«In discoteca mi guardavano tutti, ed è diventato il mio lavoro.»

Fashion anime

Paola parla da oltre dieci minuti con proprietà di linguaggio, voce ferma e sguardo sicuro. Sta rispondendo anche all’ultima domanda in modo impeccabile: si capisce che non si è limitata a studiare i libri per l’esame, ma li ha fatti propri, ci ha ragionato sopra, li sa discutere in modo personale. Perciò la interrompo a metà frase: «Bene così. Trenta e lode.» Mi lancia uno sguardo un po’ sorpreso, che finisce in un’ombra di delusione. La rassicuro:
«Volevi continuare? Hai già detto molte cose, ho capito che sei preparata. Sei molto brava, Paola, padroneggi bene la materia. Complimenti.»
Sorride.
Sorrido.
Mi porge un vecchio libretto cartaceo, un po’ spiegazzato.
«Non serve più il libretto, si fa tutto in digitale.»
«Lo so, prof, ma ci sono affezionata. Ed è l’ultimo esame, finalmente. Ci terrei ad avere la sua firma.»
Apro il libretto: una sfilza di 30, diverse lodi, due 28 e un 27 come voto più basso.
«Accidenti, che media. Sei bravissima. Come mai fuori corso
«Lavoro, prof. Da quando avevo quindici anni. Ma ci tenevo a laurearmi.»
«Da quando avevi quindici anni? Che lavoro fai?»
«La ragazza immagine, prof.»
La guardo meglio. In effetti è molto bella: alta, magra, con gli occhi chiari e i capelli neri lisci e lunghi. Il classico fisico da velina. Ma con quel visetto acqua e sapone, con quei lineamenti delicati, non mi sarei aspettata una “ragazza immagine”, qualunque cosa voglia dire. Forse truccata, chissà.
«Ragazza… immagine?»
«In discoteca, nei locali, nelle fiere. Faccio anche la hostess e la modella.»
«Da quando avevi… quindici anni?»
«Certo. Sono cresciuta in fretta, prof, ero così come mi vede già quando avevo quindici anni, e in discoteca, a Rimini – sono di Rimini, sa – mi guardavano tutti. Allora mi son detta: “Perché non farmi pagare?” E l’ho fatto diventare il mio lavoro. Quando sono venuta a Bologna per l’università, ho cercato subito di evitare le agenzie e mi sono fatta un giro di conoscenze tutto mio, nei locali e nell’organizzazione di eventi. Oggi sono una free lance.»
«Perché hai evitato le agenzie?»
«Perché quelle ti spolpano. Per entrare ti obbligano a fare un book con un loro fotografo, e magari un corso per imparare i trucchi del mestiere. In cambio, ti inseriscono nel loro database, ma senza garanzie. Cioè non è detto che ti facciano lavorare davvero, ma intanto tu hai pagato. E se poi riesci a lavorare, trattengono minimo il 20% dei guadagni.»
«Costa molto entrare in un’agenzia?»
«Da quel che mi dicono oggi, 2000 o 3000 euro per il corso. E qualche centinaio di euro, ma anche 1000 o addirittura 2000 euro per il book, dipende da quanto è quotato il fotografo.»
«Cosa fai di preciso?»
«Un po’ di tutto, prof, gliel’ho detto: dalla hostess nelle fiere alla cubista in discoteca. La hostess è il lavoro più tranquillo, ma anche quello in cui guadagni meno. Le cifre più interessanti arrivano dai lavori d’immagine. Come la driver e l’accompagnatrice
«La driver?»
«Quella che intrattiene i clienti ai tavoli e li fa bere per aumentare le entrate del locale. Due ore di lavoro e via.»
«Problemi di molestie?»
«I clienti ci provano sempre, ma una professionista sa gestire la situazione. E per le emergenze ci sono i buttafuori.»
«E l’accompagnatrice?»
«È quella che accompagna un cliente importante a una cena, o in un viaggio in cui vuole fare bella figura. Ma non fraintenda, prof. Per fare questo mestiere non basta essere belle, bisogna avere una buona cultura generale, bisogna saper parlare, stare in società, conversare.»
«Non avevo frainteso…»
«Intendo: l’accompagnatrice non è una escort. La escort garantisce anche il dopocena, con tariffe molto più alte. L’accompagnatrice si ferma alla cena.»
«Capisco.»
«Per fare bene l’accompagnatrice ci vuole cultura. Ecco perché voglio laurearmi, prof. Posso chiedere a lei di seguirmi per la tesi? E poi voglio prendere una laurea magistrale. Lei che magistrale mi consiglia?»

NB: questo racconto rielabora liberamente un’interivista fatta nel 2010 dall’allora studentessa di dottorato Aura Tiralongo, nell’ambito delle inchieste che ho coordinato per Repubblica Bologna nella rubrica Studenti&Reporter. Ho deciso di trasformare una parte di quell’intervista in un dialogo nel mio studio, perché tanti ne avvengono in termini analoghi, su questioni ancor più delicate e personali di quella emersa nell’intervista. Puoi leggere l’intervista originale qui: https://giovannacosenza.wordpress.com/2010/03/31/studentireporter-6-la-fabbrica-delle-ragazze-immagine/

31 risposte a “«In discoteca mi guardavano tutti, ed è diventato il mio lavoro.»

  1. magari è l’ennesimo sbocco della laurea in Comunicazione, conosco persone che lavorare nelle aziende agricole e dicono che fanno questo lavoro grazie alla loro laurea, in fondo la ragazza immagine comunica.
    A parte gli scherzi questo succede in un mondo dove non c’è più chiarezza, dove gli sbocchi professionali sono troppo vari, e dove il moralismo più abietto ha lasciato il posto al nullismo, che non è nichilismo, i nichilisti rifiutano attivamente i valori della società, i nullisti, invece, vivono passivamente lo sfaldamento della nostra società e di questo sfaldamento non ne sono protagonisti ma vittime.

  2. Mi sembra un classico esempio che certi pregiudizi vadano superati!
    Lodevole veramente! Si è fatta da sé e ha sempre un obiettivo in vista

  3. Ragazza immagine non è per forza antitesi di ragazza intelligente e acculturata. Ci vuole carisma e cervello per saper gestire al meglio un corpo bello e appariscente in una società che divora e oggettifica la bellezza. Chi ha certe doti può sfruttarle entro i limiti della propria morale, ma tenendo ben presente che la bellezza non dura per sempre, perciò bisogna capire fin dove si può investire nel proprio futuro. La cultura e una laurea servono per crearsi la possibilità di avere un lavoro “vero” che ti rende una professionista per la vita! Fare la modella ti dà tanti soldi “facili” in poco tempo, ma poi? Quando hai 35 anni che fai se hai investito solo in quello? Addirittura una laurea in comunicazione finalizzata a fare l’accompagnatrice…. Penso che la laurea in comunicazione la si possa far valere per fini molto più “a lungo termine”. Tutto si può fare nella vita, sia la modella che la laureata da 30 e lode… Basta sapersi gestire e dare le giuste priorità tenendo ben presente il futuro e il mondo del lavoro che ci circonda.

  4. Gran Bella storia e complimenti a questa ragazza che evidentemente si è sempre data da fare.
    Questo è spirito imprenditoriale. Essere coscienti del proprio valore, prendere in mano la situazione, evitare chi promette scorciatoie (in questo caso le agenzie) in una parola LAVORARE! Altro che elemosinare stage

  5. Non so se è più inquietante è l’articolo o i commenti. Davvero siamo arrivati a un tale livello di acritica legittimazione (per non dire lobotomia) che ci sembra ‘normale’ che lo sbocco di una donna sia fare la bella statuina o la cubista?! Che lo status quo sia questo non c’è dubbio, ma ci va davvero bene?! E ci si congratula addirittura che l’istruzione pubblica prepari bene le geishe del futuro. Niente moralismi sull’auto-oggettivazione delle donne, ma trovo semplicemente che sia stata rimossa in toto la questione dell’assenza di alternative che l’odierna società italiana impone alle donne. Pare che ti ci voglia una laurea per articolare bene il ritornello post-femminista, per cui, da brave imprenditrici di se stesse (e chissà chi ce le ha impiantate queste idee), ci si vende e poi lo si rivendica come grande atto di libertà.
    Come se una ragazzina di 15 anni avesse passato in rassegna tutte le sue possibilità (inclusa quella di aver la serenità di studiare e basta, alla quale tutti gli adolescenti avrebbero il diritto), e avesse scelto di lavorare in discoteca.
    E quando sono le donne più formate a perdere la libertà di scegliere, che dire di coloro che (sempre di più) neanche arrivano all’istruzione?!

  6. Singolare che nel nostro immaginario bellezza=stupidità, poi quando abbiamo bisogno di bellezza=intelligenza la paghiamo.

  7. La descrizione oggettiva che la ragazza dà delle driver o delle accompagnatrici pare esente da giudizi su questi signori che bevono un po’ di più o che conversano su argomenti per i quali occorre una laurea (ma per far cosa?) ma che spesso hanno in mente ben altri obbiettivi. È così che va il mondo e lei, evidentemente, conosce bene i suoi polli. Può essere un buon modo per fare soldi poco sudati, avendone le doti, ma a me pare anche un abbassarsi al livello di questi facili boccaloni.
    La ragazza sa bene cos’è la seduzione e come impatta su un certo tipo di soggetti, ma questa accompagnatrice che vende una prestazione culturale e questi meschini che acquistano una compagnia recitata e evanescente –e non vuol essere un giudizio moralistico, che ognuno può fare ciò che meglio crede, anche la prostituta (giudizio implicito ben chiaro nei distinguo del dialogo, uehi, faccio mica la escort ), non ho idea di cos’è scandalizzarsi, sostengo solo che è un mondo che non capisco e che non mi appartiene– mi danno un senso di miseria non dissimile da quella delle ragazze dei bassi napoletani descritte da Curzio Malaparte ne “La pelle”, anche se so che fuori hanno posteggiata un’auto da ottantamila euro.
    (Ma Giovanna con questo raccontino dove vuole andare a parare? È da un po’ che gioca di sponda…)

  8. Non ne so molto di questo tipo di lavoro. Un po me ne hanno raccontato. Io credo sia tristissimo che una ragazza con tutti sti 30 e lode finisca a fare sta cosa “sfruttando” la sua bellezza perchè “sfruttabile”. Mi vengono in mente le prostitute son sincero e anche se non garantisce il dopo cena ai suoi clienti, o meglio, ai clienti dei suoi clienti, io trovo che ci sia un livello di amoralità che ormai non riusciamo più a vedere. È un po come la deformazione dell’immagine fotografica che non riusciamo più a raccogliere come difetto visto che siamo invasi dalle immagini contemporanee, piene di distorsioni dei volti.. mi vengono in mente le enormi teste di certe fotografie scattate da vicino. Ecco allo stesso modo mi pare che ci sia una stortura in questo racconto, o meglio, il racconto è perfetto ma mentre io ci vedo un difetto nessuno mi pare lo riesca a raccogliere.
    Come ho detto ne so poco sull’argomento, però una ragazza che conosco ha fatto la driver, l’hostess in fiere ecc. e mi ha parlato dell’atteggiamento degli uomini che si fanno “guidare” alle loro seratine. Ce ne sono di tutte le fatte, uomini sposati con figli, giovani cazzoni pieni di grana, imprenditori ecc. e cosi, sentendo questo racconto ho visto come per magia tutto l’altro lato della medaglia, quello che la mia amica mi ha raccontato..e che qui non compare minimamente.. quello che ci prova spudoratamente, le driver ammiccanti, seducenti, attrici magari bravissime nel far credere a quell’uomo che è un gran figo… ma cos’è sta roba? Qual’è la discriminante tra una cena cosi fatta e un dopo cena? Perchè non c’è sessualità, non c’è intimità? Ma che esseri umani siamo diventati?

    il fatto dell’avere o meno la laurea in comunicazione mi pare poi solo un giochino.. è in fondo solo una discriminante professionale o per semplificare, più semplicemente sul tipo di clientela da accompagnare.
    Se sei laureata, puoi fare questo lavoro con una élite, se sai le lingue anche con gli stranieri.. ma le mani sul culo, o le avance di un coglione che sia un imprenditore italiano o straniero sono sempre mani sul culo o avance che se facessi un lavoro “serio” e “pulito” non accetteresti mai! anzi forse li denunceresti per “mobbing” o per “molestie”. quante denunce per molestie in questi anni sono state fatte da queste professioniste dell’accompagnamento?
    Ecco la distorsione che non si vede.. o non si vuolle vedere… Ecco perchè in questi lavori ci vedo la stessa identica radice che è alla base della prostituzione nel senso più ampio possibile.. E siccome non sono un moralista mi può anche star bene che una donna sfrutti tutte le sue armi seduttive per campare, che impari le lingue per ampliare il proprio giro di clienti, a fare anche la sfoglia se le torna utile..
    ma se fai la sfoglia per intortarti i clienti e poi non cucini mai un piatto di pasta, non sarai mai un cuoco..
    mi fa un po tristezza che ci si infili dentro il discorso della laurea ecc, mi pare come se ci si volesse ripulire la coscienza.
    Deploro gli uomini che pagano le driver o le accompagnatrici perchè li considero degli inetti, cosi come deploro coloro i quali pagano le prostitute e mi fa una enorme tristezza questa storia.
    La scuola dovrebbe dare oltre che a nozioni fredde e banali anche visioni, su se stessi, la società, dare anche un’ idea di morale che uno studente potrà poi anche rigettare, criticare, disobbedire. Ma qui mi pare che oltre che dei voti, dei 30 e lode e una cultura nozionistica che serve a poco o niente si stiano creando degli uomini e delle donne pronte a tutto pur di campare.
    Mi viene in mente il rigore morale di tanti nostri uomini e donne in tempi passati, di crisi vera, di guerra, di sofferenza.. e noi ci perdiamo in un bicchier d’acqua.. frizzante.

    Invece che lottare per un lavoro “onesto”, invece che “lottare” e “faticare” per ottenere ciò che si dovrebbe ottenere laureandosi, studiando e faticando sui libri ( ma poi, si fatica davvero cosi tanto sui libri oggi? .. inizio ad avere dei dubbi su sto gran numero di 30 e lode ) sempre di più si sfruttano quelle “distorsioni” della società contemporanea che non riusciamo più a distinguere come “difetti”. Si sta condannando alla sopravvivenza e all’infelicità una generazione di anti-visionari, di anti-poetici esseri umani destinati al macello del superfluo, al banchetto dell’inutilità.

    Un’intera generazione ( forse più di una! ) destinata all’anti meraviglia della propria esistenza. Un genocidio di potenziale del quale siamo tutti responsabili, professori, genitori, politici, studenti ecc.

  9. waltermaterassi , con le cui argomentazioni concordo a pieno, coglie un aspetto che varrebbe approfondire: i criteri coi quali si assegnano i voti.
    Fosse il vecchio ordinamento, accadesse ogni morte di Papa, ma questi 30 a pioggia, con in più la lode, li trovo di una faciloneria che genera mostri.

    Dopo tutto il dibattere sul corpo delle donne, che spesso si è fatto in questo blog, trovo di pessimo gusto la magrezza come sinonimo di bellezza dell’immagine che illustra il testo iniziale.
    Mi sembra che tutta la tesi sia l’ormai solito esperimento Cosenziano a nostra insaputa. Se così non fosse certe leggerezze sarebbero davvero contraddittorie e fuori luogo.

  10. le polemiche sul magro/non magro e le frasi tipo “ossignoremio cosa siamo diventati?'” lasciano il tempo che trovano. Personalmente ho trovato svilente nei confronti della ragazza quella definizione “fisico da velina” ma anche questa critica lascia il tempo che trova dato che “paola” è probabilmente un personaggio inventato da Cosenza che ha scritto questa storia vera o verosimile per testare le nostre reazioni (lo aveva già fatto mi pare con la storia dei genitori gay in aereo)
    io dico: ma se ci sono uomini (e sono uomini per lo più per il semplice fatto che per adesso i top manager e amministratori delegati, grandi industriali sono numericamente di più delle top manager, amministratici delegate e grandi industriali) che pagano per essere di fatto ingannati (cosa di cui a un certo livello spero siano consapevoli e se non lo sono peggio per loro) fanno bene queste donne a sfruttare la loro stupidità. L’unico dato che mi preoccupa sono l’inizio quando era ancora minorenne e la truffa delle agenzie.

  11. … diciamo così (per essere brevissimi), che se ormai l’obiettivo è fare soldi ed ogni mezzo è lecito, allora vendere il proprio corpo – nei vari modi in cui questo è possibile, prostituendosi, mettendo all’asta i propri organi, reni, cornee, uteri, ecc… oppure la propria compagnia – è un modo buono come un altro.
    In fondo, anzi, si potrebbe obiettare, il corpo uno non lo ruba a nessuno, è di proprietà e se non vi è coercizione, perchè vietare qualcosa in nome della morale bacchettona?
    Il confine fra morale ed immorale?
    Roba antiquata.
    Certo, ormai è stato sdoganato tutto.
    Il DIO DENARO, ci guarda beato, da lassù!
    Inchinatevi, prostratevi, sottomettetevi, gente!

    Pierperrone

  12. In una società dove “ti devi coltivare l’orto” e “io speriamo che me la cavo”….non mi sorprendo di nulla.
    Sarò cinico e disincantato ma in fin dei conti questa ragazza si arrangia ed ha fatto di un hobby ( andare a ballare ) un lavoro ( essere guardata )…
    Si salvi chi può.
    A presto,
    Fabrizio
    http://www.myautographworld.com

  13. Cosa fa un attore? Un attore recita il che significa nella maggior parte dei casi imparare un copione, farlo proprio, padroneggiarlo e riprodurre con sufficiente credibilità atti ed emozioni anche complesse (tra cui può esserci anche l’amore, la passione erotica, il desiderio) e a seconda dei casi può avere un margine di improvvisazione

    a giudicare da ciò che leggo qui anche le accompagnatrici (quelle che si fermano alla cena come “paola”) “recitano” con la differenza che i loro copioni sono più semplici, più prevedibili, più noiosi, non diventeranno famose, non vinceranno premi, e quello che fanno non ha nulla a che fare con l’arte nemmeno a livelli infimi.
    L’attore (sia che abbia studiato recitazione regolarmente sia che no) è a servizio di una opera artistica (di ambizioni e risultati più o meno riusciti ma comunque un’opera d’ingegno), le accompagnatrici sono a servizio di un’agenzia o di chissà che altro le mandi ad accompagnare dei ricconi nei loro viaggi d’affari..qualcosa di infinitamente meno prestigioso e rispettabile.
    Ma la rispettabilità e il relativo prestigio di cui gode oggi il mestiere dell’attore e dell’attrice fino a qualche secolo fa non era così diffuso.
    Un’ altra differenza importante: per quanto il bell’aspetto e la giovane età possa aiutare (ma come per “paola”, da solo non basta) è indubbio che tra gli attori troviamo sia Richard Madden sia Danny De Vito, sia Scarlett Johansson sia Kathy Bates. Meryl Streep a 64 anni continua a lavorare; una accompagnatrice, anche se bravissima come la Streep lo è nel suo lavoro, non può pensare di renderla la sua occupazione stabile.

    e pur con tutte queste sostanziali e indiscutibili differenze, quando leggo nei commenti la facilità con cui accostate la prostituzione al lavoro della vera/finta “paola” (nonostante la vera/finta paola ci tenga a distinguere le due cose) penso a quel passato (spero davvero passato) in cui erano le attrici ad essere stigmatizzate nello stesso modo e gli attori maschi comunque erano visti con sospetto: “gente poco seria” e che non fa un “lavoro vero”.
    E non sto dicendo che “paola” è come anna magnani e non è neanche come sofia loren, evidentemente non lo è. Chiarito questo, mi sembrava una riflessione interessante

  14. ah sì c’è un’altra differenza: un’attrice recita con un altro attore insomma recitano entrambi, l’accompagnatrice recita con un “cliente” che ha pagato soldi (per essere ingannato come ho detto prima) da questo credo derivi l’analogia (stigmatizzante) con la prostituzione che molti di voi fanno…ora la comprendo meglio eppure non la condivido del tutto

  15. Una ragazza dalle idee chiare, non c’è che dire. L’intelligenza la porterà lontano. Autogestione. Non so se esserene ammirata o spaventata.

  16. @ Paolo
    Magrezza, anoressia, bulimia ecc. e l’uso che se ne fa in comunicazione hanno costituito argomenti periodici di dibattito in questo blog. La magrezza oltremisura delle modelle è sempre stata stigmatizzata e deprecata, per questo ho trovato fuori luogo l’utilizzo di un disegno che idealizza la magrezza a simbolo della presunta bellezza (o banale avvenenza) di una ragazza “immagine”. Un disegno di Manara con tanto di tette e culi avrebbe descritto meglio ciò che è nell’immaginario dei clienti paganti dell’imprenditrice laureanda. Evidentemente la magrezza tanto deprecata rientra dalla finestra e sotto sotto illustra e mostra a pieno il senso del bello nel nostro tempo, alla faccia delle ciccione🙂 .

  17. guydebord, e altri. Mi pare che vi sfuggano alcune cose. Ho scritto un racconto, basato su un caso reale, ma è pur sempre un racconto. Punto. Narrativa basata su spunti reali, ma pur sempre narrativa. Ho usato certe parole (scelte non a caso) e con una certa immagine (scelta non a caso) anche per suggerire ciò su cui state discutendo. E molto altro, a seconda dei gusti e delle sensibilità personali. Alcuni negli ultimi mesi, quando ho scritto racconti del genere, mi hanno accusato di “manipolare” i lettori e le lettrici, di usarli/le per esperimenti eccetera. Da quando in qua chi scrive narrativa usa i lettori come cavie? Quando si scrive una storia che mescola fiction a realtà si provoca, si stimola, si suggerisce. Si tenta di far riflettere. Si offre un modesto contributo insomma. Può piacere o non piacere, ma questo con la narrativa si fa. Suvvia.🙂

  18. Sono un uomo “di mezza età”.
    Per i casi della vita, passo spesso per delle strade dove la sera ci sono donne che si prostituiscono. Spesso mi capita di pensare che mi piacerebbe fare quattro chiacchere con una di loro (alla volta).
    Pagando a orario, naturalmente. Senza “dopocena”.
    So che loro mi parlerebbero solo perché pagate. La cosa non mi spaventa né mi fa schifo.
    Penso che molte di loro siano molto in gamba. Devono aver visto, e sono sopravvissute, a cose che uno come me non si immagina.
    Forse anche quelli che escono con Paola pensano queste cose qui. E non mi sembra da cretini pensarle.
    Paola non è una sopravvissuta, ma deve essere, mi sa, molto in gamba.
    Anche perché ha un’ottima media. E anche perché Giova’ ha detto che non ha ripetuto quattro nozioni a pappagallo.
    Se avessi abbastanza soldi e abbastanza tempo, forse anch’io mi piacerebbe passare una serata con “Paola”.
    Quanti giudizi…
    Quanto da dire…
    Una cosa che mi chiedo da sempre è che differenza c’è fra una persona che vende le proprie qualità a letto, una che le vende su un campo da gioco, una che, come me, le vende seduto dietro a una scrivania.
    A volte mi rispondo che, se non ci sono coercizione e sfruttamento, la differenza è zero.
    A me non dà fastidio che Paola sia bella e in gamba.
    Non mi dà fastidio che, per descriverne in una parola la bellezza, si dica “velina”. Le veline mi sembrano sagome di cartone, ma capisco che per dire che una persona è bella a volte non ci sia la possibilità, o la necessità, di farne una descrizione di dieci cartelle.
    Boh, se mi posso permettere, l’insieme dei commenti non mi è proprio piaciuto. Ma capita.

  19. @ giovannacosenza
    Cara Ospite, una storia romanzata, se non è I tre porcellini, è una finzione partecipata, un come se fosse vero e accaduto. Così che i tuoi lettori, io per primo, entrano nella parte, immedesimandosi, e reagiscono come nella realtà. Questo, a mio avviso, fa in modo di relativizzare il vero o la finzione.
    La mia critica –come se fosse vero– nasce da questo. Come reagirei a caldo di fronte a una ragazza che si descrive così? L’ho fatto di cuore, senza tanto preoccuparmi d’infastidire chicchessia, stando al gioco, proprio per dare un contributo a punti di vista diversi, anche se discutibili.
    Poi ognuno compone la sua sintesi e si dà le sue ragioni.
    Ho insistito sull’immagine poiché, più del testo, provoca e connota. Suvvia, dovresti gradire il fatto che qualcuno l’ha notata🙂 . Grazie per la pazienza.

  20. Pingback: Questione di luce | I giardini pensili hanno fatto il loro tempo..

  21. credere che si sviluppino dei disturbi alimentari a causa di certe immagini è un po’ ingenuo.

  22. beh, la ragazza ha avuto le basi e ha sfruttato il corpo oltre alla testa, ma una escort è quindi al livello inferiore in questa classifica? allora bisognerebbe istruirle, così risolviamo almeno 2 problemi contemporaneamente!

  23. “Una cosa che mi chiedo da sempre è che differenza c’è fra una persona che vende le proprie qualità a letto, una che le vende su un campo da gioco, una che, come me, le vende seduto dietro a una scrivania”. Saverio, ecco, provi a pensare come sarebbe, per Lei, mettere a disposizione a pagamento e senza desiderio uno dei suoi orifizi.

  24. A parte la perla degli “orefizi”🙂 grande paolam! .. oltre il corpo c’è anche un’anima.. proprio perchè non sono un moralista e neanche un essere amorale..sto lì in mezzo pregando ogni giorno “..e non indurci in tentazione ma liberaci dal male!”.. la stortura che trovavo e che mi pare nessuno abbia raccolto o veduto era . la bravissima Giovanna Cosenza ha raccontato una storia credibilissima.. non so perchè l’abbia fatto, avrà avuto i suoi buoni motivi per farlo.. e mi pare che se il suo scopo era aprire un dibattito c’è riuscita… io ancora non capisco o meglio, forse capisco ma non trovo altri che prendano in esame la faccenda, perchè si è tirato in mezzo il corso di laurea, il 30 e lode che poteva essere nella realtà anche un 23 o un 25.. e che magari tra tutte le laureande ce n’è anche qualcuna che fa la prostituta, addirittura la cuoca o scandalo ..la lavapiatti! insomma per me la “deformazione” è lì.. e forse è voluta, o forse sono io deformato nella vista!😉 per me “prostituirsi” ha una connotazione larghissima, per nulla morale ma politica, sociale, umana..troppo umana. Insomma non è solo questione di orefizi, o almeno non solo di quelli del corpo.. per me il grande buco oscuro è dentro l’anima dell’essere umano… da sempre! un buco che la scuola non riempe, l’educazione famigliare nemmeno e la società contemporanea espande.. e a proposito di lauree e di studi, se non sbaglio tra i top manager italiani ce n’è uno ( forse più di uno ma lui è l’UltraTop) laureato anche in Filosofia.. dico questo solo per dire che ciò che studi non ti vincola nella vita.. ciò che invece decidi di “Fare” per campare, per sopravvivere o per stravivere e riempirti le tasce di denaro.. quello forse un pochino si.. la ragazza reale del racconto è possibilissimo che sia una donna eccezionale, piena di qualità.. è solo un peccato che sprechi il suo tempo a farsi pagare per un lavoro del genere.. se invece gli piace tanto, mi spiace ancora di più perchè gli stessi “ominicchi” che oggi la pagano per farsi beati e scherniti, tra 10 anni la considereranno carne vecchia.. insomma sempre per stare al di là degli orefizi.. mi pare proprio che l’uomo “contemporaneo” sia molto simile all’uomo “vecchio” .. tanto studio, scoperte, illuminazioni, tecnologia per produrre sempre le stesse prevaricazioni, opportunismi, le stesse crudeltà e piccole grandi furberie.. che poi se la guardi bene è solo la lotta per la sopravvivenza ..anche se solo di uno status. o forse, illuminazione del momento.. è solo una questione estetica e io uno snob!🙂

  25. scusate non è venuta scritta la stortura! era …

  26. ” cosa c’entra il discorso della laurea in questa storia? “

  27. paolam | mercoledì, 8 ottobre 2014 alle 3:56 am |
    Saverio, ecco, provi a pensare come sarebbe, per Lei, mettere a disposizione a pagamento e senza desiderio uno dei suoi orifizi.
    —————————–
    C’è un vizio in questo ragionamento a taglio provocatorio, cioè l’assenza di desiderio è presente sicuramente nei casi di costrizione. Ma nel caso di cui sopra, ipotizzando anche il “dopocena”, ci sarebbe sicuramente desiderio, che non è amore ma desiderio. Ossia il piacere di fare sesso a pagamento. Altrimenti ti scegli un’altra attività.

  28. Opss!!! Ho fatto la mia… la forza dell’abitudine… Avevo promesso di non scrivere più (non bannatemi, non lo faccio più!).

  29. Mi sconforta sempre leggere l’ammirazione che molti riservano alle donne che scelgono “consapevolmente” di rendersi oggetto. Ho messo le virgolette perchè parlare di consapevolezza senza tenere conto di storia personale, familiare, contesto storico-culturale, nonchè retaggi del passato e del modo in cui tutti questi fattori interagiscono inconsciamente nella formazione della personalità mi sembra a dir poco ingenuo.
    Le testimonianze delle donne, o ragazze, come quella del racconto mi lasciano una profonda amarezza, perchè mi sono sempre parse come un tentativo di rivendicazione di libertà decisamente paradossale: quella dello schiavo che agita orgogliosamente la catena in cui si è messo per scelta. E’ questa libertà?

    Ciò che in molti suscita ammirazione, a me suscita tristezza, poichè non riesco proprio a equiparare una serva colta ed una donna libera. Il capitalismo, suppongo, ha dato questa forma (quella dell'”imprenditorialità” di sè stesse) a una dinamica – quella della donna che compiace l’uomo – che non è certo recente. Di primo acchito è facile scambiare la mercificazione più estrema come un atto di libertà, perchè una società consumistica induce a pensare che più si sdogana più si è progrediti e aperti di mente, ma io credo solo che questo sia uno specchietto per le allodole finalizzato a rendere le persone più disposte a consumare, nutrite dalla suddetta mistificazione, al prezzo però di renderle solo più vulnerabili, anestetizzate e a-morali.

    Con questo intendo dire, in breve, che essere spregiudicati non significa essere liberi di testa, nè privi di pregiudizi. Eppure è ciò che tendenzialmente molti pensano: chi è spregiudicato è “avanti” e non bigotto. No: a mio parare è una forma diversa di gabbia culturale, forse mascherata in un modo più complesso, ma pur sempre una gabbia.

    Sì, si può continuare a parlare di scelta, di libertà… si rimarca l’intelligenza, si rimarca l’intraprendenza, così come l’impegno e l’operosità, ma io continuo a credere che i mezzi non giustifichino il fine, così come il contrario. Voglio dire che strumenti eccellenti, se usati pessimamente, danno comunque frutti marci. Molti forse continueranno ad ammirare e inneggiare queste imprenditrici di sè stesse, la cui libertà è tanto ampia da portarle a sdoganare perfino l’uso di sè stesse come merce, ma io dietro a tutto ciò non riuscirò mai a vedere altro che la triste storia della donna culturalmente indotta a proporsi come oggetto del desiderio maschile. Non sarà l’intelligenza o la cultura di queste ragazze a impedirmi di vedere che, al di là del contorno raffinato e sontuoso, si tratta sempre di donne che vivono per compiacere gli uomini e che, di fatto, non hanno quindi un’identità propria. Non saranno le loro giustificazione razionali a farmi credere che una schiavitù autoindotta sia qualcosa di diverso dalla schiavitù imposta esplicitamente.

  30. una certa cultura la farebbe pure passare per vittima

  31. se nel nome della critica al demonio consumista “mercificante” vogliamo continuare a vedere come vittime e schiave persone che ci stanno dicendo e ripetendo di non esserlo ok, ma dobbiamo accettare il fatto di essere considerati se non “bigotti” almeno paternalisti o maternalisti.
    Può non piacerci quel che fa questa ragazza ed abbiamo il diritto di dire che non ci piace e che non è ciò che vogliamo per noi stessi, per i nostri figli ma se quella persona ci dice che non è una vittima dobbiamo prenderne atto.

    ci sono molte cose che personalmente non farei mai, non mi piacciono e per quanto mi sforzi non capisco come qualcuno possa scegliere volontariamente di farle e non intendo farmele piacere solo per apparire più “moderno” e “aperto” ma devo accettare che esiste gente che sceglie di fare cose che io non vorrei fare e devo rispettarla per aspettarmi il medesimo rispetto, ovviamente

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