Raccontare gli studenti, nel bene e nel male, fra fiction e realtà

studenti

Da circa un anno ho cominciato a pubblicare in questo spazio brevi racconti, dialoghi e ritratti che in qualche modo mettono in scena i numerosi incontri che faccio con gli studenti e le studentesse che ogni giorno animano e nutrono, per mia gioia e fortuna, quello che considero uno dei lavori più belli del mondo: l’insegnamento e, in particolare, la docenza universitaria. Come faccio a costruire questi racconti, dialoghi, ritratti? Metto sempre nomi fittizi e mescolo spunti che provengono dalla realtà con invenzioni narrative, per fare in modo che niente e nessuno sia riconoscibile. Metto in scena, inoltre, solo le storie che considero più rappresentative, quelle cioè che non riguardano singoli individui, ma propongono emozioni ricorrenti, esperienze comuni e condivise, temi che si ripetono: genitori, amicizie, stage, lavoro, amore, e via dicendo. Questo significa che i vari “Anna”, “Marco”, “Francesca” che parlano nelle mie storie non sono mai persone in carne e ossa con un nome e un cognome, ma ciascuno/a di loro rappresenta molti giovani che ho realmente incontrato, ciascun dialogo riecheggia molti dialoghi che ho realmente vissuto e ciascuna mail ne rielabora decine che ho davvero ricevuto. Detto in altri termini: i vari “Anna”, “Marco”, “Francesca” che parlano in questo spazio non sono individui ma tipi umani: le loro ansie e preoccupazioni, le loro gioie e sofferenze, piccole o grandi che siano, rappresentano quelle di moltissimi ragazzi e moltissime ragazze.

È accaduto che qualcuno/a si riconoscesse in qualcuna delle storie, dei dialoghi e dei ritratti che ho pubblicato. Ed era contento o contenta se in quella storia, in quel dialogo, in quel ritratto gli/le pareva di essere venuto/a bene, di essere cioè un protagonista positivo. Era invece meno contento o contenta, se in quella storia, in quel dialogo, in quel ritratto gli/le pareva di essere venuto/a male, di essere cioè un personaggio negativo. Ora, sono felice che qualcuno riconosca se stesso/a o qualche suo/a amico/a nelle mie storie, perché significa che ciò che racconto morde la realtà. Non sono contenta, invece, se qualcuno si riconosce in qualche storia in cui non si piace, e per questo ci resta male. Credo però che questo riconoscimento dica più cose sulla persona che, leggendo, vede sé stessa, che sulla storia stessa o sul mio raccontarla. E allora voglio ribadirlo: i ragazzi e le ragazze di cui parlo non sono individui in carne e ossa, ma tipi umani. Sono stereotipi. Sono esperienze che ho ripetuto talmente tante volte che per me sono diventate un cliché. Certo, in ogni stereotipo, in ogni cliché c’è sempre un nucleo di verità: è per questo che le mie storie parlano della realtà e non sono fantasie. Ma ogni stereotipo, ogni cliché raccoglie in sé molte e diverse storie reali, per cui diventa inevitabilmente esagerato e distorto rispetto a ciascuna di esse. Insomma, vale per quel che racconto ciò che vale per ogni opera di fiction: ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale. Nel bene e nel male.

5 risposte a “Raccontare gli studenti, nel bene e nel male, fra fiction e realtà

  1. bè se i suoi personaggi rispecchiano narrativamente comunque individui o situazioni reali o plausibili non sono “stereotipati”, non nel senso negativo che questa parola spesso assume

  2. Ho l’impressione che la seconda parte del post ripeta la prima parte, e che i concetti siano presenti anche altrove nel blog. Sarà finalmente compresa? In bocca al lupo!

  3. Ci sono anche i ragazzi (…) post laurea che rispondono così ad un annuncio che metti per trovare qualcuno disposto a lavorare per te:

    -“Detto questo,quindi, rigiro a lei la domanda: Pensa io possa conciliare questo lavoro ai miei doveri?”.

    -Oppure: “Ma devo chiamarla io?”.

  4. Già che ci sono, no non credo che ci sia una tendenza all’auto-fustigazione: è solo che per chi la conosce lei non è uno scrittore e basta (che semplicemente non abbiamo mai incontrato, perché lontano o defunto o da molti immaginato sulla sua isola deserta con le sue meditazioni e ispirazioni, anche a me piace molto questo cliché), ma una prof. che appunto ne vede di tutte e di tutti, conoscono il suo metodo di ideazione dei personaggi e pensano che lei abbia fatto di questi tutti materiale da romanzo. Un po’ di egocentrismo, un po’ di vergogna, un po’ di autocoscienza, un po’ di paura delle nostre piccole meschinità o di quelle degli altri, un po’ di tutto insomma lo mette nei racconti anche chi le risponde oltre a chi l’ha ispirata.
    Se invece posso permettermi un appunto personale, per quel che ho letto, mi sembra che i racconti pur essendo ben scritti, manchino di descrivere, proprio con il mezzo di scrittura stesso, la personalità del personaggio. Voglio dire… sono troppo perfetti, se la perfezione può essere troppa. Se io dovessi immaginarmi a scrivere con le parole di un altro in un mezzo veloce come quello di una mail il lessico cambierebbe, si sa, ma inoltre non avrei sempre il medesimo uso (corretto) della punteggiatura – per dirne una – o dei fraseggi, userei le faccette in un altro modo o non le userei per niente. Forse non mi piace immaginarmi un campione di scrittura tra gli squali del marketing management anche se è appena caduto sulla via Damasco. Forse questo è un problema mio. Ma uno che sembra ancora quasi più preoccupato di scrivere bello lindo e iper-corretto alla sua ex-prof. che di rimediare a quello che ha combinato al povero Mario, forse lo rende antipatico a tutti. Credo che la psicologia del personaggio andrebbe ancor di più mostrata oltre che raccontata. Però capisco che questi sono piccolo esperimenti.

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