Quanto è bello e utile fare un tirocinio a Sky Sport 24

Sky Sport 24

L’anno scorso Davide ci raccontò come era riuscito a ottenere un tirocinio curricolare presso Sky Sport 24: gli era bastato seguire qualche mio consiglio, fare una ricerca accurata e scrivere una buona lettera di motivazione (vedi Stage: quanto vale una buona lettera di motivazione? Molto). Oggi che ha terminato il tirocinio, ci racconta com’è andato:

Il mio tirocinio presso la redazione di Sky Sport 24 è stato qualcosa di eccezionale. Ho avuto modo di imparare con i miei occhi, con le mie mani, con tutto me stesso il mestiere del giornalista, un lavoro pesante e difficile. Non avevo una giornata tipo, ogni giornata era utile per apprendere qualcosa di nuovo: dalle notizione passate dalle agenzie agli scoop da mandare subito in onda, dai reportage alle traduzioni di interviste in inglese, francese e portoghese, il tutto con la mia voce che andava in onda sui vari notiziari giornalieri. E sapete qual è stata la mia più grande soddisfazione? Essere messo sullo stesso piano di importanza degli altri giornalisti, capisaldi dell’informazione sportiva di Sky da oltre 10 anni e volti noti alla tv. Ovviamente non posso raccontare per filo e per segno tutto quello che ho vissuto in tanti mesi, ma sono qui a testimoniare che il mio tirocinio è stato realmente fondamentale perché mi ha dato le basi per l’inizio di una carriera. Proprio per questo, consiglio (e auguro!) a tutti di fare un’esperienza del genere, anche se è una grande gavetta e implica sacrifici grossi. Ma dietro qualunque lavoro ci sono gavetta e sacrifici, dunque mai tirarsi indietro.

PS: il direttore di Sky Sport, a due giorni dall’inizio del tirocinio, sul nostro corso di laurea disse: “Conosco bene Scienze della Comunicazione a Bologna, credo che sia l’unico in tutta Italia a offrire un’ampia conoscenza del mondo della comunicazione applicato a diverse tematiche”.😉

Il consiglio che diedi a Davide per ottenere il tirocinio a Sky (non conoscevo personalmente nessuno cui indirizzarlo) fu semplicemente questo:

Cerca sul sito il nome del responsabile delle risorse umane in Italia: gli scrivi, ti presenti, gli spieghi perché vorresti fare un tirocinio da loro, t’informi se hanno bisogno di stagisti, gli telefoni, ti sistemi al meglio, ti presenti bene, li vai a trovare, gli chiedi cosa ti farebbero fare, tratti con loro un rimborso spese… Tutto ciò fa parte del lavoro di contatto con il mondo delle professioni. E della tua crescita individuale. Poi mi racconti com’è andata e io ti do un parere. Alla fine ti autorizzerò formalmente a fare il tirocinio.

16 risposte a “Quanto è bello e utile fare un tirocinio a Sky Sport 24

  1. Ottenere uno stage a Sky Sport 24 non è cosa da poco, ma scrivere “qual è” con l’apostrofo non è proprio una gran soddisfazione! Revisionare quel che si scrive prima di inoltrarlo non è mai tempo perso!

  2. Mia sorella ha fattoail tirocinio presso Sky TG24 ed in paese si era sparsa la voce che avesse vinto un concorso come giornalista! In realtà mia sorella non ha alcuna intenzione di diventare giornalista. Si deve laureare in lingue e comunicazione. Negli studi del telegiornale non sapevano neanche che dovesse arrivare! All’inizio si è sentita a disagio perché tutte vestivano elegantissime mentre lei non aveva soldi per comprarsi qualcosa di decente;di conseguenza la lasciavano in disparte. Lei le ha anche tranquillizzate, dicendo che non aveva alcuna intenzione di diventare giornalista (per una donna ci sono più ostacoli che per un uomo!). Lei si occupava dell’accoglienza e di trovare il percorso di arrivo più veloce degli ospiti che dovevano essere intervistati. Rispondeva al telefono e raccattava video presso le sedi regionali, in caso di qualche notizia importante. Una volta le dissero: “Adesso andrai a prendere Brunetta: mi raccomando, non ridere!” Oltre che basso era pure spettinato! Un’altra volta diede ago e filo alla Santanchè per rifarsi l’orlo dei pantaloni durante la pubblicità. In un’altra occasione ricevette la telefonata di La Russa, che chiedeva chi lo avesse cercato: il suo vocione la spaventò!
    Adesso ogni volta che vede i giornalisti in TV li riconosce tutti. Come tirocinio però non è servito a motivarla negli studi, è una testona!

  3. qual’è però si scrive senza apostrofo… Se vuole fare il giornalista, Davide è meglio che impari a non fare questi errori🙂

  4. Quando Davide mi ha scritto avevo notato l’apostrofo errato. E avevo deciso di correggerlo. Invece stamattina ho fatto taglia e incolla in fretta. E mi è sfuggito. Be’, poco male: servirà a Davide a fare un esame di coscienza: era un refuso vero (succede nelle miglior famiglie, esattamente come è successo a me di non correggerlo) o un errore che lui rifarebbe?🙂

  5. Ho deciso che correggo quell’apostrofo. Non sopporto di vederlo.😀

  6. @Valentina
    Qual è il problema in chi scrive “qual’è”? Quale sarebbe il motivo del fastidio nel leggere una deviazione altrui da una convenzione del tutto discutibile a tal punto da dover pedantemente sanzionare un’elisione presa per un troncamento? Come se fosse un errore marchiano, per giunta e non una sfumatura altamente dibattibile (“qual” non sarebbe elisione di “quale” ma termine autonomo. Ah. E allora perché “tal” invece sarebbe elisione di “tale”? Pura lana caprina).
    Poi arriva quell’altra, la prof, e si scusa per Davide. Un esame di coscienza, lo chiama. E ride.
    Riprenditi, Cosenza. Non sopporti di vedere un apostrofo? Classico caso della pagliuzza nell’occhio altrui e della trave non vista nel proprio. Pensa ai tuoi contenuti. Refusi veri o errori che rifarai?

  7. per uno che vuole fare il giornalista, qual è con l’apostrofo è un errore grave, @Ugo, quindi o Davide o cjhi cura il blog doveva controllare.
    La sciatteria sintattica e grammaticale è il MALE nella comunicazione!

    Detto questo, auguro a Davide che dopo il tirocinio trovi lavoro e non altri quarantasettemila tirocini, magari non retribuiti.

  8. @davide (giovannacosenza)
    Sbagliano anche i grammar-nazi, possiamo perdonarti. Ma solo se sei pentito amaramente.😀
    (Il mio “the best” è stato “scola” in post sulla scuola con tanto di invito di lettura mandato ad un professore.)

  9. Qual’è; sé stessi, dò e altro che ora non mi sovviene… In teoria sarei da deportare in un campo di concentramento.

  10. Vabbè scusate, ma allora l’unica facoltà di SdC seria è a Bologna? Non credo che tutti possano venire a studiare lì.

  11. @Ugo
    Non è possibile rispondere alla tua domanda, poiché la sua formulazione contiene un errore logico: hai chiesto quale sarebbe la ragione per sanzionare «un’elisione presa per un troncamento». Ebbene, scrivendo così hai dimostrato una profonda ignoranza. Infatti, non si tratta di un’elisione scambiata per un troncamento, ma esattamente il contrario: un troncamento scambiato per un’elisione. Infatti, il troncamento non si segnala, salvo che si tratti di un troncamento sillabico il cui esito è una parola terminante per vocale, nel qual caso assume la denominazione di apocope (ad esempio «po’» per «poco»). L’elisione, invece, si marca con apostrofo. In «qual è» l’apostrofo non si mette perché è appunto un troncamento, non un’elisione. Non si tratta di una convenzione, ma di un preciso fenomeno linguistico: il fatto che tu non lo conosca (parli di una discutibilità che non esiste, come se la differenza tra elisione e troncamento fosse trattabile) non è che la riprova che, nell’invertire i due fenomeni nella formulazione della domanda, non sei stato vittima di un lapsus freudiano, ma hai semplicemente perso un’occasione per stra zitto.
    Con Giovanna Cosenza sono in polemica perenne, anche se lei non lo sa perché per pigrizia non intervengo quasi mai. Ma, fossi stato in lei, non avrei tollerato per un solo minuto la tua presenza qui sopra.

    @Valentina
    Chi sa scrivere non ha bisogno di rileggere. Rileeggere fa accorgere dei refusi, cioè degli errori da digitazione. L’ignoranza è altra cosa… e si sana in ben altro modo. Spesso si estrinseca in lacune incolmabili.

  12. Daniele, per quanto mi riguarda credo che i migliori corsi di laurea in Scienze della comunicazione non siano quelli attivati presso le (ex) facoltà di Lettere e filosofia (*), o anche Scienze della formazione o Psicolgia, che risentono di un’impostazione troppo umanistica.
    A Firenze con l’ordinamento 509(**) avevamo due corsi di laurea della classe di Scienze della comunicazione (allegato 14 di cui al D.M. 04/08/2000). Uno si chiamava «Comunicazione linguistica e multimediale» ed era a Lettere; l’altro si chiamava «Media e giornalismo» ed era a Scienze politiche. Nel primo si facevano praticamente solo esami umanistici: le teorie dei linguaggi (in particolare il settore M-FIL/05, che comprende la semiotica, ma insegnamenti di carattere semiologico si ritrovano anche in settori affini e perfino in settori del gruppo L-ART, pur presenti), la letteratura e la linguistica rivestivano un ruolo di primo piano, tanto che era possibile accedere senza debiti formativi al vecchio corso di laurea specialistica in Linguistica (e andare a insegnare italiano in molte scuole secondarie di secondo grado, licei compresi se tra i crediti a scelta si metteva il latino), mentre le teorie e le tecniche delle comunicazioni di massa rivestivano un ruolo marginale nella totalità del corso d istudi. Nel secondo, invece, erano coperti tutti e cinque i filoni culturali propri della tradizione delle facoltà di Scienze politiche, dunque gli insegnamenti di base coprivano i campi politologico, giuridico, economico, sociologico e storico (ricordo peraltro che l’approccio storico-politico è un approccio di tipo sociale, non umanistico; la distinzione tra i due concetti fu delineata già da Comte e pertanto oggi dovrebbe risultare chiara ai più) ed erano pressoché identici a quelli di tutti gli altri corsi di laurea della facoltà ad eccezione di Servizio sociale, tant’è che un ammontare di 60 crediti (pari a un anno intero di corso), oltre a una parte di quelli relativi alle lingue (perché da noi gli esami di lingue erano ben quattro, di cui tre con voto in trentesimi e uno di idoneità) e alla prova finale, risultava in comune con Scienze politiche (classe 15), Studi internazionali (classe 15) e Scienze del governo e dell’amministrazione (classe 38). Una volta acquisiti i metodi propri delle scienze sociali, si passava agli insegnamenti caratterizzanti il corso, che erano concentrati perlopiù nel settore SPS/08 (Sociologia dei processi culturali e comunicativi) e fornivano sia i metodi di indagine scientifica (Sociologia dei processi culturali, Sociologia della comunicazione) sia le tecniche (Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa e Teorie e tecniche della comunicazione pubblica coprivano entrambe le dimensioni). A questo punto, a parte lo stage obbligatorio da 12 crediti (300 ore), lo studente poteva personalizzare il proprio percorso con 24 crediti elettivi: potendo decidere se specializzarsi professionalmente (da questo punto di vista inizialmente erano offerti insegnamenti specifici come Giornalismo d’agenzia, Fotogiornalismo etc.; poi tutti quelli da 3 crediti furono accorpati in insegnamenti plurimodulari e onnicomprensivi quali Fonti e processi produttivi nel giornalismo e Teorie e pratiche del giornalismo d’attualità, da 9 crediti ciascuno. Inoltre c’erano Teorie e tecniche dei nuovi media, Teorie e tecniche del linguaggio televisivo, Teorie e pratiche della produzione cinematografica e tanti altri) oppure dal punto di vista teorico, scegliendo un àmbito scientifio ben preciso: le teorie delle comunicazioni di massa (selezionando insegnamenti a scelta afferenti a settori sociologici; volendo, poteva anche andare di psicologia o semiotica mutuando dalla facoltà di Scienze della formazione o da altre, in quanto era consentito sostenere esami fuori facoltà, ma l’offerta formativa precipua del corso era altra), il diritto (io per esempio ho sostenuto come esami a scelta Diritto penale, Diritto privato e Diritto dell’informazione, che, aggiungendosi agli esami di diritto fondamentali, previsti come obbligatori nel piano di studi statutario, mi hanno fornito una panoramica completa del diritto dell’informazione sia sotto i profili pubblicistici ‒ non solo costituzionalistici ma anche penalistici, e comparati ‒ sia ‒ cosa rara ‒ sotto il profilo privatistico), oppure nella storia della comunicazione e dei suoi mezzi (scegliendo gli esami di Storia del giornalismo, Storia dei media, Storia sociale della comunicazione etc.), o ancora in economia.
    Insomma, noi abbiamo studiato non solo come comunicare, ma anche cosa comunicare; poi è chiaro che il privilegiare un unico approccio agli studi comunicativi, quello sociologico, non fa di noi degli scienziati della comunicazione completi (al più dei massmediologi o sociologi della comunicazione, per dirla con gli obiettivi professionali dichiarati), però sicuramente abbiamo le competenze per partecipare a concorsi nella pubblica amministrazione (cosa che mediamente non possiede neanche un laureato magistrale in Comunicazione pubblica, che perlopiù ignora completamente i fondamenti del diritto e deve studiare di proposito e a partire dall’abc per i concorsi, che richiedono sempre quantomeno il diritto costituzionale e il diritto amministrativo), per occuparci di giornalismo politico-parlamentare (avevamo anche un esame di Diritto delle assemblee parlamentari obbligatorio, con un programma che ‒ credetemi ‒ faceva rabbrividire i nostri dirimpettai di Giurisprudenza), per fare da consulenti giuridici per la comunicazione e le relazioni istituzionali (quante persone che si occupano di relazioni pubbliche e pubblicità possono vantare competenze giuridiche? Quanti sono in grado di occuparsi anche di rapporti istituzionali?). Personalmente ho maturato tutto questo mentre i colleghi di Scienze della comunicazione dell’Alma mater studiorum si perdevano nelle teorie dei linguaggi di origine umanistica, per non dire matafisica, comunque non empirica, non sperimentale, non positiva (leggasi semiotica, che è una disciplina filosofica e non una scienza sociale), nella psicologia generale (con la quale, nei corsi della Mizzau e della Galatolo, analizzano brillantemente le conversazioni interpersonali, senza acquisire però alcuna competenza per l’analisi di fenomeni mediatici, per i quali sarebbe più utile la psicologia sociale), in mille altri esamini nei quali sperimentavano diversi approcci senza diventare padroni di nessuno, e alla fine se sanno fare qualcosa nella comunicazione è perché lo hanno imparato da sé, a prescindere dal corso di laurea, mentre di concreto che possa essere loro utile lavorativamente (e anche scientificamente) parlando non hanno acquisito nulla. Però, in compenso, godono di un nome che il mio ateneo non ha. Il prestigio della facoltà (oggi scuola) di Scienze politiche “esare Alfieri” non si è infatti automaticamente esteso all’offerta formativa post-riforma. Tutto sommato,hanno fatto bene a sopprimere il mio corso di laurea e a riproporlo come indirizzo di specializzazione nella nuova suddivisione curriculare di Scienze politiche.

    ______
    * In séguito alle riforme statutarie varate a recepimento della legge 240/2010, le vecchie facoltà sono state abolite. Le loro funzioni sono ereditate dai dipartimenti. In alcuni atenei, sussistendo le condizioni previste dalla legge, sono state istituite delle strutture di raccordo interdipartimentale chiamate “scuole”, “poli” o “facoltà” (che però nulla hanno a che fare con le facoltà precedenti). Fa eccezione la Sapienza Università di Roma, che ha un ordinamento speciale.
    Intendo pertanto riferirmi ai corsi attivi presso le strutture eredi delle citate facoltà, o che prima della riforma erano ivi attivati.
    ** Decreto MURST 509/1999, cioè primo regolamento attuativo del cosiddetto processo di Bologna (emanato in virtù della riserva di regolamento di cui all’art. 15, c. 95 della legge 127/1997). Quello attualmente vigente è il decreto MIUR 270/2004.

  13. Rileggere *
    Psicologia *

  14. “Cesare Alfieri” *

  15. di studi *

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