Precari e microimprese: una guerra fra poveri?

Guerra fra poveri

Per lavoro entro in contatto con moltissimi studenti. E con molte aziende, il che vuol dire – poiché siamo in Italia – piccole (sotto i 50 dipendenti) e micro (sotto i 10 dipendenti). Mi capita insomma di sentire le due campane. I giovani si lamentano soprattutto per due cose: il precariato (sono soprattutto contratti a progetto) e lo stipendio basso (da 700 a 1000 euro netti al mese, 1200 se va grassa). I microimprenditori, d’altro canto, si lamentano perché:

  1. i ragazzi non si rendono conto di quanto sia difficile gestire una microimpresa in Italia, specie in tempo di crisi: fatturato in calo, debiti enormi con le banche, responsabilità a non finire, preoccupazioni notte e giorno;
  2. i ragazzi vivono in modo antagonista e rivendicativo il rapporto col “capo”: non capiscono che lavorare in una piccola impresa non è come essere assunti dallo stato, che non possono pensare solo a “timbrare il cartellino” (che peraltro non c’è) e fuggire a casa;
  3. i ragazzi sono troppo passivi, poco autonomi, poco inclini a proporre idee e inventare soluzioni;
  4. i ragazzi non si rendono conto che l’imprenditore li premierebbe mettendoli “alla pari”, e cioè facendoli pure entrare in società, se solo non avessero questi atteggiamenti.

In questa duplice prospettiva va letta, secondo me, la mail di Claudia (nome fittizio). Si è laureata con me tre anni fa ed è subito entrata con stage extracurricolare in una microimpresa che lavora nel campo della comunicazione dei new media. Dopo quasi un anno trascorso con entusiasmo e molte aspettative, le offrono un contratto a progetto: 700 euro nette al mese. Sperava di più, ovviamente. Da allora qualcosa si è spezzato nel rapporto fra Claudia e i “capi”. Ecco cosa mi scrive:

«Ciao Giovanna, come stai? È da un po’ che ti penso, senza trovare il tempo per scriverti. Leggo sempre il tuo blog e oggi approfitto di oggi che sono a casa con l’influenza per raccontarti come sono messa. Io continuo a lavorare in XYZ (penso ancora per poco, sinceramente, ma non ho ancora comunicato nulla). Lavoro tanto, soprattutto in quest’ultimo periodo in cui un progetto per un grosso cliente sta andando male. Lavoriamo da più di due mesi a questo progetto e, nonostante i nostri continui avvertimenti (miei e dei miei colleghi che lavoriamo sul progetto) sulla necessità di “cambiare direzione, fare qualcosa” perché i risultati non erano quelli che speravamo, la situazione è rimasta in stallo fino a 15 giorni fa. Fino a quando, cioè, i “capi”, dovendo andare a parlare col cliente, non avrebbero saputo cosa inventarsi: qualsiasi dato sarebbe stato deludente.

Questa cosa ha mandato tutti e tutto in tilt. Hanno cominciato a fare pretese assurde cercando qualsiasi stratagemma per recuperare le sorti del progetto (e in questi casi tutto è lecito!). Come sai, ho un contratto a progetto (pagato 700 euro al mese) e per contratto potrei benissimo lavorare da casa. Invece sto in ufficio dalle 9 alle 18 e spesso anche oltre.

Proprio ieri sera è accaduto un episodio che mi ha lasciata senza parole. Stavo per andare via dall’ufficio (ore 18:30) e mi hanno trattenuta dicendomi che avevano bisogno che entrassi anch’io 5 minuti in una riunione (alle 18:30???). Vabbe’, entro e alla fine esco dall’ufficio alle 19:10. Torno a casa esausta come puoi immaginare, faccio le mie cose… esco per un aperitivo con amici, mi ritrovo sul cellulare chiamate e messaggio di uno dei “capi” che mi diceva di aver bisogno un secondo, se potevo richiamarlo. Ultima chiamata alle ore 21:10.

Ora mi chiedo: “Di cosa poteva aver bisogno di tanto urgente per chiamarmi alle 9 di sera passate?”. Non lavoro in un pronto soccorso, non faccio il pompiere né la guardia giurata, dal lavoro che faccio non dipende la vita di nessuno: cosa poteva mai esserci di tanto urgente che non potesse essere rimandato al giorno dopo? Non ho risposto alle chiamate e ancora non so di cosa avesse bisogno perchè, come ti dicevo, sto poco bene e sono a casa.

[Mah?! Quando mi hanno rinnovato il contratto dicevano che potevano benissimo fare a meno di me (quasi quasi mi fanno un favore a tenermi!??!) e poi mi chiamano alle 21?] Mi sembra quasi di dover chiedere come un favore ciò che mi spetta di diritto… una vita, la mia vita! Avrei molte altre cose da raccontarti, ma già mi sono dilungata troppo. Magari a voce? Un abbraccio, Claudia»

10 risposte a “Precari e microimprese: una guerra fra poveri?

  1. Rimane comunque fatto che le imprese italiane hanno, da sempre, grossi problemi a pianificare il lavoro in modo efficiente, cosa da cui poi derivano emergenze, nottate, “sacrifici”.
    Questo “megaprogetto” era stato pianificato con strumenti seri (che so, almeno un Gantt)?
    Erano stati definiti dei risultati da raggiungere durante lo sviluppo e dei metodi di misura per verificare che questi fossero stati raggiunti e, se no, di quanto ci si era sbagliati?
    Le riunioni erano precedute da una scaletta di argomenti e seguite dalla produzione di un verbale per identificare azioni, scadenze e responsabilità?
    Mi viene da rispondere “no” a tutto.

    Alla fine i problemi non sono solo antagonismo, rivendicazioni e passività, ma la percezione che l’impegno non paga perché non si è ascoltati, i progetti sono gestiti male e niente di quel che si fa è utile, né per l’azienda che comunque non affronta i problemi segnalati, né per chi lavora (tanto ma senza ottenere nulla) e riceve uno stipendio da fame… e non facciamoci tante illusioni: se questa è la capacità progettuale media, anche diventando soci le cose non miglioreranno di molto, sia a livello organizzativo sia, di conseguenza, economicamente.

    Ovviamente nessuna azienda è perfetta e problemi di questo tipo verranno sempre fuori di tanto in tanto, ma se sono la norma invece che l’eccezione è molto meglio cercare di trovare un altro datore di lavoro che abbia le capacità organizzative e gestionali che qui evidentemente mancavano.

  2. Grazie prof, perchè questa mail mi consola. Ho 38 anni, lavoro nell’advertising da 10, e i tempi è vero, sono duri, ma finchè ci saranno giovani così so che il mio posto è al sicuro. Non ho tenuto il conto delle notti passate in agenzia, dei pasti saltati, degli appuntamenti paccati, delle riunioni alle 22:00 (no, non è un’iperbole), per non parlare dei week end e degli amici che ho perso per fare il mio lavoro. Credo di non aver mai pronunciato la frase “sono casa perchè ho l’influenza” e non perchè non mi ammali. Ho iniziato ad avere uno stipendio (dico 800 Euro al mese) dopo due anni di gavetta quasi a gratis. That’s ADV, baby. Non ti piace? Vuoi uscire alle sei perchè se non mangi l’erbazzone vai in crisi glicemica? O se non vedi i tuoi amici ti senti triste e sola in questa metropoli alienante
    ? In altre parole, vuoi una vita? Nessuno te lo impedisce, ma non pensare di metterti in concorrenza con le persone per cui la vita è un computer, una scrivania e Archive. Forse saremo peggiori di te, ma almeno non siamo così ingenui da pensare che sono le cose, gli altri, quello che sta fuori a non andare bene. L’ultima cosa, ti invito a rileggere quello che hai scritto: “dal lavoro che faccio non dipende la vita di nessuno”. Una sì, e guarda caso è la più importante. La tua.

  3. bel colpo laura!

    leggete tutti la chiosa del testo nel link postato da laura:da applauso!

  4. ops rettifica:il passaggio migliore del link è questo.

    “la mia impressione, cioe’, e’ che tutti questi […] assortiti vadano in giro a dire che “e’ finita l’era del posto fisso” , e “e’ finita l’era di un lavoro per tutta la vita”, ” si deve fare come in ammeriga, ammerigameriga, ammerigamerigameriga”, ma poi quando si trovano di fronte alle cose che essi stessi hanno predicato, scopriamo cosa intendevano:”

  5. Il link di Laura si può riassumere con quello che avviene ad ogni cambio di paradigma (compreso ciò che passa per la testa di certe femministe-per.-comodo dell’ultim’ora circa l’uomo schiacciato da un modello “volontà di potenza” quando lei gli rimprovera qualcosa ma comprensivo e vulnerabile quando pure va bene a lei).
    Ovvero, tornando all’impiego, ci sono i furboni che vorrebbero per sé i vantaggi del vecchio paradigma senza gli obblighi e per gli altri gli svantaggi del nuovo paradigma senza le nuove possibilità.
    Beh, logico: “due pesi due misure” incontra “chi giudica non è giudicato” e il figliolo è questo.
    D’altronde siamo in un mercato che si dice libero, che ha le multinazionali, ma che pretende che il cliente finale sia nazionale e compri il meno possibile dall’estero, per dirne una: è così che funzionano ad esempio i monopoli regionali, i divieti (tecnici o legali, vedi la regionalizzazione dei film) d’esportazione, le delocalizzazioni. Anche lì, globale quando comoda a chi è globale e locale (solo) quando limita l’individuo locale.

  6. Infatti dice: “che in termini di DIRITTI dovete dimenticare il posto fisso, ma in termini di DOVERI dovete ricordarvelo, eccome, perche’ dovete ancora comportarvi cosi’.”. Ecco, non un cambio di regole ma un inasprimento delle condizioni. Intuitivamente lo si sapeva, anche senza la lodevole e approfondita disamina

  7. @Fra, anche lei parla di lavoro per 700 euro al mese? Perché in questo caso non mi pare possibile che riesca a dedicare giorno e notte a quel lavoro, perché come minimo dovrebbe averne anche un secondo se no affitto, bollette e mantenimento dell’auto non si pagano (e non ho conteggiato il cibo e il necessario accumulo per la vecchiaia, visto che i contratti a progetto non danno grandi contributi per la pensione).

  8. PS: utilissimo il post linkato da @Laura: ecco perché i conti non tornano!

  9. @Fra: uhm, si rischia di fare un po’ di confusione.
    Da parte dell’azienda ci DEVONO essere determinate operazioni:
    – definizione degli obbiettivi
    – definizione dei tempi
    – definizione delle risorse
    – gestione
    come diceva Roberto, tutto questo non è “pensare in grande”, “esagerare”, “chiedere troppo”, è il MINIMO che un’azienda per essere definita tale deve garantire.
    Se un’azienda non pianifica, non sa quando/come usare i propri dipendenti e le proprie risorse ed ecco che la riunione alle 22, le chiamate fuori orario e le frasi antipatiche “non sappiamo cosa farti fare”/ “quasi ti facciamo un favore a tenerti” diventano la norma, invece di diventare un’eccezione, un’emergenza.

    Fra, io capisco che ti piaccia molto il tuo lavoro. Ma devi credere molto (troppo!?) nei tuoi colleghi e nei tuoi capi per permettere loro di chiamarti a qualsiasi ora del giorno e della notte, di non farti stare a casa quando sei malato e di indire riunioni alle 22.

    Io da dipendente, DEVO garantire alla mia azienda:
    – professionalità
    questo NON significa (per forza) andare a lavorare se ho l’influenza. Perché se vado a lavorare ammalata non solo non produco quanto potrei, ma sono contagiosa e il giorno dopo i miei colleghi saranno ammalati come me. Non avrò reso un gran servizio alla mia azienda.
    Inoltre, se nel contratto di “Claudia” l’azienda aveva accordato la possibilità di lavorare da casa, perché nel momento di urgenza lavorativa e necessità di Claudia di riposare non le hanno proposto di lavorare mezza giornata da casa?

    Il fatto è che a noi che piace lavorare in questi anni hanno fatto fare confusione e ci hanno convinti che qualsiasi cosa si debba alla propria azienda, e niente si debba a se stessi.
    Ma un dipendente apprezzato e messo nella condizione di lavorare bene è un dipendente produttivo per l’azienda.

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