Quando la Semiotica aiuta a trovare lavoro

Semiotica e filosofia del linguaggio, di Umberto Eco

Ricevo da Alessandro, che si laureerà con me in marzo alla magistrale di Semiotica, un resoconto sulla sua esperienza (positiva) di tirocinio, che si trasformerà presto in un contratto di apprendistato. Come sanno coloro che seguono questo blog, ritengo utile pubblicare la testimonianza di chi riesce a usare presto e bene le competenze acquisite durante un percorso di studi umanistico, non certo per vantare successi (suoi, miei, della disciplina che insegno), ma per incoraggiare chi sta seguendo la stessa strada (o analoga), ma si sente ripetere tutti i giorni ritornelli come: tanto non ti serve per trovare lavoro, ma chi te lo fa fare, il mercato vuole solo informatici, tecnici, ingegneri, e bla bla bla. Scrive Alessandro:

Cara prof,
le scrivo per farle un rapido resoconto della mia esperienza di tirocinio, trasformatasi poi in contratto di apprendistato. Dopo aver scelto il tirocinio nel piano di studi della magistrale, ho chiesto di poterlo svolgere in un’agenzia di comunicazione dove sapevo che lavorava un docente a contratto che avevo conosciuto durante un Laboratorio svolto alla triennale in Scienze della comunicazione. Ero certo che lui mi avrebbe seguito e formato dal punto di vista professionale, e così è stato. In sostanza ho dato priorità, nello scegliere dove fare il tirocinio, alla figura del tutor aziendale più che alla fama all’agenzia. Questa mossa si è poi rivelata azzeccata.

Il tirocinio curriculare è durato quattro mesi. In questo periodo ho approfondito la SEO, su cui ho deciso di fare la tesi di laurea sotto la sua supervisione, e ho toccato con mano le dinamiche di una piccola ma molto attiva agenzia di comunicazione emiliano-romagnola. Tra le tante cose che ho appreso in solo quattro mesi, ne riassumo solo due:

1)  Studiare è importante e dimostrare che si è capaci di applicare i propri studi al lavoro lo è ancora ancora di più. Ma non bisogna dimenticare che quello che viene valutato, soprattutto all’inizio sono: la voglia, la capacità di adattamento, l’umiltà è la capacità di apprendimento. Questo si traduce in: quello che mi chiedono di fare lo faccio senza lamentele (voglia e adattamento), devo mettere in conto di sbagliare, perché sono inesperto e, se accade, devo avere l’umiltà di ammetterlo e dimostrare poi che non rifarò lo stesso errore (capacità di apprendimento). Quattro semplici mosse per convincere il proprio datore di lavoro a prendere in considerazione l’ipotesi di avere tra le mani un individuo da poter continuare a formare in azienda.

2)  La semiotica mi è servita e pure parecchio. Le motivazioni sono diverse, ma la principale è una: la semiotica plasma una forma mentis e imprime l’abitudine a un certo tipo di pensiero che risulta vincente. Vincente non perché è il più forte degli altri, ma perché è diverso. Siamo in pochi a uscire dagli studi forti delle conoscenze semiotiche e la nostra unicità è la nostra arma migliore. Così almeno ho fatto io, portando le mie personali peculiarità sul lavoro e nello specifico in progetti di: storytelling per un’azienda multinazionale di pasta, scrittura di contenuti per il web ottimizzati SEO, definizione di brand essence (i valori base) di un marchio. Queste sono solo alcune delle attività in cui ho potuto giocare le carte della semiotica.

Per concludere, dopo otto mesi di duro lavoro in agenzia, mi si prospetta un contratto di apprendistato dai primi mesi del 2015, il che significa indipendenza economica. Tutto questo grazie, anche, alla semiotica.🙂

3 risposte a “Quando la Semiotica aiuta a trovare lavoro

  1. Che bello è leggere voci fuori dal coro come questa, ogni tanto🙂🙂🙂

  2. E’ molto bello leggere storie come questa, soprattutto per chi sta affrontando la magistrale in semiotica tutt’ora. Ho fin qui fatto dei lavori ”brevi & intensi”, come li definisco io, come quelli stagionali o per il settore fieristico: molte ore al giorno ma poche settimane, per poterli conciliare con le tempistiche dello studio. Quindi, voglio dire, va da sè che le persone con cui ho svolto i colloqui siano un po’ fuori settore rispetto ai quelli a cui mira un laureando in semiotica per il proprio futuro lavorativo, e che di conseguenza non abbiano una chiara idea del nostro campo (ma comunque spesso si è lo stesso in ambito marketing)…ma presto ci saranno colloqui più importanti, e qui nasce la questione che voglio porvi in questo commento. Nel dire «la semiotica plasma una forma mentis e imprime l’abitudine a un certo tipo di pensiero che risulta vincente», cosa stiamo dicendo in sede di colloquio?
    -quale forma mentis è plasmata? com’è diventata dopo esser «plasmata» da tali studi? perchè è utile alle aziende?
    -quale abitudine a quale «certo tipo di pensiero»? e come faccio a far intendere al il mio prossimo datore di lavoro che, questo “certo tipo di pensiero” che abbiamoo solo noi pochi laureati in semiotica, è da dirsi nienteméno che «vincente»?

    Finchè se ne parla fra addetti ai lavori ci si intende al volo, tutti noi lo sappiamo, ma se noi ci volessimo “render appetibili” durante un colloquio con un imprenditore/addetto alle risorse umane -che non sa ancora che ha bisogno di noi perchè giustamente non sa cosa siamo o se lo sa non ha mai avuto uno di noi con lui (un po’ quando, appena conosci un nuovo oggetto al centro commerciale, scopri contemporaneamente di averne una così assoluta necessità!!)-, come descriveremo il nostro sapere, il nostro saper fare, il nostro know how insomma?

    Da parte mia ritango che le definizioni e il lessico che le compone siano spesso gabbie e che in quanto tali siano restrittive, ma d’altro canto so che mi (e ‘ci’, a molti) servono per autodefinirmi, descrivermi e farmi conoscere, per comunicare la mia persona e il mio know how lavortativo a chi sta dall’altra parte del tavolo durante colloquio… cosa posso argomentare per far capire che posso render “vincente”, come scritto nel racconto, quello che sarà il futuro lavoro fatto insieme?

    Ci sono studenti o laureati che leggono questo blog e che han voglia di darmi uno spunto per favore? Gentile professoressa Cosenza, lei cosa ne pensa?

    (ps: http://corsi.unibo.it/magistralesemiotica/Pagine/Prospettive.aspx l’ho già letto🙂 )

  3. Bravo Alessandro, l’entusiasmo traspare dalle tue parole con grande limpidezza. E tutto ti fa onore.
    La tua lettera mi stuzzica qualche argomento più generale.

    1) LA VOLONTA’ E LA PIANIFICAZIONE.
    Sono doti essenziali per riuscire. Rappresentano comunque la condizione necessaria ma non sufficiente. Quando parlo ai giovani appena usciti dagli studi (gli studi “formali” delle scuole e delle università, perchè si studia anche poi, ma non per superare un esame, ma per crescere) oppure ai lavoratori maturi (specie se espulsi dal lavoro), sottolineo l’aspetto della condizione necessaria ma non sufficiente per necessario realismo e non vendere “fantasie”. Noi possiamo agire solo su ciò che possiamo concretamente condizionare In maniera più o meno marcata. Ed è qui che si esprime la nostra capacità. Tutto il resto non dipende da noi.
    In tutti casi desidero sostenere l’ottimismo affermando che se c’è la fortuna, questa vada anche aiutata (dalle nostre capacità).
    Ma, allo stesso modo, avverto di non cadere nella convinzione che tutto accade perchè lo abbiamo voluto. Noi possiamo desiderare ed impegnarci con tutto noi stessi ad ottenere un certo risultato, al fine di ottenerlo.
    Senza ombra di dubbio, senza impegno e perfezionamento è improbabile che portiamo a casa dei buoni risultati. Ma è anche vero che se i buoni risultati non arrivano (pur applicandoci col tuo ottimo approccio) non necessariamente ciò significa che è dipeso da noi. La cosa si comprende con realismo: quanti bravi calciatori non arrivano alla nazionale? Non esiste un venditore che riesce a vendere al 100% dei contatti che crea.
    Se le cose non vanno come ci auspicheremo, analizziamo i perchè e cerchiamo di migliorarci (come giustamente tu, caro Alessandro, fai notare parlando di imparare a non ripetere gli stessi errori).
    A volte (anche più spesso) le cose non vanno come vogliamo perchè la realtà è “più grande” di noi. Qualche saggio anziano direbbe: “la vita va’ anche così”.
    In sostanza: non convinciamoci che tutto dipenda (o sia dipeso) da noi. Soprattutto quando le cose vanno “bene”. Quasi mai si legge infatti di fallimenti, nonostante tutto. Anche perchè è assai difficile parlarne.
    Mi appare così radicata la logica dell’ “io posso”, del vincente a tutti i costi, che il solo poter dire “non ho potuto”, “non sono riuscito” metta la persona ai margini. Un esempio da non seguire, un esempio da biasimare. E’ questa una realtà amara che assai spesso devono affrontare i lavoratori maturi “appiedati”.

    2) CONTRATTI DI LAVORO.
    Parlo ora alla luce delle molte esperienze all’estero. Molto si potrebbe imparare dal centro-nord europa e dai paesi dell’europa anglosassone.
    Il nostro mercato del lavoro è talmente sclerotizzato da aver perso di vista la cosa più importante: il lavoro.
    La nostra società è purtroppo costretta a mandare giù (volente o nolente), percorsi di ingresso nel lavoro così contorti (e burocratici) che al nostro interno potrebbero scambiarsi per grandi conquiste, come delle medaglie al valore. E paradossalmente si ariva adirittura a “pesare” uno stage come buona cosa, ma averne troppi ti “danneggia”. Così come passare dallo stage all’apprendistato. E poi ancora dall’apprendistato a qualche altra magari nuova formulazione contrattuale.
    Caro Alessandro, mi chiedo con grande curiosità come è in sostanza cambiato il tuo lavoro (nel senso del contenuto) tra i vari passaggi formali. E credo che al prossimo passaggio contrattuale il cambiamento sarà pressoche nullo. Se tale già non lo era tra lo stage e l’apprendistato.
    In cuor mio non credo affatto una formazione ed una professionalità come la tua necessiti di così tanti filtri. E’ come se i tuoi studi non contassero nulla, ma contasse il titolo in semiotica, perchè attinente (ovviamente) all’attività della tua azienda.
    Ma quale è la sostanza di tutto questo macchinoso e frustrante sistema? Il costo che l’azienda deve sostenere per il lavoratore. Tanti sono davvero i fattori che compongono questo costo, ed ogni forma contrattuale “gioca” su una serie tra questi fattori. Alcuni dei quali anche in parte “scaricati” sul lavoratore. Che comunque nulla può, se non accettare.
    Grazie a Dio la recente riforma del lavoro ha avuto almeno il vantaggio di semplificare quella specie di far-west dove ci eravamo cacciati, ed ha toccato la leva più “appetibile”: il costo del lavoro, seppur su base temporanea.
    Per concludere, vedo davvero umilante per i tanti seri futuri lavoratori, o giovani lavoratori, doversi vedere allungare di molto la relativa stabilizzazione lavorativa. Pur se Alessandro è giustamente orgoglioso di quanto ha sudato per ottenere.
    Vi prego di accettare queste ultime valutazioni generali sui contratti di lavoro, meno attinenti, ma parte sistemica del nostro “mondo”.

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