Quando la Grande Impresa Informatica è lenta, chiusa, imbrigliata come la Pubblica Amministrazione

Burocrazia

Marzo 2014. Un bel giorno di (quasi) primavera mi arriva da una Grande Impresa Informatica italiana, con sedi su tutto il territorio nazionale e in Europa (wow), una mail che mi sorprende non poco. La Grande Direzione Tecnica ICT della Grande Impresa Informatica ha capito (finalmente!) che, se vogliono fare Ricerca & Sviluppo seriamente, devono fare come quelli (seri) della Silicon Valley: costruire team multidisciplinari che includano umanisti. Ri-wow. Perciò mi chiedono di incontrarmi per avviare una collaborazione che preveda, tanto per cominciare, che io segnali laureandi e neolaureati/e in Scienze della comunicazione che sappiano di new media, usabilità software, user XP, web 2.0 e compagnia cantante. Ri-ri-wow.

Ci incontriamo. Ci piacciamo. Siamo d’accordo su (quasi) tutto. Durante l’incontro vengo a sapere, fra l’altro, che l’iniziativa parte, guarda un po’ e guarda caso, dalla signora che mi ha scritto, una umanista che lavora presso la Grande Impresa Informatica, camuffandosi da ingegnere e riuscendoci benissimo da decenni. Ri-ri-ri-wow. Mi compiaccio quel tanto che basta e, ancora stranita per tutta questa manna dal cielo, comincio a pensare a qualche bravo/a laureando/a o neolaureato/a che faccia al caso loro.

La mia prima segnalazione non va in porto e pazienza: l’incontro fra un/a candidato/a stagista e un’azienda non è mai semplice, perché si devono combinare mille fattori, anche personali. In questo caso, però, la giovane – pur bravissima – non funziona perché, avendo superato i 30 anni, non potrebbe essere inquadrata dalla Grande Impresa Informatica con le facilitazioni che la legge prevede per i contratti di apprendistato. La Grande Impresa Informatica vuole infatti, sì, assumere lo/la stagista, ma in apprendistato. Uhm.

La mia seconda segnalazione va in porto: la bravissima neolaureata in Scienze della comunicazione (che per giunta ha già accumulato stage e esperienze di lavoro nel campo del Social Media Marketing, del SEO e della comunicazione web) supera brillantemente il colloquio, ha tutte le competenze e le caratteristiche personali che fanno al caso loro, e piace loro moltissimo. Le scrivono una mail per comunicarla l’esito positivo. Bingo! Il Grande Direttore del Personale in persona (e scusate il bisticcio) la chiama per comunicarle la fantastica notizia che prima dell’estate comincerà lo stage. Ri-bingo! La ragazza mi scrive per dirmi quanto è felice. Ri-ri-bingo. Io stessa mi faccio felice, comincio a credere che in Italia qualcosa possa funzionare, comincio a scaldare la burocrazia del mio ateneo per avviare una convenzione con la Grande Impresa Informatica, quando…

Quando ecco cosa accade. Passa maggio: silenzio. Passa giugno: ancora silenzio. Passa luglio: silenzio protratto. Passa pure settembre (agosto non conta): silenzio ostinatissimo. Nel frattempo la ragazza – bravissima ma con scarsissima autostima, come spesso sono i bravissimi giovani italiani – si convince che non era vero niente, che quelli della Grande Impresa Informatica ci hanno ripensato, che in realtà il colloquio non aveva funzionato, no anzi, è proprio lei a non funzionare, e che dalla Grande Impresa Informatica non hanno il coraggio di dirglielo. Allora mi attivo io: scrivo a colei che mi aveva scritto la prima volta (l’umanista camuffata da ingegnere) qualcosa come che ne è dello stage per quella ragazza? che ne è del nostro Grande Progetto Comune? così, giusto per sapere come va a finire, e bla bla bla.

Già. Come va a finire? Va a finire che l’umanista-camuffata-da-ingegnere mi risponde che è costernata, avvilita, disperata ma deve proprio dirmelo (però, magari, una mail anche prima che io le scrivessi poteva mandarmela, no? giusto per educazione): contrariamente a quanto all’inizio la Grande Direzione Tecnica ICT aveva detto, ha ricevuto uno stop. Uno stop? Cavolo. E perché? Che domande: perché “il profilo del candidato non risponde ai requisiti ammessi per la Direzione Tecnica ICT in cui andrà inserito” (sic). Ah. Ma non avevano detto che? Avevano detto. E ora? Boh. Cambiato idea? No, burocrazia interna. Ah. Burocrazia? Nella Grande Impresa Informatica? Sì, burocrazia. Regole. Impedimenti. Strettoie. O forse nasi che si storcono all’idea che umanisti entrino nella Grande Impresa Informatica? Boh. Pare che la povera umanista-camuffata-da-ingegnere stia insistendo. Auguri a lei. A tutta la Grande Impresa Informatica italiana. E all’Italia intera.

 

8 risposte a “Quando la Grande Impresa Informatica è lenta, chiusa, imbrigliata come la Pubblica Amministrazione

  1. La burocrazia interna esiste anche nelle aziende private e non ha nulla da invidiare a quella pubblica. In parte è fisiologica, le grandi organizzazioni necessitano di regole valide per tutti e hanno necessità di controllare certi processi (acquisti, installazioni software, eccetera). Altre volte, invece, è patologica. Capita così che pur di sottostare alla regola si impedisce alle persone di lavorare. Altre volte si allungano di molto i tempi di lavorazione. Altre volte chi decide non spiega a nessuno le sue ragioni, cosicché molte cose vengono percepite come soprusi arbitrari, anche quando non lo sono.

    In questo caso, al di là della burocrazia interna, giusta o sbagliata che sia, una mail di scuse avrebbe dato a questa storia tutto un altro sapore. Forse hanno proprio bisogno di un esperto di comunicazione.

  2. Mi sembra abbastanza improbabile la spiegazione burocratica, potrebbe essere un pretesto accampato dalla umanista-ingegnera, che non sembra molto affidabile, come il post lascia intendere.
    Meno implausibile l’altra spiegazione accennata in coda al post: “nasi che si storcono all’idea che umanisti entrino nella Grande Impresa Informatica”. Sarebbe utile sapere da loro, se possibile, chi storce il naso e perché, magari con qualche interessante ragione.

  3. Sugli umanisti nelle imprese informatiche ci sarebbe proprio da aprire un capitolo a parte, sono due mondi spesso inconciliabili. Oltre al fatto che spesso il sapere “scientifico” guarda al sapere “umanistico” in modo superficiale, leggero e anche irritante per certi versi in quanto sono convinta che non ci sia tecnicismo/linguaggio di programmazione che non possa essere imparato. Mi sconcerta poi che nel 2014, in un momento in cui tutti gli imprenditori non fanno altro che parlare di flessibilità, si venga bloccati dalla burocrazia interna.

  4. Questa storia mi suona familiare. Anche io lavoro per una Grande Impresa Informatica (chissà se è la stessa!) e le cose funzionano così per ogni minima decisione quotidiana.

  5. In italia c’è una grande impresa informatica?
    Ma siamo seri, in italia ci sono aziende che affittano persone in ambito informatico, cooperative o agenzie interinali che trattano solo quel genere di professionisti e di fregiano del titolo di software house senza esserlo.

  6. L’ultima e unica grande impresa informatica italiana è stata la Olivetti, in cui cultura scientifica e umanistica non solo convivevano ma si amalgamavano e si integravano producendo progresso. È stata uccisa da chi non aveva né cultura umanistica né scientifica, al massimo tecnocratica ed economicistica (vedi il ruolo di Valletta).
    E mi pare che da allora non ci sono state evoluzioni. Involuzioni, invece, a palate, nella finanza, nel sistema industriale, nella politica (vedi Renzi).

  7. Lavoro all’estero ormai da più di un anno in una grande azienda che opera nella consulenza. Io lavoro nell’ informatica. Per trovare questo lavoro ho impiegato circa un anno, facendo vari colloqui. Fuori dall’Italia sia le piccole che le grandi aziende rispondono all’invio di un CV, anche solo per dare risposte negative preconfezionate che non costano nulla in termini di tempo e sforzo per chi le invia. Tutt’altra storia in Italia: aspetto ancora una risposta dal Giugno 2010, dopo aver sostenuto 3 colloqui (tutti positivi) spostandomi tutte le volte di 200 KM a mie spese ed utilizzando giorni di ferie dell’azienda in cui lavoravo all’epoca. Non pretendevo una spiegazione, ma almeno potevano scrivermi per dirmi che gli interessavo. Durante il processo di selezione possono sorgere delle problematiche che non sempre ci é dato sapere (riduzione di budget per le nuove assunzioni, cambiamenti “politici” interni all’azienda che cambiano gli equilibri nei dipartimenti, un altro candidato che piace di più ecc.). Ma dovrebbe comunque essere garantito il rispetto verso un candidato che ha investito il proprio tempo, le proprie energie e le proprie speranze in svariati colloqui. E peraltro le aziende estere più volte hanno accettato di fare i colloqui su Skype (almeno il primo colloquio introduttivo-motivazionale), cosa che in Italia mi é sempre stata rifiutata.
    Questa persona del racconto, l’umanista-camuffata-da-ingegnere, non poteva semplicemente avvertire in tempo invece di lasciar passare i mesi a farci questa figuraccia? E se anche il processo di selezione é ancora in corso e nulla é stato deciso, perché in tanti mesi non ha mandato una mail di due righe per informare il candidato dei possibili ritardi? Ma quanto sono arroganti queste persone che vengono fuori adesso con queste scuse patetiche? Semplicemente se ne fregano, i candidati in Italia sono carne da macello, dei disperati pronti a subire qualsiasi umiliazione.

  8. Auguri a lei.(umanista- camuffata -da- ingegnera )A tutta la Grande Impresa Informatica italiana. All’Italia. All’umanità intera.

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