Sentirsi falliti a ventotto anni, ovvero: quando il lavoro ti ruba i sogni e la vita

Ragazzo triste manga

Mi scrive Marco (nome di fantasia): «Salve Prof, si ricorda di me? Mi sono laureato con lei quattro anni fa, con una tesi sul web semantico. Già allora discutevamo di cose che sono considerate all’avanguardia tutt’oggi, figuriamoci all’epoca. E cercavamo di incrociare la semiotica con l’analisi semantica come la intendono gli informatici, ricorda? Se ci penso, mi vengono i brividi: stavo bene allora, mi sentivo carico, pieno di progetti, proiettato verso il futuro. Dopo la laurea mi presero subito a lavorare nell’azienda in cui avevo fatto il tirocinio curricolare: una delle principali società, in Italia, nel campo del web marketing. Bingo! Mi sentivo di aver fatto bingo. Ovviamente, mi presero con un contratto a progetto. Mi pareva normale allora, perché ero solo solo all’inizio. Il problema è che in questi quattro anni sono passato da un alambicco contrattuale all’altro, ma sempre a termine, per cui ancora oggi mi ritrovo precario, precarissimo (ancora!). Il problema è che prendo solo 900 euro al mese e devo pure ringraziare il cielo, visto che a 28 anni molti miei coetanei o non lavorano o prendono al massimo 600 o 700 euro.

Negli ultimi due anni per il lavoro ho sacrificato tutto: relazioni, amici, oltre a cambiare continuamente città per dedicarmi anima e corpo a web marketing, social media marketing, SEO e compagnia bella, un settore che in sé mi appassiona e di cui sto studiando ogni aspetto anche nel tempo libero e per mia iniziativa autonoma, ma di cui vedo sempre più i limiti pesanti di come viene trattato in Italia. Fare queste cose in America è un conto, farle in Italia (e lavoro in un’azienda di punta!) equivale spesso a scrivere ogni giorno articoletti del cavolo per blog aziendali che nessuno legge o sparare scemenze sulla pagina Facebook del cliente di turno.

Perciò negli ultimi mesi qualcosa si è spezzato e le dirò la verità, prof: non ce la faccio più. Sto seriamente pensando di mollare tutto, anche se gli amici continuano a dirmi che sono pazzo e non dovrei, perché “in fondo almeno un lavoro ce l’hai”. Certo, è vero, un lavoro ce l’ho, ma questo lavoro per me sta significando non avere nessun diritto, lavorare durante ogni tipo di vacanza e sentirmi perennemente infelice: pensi che in questi quattro anni ad agosto mi sono fermato al massimo dieci giorni e lo scorso Natale ho fatto solo due giorni di pausa.

Sto seriamente pensando di mollare tutto, anche se non so bene cosa potrei fare: andarmene dall’Italia? Ma dove? E come cercare da zero un lavoro in un paese che non conosco? L’inglese lo parlo anche bene, ma è pur sempre la mia seconda lingua e questo, per quel che so, è comunque un grosso svantaggio iniziale. Speravo tanto che questo lavoro mi avrebbe fatto crescere professionalmente, perché, visto dall’esterno, lavorare nel web marketing sembra il massimo, perché è un settore di punta, di tendenza. Non è così purtroppo, perché mi ritrovo a scrivere le stesse storie ogni giorno (a questo si riduce il tanto osannato storytelling), e articoli generici pieni di stereotipi (i cosiddetti “articoli di scenario”) che so già in partenza che nessuno leggerà. Insomma, un conto è fare web marketing nella Silicon Valley, un altro è farlo qui in Italia, mi creda. E dire che è deprimente è dire il minimo, mi creda prof.

In più, per il fatto che io mi rifiuti di seguire come un cagnolino i miei capi in ogni pausa sigaretta, di interrompere ciò che sto facendo per precipitarmi a fare caffè e servizietti vari, di dare sempre ragione a quelli che stanno sopra di me anche quando sparano banalità o dicono addirittura il falso, ha progressivamente ridotto il numero e la qualità degli incarichi che mi vengono affidati, a vantaggio di altri che, magari in pochi mesi, si mettono subito in vista perché sanno scodinzolare e si prestano a questo tipo di servilismo che per me è odioso. Forse l’ultimo stagista arrivato è più bravo di me, non dico di no, ma quel che è certo è che ha ottenuto un incarico cha avrei tanto voluto svolgere io in modo, per usare un eufemismo, “non meritocratico”. Dovrebbe vedere la faccia che fa ogni volta che uno dei capi racconta l’ultima barzelletta imbecille o l’ultimo aneddoto su quel che ha fatto con questo o quel grosso cliente: prima sta lì incantato come se fosse di fronte all’oracolo, poi sempre più concentrato come se non aspettasse altro, nella vita, che sentire la conclusione della barzelletta o dell’aneddoto (conclusione spesso scontata e prevedibilissima), alla fine scoppia a ridere o si meraviglia o inorridisce (tutto chiaramente simulato), a seconda di quello che è più opportuno fare. Mentre a me viene la nausea. Nel frattempo però a lui affidano cose interessanti e io scrivo l’ennesima stronzata per il sito del cliente x o per il social media dell’azienda y.

Insomma prof, questa è solo una delle tante storie di chi, in questo paese, non sa più da che parte sbattere la testa. In poche parole mi sento già un fallito, a soli ventotto anni. Fino a qualche anno fa non l’avrei mai detto, perché studiavo con entusiasmo, mi impegnavo, ottenevo buoni risultati e mi sembrava che avrei sollevato il mondo. Ma non so nemmeno perché le ho scritto e non so come lei potrebbe aiutarmi. Mi scuso per lo sfogo e le auguro una buona giornata, Marco.»

Credits: l’immagine viene da questo board Pinterest.

53 risposte a “Sentirsi falliti a ventotto anni, ovvero: quando il lavoro ti ruba i sogni e la vita

  1. Mi sembra quasi la mia stessa storia! Io in più ho la partita iva, quindi mi sento di dire a Marco: credimi, poteva andarti peggio!

  2. quanta amarezza… quanta realtà.

  3. E a questo rimedierà il “jobs act” …

  4. Mi sono sentita a lungo come “Marco”, in passato.
    Ho lavorato in grandi aziende e con grandi aziende per quasi 10 anni.
    La mia soluzione è stata andarmene dall’Italia e venire a Londra, dove le mie competenze sono riconosciute e profumatamente pagate e dove le persone si relazionano a me con rispetto e attenzione.
    Non so se la mia in Italia sia stata “sfortuna” o se si tratti di una situazione generalizzata. Ho sempre avuto l’impressione che l’Italia sia indietro e applichi ancora modelli “arcaici” a una realtà che muta sempre più velocemente.
    Così mentre qui in UK si parla di servant leadership (da anni) o di host leadership, in Iltalia il leader in azienda è ancora quello che parla più forte o “non deve chiedere mai”. Che è lì perché è “figlio/parente/amico di” oppure perché “si sa vendere bene”, che non necessariamente significa essere bravi a fare il proprio lavoro.
    Nello sviluppo software mentre il mondo sta virando verso l’agile in Italia tutti lavorano ancora in maniera waterfall.
    E così via…
    Mi sono spesso chiesta perché.
    Forse dipende dal fatto che in Italia gli imprenditori non frequentano scuole o corsi di formazione e quando li frequentano si tratta di corsi italiani spesso non all’avanguardia…
    O forse i motivi sono altri – fatto sta che qua a Londra si sta davvero bene e dopo tanto tempo sono di nuovo felice🙂

  5. che pugno nello stomaco questo post! Io di anni ne ho 34, lavoro come una pazza, sono una responsabile. Non amo molto il mio lavoro e poco ha a che fare con la comunicazione, ma lo faccio bene e ho le mie soddisfazioni. Studio, ho ripreso gli studi due anni fa in Comunicazione, perchè ho il disperato bisogno di fare ciò che mi toglie ormai il sonno: scrivere. E qui parte una serie di frustrazioni che mi prendono ormai da molto tempo, perchè non faccio il lavoro che desidero fare. Poi leggo qua… e penso che io non ho bisogno di leccare il culo a nessuno, io sono apprezzata proprio perchè faccio valere le mie ragioni, ho un buon lavoro, un buon contratto, ho potere contrattuale, ferie, riconoscimenti. Dunque, dovrei essere “contenta” perchè in giro c’è di peggio? Perchè chi si è laureato in ciò che studio io si trova lavorativamente più svantaggiato di me? Ecco, anche questo fa parte dell’Italia oggi. Tarpare le ali ai sogni, perchè “c’è sempre chi sta peggio”. Ma anche chi sta meglio, aggiungo io.

  6. Regola numero uno del personal branding: mai parlare male dell’azienda dove lavori, specie se non hai (passatemi, vi prego, la parola) le “palle” per fare nomi e cognomi.
    Se fossi un’azienda e leggessi questo, non prenderei mai Marco, perché potrebbe trattare la mia azienda come fa con questa, non mi converrebbe. Marco è pessimista, non proattivo e triste, tutto quello che non serve ad un’azienda.

    Regola numero due del personal branding: mai parlare male dei colleghi. La Rete e il networking sono alla base di ogni riuscita lavorativa e professionale. Se parlo male dei colleghi, come penso di acquisire una rete di contatti che mi aiuterà quando ne avrò bisogno?

    Degli errori così nel personal branding, per uno che lavora nel mondo dei Social, sono imperdonabili.

    Poi c’è la classica retorica del mito dell’estero (che però Marco non ha il coraggio di affrontare) e quello dell’eterno sconfitto.

    Caro Marco, non credo che scrivendo cose del genere migliorerai la tua situazione.

    Un saluto da uno che fa il tuo stesso lavoro.

  7. il ragazzo scrive che fare web marketing nella silicon valley è tutta un’altra cosa, io gli rispondo: vacci! non capisco cosa aspettino certi ragazzi, questo paese non li merita se qui non stanno bene meglio andare altrove specialmente quando si è ancora giovani, non si ha una famiglia e tutto si può rimettere in discussione. essere onesti con se stessi e con il proprio lavoro non significa solo non ridere alle barzellette stupide del capo ma anche avere abbastanza amor proprio da capire quando il posto in cui si vive non fa per noi.

  8. Anche io come olimpiabrancaleone, nonostante all’estero perché in effetti nella Comunicazione essere madrelingua é dirimente. Sulla cultura aziendale italiana vs quella di altri paesi, in primis quelli anglossassoni, consiglio la lettura di “Ozio creativo” di De Masi, un’analisi socio-storica accurata, ma purtroppo non confortante.

  9. Caspita Marco, dalla tua lettera si capisce che tu non stai più bene lì. Ma cosa aspetti ad andartene? Se proprio non vuoi restare a casa per un periodo cercati prima un altro lavoro, ma trova la forza di cambiare.
    E secondo me non dovresti farti troppe paranoie riguardo l’inglese: si impara, come tutte le cose. Hai 28 anni, non 50, quindi puoi cominciare facendo qualsiasi cosa e prima o poi i risultati arriveranno.
    Forza e coraggio, non disperdiamo il potenziale che è in noi, non facciamoci dominare da queste forze.

  10. A me questa lettera è piaciuta molto, non tanto perché è commovente (e direi che lo è) quanto per la nettezza e icasticità del quadro. Mano a mano che approfondisco web e social media marketing e cerco di sensibilizzare i miei clienti di adv tradizionale, mi rendo conto di quanto sia scoraggiante l’ignoranza ma soprattutto l’incomprensione (all’ignoranza possiamo porre rimedio…) Tipica risposta di un cliente piccolo ma anche medio quando si propone la gestione dei social: “ah ma la pagina fb la gestisce già mio figlio/moglie/cugino/amici, nel tempo libero. Poi, siccome i tempi sono quel che sono e già si fatica a spendere in adv tradizionale, figuriamoci gli esperimenti. Ma le cose stanno cambiando anche in provincia, sempre più spender si rendono conto che devono almeno integrare l’online con l’offline nella loro comunicazione in modo efficace, non solo usare l’online come un simpatico orpello esornativo. Il futuro è questo, lo sappiamo, anche se a volte non sembra proprio.

  11. Oddio, la parte (lunga e dettagliata) in cui “Marco” sta a sparlare del comportamento dei colleghi sa di pettegolezzo e non gli fa fare una bella impressione… il che non me lo fa parere neanche così motivato. A mio parere si piange troppo addosso e ragiona da vittima, in modo passivo, come se lui più di così non potesse fare e per il resto è in balia degli altri. Però io sono una di quelli che apprezza le storie positive sul blog, quelle in negativo come questa le trovo deprimenti e non tanto utili ma dipenderà dal mio carattere… capisco comunque le difficoltà denunciate (è l’atteggiamento che non mi sembra molto adeguato).

  12. Purtroppo il quadro è quello descritto da “Marco”, se si vuole lavorare in agenzia funziona così, il lavoro è “solo” intellettuale, dunque le gare si fanno al ribasso, tutto dipende dalle commesse e i titolari anche volendo non potrebbero assumere a tempo indetermianto i parasubordinati. Tornando al punto del testo ,quello che proprio non digerisco è il “sentirsi falliti”. Ho cominciato a lavorare a 21 anni parallelamente agli studi universitari per varie personalità ed aziende facendo un mestiere abbastanza simile a quello di “Marco”, vero che il periodo è quello che è, ma il sentirsi falliti non aiuta. Bisogna fare segreto di tutte le esperienze passate e presenti, positive o negative che siano. E nel frattempo cercare di ritagliarsi un piccolo spazio parallelo al lavoro “para-subordinato”. Se si brilla in quello che si fa, le occasioni si trovano e il lavoro esce o si crea. A me è accaduto così.. dopo anni sottopagato, sfruttato, a nero, non mi sono mai lamentato. A un certo punto, però, ho deciso di evitare come la peste le agenzie permettendomi anche di rifiutare un paio di proposte. Ora però a 27 anni non mi ritengo fallito, anzi… sono felice di lavorare in un’azienda che mi valorizza e paga per la mia formazione. Al tempo stesso nei week end, facendo i salti mortali per portare comunque avanti progetti miei. Sarò stato sicuramente fortunato, ma la fortuna non è un caso, bisogna anche cercarsela e piangersi addosso purtroppo non aiuta (anche se ammetto è la soluzione più facile).

  13. Anche io come e più di Marco non so cosa siano le vacanze ed è molto faticoso, ma a differenza sua io sono una studentessa lavoratrice e tutto quello che faccio lo scelgo io, lo faccio prima di tutto per me, non per un’azienda che mi ha deluso, e per questo sono profondamente felice.
    Sono molto diffusi quei commenti come “guarda che c’è chi sta peggio” “ma anche chi sta meglio” ma in realtà tutto ciò è irrilevante perché ciò che conta è la propria felicità ed essa non può derivare da un paragone con gli altri, ma solo dal fare ciò che si vuole veramente, dal poter lavorare con passione.. Dobbiamo avere il coraggio di seguire i nostri sogni!!
    Io non so quanto all’estero le opportunità possano essere maggiori, ma mi ritengo fortunata a non doverci andare. Come si fa a dire a un ragazzo di 28 anni “sei giovane, vai” solo perché critica l’Italia? Come se uno a 28 anni non avesse radici.. Una fidanzata, una famiglia, degli amici, come se si potesse rinunciare a tutto questo a cuor leggero solo perché si è giovani.. Non ha senso!! Partire non è certo facile!
    La vita è un continuo compromesso, ma quello che penso io è che non bisogna mai rinunciare alla felicità per delle pressioni sociali. È necessario avere il coraggio di seguire i propri sogni perché vivere di rimpianti è la cosa più terribile. Penso inoltre che non sia mai troppo tardi per buttarsi in un nuovo progetto di vita, che chi trova scuse in realtà è causa del suo male.. Forza!

  14. Ciao Marco,

    capisco quello che provi ma non un po’ d’accordo con l’approccio di Andreas: se una cosa non ti sta bene cambiala. Si può. Dire che non si può è falso, e codardo. Per le meno provaci. L’Italia non è tutta così, e l’estero non è tutto facile. Insomma, lamentarsi e starsene con le mani in mano rende illecita la più motivata delle lamentele.

    Io ho iniziato a lavorare a 23 anni, mentre studiavo qualcosa di molto simile, a quello che hai studiato tu (anche io ho frequentato i corsi della Cosenza). C’entrava davvero poco il primo lavoretto con il mio corso di laurea, però ho imparato a lavorare, ad avere dei colleghi più o meno corretti e dei capi più o meno capaci.
    Sapevo solo l’inglese, e allora ho provato a imparare un’altra lingua all’estero. Mica 15 anni, giusto 6 mesi per diventare autonomi.
    Mi sono laureato, e dalla prima esperienza ne è nata un’altra più soddisfacente, o almeno leggermente più vicina ai miei interessi. Ho fatto esperienza. Poca.
    Poi ho vinto una borsa per un master figo, anche se dal punto di vista professionale non mi ha procurato molti agganci, tanto è che sono andato io da uno dei professori a chiedergli se aveva qualcosa per me: sì, mi ha fatto provare. Mi sono trasferito in un’altra città e ho lavorato lì 18 mesi, prima come stagista poi come sottopagato. Stufo, con il pianto nel cuore perché era IL mio lavoro, ho detto che lo stipendio era troppo basso, e io non volevo svendermi.
    Mi sono trasferito nuovamente, a Milano questa volta, e ho cercato lungamente un’azienda che facesse al caso mio, anche non grande, non mi interessava: volevo un luogo dove stare bene e crescere. Sono arrivato nell’azienda x a fare qualcosa che non era il mio lavoro, ma mi piaceva e l’ho fatto comunque con impegno. Poi mi hanno promosso, e senza utilizzare finti sorrisi. Poi ho detto che volevo qualcosa di più interessante e il mio ex capo ha aperto un’azienda con me. Ora la sto vendendo, è una start up piccola e la vendiamo per poco, ma comunque c’è qualcuno che la vuole comprare.

    Io non credo, anzi è certo, di avere un’intelligenza più alta della media, e nemmeno una cultura forte, assolutamente, però ho stima di me stesso e quando desidero qualcosa (magari ci metto anche io un po’ per capire cosa) me la vado a prendere, o per lo meno ci provo. Lamentarsi non serve a nulla.

    Hai 28 anni: se vuoi andare all’estero parti, vai a fare il cameriere un anno e impari la lingua e poi puoi cercare un lavoro nel tuo campo, tanto più che hai detto che ti tieni aggiornato per non rimanere indietro. Contatta un headhunter e chiedi consiglio. Cerca una situazione lavorativa migliore in Italia, non è tutto così schifosamente orrendo qui.

  15. Per me è la confessione di un perdente, intriso dei soliti stereotipi, l’apice dalla boiata lo raggiunge qui:
    “L’inglese lo parlo anche bene, ma è pur sempre la mia seconda lingua e questo, per quel che so, è comunque un grosso svantaggio iniziale.” Lo svantaggio è se non lo sai, non se lo sai parlare decentemente.
    Si vuol fare qualcosa? E’ ora di muovere il culo, porsi degli obiettivi ambiziosi e perseguirli. Se dopo 4 anni sei ancora a far nulla è perchè evidentemente non hai la capacità di emergere e resti nel gregge

  16. Ciao “Marco”; ti ringrazio per aver condiviso come ti senti.
    A me ha scaldato il cuore perchè condivido molto del tuo stato d’animo, soprattutto in termini di aspettative.
    Dicono che condividere faccia sentire meno soli, per me è così.
    Dicono che sfogarsi aiuti, per me è così.
    Dicono anche che lamentarsi non rende, bisogna rimboccarsi le maniche. Io l’ho capito solo dopo aver condiviso il mio sfogo, chissà, magari vale anche per te.

    un grande abbraccio

  17. Andate via dall’Italia oppure ribellatevi. Basta scrivere lettere anonime, basta piangersi addosso.

  18. A 28 anni, e anche dopo, non si è “perdenti” né “vincenti”. Marco può imparare a cambiare atteggiamento e avere un po’ più fiducia, tenendo anche conto che noto che io e i miei amici stiamo cominciando tutti a “sistemarci” (nel senso di stabilizzarci e cominciare a ottenere ruoli più importanti) adesso dopo i 35 anni. Prima tutti più o meno avevamo l’impressione di essere smarriti in un mare di incertezza e parole di sconforto come le sue si sentivano spesso (anche se magari erano poi solo momenti).

  19. Beati voi, quelli che giocate a sergente Hartman.
    “Muovere il culo”.
    Proprio sergente Hartman.
    Mah, io, la mia età, sono abbastanza tranquillo (completamente possono esserlo solo magistrati, polizia, ecc.) del mio lavoro. Ma me lo chiedo: se avessi avuto venticinque anni oggi? Sarei stato fra i sommersi o i salvati? Mussulmano o prominente?
    Perché verso là stiamo andando. O hai doti straordinarie, o sei disposto ad andare all’estero (io mai avrei lasciato la mia fidanzata di allora, anche se poi è finita comunque), o ti fai sfruttare e dici grazie, o stai a casa con mamma e nonni.
    Al mio corso a ingegneria, ce n’erano una diecina fuori categoria, una trentina che ci siamo laureati senza troppo patire e più di un centinaio che hanno tribolato. Non erano “cattivi” loro e non eravano cattivi noi di fascia media.
    Ma che mondo è questo che, se non sei fra i dieci più bravi di un corso di ingegneria (a Pisa, questo contava), ti devi adattare: o a essere sfruttato per un quarto o un terzo delle tua vita, senza vedere futuro, o andartene all’estero.
    Me lo ricordo un corso post-universitario che ho fatto a metà anni Novanta, allora cominciavano, i docenti, a vendere la balla della flessibilità, delle opportunità che dà il lavoro part-time, della bellezza del cambiamento del posto di lavoro (posto di lavoro). Beh? E se uno non ha questo sacro furore, lo schiacciamo? Non c’è posto per lui?
    Non lo so, per me la modernità è proprio dare possibilità a tutti.
    Il contrario di questo è la caverna.

  20. “Ma non so nemmeno perché le ho scritto”. Forse perché la ritiene responsabile dell’indottrinamento tutto teorico, tacendo o edulcorando la realtà del belpaese?
    Nel post precedente Giovanna Cosenza ha descritto bene la classe agiata di Frecciarotta prima classe, ma senza criticare. Sono gli stessi che fanno i “capi” di Marco Fantasia, o forse no, questi viaggiano in bmv.
    Dice Stefano Visani: ““ah ma la pagina fb la gestisce già mio figlio/moglie/cugino/amici, nel tempo libero”.
    Molti anni fa, quando proponevo, che so, i trend cromatici nel settore degli elettrodomestici, il grande industriale (12.000 dipendenti, fallito) mi diceva che i colori erano roba da femmine, e che li faceva scegliere a sua moglie. Come vedi questo paese non è cambiato. È rimasto una monarchia feudale, basta guardare i privilegi che restano a vita al Presidente oggi dimissionario, quando in gran parte del resto del mondo civile, chiunque a fine mandato se ne va e basta.
    Comunque, Fantasia, dovresti chiariti cosa vuoi. Soddisfazione e denaro spesso non coincidono, tranne che tu sia disposto alla Qualunque per arricchire, e quella sarà la tua soddisfazione. Dai, datti una mossa, che ci attendono tempi ancora più bui. E ricorda (mi spiace distruggere un credo): Babbo Natale non esiste.

  21. Caro “Marco” la soluzione la intravedo nel tuo discorso: andare in america. È una soluzione a cui non si vorrebbe mai arrivare perché uno dovrebbe rimanere e migliorare il proprio paese ma.. a che pro? Sei infelice, non resta che tentare. In bocca al lupo!

  22. Fallito è il sistema italiano, non il ragazzo. E questo vale per tutti quelli come lui (cioè, praticamente tutti).

  23. Quello che mi urta è proprio il “cornuto e mazziato”. Cioè, non solo non sono io il problema, ma devo sentirmi anche tale, e in più tutti mi dicono di andarmene (tanto per darmi la caramella ed essere alla moda, perché questa è moda). Siamo arrivati al punto in cui è il Paese stesso che ti dice di lasciarlo. Siamo all’assurdo. Siamo alla follia ufficializzata. I giovani non devono più piegarsi al sistema, è il sistema che deve cambiare. Perché, che vi piaccia o no, e qualunque sia il vostro pensiero, i giovani sono l’Italia di domani. L’ITALIA DI DOMANI. Volete buttarla nel cesso e tirare la catena? Allora perché non ve ne siete già andati?

  24. Marco, visto che non esisti ti dò un consiglio: non seguire alcun precetto di personal brand della malora (è la miseria umana elevata a scienza), però non ti deprimere, piuttosto divertiti. se non ami ciò che fai fallo male, malissimo, in certi posti magari sarai apprezzato perché la maggior parte delle persone lavora male (ma con metodo) su cose completamente prive di senso, specie in comunicazione e specie con budget rispettabili. trova però ciò che ti piace fare, ciò che ti soddisfa e lì devi essere pronto a ingoiare di tutto, anche ad accettare che uno stagista sia più sveglio di te e il capo ragioni come un quindicenne pur avendo una laurea: vuol dire solo che dovrai studiare e faticare, operazioni difficili da compiere in uno stato depressivo. meritocrazia vuol dire pure che se sei convinto che il posto dove lavori non potrà mai apprezzarti, allora devi andare a lavorare altrove, cercando con metodo, trasferendoti in altre città (non devi per forza accarezzare l’idea attraversare la manica o l’oceano atlantico). se vali qualcosa e ti smuovi verrai notato da chi ha bisogno di te. essere utile a chi ti è necessario, sempre dopo aver capito che cavolo ti piace fare, da cosa trarresti soddisfazione e sostentamento. sul fallimento stai tranquillo, è la condizione umana di base, risolvibile solo transitoriamente, poi si muore.

  25. Vorrei dire a Marco:

    1) non esiste perpetrare una situazione che ti rende infelice. per nessuna ragione al mondo
    2) che fare allora? Io non conosco molto bene il campo in cui lavori, ma se sei una persona con solide capacità linguistiche logiche creative (perché credo che siano queste le capacità fondamentali per essere cultori della semiotica) comincia a chiederti: c’è qualche altro modo in cui sfruttarle? Se trovi web marketing e compagnia settori in cui il tuo potenziale non è sfruttato, dove/come potresti valorizzarle senza sacrificare tutto il resto?
    3) Hai solo 28 anni, c’è gente che cambia vita a 40, 50… Di soluzioni, in linea con le tue passioni, ne troverai, ma come ho letto in qualche altro commento, indugiare nel pessimismo non ti aiuta a svoltare!

    Un saluto sentito da un tuo coetaneo!

  26. È sicuramente uno sfogo personale comprensibile e l’anonimato, stupisce che pochi ci arrivino, serve per non coplicarsi la vita inutilmente. (Io non ti assumerei, dice andreas86m. Certo, non sai come si chiama, non lo assumerai di certo o magari è il tuo collega che hai a fianco e che stimi. Le persone al lavoro non raccontano sempre tutto di se stesse, sai? Sanno quando è ora di farlo e quando no.)

    Marco descrive molto bene l’ottusità diffusa in molti ambienti di lavoro italiani. Di clienti ne ho girati per lavoro e ho visto cose che quelle di Marco sono per bambini dell’asilo. All’estero è meglio? Non lo so, dicono di sì, ma se uno sente le proprie radici qui, che facciamo, lo sopprimiamo?

    Visto che qui si parla di comunicazione, Giovanna potrebbe dare qualche dritta su come presentare le proprie ragioni “alternative” in queste realtà lavorative difficili. (Con poche speranze di essere ascoltati, ma esprimere bene le prorie ragioni toglie molta frustrazione… e dà anche qualche soddisfazione sul lungo periodo.🙂 )

    Proprio in questi giorni mi sono permesso di fare delle semplici critiche tecniche ad una policy aziendale che tutti erano pronti ad ignorare o a seguire acriticamente. Confrontandomi con i colleghi, molti mi hanno dato ragione, ma nessuno ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco quanto pensavano. Uno si è complimentato anche per la forma, corretta, sintetica, semplice e non polemica.

    Su, coraggio Marco, che troverai la tua strada!🙂

  27. I commenti di certa gente fanno davvero piangere. Marco io ti capisco bene e ti sono vicina. Non smettere mai di essere critico e di detestare i lecchini (altro è parlare male dei colleghi, come insinua qualcuno che forse ha la coda di paglia). Non smettere mai di indignarti. Siamo tutti messi come te, tutti noi che abbiamo una certa dignità e amiamo i nostri lavori.

  28. Persone così non possono che fuggire da qs Paese, è la loro unica salvezza per un futuro più dignitoso!

  29. Vorrei osare su un punto : vivo e lavoro all’estero da due anni e mezzo prima in Irlanda e ora in Inghilterra. Nonostante dal punto di vista contrattuale la situazione all’estero è sicuramente migliore, non lo è necessariamente riguardo le persone che ci circondano. Il mio attuale capo e alcune delle persone con cui ora lavoro sono decisamente incompetenti e non valorizzano il lavoro dei membri del loro team. Temo che questo non abbia a che fare con la nazionalità ma con le persone. Rimango d’accordo che l’unico modo per uscire dal tunnel è perseguire le nostre passioni e inclinazioni.

  30. A leggere il post, e molti dei commenti, cresce a dismisura la malinconia di un padre di un giovane ventenne che sta patendo l’inizio della carriera universitaria.
    La frustrazione si legge nel “clima” rassegnato, e giustamente rassegnato, che Marco, che eleggo a rappresentante di una generazione di giovani normali, descrive nella sua lettera. Il luogo di lavoro come una palestra dove si lotta ad armi impari è una jungla, non una cellula della società. Se la cultura aziendale media italiana è quella che leggo in questa pagina, viene da piangere: ma che nazione abbiamo fatto?
    Lo dico da 55enne, padre, relativamente affermato nel lavoro (pubblico) e anche moderatamente soddisfatto.
    Altro elemento triste lo trovo in una tendenza di alcuni commenti che riescono a trovare soluzione ideale/astratta ai problemi reali attraverso la semplicatoria fuga dalla realtà: come una certa classe di cittadini, ma anche di politici attuali, che si ergono a maestri di tuttologia, meravigliandosi dell’arretrata ottusità degli altri. Quanti ne vediamo, ogni giorno, insegnarci come si fanno davvero, e bene, le cose?

    Ma in questo post, e in alcuni commenti, trovo alcuni aspetti positivi, anche parecchio positivi.
    Da padre (eccetera eccetera), vedo che il mondo del lavoro, magari male, ma continua a muoversi: pare poco, ma sai cos’è, visto da fuori (cioè dal mio osservatorio … geriatricamente avanzato), sembra morto stecchito; e invece, molti di voi raccontano esperienze differenti, variegate, alcune volte (non troppe, purtroppo) di successo, altre volte, meno, talaltra, di fallimento. Ma resta il fatto che nella ventina buona di esperienze che si confrontano, ci sono un pò tutti i casi, dai quali si può imparare qualcosa.
    Ovviamente, non ho vie da indicare a Marco; forse, si, una spinta ad osare qualcosa in più, qualcosa di professionale per la lingua, una propensione ad emigrare più potente.
    Ma sia chiaro: uso l’espressione “ad emigrare”, perchè deve essere detto chiaramente, anche, ancora oggi, i giovani italiani sono costretti ad emigrare. Come lo fui io, e decine e decine di miei conterroni (conterranei terroni, per essere preciso), che fummo costretti a lasciare le cose/case nostre per andarcene in altre città. Oggi, che il mondo si è rimpicciolito, si deve cercare un posto in un’altra nazione. L’altra espressione, più usata dai media, “fuga dei cervelli”, è troppo rosea, addolcisce il dolore di chi emigra. Inoltre, parlare di emigranti anche per i nostri figli, ravvicina i destini loro a quelli di tutti figli del mondo che sono in fuga dalla miseria e si sono messi in cerca di un destino migliore. Gli emigranti: anche qui, i media adesso usano più spesso termini che distorcono la realtà, come clandestini, stranieri, extracomunitari… Non è uno straniero, meglio, un extracomunitario, anche il giovane italiano che va in un laboratorio oppure in una filiale svizzera, o americana? Oppure si è extracomunitari solo se si viene dall’Africa e si fugge da Ebola? Perchè, fuggire dalla miseria delle periferie urbane ed umane d’Italia è così diverso?

    Infine, a Marco, una parola di conforto basata su un fatto concreto: sei, siamo, al centro del vortice di una crisi economica e sociale epocale. Il mondo sta cambiando radicalmente, forse qualcosa del genere è accaduto solo al tempo della scoperta dell’America, che coincise anche con il tempo della scoperta dell’universo di Galieleo (la dico così, in modo sintetico). Speriamo che questo vortice presto torni a far girare l’economia nel verso giusto, non mancano i fatti che vanno in questa direzione (non ne parlo, ho vi ho chiesto già troppa pazienza, ma la vedo così), e penso che accadrà proprio questo.
    Sperarlo, è già importante, crederlo è fondamentale: tu, a 28 anni, e voi, molti dfei commentatori, a quell’età lì, suppergiù, avete la forza di cambiare il mondo, se ci credete. Quindi, Marco, credici, devi crederci, perchè è vero, il mondo va avanti così, fra alti e bassi, da millenni, e così sarà ancora. Basta che a crederci siano, siamo, in molti, i più!

  31. Caro Marco,
    potresti essere mio figlio per l’età che hai. Che devo dire ? Hai le competenze, hai quel senso di visione che manca ora a molti della mia generazione. Le tue aspettative sono alte. E’ giusto, te lo meriti. Non ti senti considerato abbastanza. Non puoi pretendere che “gli altri” cambino la tua opinione su di te. Devi farlo tu. Quindi, non smettere di crescere, mai. Crescita e bisogno di sentirsi apprezzati non sono la stessa cosa.
    In Italia con l’idea del risparmio ci siamo inventati di tutto per sacrificare i giovani. Meriterebbero di più, non solo soldi, ma anche e soprattutto considerazione. E’ nei momenti di crisi che vengono fuori le vere occasione, dacci dentro ! Qui o all’estero non importa, cerca la tua strada, magari l’hai anche già percorsa e non lo sapevi.

  32. Caro Marco, come ti capisco! Anche io ho scritto alla prof. Cosenza non tanto tempo fa dicendo cose simili alle tue. Io non posso lamentarmi più di tanto, lo so, perché ho un buon contratto e tanti diritti. Ma la sensazione netta e persistente che in Italia si lavori in modo estremamente “provinciale” e che si tarpino le ali a persone giovani e appassionate in favore di altre logiche grette e “di parte” è la stessa. Come la sensazione di essere dei falliti prima ancora di avere avuto la possibilità di dimostrare cosa possiamo fare. E di conseguenza la forte tentazione di andarsene da questo paese.

  33. Ho partita iva da 5 anni, ossia da quando ne avevo 18. Mi sono fatto in quattro e ora arrivo a fatturare 30.000 euro l’anno (facendo il designer freelance) vivo da solo e mi pago le bollette. Piantala di piangerti addosso, rischia e investi su te stesso. Nessuno ti regala nulla.

  34. ciao Marco,
    condivido la sensazione di una generazione intera a cui sembra di non andare da nessuna parte nonostante l’impegno, l’intelligenza e la caparbietà. c’è toccata sta sfiga , la partita iva, il co-co-co, co-co-pro, e quel che è peggio è che quando fai qualcosa di buono nessuno lo valorizza, mai.
    Però starsene li a lamentarsi dello stagista squaletto che loda i capi e si guadagna i lavori migliori è di una tristezza unica, se hai problemi parlane tu che hai un lavoro fisso, oppure, se l’ambiente in cui lavori non rispetta la tua etica e non riesci a cambiarlo vai da un’altra parte, usa lo spirito di iniziativa dell’università e trova l’ambiente e il metodo di lavoro in cui ti senti più a tuo agio. Non credere che andare all’estero sia tutta questa avventura esotica: a Londra, Berlino e Dublino ci sono così tanti italiani che ti sentirai al sicuro come alla sagra della Porchetta di Ariccia.
    Se hai scelto di restare, come molti di noi, o di tornare, come me, porta energie positive e smetti di lamentarti. Poi la vita andrà meglio.
    #poverimabelli
    #keepitalive!

    ciaone,

    margherita

    ps. anche io ho fatto scienze della comunicazione a Bologna. Dei miei compagni, oggi uno lavora ad Amsterdam in comunicazione di startup ed è felice, una fa la sceneggiatrice, una lavora in casa di produzione cinematografica, una come editor capo, io come filmmaker e regista, chi come ufficio stampa, un’altro non ho mai capito cosa fa a milano, ma so che indicizza un sacco, un’altra web marketing per un’importante azienda di abbigliamento italiana. A trent’anni, pochissimi hanno uno stipendio e condizioni di lavoro eccelse, ma io ci vedo tuttosommato contenti. Questo lo dico per la Cosenza che magari si era preoccupata.

  35. io faccio il lavoro che amo, sono pagato decentemente, vivo in Italia e non sono figlio di nessun dirigente. Il lavoro me lo sono sudato facendo valere la mia dignità e dicendo di no a chi non la voleva vedere. Competenza, studio e impegno, e un sacco di fortuna forse, ma la fortuna bisogna anche sapere cercarsela. Siamo abituati troppo bene, così la gente si ritrova a 40 anni che ancora combatte per realizzare la propria vita, senza pensare che la vita non è infinita.

  36. Di fronte alla nostra realtà non solo i giovani si deprimono. Umberto Santucci ha dedicato migliaia e migliaia di ore a far riflettere la classe imprenditoriale sul loro futuro. Ecco le conclusioni
    http://www.umbertosantucci.it/luoghi-comuni-per-consulenti-e-formatori/#more-2398

  37. A Marco direi di tranquillizzarsi e di non eccedere in pessimismo. La vita è fatta anche di momenti di gestione delle situazioni e delle persone che incroci, senza che questo influisca sulla tua solidità.

    A Giovanna , ringraziandola davvero per questo straordinario post, suggerisco una riflessione: qualcuno dovrebbe dirlo, agli universitari, che là fuori si vedranno cose che facilmente ti renderanno insoddisfatto… e si dovrebbe dar loro gli strumenti di riferimento, psicologici e operativi, per portare avanti il proprio valore e non crollare, tre anni dopo la tesi. Questo potrebbe fare la differenza nelle “infornate” di laureati.
    Thnx!

  38. …rispetto l’opinione di tutti .. anche se non le condivido tutte..
    Non voglio addentrarmi sulla situazione lavorativa estera perchè non ne ho le dovute conoscenze per poter esprimere un pensiero reale.
    ma .. a riguardo di quella italiana, devo ammettere che sicuramente non siamo all’interno di un periodo roseo.. MA
    è tutto così pessimo in Italia??
    abbiamo mai pensato a valutare settori diversi da quelli che ci passano quotidianamente davanti gli occhi??
    Siamo a conoscenza che ci sono settori che vanno in controtendenza rispetto a quelli classici??
    Ci sono aziende che hanno un’incremento di fatturato negli ultimi anni quasi inverosimile agli occhi della vecchia economica, e che di crisi non ne sentono parlare .. perché?? perché sono aziende che hanno scelto di operare nel mercato del domani, non in quello del ieri !!!
    La frustrazione di un ambiente di lavoro che non soddisfa e non gratifica annienta la forza di volontà, l’attitudine positiva e la speranza di un futuro migliore a chiunque .. lo so bene .. ma è proprio in questi momenti in qui ci si deve chiedere “cosa voglio veramente dalla mia vita?” .. “dove voglio essere tra dieci anni?” .. “quando sarà anziano, cosa potrò raccontare di aver fatto nella vita?”
    E da qui deve nascere l’entusiasmo per rimettere fuori la testa dall’acqua e andare in cerca della soluzione!!
    La soluzione c’è, le opportunità ci sono!
    Non aspettare che vengano a bussare alla porta, cercale!
    ..ripetendo le parole di un commento precedente: non è il sistema che deve cambiare, siamo noi che dobbiamo far cambiare il sistema !!
    ..evolviamoci noi, e anche lui si evolverà con noi ..
    dobbiamo essere dei folli, … quei folli che hanno la volontà di non essere sottomessi, ma aggredire la vita e rendersi ogni giorno fieri della scelta fatta!!
    ..io ho fatto la scelta di uscire dal vecchio sistema, azzardare, cercare l’opportunità e trovarla.. e credimi se ti dico che ce n’è anche per te/per voi che siete insoddisfatti !!! … se non mi credi, almeno prenditi lo sfizio di verificare con me la veridicità di questa cosa, lo faccio con piacere.

  39. Caro Marco, se ti sfruttano fai bene a cambiare lavoro. Ti auguro ti trovare quello che ti piace e a tempo indeterminato. Prova a fare concorsi.
    Anche dove lavoro io la situazione è così: se non lecchini e non fai servizietti al capo incompetente e raccomandato di turno, ti fanno passare le pene dell’inferno! Sai cosa ho fatto io? Siccome mi stavo rovinando la salute a motivo del super lavoro, sono andata a chiedere aiuto ad un sindacalista meno incapace degli altri. Non mi ha aiutato come avevo diritto io ma almeno mi ha trasferito in un posto più tranquillo. Non farò mai carriera ma non me ne importa nulla: faccio un’opera volontaria che mi da tanta gioia e uno scopo nella vita. Il lavoro mi serve giusto per avere da mangiare e di che vestirmi.
    Secondo me dovresti provare ad andartene dall’Italia: è vero che l’idea non ti piace ma almeno verresti rispettato di più. E in Italia ci torni per le vacanze.
    Carissimo, non sei un fallito: le persone oneste ed intelligenti non falliscono mai, ricordatelo! Ti faccio i miei migliori auguri.

  40. andrea86m prima regola della vita (che viene prima del personal branding) collegare il cervello prima di parlare, molto probabilmente ci finirai te a fare il capo e manco sai leggere una lettera … si una lettera non e’ un blog e’ una lettera personale con nome di fantasia e dice cose diverse da quelle che dici tu , ignorante! si ignorante perche hai ignorato tutto quello che ha scritto “marco” nome di fantasia! ovvero che pessimista lo e’ diventato perche lo hanno fatto diventare tale… ma tanto cosa ne vuoi capire te e il tuo personal branding
    SALUTI!

  41. La storia raccontata da Marco riguarda molti laureati, e non solo degli uffici marketing o web marketing. Il problema nasce spesso da quello che Alberto scrive: “qualcuno dovrebbe dirlo, agli universitari, che là fuori si vedranno cose che facilmente ti renderanno insoddisfatto”; sono pienamente d’accordo con il suo suggerimento, l’università dovrebbe aumentare l’incontro con chi già lavora in quel settore e può raccontare pro e contro di quella professione. Quando studi immagini un futuro che poi si rivela molto nebuloso, intricato, difficile (ci sono anche aspetti positivi eh…). Non tutti hanno la forza o la capacità di passare da un lavoro all’altro, a volte comporta scelte molto toste (economiche, relazionali, ecc). Allo stesso modo lamentarsi è inutile, sfogati ma serve più al tuo stomaco che al tuo futuro. Mi rendo conto della rabbia che ti aggroviglia, Marco, quando senti che chi ha fatto del self branding il proprio valore ti scavalca. Tra il relazionarsi in modo ottimale e il vendersi c’è un mondo non etico, e pochissime sono le aziende sagge che lo sanno riconoscere. Talento sempre da alimentare, ottimismo, pro-attività, fortuna, forza, senso positivo del rischio, alcune rinunce… sono tanti gli ingredienti su cui puoi lavorare, soprattutto a 28 anni. Io lo chiamo “il grande inganno”, quello di chi fa il lavoro figo ed è figo perché fa quel lavoro… Dimentica la laurea, i problemi del Paese, il periodo in cui viviamo, le cose che ti raccontano sulle start up e su chi ce l’ha fatta, potrai decidere di mollare tutto e, che sò, aprire un bar a Tenerife con i tuoi amici e fare come attività parallela web marketing oppure aprire la tua agenzia qui in Italia, o andare in America a lavorare per una di quelle aziende con il biliardino in ufficio… cerca il “codice della tua anima” (Hillman), le strade sono tante, fuori dalla finestra di quell’ufficio.

  42. Marco se esisti davvero vai su questo sito e mettiti in contatto. Ho letto il tuo articolo e mi ha colpito molto. Mentre invece i commenti mi hanno lasciato molto perplesso. Per il momento tutto qui. Non ho un lavoro da offrirti, ma so ascoltare .

  43. Avrei voluto cliccare mi piace, ma avrei mentito.

    Caro Marco, se ti piace il settore in cui lavori ed hai perso le motivazioni lavorando per un’azienda che non ti valorizza, hai 2 possibilità :

    – vai dove pensi di trovare ciò che cerchi
    – diventa tu l’imprenditore per il quale vorresti lavorare

    lo sfogo è lecito, ma continuare a martoriarti dentro non giova ne a te come persona e tanto meno alla tua crescita professionale.

  44. Capisco perfettamente…
    Ho 28 anni, una laurea in Medicina e non riesco a lavorare…
    Per poter lavorare mi occorre la specializzazione, ma per farla mi occorre passare il test.
    Quest’anno eravamo 12000 persone per 6000 posti…un test svolto in 3 prove in cui, durante la prima prova (e quella che dava un punteggio maggiore) sono state commesse molte irregolarità (gente con cellulare, smartphone, che copiava dal vicino) per cui non sono stati presi provvedimenti.
    Ora mi trovo a quasi 29 anni a passare le giornate sul divano, a mandare curricula in giro per lavoretti occasionali (sostituzioni di medici, fare certificati in palestra…) ma senza ottenere risposta…(perché se non hai una specializzazione in Italia non riesci a lavorare, salvo qualcosa saltuaria…a meno che tu abbia parecchia fortuna o conoscenze) in attesa del prossimo test che chissà quando sarà!
    Già…in Francia conoscono già le date del test del 2016, mentre noi in Italia lo veniamo a sapere solo 2 mesi prima…e nei mesi precedenti ci troviamo a elemosinare informazioni su Twitter spulciando l’account del ministro dell’istruzione.
    Capisco la voglia di andarsene…ci penso sempre anch’io…purtroppo però non è così semplice…
    Coraggio Marco! Spero che arrivino tempi migliori!

  45. Della storia raccontata da Marco, l’aspetto più triste, vero ed inquietante è la figura della stagista che ride, è basita, e in generale fintamente empatica verso tutte le battute del proprio capo. Mi chiedo, chi ci pensa a queste persone che per 9/10 ore al giorno annullano la loro personalità pur di avere una micro possibilità in più di aumenti o assunzioni etc.?
    Sicuramente Marco può esagerare nei suoi racconti, ma capisco perfettamente che intende quando descrive le pause sigaretta/caffè con i vari capi e la cerchia di leccaculo.
    E’ giusto consigliare a questo ragazzo di cambiare lavoro, in Italia, partire per l’Inghilterra, o anche semplicemente prendersi una pausa.
    Ancor più giusto sarebbe consigliarlo ai tantissimi “Marco” che ci sono qui che studiano anni web marketing per poi trovarsi gestire Social in maniera del tutto demotivante e aggiungerei, trattandosi di Italia, ignorante. Insomma Marco, sfogati quanto vuoi… ma se le cose stanno così non hai molto da perdere, qualunque sia la tua decisione, prendila!

  46. Questo post di Giovanna ha già generato una cinquantina di commenti. Perché? Il tema non è solo attuale, legato alla crisi, allo sfruttamento e alla crescente disoccupazione. È qualcosa di più.

    È spaventosamente connesso non solo a ciò che è stato fatto in questo paese – ma soprattutto a quanto NON è stato fatto. Nel parlamento, nei media, nelle aziende, nelle scuole.

    Se la nostra orrenda classe dirigente non avesse puntato solo sull’edilizia, l’auto, la chimica, gli elettrodomestici e la moda, ma avesse invece valorizzato il nostro patrimonio paesaggistico, artigianale, artistico e alimentare, oggi l’Italia sarebbe un paese ricco. È stato un percorso becero e miope, a volte anche criminale, da imputare non solo ai politici, alla Confindustria, alle banche e ai vari clan. Vi hanno pasteggiato in modo ebete e opportunistico anche i partiti della sinistra, gli intellettuali, i sindacati.

    Lo scrivente non potrebbe solo essere vostro padre, ma il babbo di vostro padre. Perciò è probabile che vi chiederete: Che ci fa qui dentro questo zombie? E invece, eccomi qua, in tutta la mia escrescente grandeur da incazzato a tempo sempre più pieno.

    Ormai, il pamphlet di Stéphane Hessel “Indignatevi!” non basta più. Rischia di essere riduttivo, analgesico, inattuale. Nel sempre più misero mondo dello sfruttamento e del non-lavoro, per riacciuffare un qualche brandello di dignità, l’indignazione individuale può rappresentare solo un buffetto, una sorta di sovrappensierino di consolazione.

    Ci vuole altro. A cominciare da una parola piccina piccina che, in bocca ai giovani, può diventare un petardo spiazzante, dirompente. Nella sua chiarezza e brevità, c’è un vocabolo che ha le sembianze di una formula chimica, di un energy drink, dell’ennesimo branding di un potente SUV: Enne-O.

    Non dire sempre sì, nì o addirittura gnente, in queste lande è un’aritmia discorsiva che semplicemente non è comme-il-faut. Non sta bene. Non si fa.

    Meglio tergiversare, pregare, rinviare e sperare, avere soprattutto fiducia. Fiducia nella crescita, spalmata con generosa abbondanza su tutti i proclami dei vari tutor dell’immobilità che in questi anni si sono turati non solo il naso, ma anche le orecchie, gli occhi, il cervello… e il culo. Dalla non-sfiducia di Andreotti di trentasette anni fa, alla fiducia a Renzi il passo è stato greve. La speranza è l’ultima a coprire le magagne di chi ci imbottisce tre volte al dì, prima e dopo i pasti, di speranza.

    “La speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda”.

    Mica lo dico io. L’ha detto cinque anni fa, un rompiballe geniale che oggi avrebbe raggiunto un tondo secolo d’età: Mario Monicelli. Ma aveva detto anche altro. Mica bruscolini. Sentite qua:

    Oltre alle cose e cosette che faccio, dico, scrivo e condivido da qualche decennio in qua, ogni volta che mi trovo davanti a studenti che ancora “non sanno chi sono io”, mi diverto a spiazzarli con uno statement candido, semplice e brutale: “Non crediate che io vi insegni qualcosa, Non sono un docente (che potrebbe anche far rima con saccente), ma solo un curioso mix tra interfaccia e istigatore”.

    Infatti, oltre a spalancare qualche finestra, lucernario, botola e oblò, sugli inizi e sulla fine del mondo della comunicazione, sono uno che ama incitare i sottomessi, i politically troppo corretti, i bistrattati, i ragazzi sempre sorridenti di default… a individuare e contrastare con acuminata cattiveria e lucidità, lo strapotere dei parassiti sempre più potenti e prepotenti. Come si zittisce un opportunista più o meno normale, lo sapete già. Ma tener testa a un opportunista potente e prepotente, è un’altra storia.

    I potenti prepotenti non sono tutti over 40, 50, 60… e oltre. Ce ne sono di tutti i generi, generazioni ed età. Per esempio, il 25enne pedatore/predatore Balotelli secondo voi cos’è, è venerato perché è un attaccante talentuoso o un attaccabrighe presuntuoso? O l’eyewearista di triglia 38enne Lapo Lapalisse è un genio della banalità del meno male o semplicemente un cretino ricco e fortunato? Oppure ancora, scendendo fino ai bassifondi gossipari che più basso non si può, la 30enne esibizionista dentale/regionale lombarda, è una figura della politica o una misera figurante dell’ennesimo spot Saratoga? Eppure, questi orrendi Tre Porcellini del parassitismo danaroso, sono venerati da milioni di loro coetanei – mica dai neonati o dagli esodati.

    Oggi mi viene spontaneo istigare anche voi. Vi suggerisco, vi imploro, vi istigo appunto, a commettere atti duri e impuri nei confronti di chi vi raggira, vi sfrutta, vi circuisce e minaccia sghignazzando. A chi vi racconta storielle e storiacce sulla “mission” di un brand, a chi guadagna dieci, cento o centinaia volte più di voi – facendo più o meno (spesso meno) quanto sapete fare voi.

    È palese che non basta che siate bravi (sempre di più) a fare il vostro lavoro. È altrettanto evidente che dovete diventare anche bravi (ancora sempre di più) a gestire i rapporti con gli altri. Con i colleghi, con i fornitori, con i capi… e i loro capibastone e carota che alternano la carezza, il guinzaglio, i bocconcini e la museruola per farvi scodinzolare anche quando non ce n’è motivo.

    Per uscire dall’anonimato, dalla periferia, dall’indecisionismo e dall’oppressione, non basta essere hungry e foolish. Lo scaltro e cinico Jobs non vi aveva detto che bisogna anche saper trattare, contrastare, attaccare. In una parola: saper parlare.

    Perciò: Cominciate a usare, sempre più spesso e in modo sempre più convinto, le bistrattate two, three e four letter words NO, MAI, STOP… e non solo i soliti OK, YES, AMEN che hanno impresso a fuoco (“branded”) nei vostri diari, calendari e glossari.

    Che la vita non sia poi quella gran cosa con la C maiestatis (Cristianesimo, Capitalismo, Costituzione, Carriera), che vi avevano raccontato nei libri di testo, nelle prediche, nei comizi e nei talk-show, ormai l’avete capito da tempo.

    Ma, quell’altra vita che intendo io, non la trovate nel web, sui display, nei talkshow, nei tutorial, nei selfie e su YouTube. È un ambiente dove da chi vi si muove con dominante determinazione, tempismo e agilità, è denominato in vari modi. Qualcuno lo chiama “Politica”, qualcun altro “Storia”, qualcun altro ancora “Psicologia”.

    Io preferisco chiamarlo “Lucidità”.

    Se non imparate alla svelta a esporre e imporre anche il vostro punto di vista (con il fidanzato, con la cassiera nel supermarket, con i figli, con l’amministratore del condominio… con il capo e con mammà), andrete sempre a finire lì. Lì, dalle loro parti – e mai da quell’altra, quella equa, la vostra.

    Il primo passo per contare qualcosa di più (sul lavoro, in casa, nella palestra, nel bar), può anche essere semplice, breve, efficace: la prossima volta che vi chiedono “Ti va se domani invito anche mia madre?”, “Ci stai a lavorare anche questo weekend?”, “Ti piace se mi pettino così?”… non rispondete come al solito, con frasi a zigzag tipo “Ma, non era venuta a trovarci anche la settimana scorsa?”, “Non saprei, questo fine settimana dovevo andare a sciare!”, “Sì, sei carina, ma forse stavi meglio come ti pettinavi prima…”.

    Provate a semplificarvi la vita: rispondete con un semplice, chiaro e secco “No!”. Nient’altro che un no. L’effetto sarà eclatante. Vi guarderanno come se foste le cascate del Niagara, Sharon Stone che accavalla le gambe o la voragine Ground Zero di New York. L’importante è resistere al loro sguardo. Allo sgomento. All’incredulità.

    Ovviamente, la cosa non finirà lì. Seguiranno lamenti, ripicche, vittimismi, minacce. E voi, imperterriti, a spiegare – e a far valere – il vostro semplice ma deciso “No”. Non sarà una passeggiata, lo so. Ma intanto, qualcuno comincerà a capire che il vostro punto di vista, la vostra opinione, la vostra vita… non sono solo funzioni o estensioni dei punti di vista, delle opinioni e delle vite degli altri.

    Naturalmente, da lì in poi vi conviene allenarvi, cocciutamente, giorno dopo giorno, ad articolare bene i vostri pensieri, le vostre preferenze, le vostre parole… con decisa attenzione, circospezione e lucidità. Se serve, anche con inattesa brutalità.

    Se non la smettete a voler essere prima di tutto bravi, simpatici e ben voluti, le vostre cosacce non cambieranno mai. A volte, rompere il ghiaccio significa anche rompere qualcos’altro.

    Nel bon ton lavorativo di queste paese, soprattutto in quello giovanile, la mia istigazione non è considerata comme.il-faut. Mi sembra un ottimo motivo in più per provarci ma, soprattutto, perché c’est maledettamente plus facile.

  47. Capisco e apprezzo, almeno in parte, l’indignazione morale di Monicelli, Till Neuburg e Gurydebord.
    Prive come sono tutte e tre di un minimo di analisi professionalmente competente del funzionamento del sistema sociale mondiale e regionale, sono proteste sterili. Forse nocive in quanto distraggono l’attenzione da proposte meno vaghe.
    Monicelli dice che non sa come se ne possa uscire, ci vorrebbe una rivoluzione, ma non ci crede. Till Neuburg suggerisce di dire qualche bel no a suocere, mogli e capi.
    Il resto è lasciato implicito,
    Monicelli, ad esempio, dice testualmente (da 9′ 02″ del video nel post di Till) “E’ proprio la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via, non so da che cosa, non so da chi, o meglio io lo saprei, ma lasciamo andare.” Grazie tante.
    Monicelli naturalmente resta il grande cineasta che tutti amiamo. Ma a ognuno il suo mestiere.

  48. andrea86m lo sai che il Personal Branding è la capacità di promuoversi ?
    vabè lo so che in inglese fa più figo ma non importa dài, tanto non assumerei mai una persona vuota come te.

  49. Vincitore Locarno lo sai che ci sono anche persone più deboli o più sfortunate o piuttosto momenti in cui possiamo sentirci anche noi così? La spesso insostenibile concorrenza occidentale fa vittime in aumento. E’ facile sentenziare, non lo è altrettanto essere d’aiuto. Marco intanto non si è ancora manifestato. I wait. Sul fatto che l’inglese fa più figo hai ragione.

  50. io penso invece che il suo problema non è il lavoro, ma qualcosa di più profondo che sto provando anche io a 37 anni. Quando ti adegui a un sistema costruisci una personalità di un certo tipo che si lega fortemente a quell’ambiente. irrimediabilmente dopo un pò di anni c’è una parte di te che si rompe le scatole e ti chiede a gran voce di cambiare radicalmente, è quella parte che devi ascoltare. Lascia perdere tutti i commenti relativi a professionalità, posizione ,tempo indeterminato etc etc queste sono solo belle trappole mentali, la vera domanda che dovresti porti (e a cui nessuno solitamente sa rispondere ) è : Che cosa voglio veramente per me? è incredibile notare come le persone credano ancora che avere il posto giusto , sicuro e ben retribuito possa far la felicità…e sopratutto vedere anche gente che ti spara le solite frasi da PNL del cazzo per coinvolgerti nel loro sistema mentale malato . E poi ho sentito parlare anche di fallimento…ecco questa è una parola che dovreste togliervi dalla testa…cosa significa “fallimento” ? fallito rispetto a cosa? è più fallito un gran dirigente che vive attendendo sempre consensi dall’esterno (e difatti quando non li ha di solito si butta dal quarto piano) o una persona che è bloccata e che si fa domande sulla propria situazione?

  51. Mio caro Marco.
    Sto approcciando il lavoro di SEO da poco e comprendo benissimo ciò che dici. La mia storia ha dei tratti diversi.
    Ho preso un “inutile” dottorato di ricerca in fisica. Moltissimi sogni aspettative, pensa volevo realizzare la fusione fredda per avere energia gratis (pensa te hahahahah). Sono passato attraverso diverse delusioni e fallimenti e ora sembra approssimarsi il fallimento seo/sem perché in Italia il web marketing non viene compreso,perché sono stato seguito pochissimo e perché ho adottato strategie sbagliate.
    Di anni ne ho trentotto e di stomaco tenderei a sentirmi fallito anche io ma c’è qualcosa che mi tiene saldo è vivo. La Fede in Gesù per Maria. Per Maria perché attraverso Lei vedo meglio quanto suo Figlio mi ama.
    Non so se sei credente, se siete credenti, ma ti/vi dico questo, la Fede Cattolica si basa sul più grande dei presunti fallimenti della storia. La storia di Cristo ci insegna che bisogna andare oltre che la Croce è solo CONDIZIONE PROVVISORIA (Don Tonino bello) ti abbraccio. Gianluca.

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