La pubblicità italiana è sessista? (Again)

Zabov

Due giorni fa è uscito su D di Repubblica un articolo di Brunella Gasperini, a commento della ricerca condotta dall’Art Directors Club Italiano (Adci), da Nielsen Italia e da un gruppo di lavoro da me coordinato presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna (la trovi qui: Come la pubblicità racconta le donne e gli uomini in Italia: la ricerca). Lo riporto anche qui:

La pubblicità italiana è considerata tra le più sessiste al mondo. Crea, sostiene e promuove stereotipi e modelli discriminanti, relegando la donna a ruoli gregari, decorativi e ipersessualizzati. A sostenerlo è Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano (Adci), coordinatore della recente indagine “Come la pubblicità racconta gli italiani” condotta insieme a Nielsen Italia e al Dipar­ti­mento di Filo­so­fia e Comu­ni­ca­zione dell’Università di Bolo­gna. Basato sull’analisi di quasi 20 mila campagne (tv, radio, affissione, stampa e banner web), lo studio ha esaminato il modo in cui uomini e donne sono raccontati nella pubblicità, identificando 12 tipologie narrative femminili e 9 maschili. Le tipologie di donna più utilizzate negli spot, sommate tra di loro, offrono un quadro piuttosto esplicativo. Nell’81,27 per cento dei casi si tratta infatti di “modelle” (ideale di bellezza), “grechine” (elemento decorativo che non dice niente), “disponibili” (in atteggiamenti di esplicita disponibilità o meglio possibile uso sessuale), “manichini” (corpo femminile o parti di esso), “ragazze interrotte” (annullate in quanto persona) e “preorgasmiche” (in espressione di piacere sessuale). Ovviamente, come prevedibile, la somma delle analoghe categorie per i maschi non arriva nemmeno al venti per cento. Così, mentre la donna viene narrata insignificante dal punto di vista della personalità e delle competenze – un oggetto e poco soggetto -, il profilo dell’uomo invece sbilancia verso il lavoro. In più della metà dei casi negli spot pubblicitari il maschio è presentato come un professionista. Ma raramente come padre (solo nel 4,32 per cento dei casi).

Certo, a volte possiamo essere superficiali. E meno male. Sentirci sessualmente disponibili. E va bene. Desiderare di essere belle: la seduzione è un pilastro della femminilità. Però non attraversiamo la vita esclusivamente tra smanie e appetiti sessuali, in genere. Se si parla di emotività poi, non siamo solo isteriche, esagerate, adolescenziali. Davvero ci esaltiamo alla consegna di un paio di scarpe? O per una lavastoviglie sottocosto? Veramente ci eccitiamo se un anticalcare ridona lucentezza al nostro bagno? Può essere, ma probabilmente le nostre emozioni si modulano intensamente anche per altro.
È la ripetizione infinita dello stesso ritratto che stanca e discrimina. Che parla solo di un tipo di donna o solamente di alcuni aspetti possibili in una donna. Una versione unica, inespressiva, passiva, monotona, squallida. Limitante per la nostra affermazione sociale. Tra l’altro, in modo complementare, risulta danneggiata anche l’immagine degli uomini. Professionisti sì, ma con una vita che gravita intorno ad un corpo di donna (non una donna). Possibile che i maschi siano ispirati alla vita solo se stuzzicati eroticamente così come racconta la pubblicità? Che sentano il bisogno di esibire ossessivamente la loro indubbia virilità? Che manchino di coinvolgimento affettivo? Sempre assenti con i figli?

Ma per la donna la pubblicità può essere ancora più subdola. Perché oltre all’ossessione per la bellezza, rivela modelli di genere inquietanti, legati a contenuti più ampi di cultura, identità, violenza e potere. La donna come oggetto. Spesso doppi sensi, giochi di parole. A volte pesanti eppure non censurati. Altri velati da combinazioni ironiche che legittimano immagini discriminatorie. Il sottinteso spesso è più pericoloso, come un certo ammiccamento sessuale collegato a sopraffazione, sottomissione, sfruttamento sessuale.

Se la pubblicità penalizza le donne? Sì, lo fa. La pubblicità è comunicazione, diffonde linguaggi, valori. Contribuisce a costruire l’immaginario collettivo. Orienta opinioni, convinzioni, atteggiamenti. Ci dice come è meglio essere, come è ovvio che le donne e gli uomini si comportino. È piena di modelli appiattiti e passivi. Ci rende tolleranti agli stereotipi. Alle volte propone messaggi che puntano dritto alle nostre fragilità. Parlano ai nostri disagi. Ci dicono “è normale così, devi essere così”, rendendoci poco critiche e lucide su quello che possiamo fare, dobbiamo permettere. Soprattutto nelle età più giovani.

Non siamo bacchettone, la nostra vita sessuale non è carente, non siamo frigide, non ci manca la possibilità di fare sesso con chi vogliamo, se notiamo queste cose. Non si tratta di essere femministe, non facciamo guerra agli uomini, ingabbiati anche loro in cliché sessisti. La dobbiamo fare contro una mentalità che può appartenere ad entrambi i generi.
Se la questione del sessismo nella pubblicità è ultimamente abbastanza discussa, la regolamentazione dei messaggi dal punto di vista legislativo in Italia è purtroppo vaga. Ma non sono gli strumenti legislativi e le autorità, indubbiamente necessari, a tutelarci del tutto. Se il mondo della pubblicità deve prendersi le proprie responsabilità e ai creativi va augurata una più fervida fantasia nella narrazione pubblicitaria dei due generi, a tutti serve fantasia per raccontare se stessi in modo diverso, dismettere certe ideologie, modi di pensare, diventare più critici e consapevoli. Creativi nel modo di essere maschio o femmina. Brunella Gasperini

28 risposte a “La pubblicità italiana è sessista? (Again)

  1. L’ha ribloggato su Parti di luie ha commentato:
    Così, mentre la donna viene narrata insignificante dal punto di vista della personalità e delle competenze – un oggetto e poco soggetto -, il profilo dell’uomo invece sbilancia verso il lavoro. In più della metà dei casi negli spot pubblicitari il maschio è presentato come un professionista. Ma raramente come padre

  2. Splendido articolo, grazie a Giovanna di averlo reso facilmente disponibile anche a chi, come me, non l’avrebbe mai trovato, fra le cose che legge. E’ ovvio essere d’accordo con i suoi contenuti.
    L a sua intelligenza mi spinge a porre a Giovanna una questione più generale, chissà se lei avrà modo e tempo per rispondere. Riguarda la pubblicità in generale. Persone come me la aborriscono, la trovano generalmente ispirata a modelli di una umanità semplicistica, stupida, al rafforzamento di stereotipi e pregiudizi. Inoltre, specie in paesi come il nostro, i cartelli pubblicitari spesso nascondono e deviano l’attenzione , da una straordinaria varietà di bellezze e paesaggi che eleverebbero il nostro animo, e ci farebbe uscire dalla routine di un consumismo che ci rende maniacalmente insoddisfatti e tristi. Non a caso, i padri costituenti avevano inserito la preservazione del paesaggio nei nostri doveri costituzionali!.
    Credo esagerando in parzialità, spesso mi vien spontaneo di giudicare la civiltà di un paese in modo inversamente proporzionale alla quantita di pubblicità inflitta (o forse desiderata, non so) ai suoi abitanti. Da un pezzo, la stessa pubblicità è arrivata anche nei paesi ex comunisti, dove almeno il culto di slogan e di personaggi politici non attirava l’attenzione di nessuno, ed era comunque meno invadente. a Cuba, Fidel Castro era stato così intelligente da evitare cartelli pubblicitari con la sua immagine. Recentemente, ho giudicato molto civile anche per la estrema scarsità di cartelloni e cartellini pubblicitari , un paese poco conosciuto e governato con un lungimirante rispetto dell’ambiente da un sultano illuminato che limita anche le sue immagini .Si tratta dell’Oman. Lo stesso aeroporto di Muscat che è del resto un capolavoro di architettura, non è coperto da alcuna immagine pubblicitaria, solo di foto di buon gusto di quel paese.
    Mi rendo conto che ho posto troppi problemi, forse non ben definiti, a Giovanna, che forse non può rispondere su tutto. me ne scuso. Angelo

  3. Credo che donne e uomini vivano la città in modo diverso e hanno differenti percezioni degli spazi urbani e di tante cose , credo che il genere sia una dimensione chiave per leggere queste diversità e fare sicuramente di meglio. L’affissione dei cartelloni pubblicitari (ovunque anche sui tram, nei pressi delle scuole, giardinetti , ospedali ..) pubblicità spesso irrispettose verso donne e uomini(ho sentito anche giovani uomini vergognarsi, sono padri di figlie/i piccoli),non a tutte e a tutti va bene di non poter avere questo diritto a vivere la città, a cambiare secondo le proprie esigenze e bisogni (anche quelli di non essere costretti/e a vedere immagini spesso imbarazzanti e brutte fino alla nausea)Ho viaggiato e mi sono divertita( anche per lavoro) a fotografare la “pubblicità” in altri paesi ..non è così degradante e di cattivo gusto. Sembra che da noi, ci sia la “normalizzazione” della schifezza (auguri ai creativi e alle creative di una più fervida immaginazione!) e soprattutto questo tipo di pubblicità penalizza nell’intelligenza tanto le donne quanto gli uomini.

  4. La pubblicità italiana è sessista esattamente come da noi sono sessisti la politica, i media, il cinema, le redazioni, lo sport, la televisione, la chiesa.

    Il sessismo pubblicitario è diventato un tema sensibile e dibattuto, solo perché – grazie ai suoi meccanismi notoriamente ultraveloci, ubiqui e virali – è più esplicito, più invasivo e più pop di qualsiasi altro strumento di controllo economico e di potere culturale che ho citato sopra.

    Se, per esempio, un leader politico manda in prima linea mediatica delle colleghe che palesemente sono state selezionate con criteri da casting televisivo o se uno sponsor di una squadra di volley femminile utilizza per le sue campagne delle atlete prima di tutto avvenenti, oppure ancora, se nei talk-show la stragrande maggioranza delle conduttrici sono dotate di aspetto, attenzioni cosmetiche, hairstyle e vestiario degne di una star hollywoodiana… nessuno ha da ridire. Anzi, puntualmente il nuovo mantra del sexually correct dice: “Voilà, non è vero che le donne brave, intelligenti ed efficienti devono per forza essere anonime, esteticamente neutrali o addirittura poco attraenti!”

    Al che io rispondo con candore: “Perché allora nel parlamento, nello sport, nella tv, nelle università, nei luoghi di lavoro e persino nei film, vediamo così tanti maschi brutti, spelacchiati, grassi, che sono acclamati, ben pagati, imitati e popolari?

    Secondo me, il razzismo di genere comincia lì.

    Prima ancora di essere un problema di pubblicità, il sessismo è una questione di stupidità (sociale e culturale) tout court – che, appunto, non si esprime solo nei settimanali, sui muri delle strade o negli spot televisivi.

    Se sui cartelloni, negli annunci e alla tv vediamo così tanto disprezzo nei confronti delle donne, quel disprezzo non cova solo nei cervelli di (ancora troppi) creativi pubblicitari, ma prima ancora nella materia grigiastra di chi li paga (gli inserzionisti), dei fornitori e media che accettano di stampare, pubblicare e divulgare quelle campagne e, infine, dei milioni e milioni di cittadini (e di cittadine!) che nonostante quelle idiozie, continuano a comperare i prodotti e i servizi reclamizzati in quel modo lì.

    Se gran parte della pubblicità nostrana continua a essere sessista nei confronti del 52% della popolazione, vuol dire che quell’approccio evidentemente funziona. Nonostante si tratti di una comunicazione aggressiva, razzista, deviante e diseducativa, è roba che – sott’altra forma – circola, si sente e si propaga in qualsiasi scuola, partito, posto di lavoro, ufficio pubblico e bar. Fintanto che continuiamo ad assecondare, applaudire e votare gente che si esprime e articola così (nei comizi, nelle risorse disumane, nelle convention aziendali, nei cinepanettoni), gran parte della pubblicità de’ noantri continuerà a offendere “allegramente” le nostre compagne, le nostre madri, le nostre figlie… cioè oltre la metà di chi legge queste righe.

    Se posso uscire per un attimo dal tema che ha generato questo triste thread (appunto la pubblicità sessista), lasciatemi citare un altro fantasma che si aggira in Italia, secondo me altrettanto istigatorio, spiazzante, delittuoso, idiota: le invettive usate, ovunque e comunque, quando la ggente “normale”si esprime su chi preferisce vivere, accompagnarsi o legarsi a qualcuno che non sia del genere previsto o imposto da Carlo Giovanardi, dalla Bibbia, dai family day, da Mario Adinolfi, dal Corano o dai maschioni di Casa Pound. Il glossario (in ordine strettamente alfa-ebetico) è ottimo e abbondante: ambidestro, ambiguo, anormale, biadesivo, bisex, checca, culattone, culo, degenerato, depravato, diverso, effeminato, finocchio, frocio, gay, inculato, invertito, lesbona, maniaco, omo, pederasta, pervertito, ricchione, rottinculo, scherzo della natura, sfasato, sodomita, strabico, succhiacazzo, trans, travestito, traviato, viado, zigzag, zoofilo, zolletta, zozzone.

    Quest’ultimo termine mi sembra un boomerang perfetto per spaccare non solo il pelo, ma prima ancora, la testa bacata di chi continua ad articolarsi così – sia nella curva sud del parlamento che ancora in qualche presunta agenzia di pubblicità.

  5. till@”prima ancora di essere un problema di pubblicità è una questione di stupidità”..io penso sia un problema di umanità (intesa come cammino umano che da molti millenni (almeno 5000) ha intrapreso la strada del patriarcato tranne piccole porzioni di genti che vivono ancora oggi in maniera matrifocale. Lasciamo, nascendo, una placenta materna per entrare in un’altra placenta planetaria strutturata in modo sessista da una coscienza sola , quella dell’uomo (maschio) e ancora oggi (nonostante le coscienze siano diventate due) continuiamo ad avere della donna l’idea di una minoranza da difendere col meccanismo della “concessione” e della “tutela”. I cambiamenti culturali è vero sono lentissimi ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare ..in caso contrario che senso ha chiederci se è sessista la tal cosa o tal’altra?

  6. “non è vero che le donne brave, intelligenti ed efficienti devono per forza essere anonime, esteticamente neutrali o addirittura poco attraenti!”

    si vede che sono sexually correct perchè non ci trovo nulla da ridire, sono d’accordo
    quanto al cinema: Stefano accorsi, Kim rossi stuart, riccardo scamarcio, raoul bova, luca argentero, claudio santamaria, favino (se vuoi continuo) non mi sembrano proprio dei cessi

  7. Sono un’italiana al 21esimo anno di vita e lavoro all’estero. Subito dopo la laurea scientifica, ho cercato lavoro fuori dall’Italia. In realta’ non avevo mai pensato di lavorare in Italia. E una volta fuori, non ho mai pensato di ritornarvici. Ho lavorato in alcuni stati diversi, finche’ mi sono sposata, ho comprato la maggior parte della casa dove viviamo, abbiamo fatto un figlio. Si’, lo sappiamo, un marito e un figlio sono due palle al piede, ma non appena il pargolo sara’ del tutto autonomo, riprendero’ a viaggiare e lavorare in giro per il mondo. In questi 21 anni, ho sempre lavorato in centri di ricerca internazionali. E’ bellissimo: si e’ a contatto tutto il giorno con persone di tutto il mondo e dopo tanti anni, si riesce ad avere una panoramica abbastanza precisa del modo di lavorare, vivere e pensare di tante persone appartenenti a culture diverse. Per una donna in un ambiente scientifico prettamente maschile (in tutti gli svariati gruppi in cui mi sono trovata ero o l’unica donna o al massino eravamo in due) lavorare con gli italiani e’ la disgrazia peggiore. I British sono quelli con cui mi sono sempre sentita piu’ a mio agio.
    Ma perche’ vi dico questo? Seguo quello che capita in italia e ho ancora parenti che vado a trovare frequentemente. Noi residenti all’estero (da tanto tempo) sappiamo che la pubblicita’ in Italia e’ sessista. La domanda non si pone neanche. Ma la domanda che ci poniamo e’: “Perche’?” E’ la pubblicita’ che e’ “cattiva”, fatta da persone “cattive”, ignoranti, che cercano di mantenere sessista e ignorante la popolazione italiana? Ho e’ semplicemente la popolazione italiana che’ e’ semplicemente ancora cosi’, uomini e donne? La pubblicita’ allora non farebbe che rispecchiare il modo di essere del popolo per cui e’ fatta.
    Io credo che la seconda risposta sia quella giusta. Mi dispiace, ma il vostro modo di pensare e’ proprio ancora cosi’. Si vede bene paragonando gli italiani alle altre nazionalita’ sul posto di lavoro (ed un lavoro tipo ricercatore scientifico, non modello o soubrette). Le donne non riescono a liberarsi dai chiodi fissi dell’apparire ben pettinate ben vestite con i colori a posto gli abbinamenti giusti. Gli uomini seguono a ruota ed entrambi i sessi ci sguazzano in questo gioco di femminilita’ e virilita’. Solo gli italiani riescono a fare cosi’ tante allusioni sessuali mentre… lavorano, in un centro di ricerca, internazionale. Lo trovo paradossale.

  8. penso che anche una ricercatrice scientifica possa essere “ben pettinata” senza che questo voglia dire che ha “il chiodo fisso” o che sguazza in chissà che che sia poco professionale, e ovviamente a prescindere da come è pettinata o vestita non merita di subire allusioni sessuali sul posto di lavoro tanto più in un laboratorio scientifico

  9. Sono d’accordo con le varie deplorazioni del sessismo pubblicitario espresse nei precedenti commenti e stimolate dall’articolo che ha aperto la discussione . Ma, continuando sulla linea del mio precedente commento , mi pare che questa atteggiamento pubblicitario sia un caso particolare della generale tendenza mediatica di indicare come ideale da inseguire una versione di un ‘umanità abbruttita da un materialismo becero e generalmente degradante, . Se la logica è solo quella di immediati incrementi monetari, e magari del solo aumento del PIl, perchè criticare?

  10. Cito dal testo di Brunella Gasperini (psicologa): «Non siamo bacchettone, la nostra vita sessuale non è carente, non siamo frigide, non ci manca la possibilità di fare sesso con chi vogliamo, se notiamo queste cose.»

    Purtroppo, invece, si continua a confondere l’esibizione erotica con il sessismo, per questo motivo piovono accuse di “neo-puritanesimo”. In altre parole questo passo in cui la psicologa si mette sulla difensiva “sessuale” ci fa intendere, ancora una volta, che invece di una battaglia contro il sessismo si è attuata, negli anni, una battaglia contro l’immagine erotizzata della donna. Tanto si è bacchettata la Belen che poi ci si sente in bisogno di ribadire che il sesso piace anche a noi.

    Peraltro va fatto notare che il sessismo non si esprime che raramente all’interno del linguaggio sessuale più esplicito mentre prolifica in altri contesti visivamente meno impattanti. La censura, infatti, lavora sull’immagine erotica al di là della presenza o meno di sessismo. La censura non è interessata a combattere il sessismo. Per analogia i censori sono sempre dei sessisti.

  11. troppe divisioni nette, Luzy, meglio un pò di confusione “esibizione erotica ..sessismo..non espresso o espresso nel linguaggio sessuale..immagine erotizzata della donna..censura(fatta da chi?) al di là del sessismo..”ma è tutto un’amalgama di discorso maschile, cosa rispondere alla domanda di Alice ” sappiamo che la pubblicità in Italia è sessista ma ..perchè? Forse la popolazione italiana è semplicemente ancora così?”

  12. “Amalgama” sembra un insulto sessista.

  13. Ho letto con interesse i vari commenti, in generale appropriati e acuti. Ma personalmente non riesco a capire perchè si dedichi dell’intelligenza a un argomento irrimediabilmente dominato, deciso , manipolato dal fine di incrementare la supina acquiescienza, come consumatori , a scopi commercial-finanziari di grandi società ignote ai più, che ci caricano anche le loro spese pubblicitarie. . Non sarebbe meglio un più umano e decentrato passaparola sulle qualità dei prodotti, basato dall’esperienza? oppure, come faccio io in supermarket, comprare, fra prodotti più o meno simili, quello di cui non ricordo alcuna pubblicità?
    Ma temo di esser andato “fuori tema” rispetto all’attuale argomento del nostro blog,E immagino che difficilmente qualcuno riprenderà questi miei spunti. Scritti ,da un anziano, che vorrebbe ancora accrescere le proprie conoscenze. Ma deve scegliere, e le questioni pubblicitarie gli appaiono di minima. priorità intellettuale. Oltre che argomento su cui par troppo difficile influire . angelo

  14. E’ in gioco il potere dell’immagine come condizionamento collettivo. Chiaro che se uno è alla canna del gas, gliene frega una cippa del manifestino con la donnina discinta.

    Questi problemi si discutono quando altri di primaria importanza sono stati superati.

    Il punto semmai è chiedersi perché abbiamo così tanto bisogno di immaginare attraverso la pubblicità e non attraverso l’arte, il cinema, la musica, etc. Non che le arti non possano essere cariche di significati sessisti, misogini, razzisti, omofobi, etc… non è questo il punto.

    Il punto è che l’umanità tende a degradarsi attraverso la scelta stessa dei meccanismi di costruzione del sogno, dell’immaginazione, delle aspirazioni più profonde.

    La cartellonistica andrebbe vietata in alcune zone delle nostre città, e da tutte le strade, principalmente nelle zone di cultura e istruzione scolastica, sempre che esistano ancora.

    Quando sento le femministe accanirsi perché sul Duomo di Milano c’è una scema che si sbrodola con la nutella, mi chiedo perché non ci sia un intervento a monte che vieti di imbrattare il Duomo di Milano – Fino ai primi anni Ottanta Piazza Duomo era invasa da cartellonistica posta sui tetti degli edifici. Poi è stata abolita.

    E si sa. la cultura combatte il sessismo. Mentre qui invece si vuole combattere il sessismo senza fare cultura.

  15. .@luzy…E si sa. la cultura combatte il sessismo. Dipende quale cultura, ho letto da qualche parte: ” denuncio tutte le sedi della cultura per aver trasmesso per secoli una storia che appartiene solo agli uomini e viene data invece per assoluta e separa e annienta il mondo delle donne”. Se proprio vogliamo andare a monte..

  16. “Non che le arti non possano essere cariche di significati sessisti, misogini, razzisti, omofobi, etc… non è questo il punto”

    certamente ma resta il fatto che ultimamente le accuse di sessismo, razzismo ecc rivolte verso le arti mi sembrano in molti casi (non tutti ma molti) ingiuste e paranoiche

  17. Eggià, Luci cara, la cultura sessista. Il cinema sessista. La politica sessista. La pubblicità sessista. Il bloggare sessista, il porno sessista, l’orgasmo sessista, etc…

    Bisognerebbe anche scrivere interventi con un po’ di sostanza. Ma questo blog, su questi temi, sembra non raccoglierne più. Altrove, la stessa storia. Sarà il Nulla che avanza o un tentativo di riposizionarsi in questa famigerata lotta al sessismo? Mah!

    E se non ci fosse mai stata, in questi anni, una lotta al sessismo?

  18. Paolo | martedì, 10 febbraio 2015 alle 1:02 am |
    —resta il fatto che ultimamente le accuse di sessismo, razzismo ecc rivolte verso le arti mi sembrano in molti casi (non tutti ma molti) ingiuste e paranoiche —-
    …………………………….

    Rimanendo al cinema, che è la dimensione più vicina a quella di uno spot pubblicitario, leggevo giusto stamattina una critica a 2001 di Kubrick, alla scimmia cioè, ovvero all’osso scagliato in aria, dunque all’arma come elemento “creativo” di evoluzione. Storicamente il film è considerato un capolavoro assoluto e nessuno si sognerebbe di declassarlo perché le hostess sono vestite di rosa, oppure perché le donne fanno da balia agli astronauti in viaggio verso la Luna – in realtà alcune donne scienziate russe appaiono in una nota conversazione… Ma la scimmia incazzata che ha appena accoppato il rivale è una questione di testosterone, secondo alcune teorie… E questa non è paranoia ma indagine critico-ideologica.

    Se invece vogliamo un po’ di sessismo da basso mercato, basta guardarsi una dozzina di episodi di Star Trek, anni sessanta! Non è un caso se negli anni ottanta, con la mitica serie televisiva, ci sarà una evidente ripulitura ideologica che porterà ad un notevole grado di evoluzione dei contenuti, senza per questo rinunciare al fascino e al sesso tra maschi e femmine.

    Il problema della critica alla pubblicità – un po’ in tutto il mondo occidentale – è che guarda con preoccupazione al sesso e non al sessismo.

  19. luzy@ ” Eggià, Luci cara,” è l’unica cosa che mi piace di tutto quello che hai scritto.

  20. luci@ Rileggendomi, l’incipit citato, mi pare invece la parte più “sessista” di tutto quel che ho scritto. Devono essere le diverse percezioni M/F. Un po’ di autocritica anche da parte vostra non guasterebbe.

  21. Eggià… : ” la parte più sessista di tutto quel che ho scritto” la provocazione ha sortito il suo effetto.. e l’autocritica l’hai fatta tu! bravo!

  22. Giovanna, urge uno tuo perentorio invito alla moderazione – non dei toni, ma della quantità di dar di gomito e di sgomitate. Qui si abusa e si travisa in modo insopportabile lo scopo, le modalità e i pregi di un blog.

    L’ormai noiosissimo scambio di battute e battutine tra Luci (7 ping) e Luzy (6 pong), esprime solo la solitudine di due persone che a tutti i costi vogliono sempre avere l’ultima parola.

    Questo non è un dialogo (già di per sé sbagliato in un blog dove ogni ragionamento dovrebbe poter stimolare e coinvolgere più persone), ma due monologhi tra Sordi (inteso come Alberto) e Totò.

    Il solo fatto di non avere il coraggio di firmare con il proprio nome e cognome, la dice lunga su dove può portare il gioco infantile con i mattonici dell’ego.

    Va a finire che dopo il “Passo e chiudo” dell’una, l’altra ora risponda piccata “Non quoto”.

  23. Rispondo invece nel merito, come ho sempre fatto nei mesi passati. Faccio dunque notare che, tra gli altri, ho interloquito anche con Paolo, entrando nel merito (parzialmente OT) del “cinema sessista” e dell’arte in genere. Argomenti che pure lei, Till, ha affrontato nel suo lungo intervento a monte. Ora se quel che scrivo io non le sta bene dovrebbe rispondere nel merito anche lei, invece di invocare la moderazione, per cosa poi???

    Per gli altri utenti io non rispondo. Ribadisco che scrivere “cara” riferendosi ad un nick potenzialmente femminile potrebbe essere inteso come sarcasmo sessista e anche un po’ paternalista. Ergo me ne guarderò bene di rifarlo. Saluti. E, come diceva Zappa ai suoi concerti: Relax, please!

  24. pensa che a me quella parte dell’osso scagliato in aria sembra non solo molto interessante ma anche coerente con la visione pessimistica (o brutalmente onesta a seconda dei punti di vista) che Kubrick aveva della società e dell’evoluzione umana.
    vabbè, siamo OT

  25. Credo che siamo alla fine, o quasi, di questi commenti sul sessismo, della pubblicità, troppo spesso basato sul corpo femminile. Mi pare che tutti abbiano deprecato, . Luzy 9 febbraio ha ripreso, in parte, la mia opinione che la pubbliicità e i suoi cartelloni siano una manifestazione e al tempo stesso uno stimolo all’incultura e all’inciviltà.
    C’è qualcos’altro da dire su questo brutto e inutilmente sgradevole tema? Non lo immagino.

  26. @till , mi sono riletta , chiedo scusa ..è vero, ha ragione, solo che per me non si trattava di avere o no l’ultima parola ..è che mi ero resa conto della ridicolaggine..

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...