A volte basta poco, a 27 anni, per farsi coraggio e… partire, andarsene. Via dall’Italia

Ragazza con la valigia

Alcuni mesi fa, per la precisione la sera del 9 luglio 2014, ho ricevuto questa mail da Anna (nome di fantasia): «Professoressa Cosenza, buonasera. Sono una studentessa iscritta a una magistrale in Lettere classiche, ma esterna all’ateneo bolognese. Faccio capo all’ateneo XY, e non è per questioni burocratiche che intendo consultarla. Provo solo a chiederle un parere circa una questione “umana”, in qualità di chi apprende rispetto a chi ha più esperienza. Seguo il suo blog, e sono attratta soprattutto dagli articoli che riguardano l’atteggiamento degli studenti rispetto alla formazione. Io ho già 27 anni e proprio in questi giorni mi dibatto nel dubbio se abbandonare gli studi, a causa di un metodo e di stimoli che da troppi anni non mi appartengono più, o resistere in vista del soggiorno Erasmus che mi vedrebbe a Würzburg fra due mesi. Al momento, per tranquillizzarmi, penso che, una volta terminati i sei mesi in Germania, potrei chiudere la mia carriera accademica qui in Italia per continuare la vita all’estero. Questi anni di studio sono stati una continua corsa verso la meta, pur rallentata da circostanze personali che hanno influito negativamente su di me. Mi rendo conto, però, che per aver considerato ossessivamente solo la meta, ho sacrificato la bellezza del viaggio. Queste al momento sono la mia rabbia e la mia sofferenza maggiori. Amo la vita, credo nello studio, ma mi mancano la vita e lo studio reali. Non pretendo nulla di speciale, mi creda, e sarei felice di leggere un suo parere. Perché contribuirebbe a far chiarezza dentro di me e renderebbe l’istinto di essermi rivolta a lei non infondato. Cordialmente, Anna»

Così le ho risposto: «Cara Anna, mi pare di capire che lei si trovi a un passo dalla “bellezza del viaggio”, dunque a un passo da ciò che desidera davvero. Dunque perché mai, proprio ora, si agita nel dubbio? Al contrario, è proprio ora che lei dovrebbe essere ancor più determinata. Dice che la consola il pensiero che, una volta a Würzburg, potrebbe restare in Germania e non tornare indietro. Sono d’accordo con lei: ponderi seriamente questa possibilità. Parta. Vada. Sia finalmente ciò che desidera essere. Al contrario, se continuasse a esitare proprio in questo momento, a un soffio dalla realizzazione dei suoi desideri, potrebbe venirmi il dubbio, serissimo, che lei fosse incline all’autosabotaggio. Non crede? In bocca al lupo per tutto e… mi scriva da Würzburg.😉 Le mando un abbraccio, Giovanna.»

Sei mesi dopo. Qualche giorno fa Anna mi ha scritto di nuovo: «Professoressa Cosenza, sono Anna, la studentessa che, ben sei mesi fa, le scrisse riguardo a un parere “umano”: partire sì o partire no per l’Erasmus a Würzburg. Ebbene, è proprio dalla Germania che le scrivo! Il ‘mio’ posto, per ora. Benché non sia soleggiato quanto l’Italia, questo paese mi fa sentire viva ed è per questo che, dalla fine di agosto, periodo del mio arrivo a Würzburg, non mi sono più mossa da qui. Prima di cominciare a scrivere questa mail, sarò sincera, ho riletto la nostra breve conversazione estiva, tanto per fare il punto della situazione e ho capito che in sei mesi molto è cambiato. Anche il mio corpo l’ha intuito, con il ben noto magone. E allora, sempre se possibile, mi piacerebbe metterci un po’ di più la faccia: intendo dire che sarei lieta di intrattenermi con lei in una conversazione via Skype o altro mezzo di comunicazione telematica. Sarebbe, per me, un buon modo per ringraziarla del sostegno mostratomi e per condividere la mia esperienza. Non intendo rubarle molto tempo. A ogni modo, e continuando comunque a seguirla sul suo blog, la saluto cordialmente. Buon lavoro! Anna.»

Ho chiesto a Anna l’autorizzazione a pubblicare il nostro scambio privato, nel caso la sua esperienza potesse essere utile ad altri, cui mancasse poco, giusto una piccola spinta finale, per decidersi e partire. Mi ha autorizzata: è il suo modo di dare un contributo. (Ho scelto io di mantenere il suo anonimato per rispetto dell’ateneo da cui proviene.)

12 risposte a “A volte basta poco, a 27 anni, per farsi coraggio e… partire, andarsene. Via dall’Italia

  1. Napoleone diceva: “Capotavola è dove mi siedo io”….

  2. E per chi, a 27 anni, dopo un Erasmus, una tesi, uno stage, e un attuale contratto sempre nella stessa città (Parigi), non sa se tornare in Italia o meno?

  3. dico che dovrebbe restarci ancora un po’, linda🙂

  4. Anna è soltanto una delle tante ragazze/i che emigrano… purtroppo per necessità, per scelta, ma per allargare i propri orizzonti … Spesso si emigra non “purtroppo” ma anche per fortuna… per scelta… un in bocca al lupo a tutti…

  5. Sarà ma una persona che ricopre un ruolo istituzionale, a mio avviso, piuttosto che incitare all’emigrazione dovrebbe battersi per un’Italia migliore, mi riferisco a Lei professoressa Cosenza, ricordandoLe che è solo il mio parere

  6. cinemalaska, io mi batto tutti i giorni e ogni ora della mia vita. Ma ti faccio notare alcune cose: (1) Anna non è una mia studentessa né una studentessa del mio ateneo, dunque poco posso fare per lei; (2) Anna aveva già deciso di andarsene, in cuor suo, e organizzato tutto per partire ma le mancava il coraggio proprio all’ultimo minuto; (3) in certi casi, la soluzione migliore, per adesso, è davvero andarsene. La situazione italiana per i percorsi di studio umanistico-classici non potrà migliorare a breve termine. Speriamo nel medio e lungo periodo, ma a breve cosa possono fare i ragazzi e le ragazze come Anna? Partire. Poi, magari, un giorno torneranno, ma ora? Via.

  7. @cinemalaska. Sono d’accordo con te ma calcola che cambiare l’ Italia (o anche solo il proprio angolo di sopravvivenza in Italia) è cento volte più difficile che venir valorizzati dove pensano e agiscono in un modo a te più consono senza che tu ti debba dannare a farti notare o sostenere.

  8. @Linda. A meno di proprietà (o interessi economici forti) o grandi amori in Italia direi che il tuo posto, addirittura secondo più solidi punti di vista, è Parigi. Stacci.

  9. Questa storia mi tocca da vicino.

    Ci sono tanti motivi per cui si decide di partire.
    E tutti sono giusti.
    Ma siccome siamo persone diverse, non è detto che per tutti ci sia bisogno di una spinta per partire.
    Io sono partita per curiosità e bisogno di conferme: avevo bisogno di sapere che ce l’avrei fatta.
    Ora, dopo nove anni da espatriata (avevo ventun anni) e cinque Paesi, non so se ci sia un posto che definirei “casa mia”, ma se mi concentro credo che sia l’Italia.
    Ma forse questo dipende dal fatto che io me ne sono andata di mia volontà. Non sono stata spinta dal desiderio di ricchezza, né dalla mancanza di lavoro.
    Ma, proprio perché io sono diversa, e tutti siamo diversi e diverse sono le reazioni davanti ad eventi simili, mi innervosisco parecchio davanti a storie come questa.
    A ventisette anni si è giovani, certo, ma non più così tanto giovani da farsi perdonare lo stare a cincischiare chiusi nella propria stanzetta con i libri dell’ennesimo esame.
    Per come è il mondo oggi, le compagnie aeree low cost, internet, Schengen, se uno sente la necessità di partire non ha bisogno di aspettare il bando Erasmus, può farlo subito!
    Come è anche vero, che se uno in cuor suo sente che dovrebbe restare e che i cambiamenti lo spaventano troppo, secondo me dovrebbe mettersi l’anima in pace e rimanere.
    Senza per questo sentirsi un fallito.

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