Il corpo maschile nella campagna Never Hide di Ray Ban

Never Hide Ray Ban

Mi scrive Armando, ex studente della magistrale in Semiotica, a proposito di un’affissione dell’ultima campagna Never Hide What You Are Made Of di Ray Ban, firmata del celebre fotografo americano Mark Seliger (QUI l’intera campagna):

«Salendo sulla linea gialla alla stazione Duomo di Milano trovo da mesi questo gigantesco manifesto Ray Ban. Non ho preso le misure ma sarà alto almeno due metri. Ogni volta penso che se al posto di un uomo nudo ci fosse stata una donna ci saremmo tutti indignati. Invece c’è un uomo e quindi: “Ah, ah!” “Che buffo!” “Ma che simpatico!”.
Io posso sentirmi infastidito da questa mercificazione del corpo degli uomini, o esagero?
Può sembrare strano, ma quello che più mi infastidisce è il trattamento riservato al membro maschile che diventa una matita sia in mano all’artista sulla sinistra, sia in mano all’insegnante sulla destra. In più, mi pare che grazie a un lavoro di Photoshop il membro maschile sparisca perfino dal corpo dell’uomo nudo, dato che è biologicamente impossibile che quella manina possa coprirlo.»

Caro Armando, hai fatto la prova di commutazione e hai dato voce al tuo fastidio. Ora forse qualcuno ti accuserà di sessuofobia, o dirà che non cogli il riferimento all’arte e alla statuaria greca. O altro ancora. Come tante volte è successo in questo blog. (Ma non è detto, perché i tempi cambiano e magari sono cambiati anche per certi commentatori ripetitivi.)

Secondo me il focus va, ancora una volta, sul contesto: in un momento storico, in un contesto socio-culturale, in un paese in cui la comunicazione commerciale non fosse così ossessionata dall’estetizzazione del corpo umano, soprattutto femminile ma anche maschile (vedi Il corpo degli uomini), come accade da anni in Italia, non saresti infastidito. Nel contesto italiano, oggi, l’affissione ti disturba. Anche perché in Italia, negli ultimi anni, contro l’abuso pubblicitario del corpo femminile si è scagliata la critica neofemminista, per cui ora tu, giustamente, reclami altrettanta attenzione al trattamento del corpo maschile. In un contesto in cui la pubblicità commerciale fosse realmente varia, multiforme e creativa, in una società in cui fosse effettiva parità di genere e generi (immagina di vivere in una Svezia o Norvegia ideali), non saresti infastidito, ti scapperebbe forse un sorriso, o semplicemente non ci faresti caso. Ti torna il ragionamento?

28 risposte a “Il corpo maschile nella campagna Never Hide di Ray Ban

  1. Due cose: la prima è che l’uomo nudo è visibile a figura intera, faccia e tutto, coperto solo da un paio di occhiali (il punto della faccenda, visto che di occhiali si parla). La seconda è che stiamo parlando di un contesto ironico, in cui la nudità non è sessualizzata ma sminuita, e inserita in uno scenario artistico in cui ha un senso.
    Non è uguale a una donnina con la bocca semiaperta e lo sguardo porno o alle ormai celebri chiappe della Sant’Anna.

  2. a me non torna tanto il ragionamento.
    in ogni Accademia di Belle Arti da sempre si fa lezione di Nudo e ci sono modelle/modelle in posa per gli studenti che devono disegnare il corpo umano: perciò qui la foto è realistica con il contesto.
    per lo stesso motivo nessuno si è mai scandalizzato, fin dagli anni ’60, se le modelle erano svestite nelle pubblicità dei costumi da bagno o delle creme anticellulite. diverso è se si usano le donne discinte per reclamizzare pacchi di pasta, succhi di frutta o vernici per il cancello: allora si parla di strumentalizzazione del corpo femminile, di donna/oggetto e di volgarità per attizzare gli istinti più bassi. mi sembra molto diverso

  3. errata corrige: modelle/modelli (nella 3a riga)🙂

  4. Grazie Giovanna Cosenza di questa fondamentale lezione di semiotica, e lo dico sul serio, perché il principio fondamentale che è il contesto che connota il segno, lo conosco anch’io che non sono semiotica🙂 e ogni tanto è bene ricordarlo.

  5. Scusa Giovanna, ma la tua risposta non mi sembra ragionevole. Armando si chiede se potrebbe sentirsi infastidito. Tu gli rispondi che è il contesto a creare le condizioni del fastidio, tanto che in un altro contesto potrebbe non farci neanche caso. Ora, questo cosa dimostra? Due persone nello stesso contesto possono provare differenti sensazioni, dunque il contesto di cui parli non c’entra. Anche Armando premette che se ci fosse stata una donna ci saremmo indignati, ma tutti chi? Si vuole forse sostenere una conformità morale data dall’indignazione? Penso che ognuno possa sentirsi o meno infastidito, ma questo non fa il metro di giudizio. La differenza sta appunto nel modo in cui sono rappresentate le cose e anche nel contesto sociale, ma in un’altra maniera. Ovvero, il corpo maschile non rimanda ad altro che al corpo. Poi uno si può scandalizzare o infastidire o quello che è. Il corpo femminile rimanda alla discriminazione e al sessismo, per questo se ne parla e ha senso parlarne. Come non avrebbe senso parlare di mercificazione del corpo maschile.

  6. ecco sommessamente, io non so se armando sia “sessuofobo” e non m’interessa ma le sue parole mi dimostrano che gridare alla “mercificazione” o “svilimento” davanti ad ogni nudo (maschile, femminile, sensuale, erotico, erotizzato o no che sia) a prescindere dal contesto in cui è inserito, stia diventando un tantino esagerato

  7. a proposito di contesto proporrei una correzione: non è il contesto norvegese che rende questa pubblicità simpatica, ma quello italiano, ipersensibilizzato dalla polemica (giustissima, peraltro) delle neofemministe.

    è una svista quella di criticare la sensibilità dello studente (che non è ipersensibilità, nè sessuofobia, nè ignoranza della statuaria greca, come giustamente viene fatto notare), come una deviazione dalla norma ideale nordica – proprio perchè è il contesto italiano ad essere ipersessualizzato: questo cartellone deve essere letto in confronto con la nostra situazione che lo rende ironico.

    Mi spiace, ma qui sono stati i pubblicitari i primi ad aver fatto la prova della commutazione, ad aver creato l’effetto comico e ad aver insaccato nella bella risata liberatoria di un paradosso le neofemministe (nessuna levata di scudi in nome della parità?), i colleghi pubblicitari dalla fantasia corta (e facili all’esibizione della donna svestita), e anche il buon Armando.

    Nella normativa ideale norvegese non c’è tutto questo, quindi nessun sorriso; al massimo qualche polemica sull’uso strumentale del corpo maschile nella pubblicità🙂

  8. Grazie prima di tutto a Giovanna per aver inserito la mia riflessione in un contesto appropriato. Il ragionamento mi torna perché io quando guardo questa affissione in metropolitana non penso subito alla mercificazione e allo svilimento del corpo del maschio, ma ci penso in un secondo momento, nel contesto.

    Per Giulia B: infatti non è uguale, mi dispiace se dalle mie parole sembra il contrario. Ma il sesso c’è e non è neanche sminuito: basta guardare lo sguardo del modello e la postura del bacino, se proprio non vogliamo guardare la doppia allusione della matita.
    Sono perfettamente d’accordo con te sulla comicità della situazione.

    Per fiorenza: anche qui si usa un corpo nudo per vendere un paio di occhiali e non vedo il nesso tra corpo nudo e occhiali.

    Per Stefano: giusto, “tutti chi?”, ho peccato di generalizzazione.

    Per Paolo: infatti questo era anche un mio dubbio, ma più ci penso e meno vedo il motivo per cui si debbano pubblicizzare degli occhiali da sole con un modello nudo coperto solo da una matita.

    Per Magari: forse ho dato l’impressione di essere un po’ bacchettone, però hai ragione sul fatto che sono stato insaccato nella risata liberatoria.

    Poi volevo dire a tutti i semiotici che ovviamente riconosco il realismo della sceneggiatura “lezione di pittura dal vero” e riconosco le associazioni enciclopediche con la statuaria greca, ma sono stato colpito dall’isotopia della matita e l’intera affissione mi sarebbe piaciuta di più se il corpo fosse stato o completamente nudo o coperto in un altro modo.

    Infine, anche le dimensioni contano. La stessa affissione suscita una sensazione diversa su una rivista oppure, ripeto, su un muro gigante mentre scendi le scale mobili della metropolitana.

  9. Provo a ricostruire, quello che vedo.
    Il concetto intorno al quale è costruita la campagna è “Never Hide” – Non nasconderti mai. Cioè abbi il coraggio di esprimere te stesso, di essere quello che sei. Sii fiero, osa, non nasconderti.
    DI qui il corpo nudo che non si nasconde. E’ un bel corpo (non erotizzato), fiero e sicuro di sé ma con humour. Intorno ragazzi e ragazze lo guardano senza particolare emozione, tutti presi a dipingerlo. Non ci leggo nessun tipo di derisione, disprezzo o mercificazione.

    Il sottotitolo della campagna, poi, è: “Blends in like camo” (camo=camouflage). Immagino sia riferito agli occhiali Ray-ban, che si mimetizzano/armonizzano con qualsiasi contesto. Nel senso che si notano senza stonare.
    Di qui il collegamento con gli occhiali, che stanno bene anche a un modello nudo che posa in una classe di aspiranti artisti.

    Forse il problema sta in quelle due matite (che servono a “mimetizzare” il sesso). Si può obiettare – come fa Armando – che le dimensioni delle matite sviliscano la virilità del maschio e costituiscano in sé una presa in giro. A sto punto, mi chiedo se sarà mai più possibile dire o fare una qualsiasi cosa che risulti linguisticamente e comunicativamente corretta e che non costituisca reato di genere.

  10. “Blends in like camo” può significare anche che diventano la tua seconda pelle. (associazione occhiali/corpo nudo)

  11. Ma che meraviglia gli uomini coinvolti nella percezione del proprio corpo attraverso i media. Sarà interessante vedere come e se verrà affrontata la cosa da questa prospettiva.
    A me la pubblicità sembra divertente ma è ovvio che c’è una sessualizzazione. Il modello a me sembra un incrocio tra il Belushi di animal house e Tom cruise di risky business. Mi aspetto che cominci a urlare ‘toga party’ da un momento all’altro.
    Oltre alla posa e all’espressione aggiungo anche l’onnipresente tartaruga. Aggiungiamo la matita e l’effetto Ken è assicurato.

  12. Io vorrei sottolineare, tra parentesi, che le femministe si occupano eccome di mercificazione del corpo maschile, perché la questione della mercificazione (nonché del suo impatto sulla società, studiato da Chiara Volpato in “Deumanizzazione. Come si legittima la violenza”) non è rilevante perché interessa le donne, ma lo è per il modo in cui influenza le relazioni fra i generi a livello sociale.

    @Paolo. Lo “svilimento” del corpo credo dipenda dalla sensibilità e dai valori di ciascun individuo, ma la mercificazione è riconoscibile attraverso i criteri stesi dalla sociologa statunitense Caroline Heldman (ne ho parlato qui: http://ilragno.wordpress.com/2014/03/11/la-mercificazione-del-corpo-maschile/)

  13. @ Armando

    Per me è da capire cosa ti infastidisce, perché se ci fosse stata una donna non importa che uno o tutti si sarebbero indignati, anche lì l’indignazione sarebbe dovuta essere giustificata. A me ad esempio, ma non ho fatto l’esperienza visiva che hai fatto tu, questa pubblicità lascia indifferente. E non capisco cosa intendi quando chiedi di poterti sentire infastidito dalla mercificazione del corpo maschile. Io non vedo il corpo maschile, vedo un modello. I modelli usano il proprio corpo, come qualsiasi lavoratore. Perché dovrebbe darmi fastidio? Fosse uno schiavo, capirei, ma in questo caso? Ti dà fastidio il fatto che c’è un uomo nudo per pubblicizzare degli occhiali? Questo però è un discorso che si può fare per qualsiasi caso in cui la pubblicità crea una situazione non pertinente con l’oggetto pubblicizzato.

    @ ladymismagius

    Ho letto il tuo pezzo, e trovo grossi problemi nell’impostazione. Intanto la tua definizione di mercificazione non ha molto senso. Mercificare significa rendere merce, ovvero porre un prezzo, mettere sul mercato, non significa rappresentare. Qui non c’è un uomo in vendita. Come si possa rappresentare un essere umano come un oggetto sessuale poi è del tutto arbitrario. Cosa significa oggetto sessuale? Il modello in questione è un oggetto sessuale? Qualcuno lo ha costretto? Di sicuro non viene equiparato al prodotto. Qualsiasi pubblicità con attori utilizza corpi per vendere prodotti. E anche qualsiasi film artistico finanziato da marchi lo fa. Il passaggio implicito, mezzo per vendere, ovvero prodotto, non è implicito per niente, e ancora, dà per scontato che di prodotto si parli, che però è un tuo assunto per niente dimostrato.

  14. la percezione dell’offesa è soggettiva. Quello che è oggettivo, invece, è che il modello non è uno schiavo. E’ un lavoratore che prima ha valutato un’offerta di lavoro, poi si è candidato e poi ha accettato di fare un lavoro ben retribuito. Lo stesso se fosse stata una donna.
    Ci sono maschi e femmine che provano lo stesso disagio di Armando vedendo gigantografie di corpi nudi in giro per la città (a prescindere dal fatto che siano corpi maschili o femminili) e hanno tutto il diritto di esprimere la loro opinione e magari anche chiederne la rimozione. Si misureranno con le altre forze in campo.
    L’unico caso in cui – forse – chiederei allo stato di intervenire è quello dei corpi di bambini e bambine, che – invece – non sempre possono scegliere e spesso sono pilotati da genitori iperinvasivi.
    Tutto il resto può essere giustamente valutato, interpretato e oggetto di discussione, ma trovo – come altri in questo thread – che molti argomenti siano forzature.

  15. @ Stefano
    Allora, la mercificazione è una questione di rappresentazione, al di là del significato etimologico della parola.
    Il “come si possa rappresentare un essere umano come oggetto sessuale” è semplice: una rappresentazione è oggettivante se rientra nei criteri del test di Heldman.
    Il fatto che il modello o attore abbia dato il proprio consenso è effettivamente irrilevante, non pertinente, qui parliamo dell’impatto di una rappresentazione.
    So che questo commento in effetti non dimostra razionalmente alcunché. Se neghi a priori le premesse del concetto di oggettivazione sessuale non posso darne alcuna dimostrazione. Il concetto di oggettivazione sessuale tuttavia non è un assioma: è una teoria supportata da studi scientifici (la sociologia è una scienza, dopotutto). Gli estratti sono disponibili su Google Scholar cercando “sexual objectification”, e in particolare è disponibile in .pdf il primo articolo che ha proposto questa teoria, “Objectification Theory” di Barbara Fredrickson.

  16. Io non pretendo che mi dimostri nel senso scientifico del termine, ma che definizioni e criteri abbiano consistenza. Ad esempio, perché si parla di oggetto sessuale nella mercificazione? Se mercificazione c’è, che discriminante è quella sessuale? Poi, è la pubblicità tutta e il lavoro ( essendo la pubblicità un lavoro ) che mercificano il corpo nel momento in cui uno viene retribuito per ciò che fa. Non la rappresentazione del lavoro. Per questo poi dire che il corpo viene equiparato a un prodotto non si giustifica, a meno che non sia esplicitamente rappresentato un corpo in vendita, cosa che non mi pare di aver mai visto, tranne che negli annunci di lavoro. Non nego a priori il concetto di oggettivazione sessuale, solo che va sostenuto con buoni argomenti, non basta dire è così se rientra nei criteri di Heldman. I criteri di Heldman poi sono buoni criteri? A me alcuni sembrano insostenibili, tipo: perché oggetto e non soggetto? perché creare una differenza metafisica tra il corpo intero o a pezzi, parlare di persona sessualizzata ( che vorrebbe dire, e ancora, per quale motivo è il sesso a far mercificare? ). La 7 poi fa ridere: un foglio da disegno?

  17. Prima di tutto: il piano di cui si discute è quello della rappresentazione, non tutto ciò che ci sta dietro, quindi non si parla di mercificazione del corpo nel lavoro. Analizzando un dipinto si guarda solo ciò che sta all’interno della cornice e il contesto (valori, mentalità, cultura della società di cui il pittore faceva parte che si riflettono nel dipinto), non il piano “materiale” della tela, dei colori e della tavolozza che ci stanno dietro.

    Sinceramente non capisco le tue domande. L’oggettivazione sessuale è una forma di deumanizzazione (Chiara Volpato ha dedicato a questo fenomeno un capitolo del suo libro che ho citato più sopra) mercificante. La persona è ridotta a corpo sessualizzato (cioè a corpo che ha valore solo in quanto sessualmente attraente) e il corpo sessualizzato viene usato per vendere e quindi esposto come un prodotto. Non credo di poterlo spiegare meglio di così. Non è il sesso a far mercificare, ma l’uso della rappresentazione sessualizzata a fini commerciali, l’associazione corpo-prodotto. Infatti non tutte le immagini sessualizzate sono oggettivanti (per esempio, l’immagine della pubblicità Ray-Ban qui sopra secondo me non è da considerarsi oggettivante perché non rientra nei criteri di Heldman).

    Si tratta di oggetti sessualizzati, e non soggetti sessuati perché i corpi rappresentati non sono mostrati come dotati di agency e/o di individualità. Sono corpi. Mi sembra quasi ovvio. Un pezzo di corpo è di un “grado superiore” di oggettivazione (quindi non una differenza “metafisica”, ma di grado) perché la persona si elide totalmente. Un sedere, non una donna.

    I criteri di Heldman sono stati elaborati a partire da studi scientifici come quelli di Martha Nussbaum, dice la stessa Caroline Heldman nel suo blog. Il settimo criterio si riferisce a quei casi in cui il corpo sessualizzato è usato per scriverci o disegnarci sopra (per esempio uno slogan pubblicitario o un logo, oppure una “cornice” al prodotto come in questo esempio: http://orbitadiversa.files.wordpress.com/2013/01/can1.png).

  18. scusa eh, ma la mercificazione c’è o non c’è se c’è uno sfruttamento commerciale. Cosa importa se nello sfruttamento c’è una rappresentazione sessualizzata?

    L’equiparazione a un prodotto è un’inferenza soggettiva. Ciò che fa una pubblicità o un film è offire un’immagine. Perché questa sia oggettificante o deumanizzante per me è ancora spiegato in maniera debole. Ad esempio come si fa a sostenere una deumanizzazione e contemporaneamente una sessualizzazione, essendo la sessualità un aspetto dell’umano? Lo si fa con il criterio di oggettivazione sessuale. Ma cosa vuol dire che un corpo è solo un corpo? Lo è perché viene venduto, argomento usato da chi sostiene l’immoralità della prostituzione? Si può capire il concetto di sessualizzazione, meno il concetto di oggettivazione, non si capisce invece come la oggettivazione sessuale implichi la mercificazione.

    Per quanto riguarda i criteri, il fatto che siano stati elaborati a partire dagli studi di Nussbaum non aggiunge né toglie nulla. Ad esempio il 4 è piuttosto arduo da accettare. Come si può sapere se una immagine mostra una persona umiliata o sottomessa senza il suo consenso?

  19. Come vedi, cara Giovanna, anche senza le solite critiche ughesche e luziane ti ritrovi un gruppetto di rispettabili commentatori che non concordano con le tue tesi neo-fem (o da “femminismo moralista” come altre femministe scrivono da qualche tempo).

    Dato che l’essenziale è già stato detto, aggiungo un paio di note colorate…

    Iniziamo con una tipica lettura critica “neo-fem”: le due ragazze (allieve) raffigurate in basso a sinistra, stanno complottando sul pene del modello, sono quindi rappresentate come due ochette erotomani… Questo, ovviamente, per la gioia degli spettatori uomini. Dunque come soggetti femminili vengono raffigurate col solo scopo di ricordarci la loro principale funzione sociale: titillare appendici maschili. Ennesima rappresentazione degradante della donna. Il soggetto maschile viene contrapposto al ruolo subalterno femminile, esaltandolo nella sua bellezza stereotipata e rilanciandone l’immagine come oggetto di ammirazione sessuale e venerazione consumistica. Mercificazione del corpo degli uomini.

    Ecco qui, al contrario, una lettura “satanica” che ci spiega la mancanza del pene nel modello (“terrore della castrazione” come interpretazione della censura, ovvia, operata sul nudo – ndr). Questi, il maschio esibito, appare infatti simbolicamente evirato dalle allieve streghe (cfr. sempre in basso a sinistra) che tramite la pratica del disegno magico transubstanziale hanno sottratto la preziosa appendice alla vittima sacrificale: si noti il simbolo della “matita magica” (asta, bastone, bacchetta rituale) che nella mano della vecchia sacerdotessa celebrante funge da catalizzatore (antenna ricevente e trasmittente) del potere degli inferi trasferito poscia nelle mani delle più giovani e promettenti allieve. Sì che il pene più grosso era sempre il più desiderato.

  20. Stefano | martedì, 8 luglio 2014 alle 12:39 pm |
    Come si può sapere se una immagine mostra una persona umiliata o sottomessa senza il suo consenso?
    ——————————————————-

    Lo si sa, arbitrariamente, per via della tipica proiezione neo-fem che individua vittime laddove si percepisce un fastidio personale nei confronti di una situazione rappresentata (quasi sempre una condizione con valenza erotica, ad es una donna “legata”) – tutta la storica vicenda sul femminismo pornofobico statunitense è l’esempio più eclatante di una continua proiezione delle proprie “paranoie sessuali” convertite in politica repressiva da applicare all’intera società. Zanardo, Marzano, Cosenza sono figlie di quella corrente femminista pornofobica che non a caso negli USA dialogava con la parte politica più reazionaria del paese.

  21. tra le altre categorie che potrebbero sentirsi discriminate e oppresse:
    1) portatori di cappelli (ce n’è solo uno e sullo sfondo)
    2) donne di mezza età (ce n’è solo una, abbastanza deprimente, con un maschio nudo che ride alle sue spalle: “parla, parla, Befana…”)
    3) cani (perché non ci sono cani?)
    4) minoranze etniche (non sono rappresentate tutte)
    ecc. ad lib.

    un altro messaggio subliminale potrebbe essere veicolato dall’immagine dell’anziana prof: tutt’e due le sue mani coprono i membri di due dei maschi. La veterofemminista attempata e castratrice, sbeffeggiata dal giovanotto nudo alle sue spalle. Magari il creativo americano che firma la campagna ce l’ha con le snoq…

    ma si potrebbe andare avanti ore e giorni e secoli, a interpretare e a misurare col bilancino oggetto/soggetto, rappresentazione, mercificazione, erotizzazione, svilimento, ecc.

  22. Come non concordare con ciò che ha scritto Stefano? Banali considerazioni che andebbero usate come test di autovalutazione della propria eventuale sindrome da immunodeficienza ideologica acquisita.
    Cosenza ha puntato da anni sul clan delle neo fem, ritenendo che fosse un bacino – meglio: un abbeveratorio – da cui attingere popolarità. Infatti qui in questo suo spazio e su queste tematiche sono sempre stati rari i commentatori critici al contrario dei numerosi assuefatti e ciò deve averle deformato la percezione sulla bontà delle proprie tesi. Faccenda sua.
    Dal mio punto di visto anch’io nutro ingenuamente una speranza: che Cosenza faccia coming out confessando di aver abbracciato questa ideologia per motivi professionali e che, stanca di fare la crassa figura del baggiano, riveli dunque ai suoi 25 lettori che non ci sta più a farsi credere così ottusa, a fare la parte dell’orso da fiera.
    Pia illusione da parte di un vecchio lettore, niente più.

    @Luz🙂

  23. poi c’è la sempre valida interpretazione freudiana dell’invidia del pene.
    Le donne sono tutte munite di matita compensatoria.

  24. devo dire che pure io condivido almeno in parte le critiche di alcuni commentatori.
    e continuo a pensare che di per sè una immagine sessualizzata o erotizzata, astratta dal suo contesto, non possa definirsi in assoluto oggettificante o mercificante..insomma con buona pace di heldman e nussbaum mi pare tutto un po’ arbitrario e soggettivo per quanto lo si voglia ammantare di “oggettività”. Mi sto convincendo che le categorie di “oggettificazione” e simili siano interpretazioni possibili (quindi non le sole e neanche le più vere) di date immagini e non caratteristiche intrinseche di quelle immagini,

  25. ma secondo me in certe pubblicità italiane qualche problema nella rappresentazione dell’immagine femminile c’è davvero ed è stato giusto farlo presente

  26. Lui è infastidito da questo. Io sono un uomo e una cosa del genere non mi infastidisce. Magari esistono cose che infastidiscono me ma non lui. Viene fuori anche dai commenti: ciò che ci offende, ci infastidisce, ci disturba, ci mette a disagio, ciò che troviamo insultante o contrario ai nostri valori o al nostro senso del pudore o al nostro senso della dignità o non rispettoso o scadaloso.. è personale. Ciascuno declina tutto ciò a modo suo. Gli esempi sono infiniti. Quindi l’unica regola possibile per il lgislatore, non censoria, non violenta, non discriminante, è la totale libertà. L’unica regola astratta e generale rispetto a cui possiamo essere tutti uguali è la libertà d’espressione intesa nel suo senso più semplice e immediato. Se qualcosa ci offende possiamo sempre fare manifestazioni, petizioni, boicottaggi, lamentele, possiamo scriverne sui giornali o su internet o in un libro o dove ci pare, possiamo cercare di far valere la nostra sensibilità senza obblighi, imposizioni, tribunali, multe, poliziotti e provvedimenti di legge che impongano su altri la nostra sensibilità e creino differenze fra la categoria che riesce ad avere la leggina ad hoc e quella che no. Per non dire del fatto che le persone adulte, mature e ragionevoli possono tranquillamente essere tolleranti e capire che una società libera non calza a misura perfetta di nessuno. La pubblicità è spesso oggetto delle manie della gente perchè viene associata a dimensioni che sono “cattive” per antonomasia: serve a vendere e vendere è un atto guardato con sospetto, serve a far soldi e i soldi sono “il bau bau”, serve a far pensare alla gente quello che qualcuno vuole fargli pensare quindi è “manipolazione”, trasforma ciò che tocca in “merce” e la categoria “merce” fa venire attacchi di epilessia a certa gente.. è associata al consumismo e al capitalismo.. quindi è già mezzo immorale di per sè a prescindere.. figuriamoci se mostra un corpo nudo!

  27. ti sottoscrivo, spago24

  28. Io non sottoscrivo spago24, e nemmeno “cordalcollo”….

    La totale libertà (d’azione, non di pensiero) è possibile solo per un’umanità evoluta che abbia raggiunto uno stato di grazia permanente – cosa impossibile anche per la Star Trek Next Generation.

    Si tratta piuttosto di distinguere la paranoia dall’analisi, pur accettando un certo grado di interpretazione “paranoico-critica”. Il caso in oggetto, in fondo, è originato da una proiezione fobica di matrice neo-fem. Leggerla come “prova commutazione” (accettando il metodo per quello che è…) implicherebbe una situazione paradossale, ingestibile per i nostri media, ossia l’esistenza di un analogo set in cui una femmina nuda – mettiamo pure abbia le tette coperte dai capelli -, sotto gli occhi di allievi maschi divertiti, gestisce il suo potere seduttivo facendo della matita nella mano di un vecchio professore uno scarso fallo compensatorio.

    Ora, se un’immagine del genere mostra la fame sessuale della femmina, significa che anche il maschio dell’originale sarà pronto a fare da stallone per il gruppo di allieve divertite. E i tre maschi sono ovviamente gay…

    Quel che invece accade comunemente è la costrizione del potere sessuale femminile in contenitori d’immagine che ne sviliscono la forza.

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