Lavorare mentre si studia: non solo è possibile, ma consigliabile

 Arizona

Sul blog di Moky, italiana che vive in Arizona dal 1993 e ogni tanto interviene in questo spazio in modo sempre intelligente e interessante, ho trovato questa riflessione sui ragazzi che lavorano mentre studiano fin dagli ultimi anni delle scuole superiori, e soprattutto all’università, facendo anche lavori cosiddetti “umili”. Negli USA è molto frequente, in Italia no (solo perché manca il lavoro? mah):

Non so se è solo una cosa americana, ma sicuramente non è una situazione tipica in Italia: qui la maggior parte di ragazzi americani che conosco, amici dei miei figli o figli di amici e conoscenti, iniziano a lavorare appena possono, a 16 anni solitamente, mentre sono ancora in high school, e spesso continuano a farlo durante l’università soprattutto se magari non hanno ricevuto borse di studio, oppure solo borse parziali. Li vediamo tutti i giorni, spesso lavorano nei supermercati come baggers (le persone che ti mettono la spesa nei sacchetti nei supermercati), oppure come camerieri o lavapiatti in ristoranti; alla Co-op ad esempio ci sono almeno 4 ragazzi che lavorano part-time e fanno l’università. Emily [figlia di Moky, ndr.] ha già espresso interesse di lavorare anche lei quando compie 16 anni, cioè tra un anno, proprio per avere soldi suoi e non soffrire di dover dipendere dalle nostre finanze.

A me questo piace tantissimo, mi riporta indietro a quando avevo finito il liceo e, trovandomi di fronte alla scelta di fare l’università e dipendere dai miei anche per comprarmi un biglietto del tram (come succedeva a mia sorella, situazione che aborrivo), o diventare in qualche modo indipendente, ho scelto la seconda, con grande rammarico dei miei. Mi fosse stata offerta l’alternativa di fare l’università lavorando, penso che avrei scelto questa opportunità.

Chris [figlio di MOky, ndr.] lavora da maggio 2012, quando aveva quasi 17 anni e, oltre alle sue spese personali, ha anche iniziato a contribuire alla sua pensione privata, e sta imparando l’importanza del risparmio, per potersi poi permettere gli sfizi che vuole… Spero! Dimostra anche iniziativa: da poco ha concluso il corso per diventare WSI, Water Safety Instructor, istruttore di nuoto per conto della Croce Rossa Americana, e il suo capo lo ha “promosso” a NS (Non-Standing Guard), cioè supervisore… e questo ha portato un piccolo aumento nel suo stipendio (guadagna più di me…). Si fa il bucato da solo, cucina qualcosina quando ha fame, e anche se un po’ mi manca, visto che tra lavoro, scuola e ragazza lo vediamo poco, sono felice di vederlo diventare un uomo, in grado di vivere una vita indipendente e, se succederà, pronto a essere un compagno/marito capace di fare la sua parte nella conduzione della sua famiglia. (Mokysblog, The Guard, the Nerd, The Artist and the Rockstar. Un altro capitolo della Scuola Americana)

39 risposte a “Lavorare mentre si studia: non solo è possibile, ma consigliabile

  1. Lo studio è già un lavoro. Lo Stato dovrebbe pagarci.

  2. Mah, non conosco l’autrice, dunque non mi sbilancio più di tanto ma questo racconto mi risulta piuttosto stucchevole.
    Ad ogni buon conto, ok, prendo atto e felice per lei e i suoi figli.
    Mi soffermo su questo passo: “Chris [figlio di MOky, ndr.] lavora da maggio 2012, quando aveva quasi 17 anni e, oltre alle sue spese personali, ha anche iniziato a contribuire alla sua pensione privata …..
    da poco ha concluso il corso per diventare …..istruttore di nuoto per conto della Croce Rossa Americana, e …..guadagna più di me…”.
    Allora, all’inizio del pezzo si parlava di ragazzi che studiano e insieme lavorano, per lo più adattandosi ai lavori più umili.
    E in questo caso, pensando all’Italia, dove comunque esistono (e da sempre) studenti che lavorano facendo il lavapiatti e non per togliersi sfizi ma proprio per mantenersi un minimo gli studi, non mi risulta che rimanga qualcosa di quel poco che si percepisce per addirittura farsi una pensione privata.
    E l’ultima istruttrice di nuoto che ho conosciuto io e che lavorava mentre studiava (non per la Croce Rossa ma per il Centro Sportivo Italiano), percepivano una paga oraria intorno ai 10,00 Euro, somma direi decente, ma con zero tutele (malattia, ferie, mensilità aggiuntive, ecc), Anche in questo caso comunque, considerando l’orario part-time che questa ragazza faceva (30-40 ore mensili), soldi in più da investire in una qualsiasi maniera non ne rimanevano.
    Dunque Chris che orari fa? Quanto guadagna?
    Cioè non si può ostentare il successo del proprio figlio senza fornire qualche dettaglio in più, per di più volendo dare ad intendere che questo successo è stato ottenuto grazie a carattere, determinazione e volontà, cosa che (sempre come sottinteso) molti evidentemente non possiedono!

  3. Ho fatto università e liceo senza lavorare intanto e ne sono contenta. Tutti i miei compagni non sono riusciti a finire in tempo perché avevano poco tempo per studiare. Io ho finito in tempo e ho lavorato subito dopo

  4. Ho 27 anni e dalla ormai lontana quarta superiore lavoro: ho iniziato con qualche stagione al mare, diplomandomi in quinta senza problemi. Ho iniziato l’università lavorando e ne sono particolamente fiera! Non è passato anno o rata universitaria che non abbia avuto la soddisfazione di essermela pagata da sola! Non solo la triennale, ma il successivo master e infine la laurea magistrale con conclusione prevista a dicembre!! Non solo, alcuni anni sono riuscita a incastrare ben due lavori, alcuni nell’ambito di studi e altri per arrotondare. Studiare è un privilegio e in troppi si dimenticato di ciò! Ammetto che in certi momenti della mia vita poter batter cassa alla porta di mamma e papà mi avrebbe fatto davvero comodo, tuttavia ogni volta che mi alzo la mattina sono consapevole di essere una persona istruita… Ma non solo. Ho appreso le dinamiche della vita, del mondo e della società che ci circonda! Lavorare e studiare mi ha permesso di capire veramente cosa cerco dalla vita! Sicuramente i sei mesi fuori corso in triennale non mi rendono una studentessa modello, tuttavia mi hanno permesso di essere una persona più formata nel carattere e nelle esperienze di vita! E se proprio vogliamo fare i pignoli…in magistrale…frequentando le lezioni, dando tutti gli esami in corso e lavorando 8 ore al giorno ho comunque mantenuto una media del 28.75!!! Non è trenta, lo so… Ma vuoi mettere la soddisfazione???

  5. A me risulta che nei paesi nordici gli studenti percepiscano uno “stipendio” mentre lavorano.
    Quello è giusto. Non lavorare 8 ore e nel frattempo frequentare, studiare e dare esami.
    Mi hanno sempre insegnato a fare le cose fatte bene una per volta.

  6. Come sempre le discussioni di lana caprina sono noiose e stupide, quanto inutili. Perché in Italia non si vuole accettare che prima d’imparare a fare il medico o il cuoco occorre imparare a “lavorare”? In nessuna scuola s’insegna a “lavorare” che ha un significato ampio come per esempio: rispettare l’autorità, imparare a lavorare in gruppo, comprendere il significato di responsabilità, ruolo, produttività. Da noi il liceo non insegna nulla e l’Università, nel migliore dei casi insegna una pratica o una professione. Per imparare a lavorare bisogna lavorare, è una “disciplina sociale” che s’impara solo con l’esperienza diretta. Il fatto che Violadelapalisse non abbia lavorato durante lo studio, ma subito dopo, non significa per forza che sappia lavorare. Tra saper lavorare e avere un lavoro la differenza la fa il risultato e la crescita della persona in termini di tempo e qualità. Ragazzi andate a lavorare mentre studiate, lo si fa in tutto il mondo perché conviene al vostro futuro.

  7. PDF, vuoi mettere in discussione che studiare non sia già un lavoro?

  8. Nella mia cerchia noto una differenza notevole tra chi la lavorato studiando e chi ha solo studiato all’università – a parità di status socioeconomico della famiglia di provenienza – nel modo in cui si affronta il mondo del lavoro da liberi professionisti. non c’è paragone nella prontezza. non credo che la differenza la faccia l’esperienza del lavoro specifico (io facevo la barista e ora faccio tutt’altro) ma l’abitudine a guardarsi in giro, attivarsi, reggersi sulle proprie gambe, fare i conti nelle proprie tasche, saperci fare con la gente. Non so però quanto posso biasimare i ragazzi di oggi perchè se, come puro esperimento, cerco un altro annuncio da barista come quelli cui rispondevo dieci anni fa, o come quelli da operaio che cercava mio fratello (ora affermato musicista) non ne trovo facilmente.

  9. Studiare è un lavoro ed anche molto utile, imparare a studiare servirà per tutta la vita, ma se impari a studiare non impari a lavorare nel mondo del lavoro, per farlo lo devi frequentare. Se studi e lavori, anche solo poche ore alla settimana, ti formerai alla vita, al lavoro, alla società, in modo differente e più proficuo.

  10. ” […] e anche se un po’ mi manca, visto che tra lavoro, scuola e ragazza lo vediamo poco […]”
    mah, per quel che mi riguarda, credo che quello dell’autonomia e dell’indipendenza economica a tutti costi sia semplicemente un mito, di quelli più sopravvalutati e posti al di fuori di ogni possibile critica.
    Che sia un valore assoluto, è tutto da dimostrare.

  11. È stata una mia scelta e posso dire che è stata saggia. Ho ottenuto borse di studio ogni anno grazie ai voti alti che avevo. Questione di priorità: per come sono io preferisco fare una cosa alla volta e bene. Adesso sono circa otto anni che lavoro senza interruzioni e due anni fa sono entrata a tempo indeterminato. Non voglio dare una ricetta, ma dire quello che per me è stata la scelta migliore.

  12. Il mondo è pieno di persone incompetenti, immature e mediocri sia fra chi ha lavorato durante gli studi sia fra chi non l’ha fatto.

  13. viola@ Non voglio dare una ricetta, ma dire quello che per me è stata la scelta migliore.

    E a me sembra anche la risposta migliore.

  14. Studiare è un lavoro ed anche molto utile, imparare a studiare servirà per tutta la vita, ma se impari a studiare non impari a lavorare nel mondo del lavoro, per farlo lo devi frequentare.
    —————

    Sembra un po’ una definizione in stile Comma 22…🙂

    Seriamente, stai parlando di rapporti umani o di tecnica? Perché una cosa è fare il barista nel tempo libero, un’altra frequentare uno studio di architettura prima della laurea in architettura.

  15. Le prime righe di questo articolo mi hanno subito fatto balzare in mente quest’altro, molto interessante: http://www.lavoce.info/cercano-gli-italiani-in-rete-non/

    Buone vacanze Giovanna!

  16. Luzy, Romina, Violadelapalisse. C’é la regola e ci sono le eccezioni, i comma, le regole scritte e non. Prendete in considerazione ciò che volete. Ma, credo dobbiate fare la distinzione tra lavorare e studiare, ed anche riflettere sul vantaggio di imparare a lavorare prima di andare a svolgere un mestiere. Una volta i ragazzi che andavano a lavorare prendevano anche dei calci nel culo dal padrone, venivano spesso denigrati e i più grandi di loro li appellavano come delle schiappe.
    Oggi i calci nel culo sono rari, ma vi sono altre forme simili che è bene comprendere e imparare ad affrontare. Un calcio nel culo a 16 o 18 anni fa un effetto differente che a 25 o 30. Prima di laurearsi si è abbastanza disponibili a capire che il mondo del lavoro frulla in un certo modo, e si manda giù più facilmente “un’ingiustizia”. Dopo la laurea o a 30 molto meno.
    Responsabilità. Quando la maestra rimprovera un bambino perché ha fatto una marachella, il bambino tende a dare la colpa ad altri o alla situazione, insomma difficilmente un bambino accetta una responsabilità. Per forza è un bambino. Alcuni laureati si comportano così per mesi, a volte per tutta la vita, perché non sono capaci di assumersi responsabilità e di fare autocritica, il miglior modo per migliorarsi e crescere.
    Accettare l’autorità. Si fa già fatica a scuola, fino al punto che 2 genitori romani si sono rivolti al TAR del Lazio per far annullare una bocciatura (Eco ultima bustina su L’Espresso). Al lavoro si tende a prendere per “scemo” o incompetente un signore che ci “comanda”, magari un ragioniere dell’amministrazione con 20 anni d’esperienza, o un capomastro, e spesso si sbotta con frasi del tipo: “quello è un ignorante, non è nemmeno laureato”. Affrontare le offese giuste o sbagliate che siano, riconoscere le proprie responsabilità, accettare l’autorità, sono 3 dei parametri tra i più importanti di cui tengono conto gli headhunters. Queste 3, tra le tante cose che danno un significato al concetto “imparare a lavorare”, s’imparano solo lavorando, in un ambiente di lavoro, con dei “capi” sulla testa, non nell’azienda del papà. Quindi meglio impararle prima, mentre si studia, così con la laurea in tasca (se si ha il culo di trovare lavoro, perché non si trova solo con i master e i 110 e lode) si è già un pezzo avanti. Oltre a ciò credo anche molto formativo il fatto che con i soldini guadagnati si possa diminuire il contributo dei genitori, conosco un ragazzo che disse: “papà questo mese non darmi i soldi dell’abbonamento dei mezzi, ci penso io con i soldi che ho guadagnato”. Bello.

  17. Argh! La retorica paternalista… – vado a farmi una doccia.

  18. No Luzy, lo studio è lo studio, il lavoro è il lavoro (a meno che tu non sia una ricercatrice).

  19. Sono rimasta delusa dalla replica di Giovanna Cosenza al suo post precedente. Se si fosse trattato di un racconto in cui l’autrice non si investiva avrei trovato più corretto segnalarlo in qualche modo, per esempio con caratteri in corsivo, e ancora di più avrei trovato corretto segnalare che era in corso un ‘esperimento’. Conosco bene alcuni esperimenti di psicologia e altre materie che fingono di testare le persone su un punto mentre in realtà le stanno testando su un altro, ma la persona è avvisata che sta partecipando a un esperimento.
    Certo, tutte le risposte a un blog possono essere prese per buone per una ricerca, ma dato che apparentemente il post sulle coppie etero/omo era un’eccezione – a non si sa bene che regola a questo punto – mi dispiace ma non mi levo dalla mente l’impressione che menzionare questo “esperimento” sia stato il tentativo di parare in corner a un racconto del tutto personale che non ha incontrato il consenso sperato. La questione per me si chiuderebbe semplicemente con un ‘defollow’, ma insisto perché noto come l’immagine del ricercatore abbia vita sempre più difficile in Italia, grazie a una cultura antiscientifica che vede nazisti in camice dappertutto, e lasciar balenare questa disonestà intellettuale non serve a davvero alla causa.

  20. @Close the door
    Senza contare che Cosenza ha chiuso il thread, nel senso di impedire qualsiasi controreplica sentenziando l’inanità di una discussione in cui lei non è manco intervenuta una sola volta (“chiudo una discussione che ormai lascia il tempo che trova”), ricorrendo alla solita tecnica retorica da falliti dell’insinuazione senza dimostrazione (” Lo dimostra come perdono le staffe, qui dentro e fuori, commentatori e commentatrici che altre volte sono ben più controllati. Lo dimostra come possano essere deboli, pretestuosi, inutilmente aggressivi i commenti di certi troll che si illudono di “essere lucidi”, “oggettivi”, “razionali”. Ma quando mai?🙂 “), concludendo con l’infantilismo della palla che è mia e chi non me la passa non gioca; non senza l’ipocrisia buonista che da sempre la contraddistingue (“Chi non gradisce ciò che sta scritto su questo blog è invitato/a a fare semplicemente una cosa: andarsene. La rete è grande. La vita è altrove. Grazie a tutti e tutte, anche ai troll e alle troll. Vi voglio bene lo stesso.”)

    Continua a dimostrare una classe impareggiabile, e se la ride pure.
    Naturalmente noi invece l’abbiamo esplicitamente detto che Cosenza è una cavia preziosa: ci dà sempre l’opportunità di approfondire le sfumature della disonestà intellettuale quando peccavamo presuntuosamente di conoscerle già tutte. Per questo frequentiamo il suo blog a tempo perso: perché la vita è altrove e renderla più appagante impone qualche piccolo sacrificio per non essere come lei. Per non predicare malino e razzolare malissimo.

  21. La stessa cosa che dirò ai miei figli: il padre ha iniziato a lavorare a 15 anni, mentre frequentava il liceo. Si è pagato con i propri soldi la festa di 18 anni, le gite, i libri. Ha iniziato l’università non appena diplomato, sempre continuando a fare qualsiasi lavoro. Dopo la triennale (finita in 4 anni!), e dopo altri due anni scarsi di diversi lavori (senza mai prendere un euro di sussidi o disoccupazione) ha vinto un concorso pubblico. Dopo 9 mesi dall’inizio di quest’incarico, si è riscritto alla magistrale, dove al primo anno ha fatto 7 esami su 8. Lavorare, mentre si studia, serve a responsabilizzarti. E lo dico a ragion veduta!

  22. sottoscrivo l’Argh! di Luzy e …. non mi vado nemmeno a fare una doccia 🙂

  23. Iniziai l’università non lavorando, la abbandonai al primo anno in preda a un forte smarrimento e a un’inconcludenza totale. Volevo lavorare. Iniziai a tempo pieno poco dopo. Quell’esperienza mi fece capire quanto fosse importante studiare ma nel frattempo arrivò il tempo del Servizio Militare: avendo scelto per l’obiezione di coscienza ed essendo di leva di mare, all’epoca mi aspettavano 2 anni di ferma (si era nel 1988, allora si era penalizzati se si era obiettori e non premiati come accade oggi con la Legge 194!!); arrivarono però 2 sentenze consecutive della Corte Costituzionale che mi accorciarono il periodo in corso d’opera di un anno. Appena finita la ferma fui ri-assunto part-time nell’azienda dove avevo lavorato prima del Servizio Civile e contestualmente scelsi un altro Corso di Laurea che frequentai con immenso entusiasmo e profitto: lo studio mi faceva vedere con occhi più ampi il lavoro, il lavoro mi ridimensionava di molto le difficoltà dello studio (devo però confessare che lo stress degli esami per me era sempre ben più alto di quello lavorativo!) e mi ha aiutato a ricollocare in ambiti meno teorici le costruzioni mentali e logiche che apprendevo in aula. In questo modo potevo vedere nella pratica quello che studiavo in teoria e, viceversa, potevo inquadrare teoricamente ciò che vivevo nella pratica quotidiana del lavoro aumentando di molto la consapevolezza di ciò che facevo. E, purtroppo, già da allora ebbi molto chiaramente coscienza della progressiva squalifica dello studio accademico (nella società italiana) e del titolo di studio. A 25 anni da quegli accadimenti, posso “vantarmi” di essere un disoccupato (pardon, “in mobilità”) perfettamente consapevole di ciò che mi è successo e del perché. Non è molto consolatorio, ma se potessi tornerei comunque a studiare: all’alba dei miei 47 anni, infatti, avrei l’impellente bisogno di ricontestualizzare la mia esistenza aprendomi a orizzonti nuovi. Anche per sopravvivere, non solo (e non tanto) materialmente.

  24. Nell’invitare cortesemente chi interviene a restare sul tema (che c’entra il thread precedente?), aggiungo a quanto ho scritto che non ho mai chiesto una lira ai miei per i miei studi e i miei hobby, imparando a essere molto indipendente. Cosa di cui sono orgogliosissimo e che mi ha insegnato a gestirmi le risorse economiche (cioè: ad arrangiarmi). Infatti, appena terminati gli studi e passato nuovamente full-time, me ne andai a vivere col primo amore della mia vita. E non sono mai più tornato a casa dei miei, se non per emergenze o inviti piacevoli.

  25. Ti è andata bene Perilli.
    Sicuramente avrai contribuito con le tue capacità a questi tuoi successi, ma non sempre era così, e oggi men che meno.
    Dunque si ritorna alle ricette di cui si parlava anche prima: non ce n’è una buona per tutti, soprattutto da ostentare come – a me pare – fa l’autrice del pezzo di cui ancora conversiamo.

  26. #Engy : all’epoca mi andò bene forse proprio perché era un’altra epoca ma forse anche perché seguii accanitamente le mie passioni. Oggi (mi) sarebbe possibile? Lavorare e studiare insieme sono un’ottima cosa (io condivido l’opinione del post della prof.ssa Cosenza) ma soggiungo “se e quando è possibile e se i tempi di studio e di lavoro sono conciliabili”.

  27. #Engy (2): forse l’unico limite di questo post è quello di voler sovrapporre un po’ troppo frettolosamente uno stile di vita prettamente statunitense con una realtà e una mentalità molto diverse come quella italiana. Semmai è da chiedersi se il modo di pensare (e quindi di strutturare la propria vita e la società) statunitense è il modello da perseguire e da importare a tutti i costi in Italia: su questo non ho ancora un’opinione perché entrambi i modelli -quello italiano e quello statunitense- hanno pesantissimi, inaccettabili difetti.

  28. Come spesso accade quando Giovanna pubblica una storia positiva di qualcuno che con impegno (e un po’ di fortuna) ce la fa, iniziano a commentare persone che travisano tutto. Ma lo fate per il gusto (opinabile) di negare qualsiasi cosa?

    Il messaggio del post era semplicemente: lavorare fa bene e insegna alle persone qualcosa di importante su come funziona il mondo, qualcosa che probabilmente è difficile capire finché si vive esclusivamente nella “bolla scolastica”. Non c’è scritto quale lavoro, quante ore, la famiglia di provenienza e via dicendo. E non c’è nemmeno una condanna contro chi si dedica solo allo studio!

    Semplicemente se si ha la necessità o l’opportunità di fare qualche lavoretto, BEN VENGA in tutti i sensi!

    L’unica nota per Moky e Giovanna è che esempi italiani ne esistono: personalmente faccio e ho fatto lavoretti per mantenermi e non dipendere solo dai miei genitori, e la maggior parte dei ragazzi/e che conosco fa la stessa cosa: con successo nello studio e anche trovando lavoro a tempo pieno dopo la laurea.

    Come sempre, è chiaro che generalizzare è inutile e non rappresenta la realtà, ma un po’ di ottimismo fa solo bene🙂

  29. Amal,
    è giusta la tua considerazione iniziale e anche i miei commenti forse hanno contribuito a questa tua riflessione.
    Ma io volevo solo dire che, anche in Italia, di ragazzi che lavora(va)no mentre studia(va)no ce ne sono sempre stati, prima di tutto spinti dalle scarse “finanze” della famiglia.e dunque proprio per mantenersi agli studi, non tanto per gli sfizi.
    E non nego che possa essere un’esperienza positiva ed formativa (anche se concordo con chi dice che studiare è già un lavoro), assolutamente, anche per chi dovesse scegliere di farlo senza essere spinto da necessità materiali.
    Solo mi infastidisce sempre il tono un po’ trionfalistico di chi ostenta i propri successi, non tenendo presente che, a parità di capacità e di talento, è pur sempre anche una questione di culo molte volte, e ci son persone a cui tutto riesce invece sempre particolarmente difficile e faticoso, pur essendo dotate di brillante intelligenza e preparazione,
    Il problema è che sempre meno si può scegliere di lavorare, dato che il lavoro non si trova o se si trova, le condizioni sono di supersfruttamento e magari l’orario di lavoro è articolato “a singhiozzo”, in modo da occupare l’intera giornata.

  30. Lavorare mentre si studia non è uno stile di vita USA, lo si fa in UK, Germania, paesi scandinavi, e fino agli anni 70 era una consuetudine diffusa anche in Italia, anche se tra gli studenti (a partire dalle medie) meno abbienti. E’ un problema economico? Vediamo. In Norvegia lo stato ti sostiene agli studi anche se sono svolti all’estero es. in UK, i norvegesi ricevono sostegni per il costo dell’università, e per la casa e il vitto. In tutta Europa e USA il costo sostenuto da una famiglia per far studiare i figli e detraibile dalle tasse, in Italia è ridicolo gli incentivi inesistenti, alla faccia del sostegno per la formazione delle nuove generazioni. Però i ragazzi norvegesi lavorano, gli inglesi (anche loro con il loan) pure, gli americani fanno debiti con le banche, quindi se non hanno mezzi debbono lavorare anche durante il liceo. Gli italiani non hanno nessun sostegno perché anche l’Università statale costa (mediamente oltre 1.500 € di sole tasse) nonostante ciò molti non lavorano. Alcuni ovviamente lavorano per estrema necessità. Non è quindi per la maggioranza dei non “studenti/lavoratori” un problema economico, è un fenomeno strano tutto italiano, senza ragioni razionali. Potrebbe trattarsi di “disistima sociale”, spesso sono le famiglie con pochissimi mezzi che non vogliono che i loro figli lavorino. Ci sono tanti figli di papà che se ne fottono non lavorano e nemmeno studiano come si deve, ci sono anche tanti giovani che invece studiano bene e lavorano con gioia. La media rispetto ad altri paesi è bassa, credo, come detto, che la principale ragione sia quella che si sottovaluta l’esperienza lavorativa e si sopravvaluta il titolo di studio. Come ho detto in altri post, nemmeno le norme sul lavoro vigenti aiutano, non distinguono il lavoratore studente da quello che non studia, burocrazia, costi e sindacati si abbattono come una scure sulle “carriere” dei nostri ragazzi e sulla possibilità di fare esperienze di avori durante lo studio.

  31. @Engy

    Essere spinti dalla necessità può essere un bene: certo, avere la possibilità di scegliere SE lavorare o meno mentre si studia sarebbe ideale, ma la vita non funziona così.

    Sul non trovare lavoro non sono d’accordo: dipende. Dipende dove si cerca e come si cerca, come ci si propone e via dicendo. Soprattutto i “lavoretti” per mantenersi si trovano. Anche in Italia. E serve adattarsi un po’, orari compresi. I sacrifici, comunque, spesso premiano.

    Sul tono “un po’ trionfalistico di chi ostenta i propri successi ..” ti invito a contestualizzare l’estratto di Giovanna sul blog di Moky, vedrai che si trattava semplicemente della riflessioni di una mamma, di ostentazione c’era poco o niente, se non un po’ di orgoglio materno per il proprio figlio che si impegna ad essere indipendente e aiutare i genitori.

  32. Mi piace quest’ultimo intervento di PDF perché risulta obiettivo, chiaro nell’esposizione e valutabile sul piano statistico. Nel mio primo minimo intervento dico che lo studio è un lavoro e che lo Stato dovrebbe pagare gli studenti. PDF cita paesi in cui le spese scolastiche, anzi “dello studiare”, sono appunto sostenute dal sistema e non gravano sulle famiglie. Ergo non ci sarebbe bisogno di quel lavorare/studiare, qui da noi ostentato come etica del buon giovane giudizioso. Eppure gli studenti lavorano anche quando non ne hanno finanziariamente bisogno (loro o le famiglie di appartenenza). Dunque lo fanno perché sono più evoluti e comprendono il bisogno dell’esperienza lavorativa. Sì, probabile. Ma anche no.

    La mia controtesi è che nel nostro paese l’etica del buon giovane attinge ad una cultura patriarcale e reazionaria che nei fatti denigra lo studio ed esalta il duro lavoro. Infatti fin dagli anni settanta era d’uso (m)andare a lavorare durante le lunghe vacanze estive in cui non si faceva sostanzialmente un tubo, così da far capire al giovane che quella era la vita che ci aspettava, mica scaldare banchi di scuola o perdere tempo in letture estive e altre amenità culturali. Quando qualcuno intraprendeva studi più teorico-scientifici, artistici, quelli in cui non si capisce bene che cosa farai poi per campare, la denigrazione nei riguardi dello studio saliva in maniera esponenziale. Questa Italia esisteva ed esiste ancora. E’ quella stessa Italia che, oggi, in tempo di crisi, denigra la laurea “tanto a che serve, meglio lavorare subito” (sbaglio o è Cosenza ad averne accennato?). Ed è quella stessa italietta becero-fascista che massacra la scuola, la cultura, il patrimonio culturale italiano. Cioè distrugge il futuro del paese.

  33. molto vera anche la controtesi di Lucy

  34. E’ parzialmente condivisibile la controtesi di Luzy. Chi ha la mia età ha potuto constatare posizioni a favore dello studio e altre no. Nel mondo contadino spesso succedeva che il padre, fattore o coltivatore diretto, non volesse assolutamente che i figli seguissero le sue orme (per le femmine a volte bastava un diploma, a seguire un matrimonio). Nel mondo industriale accadeva lo stesso, anche se a volte a causa della scarsa cultura dei padri si preferiva stoppare i figli a ragioneria e portarli in fabbrica. Ho visto famiglie di industriali denigrare coloro che facevano laureare i figli e addirittura proibire agli stessi di studiare all’estero, altri che invece li hanno mandati a studiare in mezzo mondo. Credo che il pro o il contro allo studio e alla laurea sia dovuto alla cultura dei genitori. Poi l’Italia è andata nella cacca, e con la crisi del nostro sistema paese degli ultimi 30 anni, la laurea si è svilita, così come tutto ciò che riguarda la cultura. Oggi i giovani sono tutti nella stessa barca a causa della recessione, non è più una questione di avere o non avere la laurea, ma la disponibilità dei posti di lavoro. E’ comunque indubbio che un perito (meccanico, contabile, agrario che sia) che ha fatto lavori a tempo parziale, poi si laurea (anche fuori corso) ha più possibilità di essere assunto. Torna quindi a galla la convenienza di lavorare durante lo studio, ma anche sapere l’inglese e avere una buona conoscenza delle applicazioni I.T.C.. Insomma, meglio prepararsi per ciò che il mondo del lavoro vuole prima possibile. In ogni caso va gridato forte che questo paese SPUTA IN FACCIA alla cultura e alla formazione dei giovani. Chicca: il patrimonio artistico e archeologico di questo paese è forse la nostra più grande risorsa, eppure molti siti (vedi Pompei) vanno in rovina. E guarda caso, pare che dopo 5 anni dalla laurea quelli che in percentuale maggiore non trovano lavoro siano i laureati in discipline che riguardano, arte, archeologia, restauro.

  35. Io non sono d’accordo sul fatto che in Italia sia una pratica poco diffusa: io la prima laurea la presi nel 2009 e il 90% di quelli del mio corso, me compresa, facevano lavoretti la sera o nei weekend per aiutare le famiglie, anche chi veniva da famiglie più benestanti…
    Il ruolo di studente “assoluto” l’ho ritrovato solo quando ho fatto la specialistica in una cosidetta città universitaria, anche perché la città era talmente piccola da non offrire abbastanza opportunità lavorative per tutti (mi ci sono voluti otto mesi per ottenere un lavoretto in univesità ed un anno e mezzo per trovare un’agenzia che mi assumesse part time).

  36. #PDF : quando parlavo di stili di vita statunitensi l’ho fatto perché il post si riferiva a questo specifico caso; so che praticamente in tutti i Paesi occidentali (a esclusione della Grecia pre-crisi…) lavorare e studiare all’Università è una consuetudine piuttosto diffusa.
    Interessantissimo il dibattito che si sta sviluppando e che mostra quanto complesso sia il tema sollevato dalla prof.ssa Cosenza. Non avevo minimamente pensato ai risvolti culturali e sociali: in effetti ricordo che fino alla fine degli anni ’80 avere dei figli che studiassero all’università era un vanto per le famiglie. Che magari si sobbarcavano spese ingenti pur di “mandare a studiare” i figli senza farli lavorare. Poi va anche detto che, mediamente, le nostre famiglie non ama(va)no rendere troppo indipendenti i propri figli, magari oggi le cose sono cambiate per necessità, non so.
    Dagli anni ’90 in poi, studiare è diventato sinonimo di improduttività e poi di inutilità e di “peso” per la famiglia e la società; di più: l’ignoranza s’è tramutata in una sorta di titolo di merito (l’ignorante è più “scafato”, furbo e soprattutto non è “radical-chic” o “gauche-caviar”!…). Adesso?

  37. Adesso? Adesso se non scoppia la terza guerra mondiale ci va già di culo… Pardon… e scusate l’ot

  38. Pingback: Giovani e lavoro… | Pietroalviti's Weblog

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