Oscar il gatto, le emozioni, la morte

Oscar il gatto

Oscar il gatto ci fissa da una fotografia pubblicata sul prestigioso «New England Journal of Medicine» [n. 357, 2007, pp.328-329] a margine di una descrizione piena di lodi fatta da uno studioso. L’autore descrive il trantran quotidiano di Oscar in una clinica geriatrica per pazienti con Alzheimer, Parkinson e altre malattie, a Providence, nel Rhode Island. Il gatto, che ha due anni, annusa e osserva ogni paziente, gironzolando di stanza in stanza. Quando secondo lui qualcuno sta per morire gli si raggomitola accanto, facendo le fusa e strofinandogli contro il muso con gentilezza. Oscar se ne va solo dopo che il paziente ha esalato l’ultimo respiro.

Le previsioni di Oscar sono così attendibili che il personale della clinica ci fa affidamento. Se entra in una stanza per poi uscirne, sanno che per quel paziente non è ancora tempo. Non appena Oscar inizia una delle sue veglie, però, l’infermiera alza la cornetta e chiama i familiari, i quali si affrettano a raggiungere la clinica per essere presenti quando il loro caro verrà a mancare. Il gatto ha predetto la morte di più di venticinque pazienti, con una precisione maggiore di quella di qualsiasi medico. L’omaggio al gattone recita così: “Nessuno muore al terzo piano senza che Oscar gli faccia visita e si fermi per un po’”.

Come riesce Oscar a fare quello che fa? È l’odore, il colore della pelle, oppure un certo modo di respirare dei pazienti morituri? Data la varietà dei mali che li affliggono, sembra improbabile che tutti i pazienti finiscano per mostrare lo stesso segno distintivo: ma anche questa è una possibilità. Ancora più problematica è la questione di quale sia il movente del gatto. Oscar a volte è l’unico a rimanere vicino a un paziente morente, e il personale interpreta tale comportamento come un suo modo di assistere il malato. Ma è davvero questo che motiva il nostro felino da ospizio?

Io vedo due possibili ragioni del suo comportamento: si tratta o di un modo per confortare se stesso, se turbato da quello che avverte stia accadendo a una persona, o di un modo per confortare il paziente. Entrambe le possibilità lasciano comunque perplessi. La prima perché non è chiaro il motivo per cui Oscar cercherebbe conforto da pazienti che il più delle volte sono ormai disabili: non sarebbe meglio farsi coccolare da una delle tante persone meglio disposte a farlo? La seconda possibilità è anche più difficile da credere: in quanto membro di una specie di cacciatori solitari, perché Oscar dovrebbe essere più generoso di ogni altro gatto che io abbia mai conosciuto? Ne ho avuti parecchi in vita mia e, benché a molti gatti piaccia effettivamente rannicchiarsi a contatto con noi, non mi pare di leggere una grande preoccupazione per il nostro benessere nel loro comportamento. Per essere totalmente cinico: a volte mi chiedo perché i nostri amici gatti ci amino tanto più quanto più fuori è freddo.

Sto esagerando: ovviamente i nostri gatti ci danno affetto e si dimostrano capaci di una forte connessione emotiva. L’unica ragione per cui le persone si riempiono la casa di pelosi carnivori e non, per dire, di iguane e tartarughe (che sono di fatto più facili da mantenere) è che i mammiferi ci offrono quello che nessun rettile potrà mai offrirci: la reattività emotiva. Cani e gatti non hanno alcun problema a interpretare il nostro umore, e noi non abbiamo alcun problema a interpretare il loro. Questo ha per noi un’immensa importanza. Ci sentiamo molto più a nostro agio e ci affezioniamo di più agli animali dotati di questa capacità. Anche se Oscar non fosse spinto esattamente dal desiderio di assistere qualcuno, come suppongo, sarebbe comunque un errore archiviare il suo comportamento come irrilevante per la questione dell’empatia. (Frans de Waal, The Age of Empathy, 2009, trad. it. di Marco Pappalardo, L’età dell’empatia, Garzanti, 2011, pp. 136-138 ebook).

PS. Sto lavorando da tempo sul ruolo delle emozioni nella comunicazione e nella persuasione e nelle ultime settimane mi sono imbattuta in questo bel libro di Frans De Waal, illuminante per comprendere il nesso fra la nostra capacità di esprimere e interpretare le emozioni e quella di molti animali. Ringrazio Matteo Pascoletti per avermelo segnalato.

3 risposte a “Oscar il gatto, le emozioni, la morte

  1. Fantastico episodio. Finisce così : “House porta il felino nel suo studio e nota che questo si acciambella sul suo macBook. Egli intuisce così che è il calore ad attirare la gatta sui moribondi: di questi, infatti, tre erano febbricitanti e gli altri otto avevano un coperta termica. Grazie al caldo House arriverà ad un’altra brillante intuizione che gli consentirà di formulare la giusta diagnosi: un raro tumore dell’appendice produceva tutti i sintomi finora riscontrati più la vampata di calore sentita dalla gatta, ma in precedenza non rilevata dai dottori.” (da wiki)

    nell’episodio ci sono dialoghi superbrillanti, come sempre quando House mette in campo la sua logica contro religione e superstizione. Ma nei suoi casi, resta sempre aperta una porticina al dubbio che religiosi e superstiziosi non attingano a conoscenze e/o intuizioni altrettanto veri, o almeno utili.
    D’altra parte, il suo creatore (e coautore di molti dei dialoghi), David Shore, viene da una famiglia di ebrei molto osservanti. Nel suo House c’è l’abitudine tipica della cultura ebraica di mettere in discussione tutto, e riderne anche.

  2. Io spero che il tuo lavoro produca un altro romanzo.🙂

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