Lavoro: ha senso accettare un contratto prima di conoscerne le condizioni?

Colloquio di lavoro

Mi scrive Anna (nome fittizio):

«Buongiorno professoressa Cosenza,
seguo da anni con interesse il suo blog e so che spesso si occupa del mondo del lavoro, così ho pensato di raccontare quello che mi è capitato negli ultimi giorni e che aggiunge un altro tassello alla mia personale saga lavorativa. Ho 30 anni e da quando ho iniziato a lavorare in maniera “stabile”, cioè negli ultimi 4-5 anni, ho cambiato spesso, per via della crisi, ruoli, aziende e tipologie di contratto. Il cambiamento non mi spaventa, anzi credo che sia un’ottima occasione per crescere. L’azienda tedesca per la quale lavoro è in crisi (succede anche ai tedeschi) e siccome non credo che la filiale italiana resterà aperta per molto ho deciso di iniziare, per l’ennesima volta, a guardarmi intorno.

Dopo pochi giorni dall’inizio della ricerca mi ha contattato un’azienda della provincia di XY interessata al mio profilo. Dopo due colloqui molto piacevoli con i titolari ho ricevuto la telefonata che tutti aspettano: “Ci sei piaciuta, vorremmo assumerti”. Quello che però non mi aspettavo dalla telefonata era la richiesta di rassegnare subito le dimissioni dall’azienda in cui lavoro senza aver ancora parlato con loro di contratto, retribuzione, inquadramento, orario di lavoro… Praticamente mi hanno chiesto di prendere accordi con l’azienda in cui lavoro sui tempi delle mie dimissioni e solo dopo ricontattarli per fissare un incontro e parlare di tutti i “dettagli tecnici”.

Forse sarò un po’ all’antica, ma nella mia logica le cose funzionano al contrario: prima ci si accorda sui dettagli del contratto nella nuova azienda, poi si presentano le dimissioni dal posto in cui già si lavora. Mi sembra il minimo per evitare di rimanere a piedi con entrambe le aziende. Durante la telefonata ho percià cercato di esprimere diplomaticamente e educatamente le mie perplessità e carpire qualche informazione in più sul tipo di collaborazione. Dopo alcune domande l’interlocutore sembrava stizzito e mi ha detto che dovevo fidarmi perché è un’azienda seria, che per loro il lavoro è sacro e che non dovevo essere troppo pignola perché altrimenti avrebbero chiamato qualcun altro. Sarebbe stato molto bello poter rispondere: bene, allori chiami pure qualcun altro, ma questo oggi accade solo nel mondo dei sogni. Ovviamente senza alternative in mano e con la necessità impellente di cambiare non si può che ingoiare il rospo e accettare comportamenti sgarbati.

Al di là di questo episodio, quello che continua a sorprendermi e sconcertarmi ogni volta è proprio il poco rispetto che c’è nei confronti del lavoro. Spesso ci si dimentica che nessuna delle due parti sta facendo beneficenza, si stanno invece gettando le basi per uno scambio reciproco, trasparente e, si spera, duraturo. È così strano e irrispettoso pretendere (al terzo colloquio!) di conoscere le condizioni che si andranno ad accettare? Sono la sola a pensare che sia un mio diritto avere tutte le informazioni prima di lasciare un altro impiego? È normale che con la minaccia “chiamo qualcun altro” si possa pretendere qualsiasi cosa? Grazie per l’attenzione e buone feste.
Anna.»

5 risposte a “Lavoro: ha senso accettare un contratto prima di conoscerne le condizioni?

  1. Stessa cosa anche per me, anche se l’azienda che ho lasciato era in ottime acque ma il cambio di lavoro rappresentava un miglioramento effettivo dal punto di vista professionale. Colloquio per contratto a tempo indeterminato, annuncio on line che parlava di 27.000 € di RAL annui e continue richieste di fiducia da parte dell’azienda di fronte alle mie domande poste sempre con umiltà e gentilezza. Alla fine ho firmato un contratto di due anni con la promessa che diventerà a tempo indeterminato in automatico. Stipendio base 1.270 € nette che, come detto nei colloqui, è comunque aumentato per due volte in quasi due anni. A marzo il contratto dovrebbe diventare a tempo indeterminato. Mi hanno rassicurato che ciò avverrà ma se non firmo non ci credo. Forse è l’unica cosa in cui l’azienda dove lavoro mi ha deluso perchè per il resto va tutto meravigliosamente bene.

  2. L’ha ribloggato su Parti di lui.

  3. A costo di dire un’ovvietà, direi che mai, e dico mai, si dovrebbero rassegnare le dimissioni prima di avere in mano il contratto nuovo firmato. Di fronte ad una richiesta così sbagliata io avrei molti dubbi sulla serietà della nuova azienda e rivaluterei molto la scelta di lavorare con loro.

    Purtroppo, come dice Anna, ci si può ritrovare a non voler correre il rischio di non riuscire a trovare altro, e in una situazione simile, se io fossi veramente costretta ad accettare, probabilmente avrei mentito: avrei confermato di aver dato le dimissioni ma le avrei effettivamente rassegnate soltanto in un secondo momento. Una menzogna per sfuggire ad un ricatto mi sembra un compromesso morale ragionevole.

  4. Ma siamo sicuri che affermare la propria dignità sia una debolezza? Se questa fosse una prova? O un bluff dell’azienda di arrivo?

  5. Interessante l’immagine d’apertura. Le foto di repertorio, eseguite per essere messe in catalogo e destinate a un uso generico, rivelano tutta l’ideologia dominante. Non so se “Anna” ha trovato al suo cospetto analoghe facce di palta, con la puzza sotto al naso e col sorrisetto ipocrita di circostanza, arroganti e stabilizzate, capaci di decidere delle persone senza conoscerle, capaci d’inventarsi modalità fuori dal Codice Civile, con la sicurezza di uno stipendio certo a fine mese a patto di assumere sempre quelle pose con i più deboli ed essere deferenti e leccaculo con i superiori. Ma non vi viene voglia di prenderli a sberle?
    “Anna”, spero proprio che i tuoi colleghi non assomiglino a questi.
    E tu, testa pelata, sistemati la giacca, prima che ti veda il tuo padrone.

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