma lui aveva riferito i dati, le statistiche, aveva parlato delle organizzazioni che aiutano gli uomini maltrattati.
C’era rimasta male quella volta, ma poi non ci aveva pensato più: le sembravano cose lontane, cose che accadono in America o nel nord Europa. Mai avrebbe immaginato di incontrare un caso simile in Italia. Tanto meno a Bologna.
Avrebbe voluto aiutarlo quell’uomo. Invece ha scoperto che non riesce a sopportarlo. C’è qualcosa in lui che le ripugna: sempre con gli occhi bassi, sempre in cerca di approvazione, dottoressa qua e dottoressa là. Non riesce neppure ad accettare che sia stata la moglie a sfigurarlo. Come può una donna arrivare a tanto? Deve essere una che sta male, quella: come minimo è borderline, o addirittura psicotica grave. E poi chissà, bisognerebbe sentire cosa dice lei: probabilmente anche il marito ha qualcosa che non va. Anzi, sicuramente.
Ma non è compito suo, no, tutto ciò che lei poteva fare l’ha fatto. Anzi, ci ha perso fin troppo tempo, non è corretto verso gli altri pazienti.
«Dottoressa, deve andare?»
«Eh sì, stavolta devo. È arrivata un’altra ambulanza, sente? Credo che di là abbiano bisogno di me», dice poggiandogli una mano sulla spalla. Un colpo di vento spalanca la finestra: finalmente un po’ d’aria. La donna si alza, tenta di riaccostarla, finisce per chiuderla. Poi torna a sedersi, stavolta al suo posto dietro la scrivania.
«Se la sente di uscire?»
«Sto bene, gliel’ho detto.»
Mentre compila il foglio per le dimissioni, la dottoressa sente la mano indolenzita: solo ora capisce di aver serrato il pugno per tutto il tempo. Apre e chiude le dita più volte, le guarda come se non fossero sue: dentro al palmo esangue, a distanze regolari, sono impresse quattro virgole nette. Di solito si compiace delle sue unghie curate, non troppo lunghe né troppo corte; ma stanotte non le danno il gusto di sempre.
Domani le taglio, pensa firmando il modulo.

Scrissi la prima versione di questo racconto alla fine del 2005, quasi nove anni fa, e fu pubblicato su Golem l’Indispensabile. Il 22 maggio scorso è uscito #ViolenceIsViolence, un video inglese che ha già raggiunto quasi 7 milioni di views e che denuncia il fatto che nel Regno Unito il 40% della violenza domestica sia rivolta agli uomini. E in Italia?

#ViolenceIsViolence

Una carezza in un pugno

23 risposte a “Violenza domestica: «A mezzanotte sai che io ti penserò…»

  1. “E in Italia? ”
    Domanda retorica, risposta pletorica: in Italia è probabilmente uguale, con la differenza che l’Istat si rifiuta di condurre sugli uomini lo stesso studio (l’ultimo è del 2007), e con i medesimi parametri, che ha svolto a senso unico verso il genere femminile.
    Da qui l’uggia (mia e altrui) verso il tema in sé che oggi diventato un campo ideologizzato, manicheo ma almeno è un test di intelligenza per depennare immediatamente a titolo di ottusi interlocutori e interlocutrici le papabili frequentazioni private.

  2. Bella, Giò. Anche se…
    Un abbraccio. L

  3. Vorreste farci credere che uno stia lì buon buonino a farsi riempire di botte senza reagire? Con la superiorità fisica che si ritrovano gli uomini? Ma per favore.

  4. La violenza è un lusso che non possiamo più permetterci! Lo disse Vandana Shiva, se non erro!

  5. L’inganno narrativo è strepitoso: leggi, leggi, leggi… e solo alla fine scopri che la vittima non è una donna. Anche i sovra- e i sottopensieri della dottoressa sul “suo” Pietro, rafforzano la routine percettiva che qui, per l’ennesima volta, siamo di fronte a un esempio di violenza maschile.

    Una volta scoperta l’inversione – non di ruoli, ma di generi – ti metti a ragionare. Per un verso, i lettori maschi si sentono sicuramente sollevati (“…meno male che i cattivoni non siamo sempre noi”), dall’altra, probabilmente gli tornano in mente alcune cosette e cosacce spesso immaginate, sentite, lette, magari pure vissute. Cosa provino le lettrici non lo so. Chissà, se tutte quante si sentano tradite – da una testa/corpo/esperienza/vita notoriamente femminile, che ha scritto “quella roba lì”. Oppure, se alcune, ovviamente spiazzate quanto me, comincino ad ammutolirsi pure loro – com’è, disorientativamente, successo al sottoscritto.

    Primo pensiero, che in questo plot ritengo un autentico must: ciò che prima avevo chiamato “inversione”, in realtà è tutt’altra cosa. Non si tratta di uno specchiamento in negativo, non è un casting rovesciato, non è nemmeno un cupo esempio di simmetria di una perversione. Proprio ieri sera, in tv ho ascoltato una bellissima intervista a Paolo Poli il quale, con la sua solita acutezza e verve, asseriva in modo perentorio/gentile, che il travestimento d’avanspettacolo, carnevalesco o da grand guignol, funziona solo per gli uomini travestiti da donna – e mai per le donne travestite da uomo. Sia la comicità che la tragedia insite in questa ri-evoluzione ti obbligano, giocoforza, a considerare alcune règles-de-jeux.

    La contrapposizione donna/uomo non è un giochetto YinYang, assolutamente no. Che due anime belle di sesso diverso possano completarsi come appunto anime gemelle, è un concetto bellissimo, ma sostanzialmente, idealistico, letterario, finto, forzato. Chi di default, sa riprodurre la continuazione della vita e chi invece se la vede decurtata di almeno tre anni, è al massimo complementare – ma certamente non diverso/uguale.

    Sono convinto che la violenza fisica di un uomo verso una donna, sia un ovvio sintomo d’inferiorità: lui la donna la deve possedere, come mano longa, come articolazione, come proprietà. Se questo suo possesso non è continuamente ribadito, la strizza di non farcela ad affermarsi come leader alfa, gli toglie appunto il lume della prigione.

    Se, per contro, una donna picchia il partner maschile, infierisce contro chi tradisce il ruolo che la sua mente gli aveva assegnato: quello del capobranco. Infatti, gli uomini menati in modo sistematico dalla loro donna, più che essere accettati come padri, vorrebbero tornare a essere figli. Non si tratta, in sostanza, di un problema di leadership, ma di ruoli “traditi”.
    In un rapporto dove la donna maltratta il suo uomo, siamo di fronte a un rifiuto di credits assegnati.

    Che per i figli, gli amici e al pronto soccorso, queste situazioni siano fonti di enormi traumi, non lo nego ma, come la vedo io, si tratta di una violenza ribellante – non dominante.

    Come sempre càpita con i testi scoperchianti, il racconto di Giovanna non si ferma alla letteratura. Va ben oltre… e non si sa dove, come e perché dovrebbe finire con un numero più o meno alto stampato su una pagina.

    Dove, virtualmente, vi sta scritto The End, per noi maschi inizia – di brutto – il nostro pensare, dubitare, temere, ingannare. Verso noi stessi – ça va sans dire.

  6. @till Neubeurg scrive: “Se, per contro, una donna picchia il partner maschile, infierisce contro chi tradisce il ruolo che la sua mente gli aveva assegnato: quello del capobranco. Infatti, gli uomini menati in modo sistematico dalla loro donna, più che essere accettati come padri, vorrebbero tornare a essere figli. Non si tratta, in sostanza, di un problema di leadership, ma di ruoli “traditi”.
    In un rapporto dove la donna maltratta il suo uomo, siamo di fronte a un rifiuto di credits assegnati.”

    Bella roba. Chi è il tuo pusher?

  7. Storia particolare, mi ha ingannato la descrizione iniziale. Avevo pensato che fosse una coppia omosessuale, invece… Non so, fa riflettere molto ma sembra anche una vicenda molto improbabile.

  8. Una storia interessante dall’inizio alla fine. Mi piace come l’ hai scritta. All’inizio pensavo parlasse della violenza maschile. Che ci siano anche uomini vittime di violenza ci credo ma nessuno ne parla. Avevamo un amico di famiglia che aveva una moglie che lo maltrattava e andava a dire in giro il contrario. Di testa non era tanto a posto, si capiva. Ne ho conosciuto un altro nelle stesse condizioni. Anche lui aveva una moglie non tanto normale, che lo accusava di cose orribili. Alla fine l’ha lasciata e convive con un’altra.

  9. Non mi aspettavo che la vittima fosse un uomo. Però il tema non mi è nuovo. C’è un centro di documentazione che raccoglie sistematicamente e divulga tramite il proprio sito notizie, documenti, indagini sulla violenza posta in essere da donne. Questo l’URL: http://violenza-donne.blogspot.it/
    E’ ovvio che la violenza va prevenuta, contrastata e sanzionata a prescindere dal genere del soggetto che la pone in essere. Non mi convince però quando usano l’argomento della violenza attuata dalle donne per sminuire/ridimensionare il fenomeno dei femminicidi e quello della violenza subita dalle donne per opera di uomini. Mi sembra che le proporzioni non siano equiparabili.

  10. Che balla, Giova’.
    Qualcuno mi pare l’abbia pure detto sopra: “ti pare che un uomo…?”
    E’ solo una grandissima balla, Giova’. L’hai mai avuto un uomo davanti che ti dice “Stai attenta.”? Senza neanche alzare la voce.
    Siamo molto più forti delle donne e siamo addestrati da milioni di anni a sopraffarvi.
    A chi la racconti la balla dell’uomo vittima di violenza da parte di una donna?
    Bene, ce ne saranno un caso su un milione, di sopraffazioni da donna a uomo.
    Mi sembra come quella tizia che una volta, in televisione, disse “Beh? Esiste anche la violenza sessuale della donna sull’uomo!”
    Armi di distrazione di massa, direbbe Sabina Guzzanti.
    E, infatti, noi siamo qui a parlarne.
    Vergognamoci. Io comincio appena faccio questo invio.

  11. Però parliamo anche della violenza psicologica (non l’inefficace ed improbabile violenza fisica) femminile, non necessariamente con questo twist del tipo “‘na donna che pare n’omo” (nel peggio, e nel più classico cliché “butch”). Certo che noialtri uomini siamo più inclini all’ “ultimo rifugio degli incapaci” (cit.) e che non è giusto nemmeno relativizzarlo, visto che è colpevole mancanza di controllo di sé.
    All’inizio però quanti stereotipi sui due sensibili che si incontrano, sull’ amore-dolore e soprattutto su questo sud siculogeloso e arcaico… PS
    Celentano, eh? Sempre meglio di Sting (cit.)

  12. @tillneuburg Il suo commento è la dimostrazione del carattere bidirezionalmente nocivo degli stereotipi di genere, che lei stesso sembra sottilmente seguire

  13. la mia impressione è che certi uomini un po’ vittimisti (e non solo loro forse ma qua si parla di loro) tendano a far rientrare fin troppe cose nella nozione di “violenza psicologica”

  14. @Paolo. E giù di etichette (nessuno però si azzarderebbe ad appioppare della “vittimista” alla donna che sostenesse lo stesso, prova che siamo in zona ideologica e/o di politically correct). Comunque la violenza sottile è inevitabile: ci stiamo costruendo una società sopra…

  15. Sono un co-autore della recente indagine conoscitiva sulla violenza domestica agìta sugli uomini in Italia: http://www.vittimologia.it/rivista/articolo_macri_et_al_2012-03.pdf
    il cui metodo scientifico è stato validato dal CNR il 12-11-2012 (identification code: 1916JA2012; pubblicata online nel database CNRSOLAR).
    Intervengo per sottoporre alla riflessione di tutti alcuni dati:
    per il 2012, in Italia, vengono ufficiosamente censiti 115 omicidi con vittima donna ed autore uomo; per 15 casi, però, si evidenzia una “rilevazione incongrua”: http://violenza-donne.blogspot.it/2013/04/femminicidio-2012-confermata-finalita.html.
    Sempre per il 2012, in Italia, vengono ufficiosamente censiti 85 casi di omicidi consumati/tentati, con vittima uomo-donna-bambino ed autrice donna: http://violenza-donne.blogspot.it/2013/04/rapporto-sulla-violenza-delle-donne-in.html.
    Stiamo paragonando due ordini di grandezza disomogenei, certo: li ho citati solo in riferimento all’aspetto più “ideologico” della questione, e cioè la tendenza in atto ad attribuire ad un Genere la “patente” di vittima, ed all’altro quella di “carnefice”.
    Questione del “consumato/tentato” (per gli omicidi): qui vi può essere un ampio ventaglio di opinioni, più o meno fondate/plausibili (fermo restando che la qualifica di “tentato omicidio” – e non di “lesioni” – è stata desunta dall’imputazione formulata nel rinvio a giudizio o nella sentenza); mi limito ad evidenziare quanto precisato nella penultima pagina web sopra citata: “è appena il caso di ricordare che – a differenza da quello colposo, preterintenzionale o compiuto da persona incapace d’intendere e volere – l’omicidio tentato presuppone una lucida volontà di uccidere, che non raggiunge l’esito fatale unicamente per l’imperizia dell’autrice”.
    Dopo di che, ciascuno tragga le proprie legittime conclusioni; la mia è che la violenza è violenza, da chiunque e verso chiunque venga agìta/subita.

  16. Quando si parla di violenza sugli uomini penso sempre a psycho e alla madre dispotica. È più forte di me.
    Comunque non mi risulta che le vittime di violenza reagiscano. Anzi, giustificano.
    È prima un annichilimento psicologico. Sempre. Tanto che, come detto nel racconto, a volte le botte neanche sono necessarie.
    Se non abbiamo ancora capito questo…

  17. onore al merito a Cosenza.
    Butterei un occhio anche a un’altra donna, che fa sempre parte del quadro, la madre dell’uomo, per fare luce sul come e il perché un bambino cresca pensando di non avere scampo e con un’unica consegna: adattarsi.

  18. Sottoscrivo, naturalmente, anche l’ultimo commento di Caterina.
    Il/la partner ce la scegliamo, spesso, per rimettere in scena un copione già scritto e conosciuto a memoria. Due personaggi in cerca d’autore.
    Vale per maschi e femmine e per entrambi i ruoli vittima/carnefice, che si cercano a vicenda.

  19. Caterina, di madri alla Psycho, ne è pieno il mondo. Non solo il mondo di Hollywood e quello Divani&Divani del demiurgo viennese, ma anche quell’altro, molto più consistente, che applaude Beckham, la Gelmini, il Papa Buono e Bonolis. Solo quando quelle madri diventano mummie irriconoscibili, ci fanno orrore. Quando invece le incontriamo nei centri commerciali a smanettare con la custodia D&G per l’aifon e i bollini per portare a casa le figurine Winx, la loro truculenza familiare, perennemente urlata, mêchata e griffata, ci sembra pura normalità. È ormai mammismo trendy, mercenario, up-to-date – non più allo stato brado, come nel presepe di Betlemme o nei wonderful pastamovies by Felini, ma avvolto nel natural touch dei reality ultradigitali.

    Comunque, le rare volte che quei dominii rovesciati escono dai bilocali con divanoletto e posto auto, la vox populi tende a origliare dall’altra parte. Maccome, sembrava una signora tanto perbene, mai una ciocca o una parolina fuori posto. Lo scandalo di una donna che non mena solo le danze in casa, ma pure il marito, non è previsto nel sistema operativo della modernità. Unico antidoto previsto: il gossip congiunto tra psicobanalisti, preti in libera uscita, opinionisti, consigliori familiari, ecosistemisti e letterati che sanno leggere a malapena tra le righe.

    Eppure, secondo me, la violenza psicologica, verbale e manesca, esercitata da donne su partner maschi, non è affatto the dark side of the moon di quanto capita nel quotidiano remix familiare che va da Sacher-Masoch fino ai favolosi mondacci di Amélie.

    La violenza femminile è socialmente sconosciuta, temuta, relegata. È l’eccezione che conferma la regoletta secondo cui la famiglia è il bene più prezioso che il creativo Number One ci ha affidato.

    Invece, la versione alfa maschile è ormai codificata, ritualizzata, storicamente motivata, sostanzialmente accettata come un’escrescenza culturale in via di guarigione. Però, non illudiamoci: su ogni cittadina e cittadino che si dà da fare contro il terrorismo macho, ce ne sono almeno altri cinque che hanno “ben altro da fare” – o non fare.

    Capire, elaborare, digerire e superare in Italia decenni e secoli di inquisizioni, incensi, concilii, controriforme, monarchie, fascismi, stalinismi, fellinismi e berlusconismi vari, non è, e non sarà, una passeggiata.

    Non lo sarà nemmeno per chi si orienta con l’ultimo TomTom targato PD – non dimentichiamo che in quel navigatore culturale ci celano anche i virus dei vari Finocchiaro, Fassino, Rutelli, Amato, D’Alema.

    Alé.

  20. Ovviamente il tema della violenza perpetrata dalle donne (sugli uomini, sui bambini o su altre donne) va affrontato, ma senza confondere le cose. Il video di Mankind Initiative (dal titolo Violence is Violence) che Giovanna ha linkato è uno di quelli che mirano non tanto a fare informazione, quanto piuttosto a sottostimare i dati agghiaccianti sui femminicidi trasmettendo il messaggio che uomini e donne siano vittime gli uni delle altre in equal modo, e che il femminicidio sia sostanzialmente una balla inventata dalle femministe. In questo caso, il video trasmette il dato del 40% degli uomini vittime, “dimenticandosi” di dire che la stragrande maggioranza di questo 40% è vittima delle violenze di un altro uomo, e non di una donna. Al contrario, associandolo a un video in cui l’aggressione è per mano femminile, il video “suggerisce” (secondo me è una scelta più che deliberata) che questo 40% sia vittima di femmine aguzzine. Questo è FALSO, e come se non bastasse, le violenze subite dalle donne sono non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente superiori, con una maggiore incidenza di omicidio, stupro e danni permanenti. “Violence is violence”, certo, ma non colpisce tutt* allo stesso modo.

  21. @Tiziana “Vorreste farci credere che uno stia lì buon buonino a farsi riempire di botte senza reagire? Con la superiorità fisica che si ritrovano gli uomini? Ma per favore.” …..RISPOSTA: ….CARISSIMA a parte il fatto che negli USA dove le statistiche le fanno in modo un tantino più scientifico, simmetrico, ed attendibile che in italia, il dato della violenza domestica, ma ormai anche sessuale (se consideriamo l’enormità degli abusi fatti da madri sui propri figli maschi e non solo, che da recente indagine pubblicata anche sui nostri giornali (e questa volta ne hanno parlato TUTTI i giornali), risultano essere l’80% degli adulti che abusano i bambini, e solo per un 10% sono i Padri) è largamente appurato, con annualità, dove, per alcune forme di violenza, quelle riscontrate fatte da donne superano addirittura quelle fatte da uomini. Le fonti e le statistiche USA sono di vario tipo da UNODC a FBI ecc.. gli uffici di “survey” sul crimine in tutte le sue forme sono una cosa che davvero negli USA non manca. La nostra società tende a quella, già da parecchi decenni, comunque anche per quanto riguarda l’italia, ove le statistiche vengono fatte al maschile, e vengono poste le stesse domande i risultati sono paragonabili (non dimentichiamo che la famosa indagine ISTAT del 2006 quella in cui sarebbero risultate 7 milioni di donne violentate in italia, liquidava come violenza anche la “critica al modo di vestire” “o all’acconciatura” cosa che sarebbe una grossa forzatura persino definire violenza psicologica, figuriamoci farne un “calderone comune” con la violenza fisica e liquidare ciascuno di questi eventi, alla stregua di quello più grave che può capitare….. mi date una definizione di DEMAGOGIA per favore ? ). A Roma da parte dell’equipe Universitaria del Prof. Macrì con la collaborazione di Fabio Nestola e della dottoressa Sara Pezzuolo, oltre a tanti altri, è stata condotta una ricerca analoga a quella ISTAT del 2006, con criteri paragonabili ma ove le domande erano poste a Uomini invece che a Donne: risultato 7 milioni di violentati anche tra gli uomini: [LINK ad uno dei pochi portali che ha avuto il coraggio di opporsi al mainstream femminista e pubblicarla]: http://www.meridiananotizie.it/2012/11/cronaca/violenza-sugli-uomini-solo-a-roma-500mila-vittime-di-soprusi-da-parte-di-donne-video/ La ricerca citata è stata registrata al CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche, con la certificazione: essere stata condotta con metodo scientifico e super-partes) [LINK} http://eprints.bice.rm.cnr.it/4336/ …..Detto tutto questo, francamente NON SOPPORTO PIU’ quelle donne, che continuano a dipingere come ATTUALI, realtà di 70 anni fa (perchè gli anni ’50 di Marlon Brando e quelli di Humprey Bogart, sono ormai 70 anni fà e più !…. un secolo tra un po’). La realtà che vediamo oggi, e la vedo anche nel mio posto di lavoro, è fatta di donne vigilantes, poliziotte, carabiniere (oggi anche comandante dei vigili del fuoco) che come avviene nella mia Azienda, sono addirittura numericamente di più dei vigilantes uomini, sono corpulente ed alte e veramente robuste (“mangiano tanta carne” [osservazione ilare]), volgo lo sguardo dall’altra parte dello stabile, e vedo i ragazzi informatici del CED, dei mingherlini pelle e ossa, e probabilmente alcuni vegetariani, che credo difficilmente potrebbero avere la meglio in uno scontro con una di quelle vigilantes. A parte questi ragazzi informatici, vedo uomini impiegati in ufficio privi di muscolatura esattamente come tante donne loro colleghe. La signora Tiziana dovrebbe spiegarci se crede che siamo orbi , o rintronati, per non vedere e codificare la realtà che ci sta intorno. La violenza e la tendenza ad essere violenti è inoltre un fatto molto più mentale che fisico, quante volte abbiamo visto il magro/la magra aggressivi, ed il grasso/corpulento mite e pacioccone ? CI sono persone tendenti alla collera “cosiddetta fumante” che se provocate, o ritengono di esserlo, si buttano indipendentemente dalla coscienza o meno del loro livello fisico, rapportato a quello della persona che aggrediscono (magari prima verbalmente, urlando a squarciagola, o con toccate e spintoni) e vi assicuro che ne ho visto un tempo, di uomini, ma ancor di più oggi giorno di donne e soprattutto di morose infuriate con i loro boyfriends tra i giovani e i giovanissimi. La tendenza alla collera e l’adrenalina a fior di pelle, la violenza imitata dai media e dal cinema, così come il “libero arbitrio” insegnato oggi molto più alla donna (e camuffato da emancipazione, che ormai si stenta a capire “da che cosa”?) che agli uomini (che sono direi abbastanza criminalizzati per qualsiasi gesto, quanto fiero, prima ancora che collerico, quale che l’unica condizione accettata di maschio sia oggi il “cane bastonato” con la “testa bassa” e rigorosamente autolesionista). Concludo SOTTOLINEANDO che per fare violenza serve solo avere “arti con l’osso dentro” e la collera di usarli…. chiunque poi può brandire coltelli e oggetti vari da punta o da taglio, oltre che acqua e olio bollenti e sostanze acide e/o urticanti, come abbiamo ben visto (per non dire veleni), unito questo ad una livellazione fisica tra uomini e donne, dovuta alla sussistenza ormai trasversale di lavori di ufficio o comunque non principalmente fisici, vediamo, che la violenza dipende ben poco dall’organo genitale che risiede nel punto di incrocio delle gambe, se ne denota con buona logica e razionalità quindi una coerenza con le statistiche simmetriche fatte negli USA, che ne danno sostanzialmente una eguaglianza di fenomento, non più differenziata per genere (come anche di tanti altri crimini un tempo accreditati solo come maschili). Il Vero problema è che la STAMPA NOSTRANA pubblicizza in prima pagina solo un tipo di violenza [uomo verso donna] e relega ai trafiletti, alle testate locali, giustifica, vittimizza, oppure spudoratamente la OCCULTA, quella fatta nella direzione opposta [donna verso uomo] ed i casi veramente si sprecano anche qui: [FONTE http://www.violenza-donne.blogspot.it ….link alle pubblicazioni sulle testate giornalistiche originali, in fondo ad ogni articolo]

  22. Pingback: Violenze | Ilcomizietto

  23. La violenza domestica, femminile o maschile che sia, è il prodotto di cause e concause non riassumibili in frasi fatte, luoghi comuni e concetti stereotipati sintetizzati in slogan politically correct, nemmeno nella psicologia in saldo svenduta nei salotti televisivi. I rapporti uomo/donna non sono assimilabili alla evoluzione digitale, è pura illusione pensare di modificare radicalmente, in un paio di ricambi generazionali, modus pensandi e operandi tramandati per millenni. Da un punto di vista prettamente sociologico, il recente ritorno all’uso diffuso della violenza per imporre il proprio essere o mascherare le proprie insicurezze (non solo all’interno della coppia), è dovuto anche alle falle di una pedagogia moderna introdotta con eccessiva e maldestra fretta in un trend evolutivo palesemente più lento.

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