Editoria digitale: sopravvivono, in Italia, i piccoli editori?

Nativi Digitali Edizioni

Tempo fa avevo pubblicato la storia di Marco, un ex studente di Scienze della Comunicazione e di Semiotica che, assieme alla sua compagna, aveva avviato una piccola casa editrice: Nativi Digitali Edizioni. Una storia di successo? o di grande ingenuità? mi ero chiesta allora. Dopo la testimonianza di Sara alcuni giorni fa, per certi versi analoga, e le relative polemiche fra i commenti, ho chiesto a Marco di raccontarci la puntata successiva della loro avventura. Come va? riuscite a viverci? gli ho chiesto. Ecco la sua risposta:

Nove mesi fa raccontai in questo spazio l’esperienza di Nativi Digitali Edizioni, con tutto l’entusiasmo degli esordi. Dopo l’articolo di Sara Cocco, che come me è passata dalla semiotica all’editoria digitale, la prof mi ha invitato a fare il punto della situazione. “Hai voglia di raccontare su Dis.amb.iguando un’altra puntata della vostra storia?” mi ha chiesto. Eccola.

Per una piccola impresa che lavora sul web, nove mesi sono un bel po’ di tempo. In questi mesi abbiamo pubblicato 15 ebook, organizzato molti eventi, preso contatto con tante persone, ragionato su una montagna di progetti: alcuni sono già andati a frutto – come il concorso letterario social “Storie d’estate” e le relative pubblicazioni, o le ebookcard per la vendita offline di ebook tramite codici per scaricarli in seguito – altri sono ancora in fase di “lancio”. E quindi? Questo significa che a un laureato in Scienze della Comunicazione e in Semiotica “conviene” buttarsi nell’editoria digitale? Ma non è illusorio? Non è un’utopia?

Ebbene, noi di Nativi Digitali Edizioni non abbiamo ancora una risposta. Dopo aver sostenuto le spese di avviamento con risorse personali, da un anno a questa parte ci manteniamo col nostro lavoro. La maggior parte delle entrate, però, non arrivano dalle vendite dirette degli ebook, pure in forte crescita, ma da attività di consulenza ad altre aziende e enti, non sempre relative all’editoria. Per il momento, insomma, ce la facciamo anche grazie a contatti e competenze che precedevano la nostra attività da editori digitali, ma questo ci porta via tempo prezioso: anche lavorando spesso la sera e nei weekend, non sempre riusciamo a fare tutto quello che vorremmo. Considerando però i dati sulla crescita costante dell’editoria digitale in tutti i mercati (in Italia siamo un po’ indietro, per una serie di motivi), rimaniamo ottimisti sul  futuro di questo settore e sul nostro.

Il tema della sostenibilità economica di un’attività culturale è cruciale per ovvi motivi. Fra i commenti all‘articolo di Sara sono emerse polemiche per la presenza di collaboratori volontari nel progetto iniziale; secondo me ha più senso criticare gli editori che smettono di pagare i consulenti esterni, o che chiedono contributi agli autori, non tanto chi ha un progetto innovativo e brillante, che può creare nuovi posti di lavoro, e si fa aiutare, almeno all’inizio, da qualche collaboratore volontario. Noi per ora cerchiamo di fare tutto con le nostre forze e competenze, e quando non ce la facciamo a volte ci “scambiamo favori” con altri professionisti creativi. Ogni volta che ci arriva un CV – arrivano costantemente e spesso molto qualificati – è quasi con dolore che rispondiamo con il solito “per ora non possiamo, ci facciamo risentire noi” (almeno rispondiamo).

Le imprese culturali in Italia non vivono un bel momento, io mi auguro che proprio i “piccoli” possano portare una ventata di innovazione, suggerendo le strade per riconquistare il pubblico perduto. Noi per ora facciamo tesoro delle poche risorse che abbiamo e delle opportunità che riusciamo a cogliere, ad esempio a novembre terremo uno stand al Pisa Book Festival (non vedo l’ora) e desideriamo espandere le nostre connessioni sul territorio partecipando al bando “Incredibol”. Se vuoi scoprire di più su Nativi Digitali Edizioni o, perché no, mandarci una proposta di pubblicazione, ci trovi QUI. Marco.

10 risposte a “Editoria digitale: sopravvivono, in Italia, i piccoli editori?

  1. Il limite dell’editoria, cinema e TV è la lingua italiana, ergo un mercato microscopico, in particolare per le versioni digitali delle varie opere. Marco dice giustamente che in Italia siamo indietro sia con le infrastrutture, sia con il desiderio di utilizzare il digitale per leggere. Il digitale dà enormi vantaggi distributivi a costi bassissimi, rispetto alla normale distribuzione di beni anche culturali, ma il vantaggio sta nell’ampiezza dello spazio in cui si muove il WEB. Se fai del formaggio pecorino, basta che la presentazione sul tuo sito sia in inglese per poter accedere a milioni di consumatori, ma se presenti un e-book in inglese non puoi venderlo in lingua italiana. Tradurre non basta ( a parte che una buona traduzione non costa poco) occorre entrare nell’ottica dei generi (di solito i più universali) comprendere quale plus valore deve avere il tuo prodotto rispetto alla concorrenza. Non facile se il tuo mercato è anche solo l’Europa a 27. Circa 20 anni fa lanciammo sul mercato italiano gli audiolibri di alcuni romanzi, lo facemmo sulla scia del successo che avevano in UK e per risparmiare i diritti d’autore editammo molti romanzi classici. Fu un flop tremendo nonostante l’editore fosse De Agostini, allora il più forte nel settore edicola. Nello stesso periodo lanciammo sempre con De Agostini alcune serie di documentari in VHS, fu un successo strepitoso e ne vendemmo milioni di copie in tutto il mondo. La differenza tra l’una e l’altra iniziativa non è solo il formato CD o VHS, ma soprattutto il contenuto. I romanzi non interessavano nessuno, mentre le collane sull’archeologia e le bellezze del mondo avevano un pubblico internazionale. Queste memorie ci insegnano ancora una volta che il “prodotto” deve essere sempre al primo posto. Su internet le cose non cambiano perché oggi la tecnologia digitale è a disposizione di tutti, la distribuzione su Amazon e compagni è possibile per tutti, la differenza la fa ancora il prodotto. La logica del piccolo editore è quella di produrre prodotti di nicchia, ma le nicchie significano (è un esempio) 100 e-book venduti per paese, per moltiplicare la “tiratura e vendere 100 copie in 100 paesi quindi 10.000 copie devi sostenere i costi di “adattamento”. E’ quindi probabile che 10.000 copie non siano sufficienti per ammortizzare i costi e guadagnare qualche euro. L’editore grande, di dimensioni internazionali può permettersi i grandi autori il cui nome è sufficiente per vendere anche un pessimo libro, può contare su mercati più digitalmente maturi, quindi il libro può avere successo negli USA è essere un flop in Italia ma fare comunque profitti. Piccolo è bello, ma spesso non conveniente. Nel periodo in cui noi tentammo di vendere l’audiolibro in Italia, “Il silenzio degli innocenti” letto da Thomas Harris vendeva 1,5 milioni di copie in USA, l’audiolibro venne pubblicato dopo l’uscita del film, una bella spinta, o no!

  2. Auguro a Marco e Annalia che il loro impegno venga presto ricompensato, NDE è un bel progetto, con un’identità ben definita, e loro sanno parlare al proprio pubblico. Il digitale è bello anche per questo, si possono percorrere tante strade, si può rischiare di più e nel panorama odierno esistono tante realtà con linee editoriali diverse che non sono esattamente in concorrenza… un passo importante per i piccoli editori digitali, è senz’altro fare rete, collaborare e riflettere insieme sulle prospettive di questo settore.

  3. Ringrazio Pier Danio per l’ottima testimonianza, strano come gli audiobook non abbiano mai attecchito in italia, ho sentito che all’estero sono molto più popolari. La storia si sta ripetendo con gli ebook? Speriamo di no, un pubblico di appassionato già c’è, resta da conquistare il “grande mercato”.
    Senz’altro, il prodotto è determinante. Non l’ho scritto nell’articolo, ma è da un po’ che teniamo d’occhio il mercato internazionale, il potenziale è enorme ma chiaramente non basta spirito di avventura, ci vogliono risorse. Per il momento, la nicchia che ci stiamo costruendo in Italia vuole essere il punto di partenza, è vero che i piccoli rischiano di essere schiacciati dai grandi ma, come suggerisce Sara, i piccoli possono farsi forza tra loro🙂
    Bookcity a metà novembre a Milano mi sembra un’ottimo punto di partenza, io ci sarò senz’altro il 13 e la mattina del 14 ma temo non nel weekend.

  4. E’ interessante, per me, questo dibattito sugli ebook e sulle possibilità/capacità di fare business in questo settore dell’editoria.
    Premesso che non sono del campo, e che, per paradosso, non possiedo neanche l’e-reader, passo alle mie considerazioni.
    Credo che questa nuova (+/-) modalità espressiva (l’ebook) abbia ormai cominciato ad attecchire anche da noi, in Italia, anche se, con il livello culturale che c’è qui (le statistiche sui lettori sono senz’altro note) certo non aiuta chi deve lavorarci sopra.
    Ma per quello che vedo attorno a me, a casa o in giro per la città, dai, ormai la porta è aperta, ormai. Basta solo entrare.
    Forse una questione aperta, ancora, riguarda il cosa, cioè, lui, il nominato, l’e-book.
    Non sono convinto che l’attuale decisione di sostituire meramente la carta col digitale sia una scelta giusta: sarebbe come usare il computer per fare soltanto i conti dal salumiere.
    Il formato elettronico, me lo insegnate, è molto più ricco dell’inchiostro: trovo inquietanti quei cosi, così grandi e costosi come complessi smart-qualcosa, eppure meno intelligenti di un libro di carta.
    No, penso che per invogliare davvero il lettore elettronico, servano prodotti nuovi e più complessi: in fondo, il passaggio dai manoscritti alla stampa off-set non è stato solo una questione di supporto/mezzo di stampa, ma soprattutto di contenuti, e lo stesso è successo quando la fotografia/cinema hanno sfrattato la pittura figurativa dal mercato delle immagini figurative.
    Ora, cari di NDE, con tutto il mio auspicio che abbiate un grande successo, dato che siete giovani e avete davanti il futuro, vi invito comunque a riflettere sull’opportunità di immaginare/lanciare nuovi prodotti.
    Non mancano gli esperimenti in questo campo – uno, tempo fa, me lo indicò l’amico, nonchè prof. Marco Stancati.
    Ma lascio a voi l’arduo compito di andare oltre.
    Solo – e chiudo, una considerazione sugli audiobook: l’incanto di una serata recitativa è fuori di dubbio, e credo che ogni essere umano non possa che restare incantato dinanzi a qualcuno che racconti o reciti una storia, una fiaba, una poesia.
    Ma, sia chiaro, alcuni audiobook che ho visto in giro, anzi provato ad ascoltare, facevano proprio venire il latte alle ginocchia!
    Un’occasione persa?
    Oppure, invece, una strada ancora da percorrere?
    Vuoi vedere che su quella strada, magari, si riesce a valorizzare quei sofisticati tablet-smart-tutto, magari sfruttando la loro capacità di fondere insieme esperienze sensoriali ed intellettive, immagini, musica e suono, parole, scritte, cantate, recitate… ?
    Pierperrone

  5. Ringrazio anche Pierperrone per il suo intervento.
    Per me il bello degli ebook, già in questa fase ancora pionieristica e dove più che altro imitano il libro di carta e non sempre bene, è la loro flessibilità.
    Già oggi c’è chi li legge con gli ereader (che non sono poi così costosi), chi con i tablet. Chi addirittura con gli smartphone o i pc tradizionali, benché non siano certo i supporti più indicati.
    Secondo me in questo momento è davvero difficile capire quale sarà l’evoluzione del mercato, se continuerà il monopolio di Amazon, se diventeranno sempre più diffusi gli abbonamenti in “streaming”, se ci saranno formati multimediali ibridi – molto interessanti soprattutto per tutto il settore dei libri per bambini, ma non solo. Per il momento, per un motivo in primis di praticità, le nostre pubblicazioni sono “tradizionali” nella forma, un po’ meno nel contenuto, ma teniamo d’occhio con molto interesse le sperimentazioni, e non escludiamo di provare a sporcarci le mani anche noi…

  6. Ammiro la determinazione (e il coraggio) di Marco, a Pierperrone rispondo che i nostri erano fatti benissimo, con le più belle voci del doppiaggio italiano, anche La Stampa ha tentato una collana, ben fatta, ma secondo me aveva un difetto, i titoli pubblicati erano più da lettori che da ascoltatori. Per gli e-book la differenza sta nel veicolo che in ogni caso prevede la lettura. A Marco suggerisco di tenere molto in considerazione la distribuzione oltre che al prodotto naturalmente. Che servano risorse è indubbio, anzi indispensabile, vedo difficile la sinergia tra “piccoli” in questo settore, piuttosto cercherei di accorpare i piccoli editori in una azienda più grande o allargare la base dei soci per avere più risorse. Sursum corda.

  7. Senz’altro ottimi suggerimenti, la scelta di “navigare a vista” ci espone a più rischi ma ci permette di cambiare più facilmente rotta in questo mare burrascoso dell’editoria!

  8. bene, quindi a un editore insolvente basta presentarsi come detentore di “un progetto innovativo e brillante, che può creare nuovi posti di lavoro”.
    Buona fortuna agli interessati, ma se le idee sono così chiare…

  9. Sono convinto che l’audiolibro non funzioni in Italia, perché è considerato essenzialmente un prodotto per non vedenti, da distribuire gratuitamente. Non siamo abituati a gustare un testo recitato, mentre osserviamo il parco della nostra villa coperto di neve: Insomma, da noi manca, quasi sempre, l’ambiente giusto, lo stesso che ci consentirebbe di centellinare la Recherche o di apprezzare le opere per piano di Brahms. Quanto al digitale, l’unico prodotto che vedrei congeniale sarebbe una collana di prodotti, misti di testo e video, in cui si spieghi finalmente in cosa consistono in pratica le centomila professioni e mestieri che i ragazzi dovrebbero scegliere: una sequela di nomi incomprensibili, in cui a volte ci si perde, mentre le aziende lamentano di non trovare candidati per determinati ruoli professionali. Il bisogno c’è; quello che manca, secondo me, è il professionista o tecnico o artigiano in grado di spiegare il lavoro.
    Quanto alla letteratura, i classici si trovano in gran parte in versione gratuita sul web (ieri ho scaricato il Lazarillo de Tormes e Moll Flanders). Le versioni in italiano non si possono utilizzare, credo, per i diritti di editori e traduttori. Molti anni fa avevo ritradotto Le Horla per poter inserire il testo nella Biblioteca digitale della mia biblioteca. Il pdf (gratuito) credo sia stato abbondantemente scaricato.
    Quanto alle nuove produzioni, sto cominciando a pubblicare qualcosa in digitale con Lopcom, per ora nelle antologie, e vedremo come va il prodotto.
    Per i miei racconti più lunghi, almeno per quelli finora più cliccati sui miei siti, devo decidere cosa farne. Certo, se si tratta di pubblicare semplici testi per lettori in bianco e nero, non mi pare che ci sarà un pubblico entusiasta pronto ad accoglierli. Almeno sul web posso abbinare qualche video (fatto molto artigianalmente da me) del mio canale youtube o qualche immagine originale a colori.
    Sempre pronto a trovare nuove soluzioni comunque, se qualcuno mi proporrà qualcosa d’interessante.

  10. Luisa, scusa ma non mi è chiaro in che modo usufruire di supporto gratuito e volontario per sostenere il lancio di un progetto possa essere “insolvenza”; nel mio intervento non ci vuol essere nessun tipo di sostegno a chi veramente abusa del proprio ruolo (e i casi non mancano, basta partire da forum come Writer’s Dream o da blog come Editori che pagano per aprire un vaso di Pandora).

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