Se portare il caffè al capo non è servilismo, ma segno di umiltà e collaborazione

Dipendente che serve il caffè al capo

Ogni volta che do spazio alla storia di qualche studente o ex studente che sta attraversando un’esperienza negativa, puntualmente qualcuno mi accusa di proporre una visione pessimistica e scoraggiante dei giovani, della vita, del mercato del lavoro in Italia. Viceversa, ogni volta che pubblico la storia di qualcuno che ce l’ha fatta ed è felice di ciò che studia, del suo lavoro, di se stesso/a, puntualmente qualcuno storce il naso perché in questo modo starei dando un’immagine edulcorata o idealizzata dei giovani, del lavoro, dell’Italia intera. Bah. Per controbilanciare la storia triste di Marco, pubblico allora la ventata di ottimismo che viene da Matteo, così mi becco subito le lamentele sulla mia presunta visione stucchevole del mondo e non ci penso più. Eccola:

«Professoressa, noto che lei raccoglie spesso sul suo blog esperienze di studenti e ex-studenti che si avvicinano al mondo del lavoro, storie belle e storie brutte. Ho deciso di raccontarle la mia, e gliela propongo come una storia che credo sia bella, perché l’ottimismo è una qualità che tra i miei coetanei non vedo in giro troppo spesso.

Ho ventisei anni. Mi sono iscritto all’università e sono arrivato quasi alla laurea, ma poi ho deviato il mio percorso per motivi familiari e prima o poi – spero – lo riprenderò e lo terminerò. Ho fatto studi economici. Nel frattempo, però, ho sempre lavorato (lavoretti, per mantenermi agli studi), e con un amico, che è anche stato suo studente, abbiamo lanciato alcuni progetti editoriali online, siti che hanno raccolto negli anni un bel pubblico e soprattutto una platea di amici collaboratori che hanno seguito carriere diverse (alcuni nel giornalismo, anche in testate internazionali, altri nell’economia o nella medicina). Seguire questi siti, pur senza ricavarne un utile economico, mi ha permesso di tessere molte belle amicizie, e inoltre è diventato un bel pilastro da inserire in cv. Grazie a questa rete ho trovato alcuni lavori pagati (come social media manager e consulente in generale), che hanno ulteriormente arricchito il mio cv e mi hanno consentito di intrecciare relazioni con persone che fanno un lavoro “vero” (per “vero” intendo “pagato”). Grazie a loro e grazie alla segnalazione di un corso di formazione per il quale avevo i requisiti, sono riuscito da poco a crearmi una posizione lavorativa, in cui sono stato assunto per seguire un progetto da me proposto e ideato, che è stato finanziato: un applicativo per la creazione di una piattaforma B2B con un livello di servizio che ancora non esiste. Speriamo sia un successo.

Si chiederà: perché questo spiegone quasi autocelebrativo? Perché volevo dire, a chi segue e  legge il suo blog, che nella vita è ancora possibile – anche in Italia! – essere pagati per ciò che si vale e avere un lavoro che ci gratifica e ci rispecchia, a patto però di essere determinati, umili, onesti e disposti ad accettare variazioni dal percorso che vorremmo fare. Una rete di relazioni sana (ovvero non i falsi endorsement su Linkedin o il triste fenomeno della raccomandazione), una rete di persone che ti stimano prima di tutto per ciò che sei e dopo per ciò che fai, è secondo me il segreto per trovare un lavoro gratificante ed è il consiglio che mi sento di dare ai miei coetanei.

Il dialogo, la partecipazione, la condivisione e – molto importante – l’umiltà portano sempre a risultati. A patto di non aver sovrastimato il proprio valore, ovviamente. E dico umiltà perché nella vita si fanno anche i caffè e si porta anche il giornale al capo, se è il caso, quando questo non è un segno di sottomissione, ma di amicizia e collaborazione. Grazie per il tempo e lo spazio concessomi, Matteo.»

6 risposte a “Se portare il caffè al capo non è servilismo, ma segno di umiltà e collaborazione

  1. Ma è impossibile accontentare tutti!😀

  2. In realtà, è giusto pubblicare sia storie positive sia storie negative per un fatto molto semplice: perché si tratta di una descrizione della complessità sempre sfuggente della realtà in cui viviamo.
    Non esistono regole fisse da applicare come formule matematiche per realizzarsi nel lavoro: se esistessero, nessuno di noi avrebbe problemi. Però si possono offrire spunti di riflessione, esempi, suggestioni che ciascuno poi deve rimodulare sulla base della propria condizione esistenziale, cioè sulla base delle circostanze materiali, psicologiche e culturali in cui si trova a vivere, e che certamente sono diverse le une dalle altre. Ecco perché allora la ‘soluzione’ adottata da una persona può non essere adatta a un’altra, che vive una condizione molto differente, magari più o meno ‘fortunata’.
    Resta il fatto che conoscere, ascoltare, riflettere sulle esperienze altrui, positive o negative che siano, ed evitando facili entusiasmi o controproducenti pessimismi, cioè mantenendo un sano atteggiamento moderato, è sempre molto utile.

  3. Così come esiste chi esce pazzo per la cucina giapponese, mentre a me fa pietà, esiste che riesce a vedere il lato positivo/negativo in ogni cosa. Magari, spero non per lui, “questo” Matteo non guadagnerà mediamente più di 800 euro/mese ma è felice, mentre il “povero”Marco si sente fallito quando ne guadagna 900/mese. Le storie di lavoro sono importanti per non sentirsi mai soli, per conoscerci e condividere esperienze. Che siano positive o negative. Il resto, sono chiacchiere da bar, una volta esaurito il calcio…😉

  4. Ancorche’ l’esprienza di questo ragazzo idealizza il “lato positivo”, e’ tuttavia indubbio che la situazione giovanile e’ piu’ complessa. In verita’, la mia sensazione di “senior” (ho 56 anni) e’ che e’ in corso una partita a football dove i centravanti titolari, quando non riescono piu’ a fare gol, purtroppo hanno deciso di NON passare la palla indietro, poiche’ preferiscono comprare l’arbitro. In modo che non veda quando loro mettono la palla in rete. Con le mani. Fuor di metafora, io penso che sia DRAMMATICAMENTE URGENTE dare finalmente ai giovani la possibilita’ di esprimere il loro talento. Se non ora, quando?

  5. Non è Matteo che vede il lato positivo; è una regola della nostra società basata sull’economia del consumo, dove un prodotto è positivo se ha successo e negativo quando non vende, buono o cattivo che sia secondo i punti di vista. Matteo ha fatto con piacere un percorso, ha incontrato persone e fatto esperienze perché ha accettato d’interrompere gli studi (motivi chiaramente non voluti da lui) senza piangersi addosso. La sua storia è l’unica storia possibile: fai ciò che devi accada ciò che può. Poteva andargli male? No. Non va mai male quando fai, impari sempre qualche cosa che prima non sapevi. @Buzzoni pensa che sia drammaticamente urgente dare ai giovani la possibilità di esprimere il loro talento, la possibilità c’é già e Matteo lo ha capito. Quello che invece è veramente urgente è che l’Italia capisca che va riformata la scuola e l’università e fondato un principio di merito REALE, combattuta la burocrazia e creato un sistema fiscale e finanziario che porti ad una equa distribuzione del reddito. E’ importante che tutti i ragazzi e i loro genitori capiscano che l’istruzione non garantisce il successo, che come da sempre è assolutamente casuale, oltre ad accettare che chi fa per se fa per tre, anche se l’unione fa la forza.

  6. Matteo, mi devi dire come si chiama la tua azienda perché è una rarità!

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