Chateau d’Ax cambia stile di pubblicità. Evviva!

Vecchio spot di Chateau d'Ax

Da anni eravamo abituati al fatto che l’azienda di arredamento Chateau d’Ax mandasse in onda spot come questo:

E questo:

Gli spot facevano un uso standard di veline o altre figure femminili simil-veline, scelte per la loro corrispondenza fisica a un certo schema corporeo (alta, magra, capelli lunghi, viso regolare, ecc.), vestite in un certo modo (scollatura, minigonna, tacchi alti, ecc.) e chiamate a svolgere un ruolo essenzialmente decorativo per le loro fattezze e il loro abbigliamento (il fatto che leggessero un testo di presentazione era irrilevante: lo stesso testo avrebbe potuto scorrere in sovraimpressione e il risultato sarebbe stato identico).

Da qualche giorno è uscita la nuova campagna Chateau d’Ax, curata da CookiesAdv di Massimo Guastini e soci, in stile completamente diverso: è una sorta di prova di commutazione, con citazione anni ’80-’90 (Diet Coke, ricordi?) e molta ironia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma non c’è niente di nuovo, usa pur sempre il corpo e la bellezza, maschile stavolta (ma anche femminile), usa pur sempre la sessualità, e bla bla bla. Tutto vero, ma tieni conto del contesto (italiano) e del punto di partenza (veline in funzione decorativa): facile immaginare la fatica che l’agenzia deve aver fatto per negoziare con l’azienda cotale e cotanto ribaltone. Auguro a CookiesAdv di fare molti ulteriori passi di cambiamento. Lunghi e ben distesi. Con Chateau d’Ax e tante altre aziende.

 

8 risposte a “Chateau d’Ax cambia stile di pubblicità. Evviva!

  1. Completamente d’accordo con te! Oltretutto le belle… Figliole che prima “scodinzolavano” per casa, erano completamente irreali: chi è che – nella sua intimità – sta sempre in minigonna perfetta, capelli da parrucchiera e tacchi a spillo, anche quando dà la buona notte ai bambini?

  2. “chi è che – nella sua intimità – sta sempre in minigonna perfetta”
    chi è che ha mai visto uno scaricatore così semmai.
    trovo la pubblicità divertente e migliore delle precedenti ma sempre troppo… troppo.

  3. la cosa più triste di tutte è che io quella della comparsa, che dev’essere la parte più brillante di tutto lo spot, non l’ho capita e credo perché il mio cervello si è disabituato a ragionare di fino. Anche il mio “maestro” di produzione fotografica stock mi dice sempre “SMETTILAAAaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaAAAAAa stai ragionando troppo di finooooooooo la gente NON CAPISCE UN CAZZO!!!!!! DEVI ESSERE DIRETTO!!!!!” … e mi sto abituando :-S

  4. ah si, dottoressa! Volevo far presente che io faccio ( ci provo ) produzione di materiale stock fotografico e ho accettato la sfida dell’uso di persone non convenzionali, non perfette, non supermagre, non conlapelleperfetta … carini si, ma non perfetti. Comprese signore piacenti ma che l’età non la nascondono. Io la sfida la accetto ma non posso morire. Quindi faccio mezzo e mezzo e poi vediamo cosa vende. Ma può controllarlo lei stessa nelle pagine “what sells” di almeno 20 agenzie tra cui le big 4 e poi tutte quelle più piccole. La gente COMPRA le immagini stereotipate classiche da tutto il mondo: donne ultrabelle, uomini ultrasicuri. Il richiamo sessuale non è SOLO sessuale: persino io come fotografo ottengo un lavoro migliore dalle modelle quando sono più fico: sono sempre io che faccio le foto, ma le modelle sono più brillanti quando flirtano e persino gli uomini quando si confrontano con me, se sono più “fico” sono fichi, altrimenti hanno un aspetto da superiori (anche se non richiesto dallo scatto).
    Siamo esseri umani: a cosa serve che io sia attraente? Sono più o meno bravo e basta. E invece no.

  5. Francamente non mi piace neanche l’ultima pubblicità ma almeno hanno cambiato soggetto.

  6. Circa un mese fa l’ironia provocatoria della Bacchiddu è stata accolta a “manganellate” dalle femministe reazionarie e moraliste. Così come l’ironia e il sarcasmo di un vecchio spot della Fleggaard (quello con le walkirie in topless), anni fa, divenne il simbolo del male da combattere (abuso d’immagine del corpodelledonne). Si discusse poi del caso “erettivo” di Carfagna e satira oltraggiosa. Prima ancora del caso “anal-logico” di Luttazzi. Senza dimenticare lo storico e famigerato spot/fake della Guinnes, dove manco si poteva giurare se di corpo di donna, trans o uomo si trattasse. E così per mille altre avventure paranoico-moraliste.

    Dunque va ribadito fermamente che se di satira, e derivati, si tratta non si possono fare distinzioni di genere consegnando letture interpretative, ideologiche e di valore (giudizio), in base a quanto percepiamo come oltraggioso alla morale vigente o, peggio, al nostro sentire personale. In questo Giovanna Cosenza appare ormai faziosa in una maniera indecente. E lo scrivo qui con tutto il rispetto possibile. Provate a fare la vostra “prova di commutazione” allo spot di Guastini, se ancora ci tenete alla logica…

    Va da sé che in tutti questi esercizi di «ribaltamento di genere», operati ideologicamente in contesti erotici e/o pornografici preesistenti, il risultato è sempre stato deleterio: creazione o rilancio di altri stereotipi, talvolta peggiori dei primi, derive razzistiche e omofobiche comprese. Qui, in sostanza, come nei migliori dei casi, abbiamo semplicemente l’ennesima conferma che corpi e sessualità attirano l’interesse degli esseri umani. Ossia si continua a ricorrere alle immagini sessuali stereotipate vanificandone via via il potere di seduzione, dunque commercializzandole fino allo stremo.

    Con il «ribaltamento di genere» stiamo assistendo ad una miserabile corsa per accaparrarsi l’ultima fetta di Eros su cui lucrare indecentemente. Sinceramente, sono disgustato da tanta ipocrisia.

  7. Di solito trovo i commenti di Luzy leggermente carichi di vanteria dotta, piuttosto acidi e maschilmente prevenuti. Ma stavolta ha ragione. Sembra quella vecchia pubblicità del lavavetri che beve(sempre lavori di fatica, eh, sempre stalloni in canotta). Soltanto che stavolta non c’è la passerona che si eccita. Ecco: velinizzare il maschio è politically correct, la femmina no. E’ questa la parità?

  8. Ho la triste impressione che il ribaltamento di genere possa sembrare positivo, in un Paese come l’Italia, solo perché il nostro panorama pubblicitario è oramai da anni annegato nello stereotipo della donna-oggetto in funzione di prezzemolo su ogni tipo di merce😦

    Io rimango infastidita da qualsiasi mercificazione del corpo e del sesso che sia completamente sganciata dal contesto del prodotto da vendere (passino i prodotti di bellezza, ma come ha notato saggiamente Caterina, scaricatori-modelli non sono esattamente nell’ordinario).

    Il commento di @cavallogolooso, tuttavia, mi fa venire voglia di spezzare una lancia a favore di chi le pubblicità le fa; perché è vero: anche le pubblicità sono prodotti, e chi le produce lo fa prima di tutto per lavoro, e deve assicurarsi che il suo prodotto vada incontro ai gusti del pubblico.
    Spezzare questo circolo vizioso è cosa complicata, e la colpa non può essere sempre e solo dei pubblicitari. Le major, piuttosto, dovrebbero fare uno sforzo per commissionare pubblicità più intelligenti, divertenti senza ricorrere a stereotipi – se non possono permetterselo loro, un paio di pubblicità meno “capite” dal pubblico di compratori…!

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