Se una ragazza vuol fare la giornalista in Italia, ma non è ricca di famiglia né conosce le “persone giuste”, ce la farà mai?

Giornali

Mi scrive Viola, molto scoraggiata: «Cara prof, sono qui che sto piangendo e sì, scrivo a lei, una sconosciuta, ma forse è l’unica che può raccogliere il senso della mia disperazione a aiutarmi a collocarla, a gestirla, non dico cancellarla, perché tanto ormai non andrà più via dalla mia psiche mal ridotta, ma almeno, forse, essere ascoltata potrebbe farmi sentire meno pazza, meno frustrata, meno fallita. Ho 26 anni, sono laureata in Lettere e da sempre, da quando cioè ero bambina e tutti mi chiedevano “cosa vuoi fare da grande?”, il mio sogno era fare la giornalista. Era, non lo è più. Mi sono laureata fuori corso perché – ebbene sì – ho dovuto mantenermi agli studi da sola, completamente sola, perché la mia famiglia non ha mai potuto sostenermi.

Ho lavorato anni per giornaletti on-line, con una passione sfrenata per la politica, avevo un blog, stavo molto su Twitter e, nel mio piccolo, avevo tante persone che mi leggevano tutti i giorni, andavo ai congressi, alle manifestazioni e scrivevo reportage, tutto rigorosamente gratis. Per mantenermi, ho trovato lavoro in un’azienda importante, che piano piano mi ha formata, mi ha fatta crescere ed è stata la mia fortuna, perché mi sono fatta conoscere, ho seguito un cammino duro all’interno dell’azienda, ma ho ottenuto responsabilità e soddisfazioni. Il mio sogno, però, restava un altro. Ho inondato di curriculum tutte le redazioni dei giornali (locali, localissimi e nazionali), ma mai nessuno – ovviamente – mi ha presa in considerazione. Dall’altro lato, invece, il mio vero lavoro chiedeva sempre più tempo e mi faceva ottenere sempre più risultati. Perciò, a un certo punto, non sono più riuscita a fare entrambe le cose.

Ma c’è di peggio. C’è che il mondo del giornalismo mi ha progressivamente eroso lo spirito, riempito di rabbia e di frustrazione. Le spiego perché. Prendiamo Paolo, vale a dire un ragazzo simile me – non dico me – che da quando era piccolo sogna di fare il giornalista, e mettiamo che sia bravo, bravissimo, un vero talento per la scrittura, per il fact checking, l’inchiesta (perciò non dico di essere io: non pretendo di essere così brava). In comune con me Paolo ha solo la sfortuna di essere nato da una famiglia umile: uno stipendio solo, a casa, e nessuna possibilità di mantenere il figlio all’università fuori sede.

Una volta finito il liceo, per inseguire il suo sogno Paolo vuole comunque iscriversi all’università. Nel frattempo, però, deve pure lavorare perché i suoi genitori non ce la fanno. (E l’esaurimento nervoso inizia già a mangiarsi come un tarlo gran parte del suo talento.) Dopo 5 anni, pur fuori corso, il nostro eroe consegue una laurea, facciamo in Storia o in Scienze della comunicazione, che si addicono quanto Lettere. Ha 24 anni. Succede allora che inizia a mandare curricula brillanti alle redazioni dei giornali, venendo regolarmente respinto, perché in italia, gli spiegano, per fare il giornalista devi essere iscritto all’Ordine dei Giornalisti. E allora andiamo a iscriverci all’Ordine, pensa Paolo. Ops. Per entrare a far parte dell’Ordine come pubblicista, devi dimostrare di aver svolto per due anni collaborazioni giornalistiche continuative e retribuite e occorre dimostrarlo presentando la copia di tutti gli articoli che hai pubblicato e del relativo compenso. Allora ragioniamo: per collaborare con un giornale devi essere iscritto all’Ordine, ma per essere iscritto all’Ordine devi aver collaborato con un giornale. È una presa in giro? No, è la realtà.

Ma non è finita. C’è un’altra strada che Paolo può intraprendere. Per iscriversi all’Ordine dei giornalisti e essere finalmente riconosciuto come tale, può frequentare una Scuola o Master di giornalismo. Ce ne sono 14 in Italia, di cui al momento solo 9 sono attive (vedi: http://www.odg.it/content/elenco-scuole-giornalismo). Ora, i problemi sono sostanzialmente due. La scuola obbliga a una frequenza full time e, anche se il nostro Paolo riuscisse a superare brillantemente le selezioni che prevedono fra i 20 e i 40 allievi all’anno (abbiamo detto che Paolo è bravo), non potrebbe garantire la frequenza richiesta. Chi andrebbe a lavorare al suo posto?

Ciò significa che lo Stato dà per scontato che una persona, a 24 anni, debba ancora essere tristemente mantenuta da una famiglia che, in quanti casi, me lo dica prof, in quanti casi si può permettere realmente di farlo? Quindi riassumendo: se sei figlio di qualcuno che può pagare, probabilmente puoi fare quello che ti pare, altrimenti non ci pensare nemmeno. Il secondo problema, infatti, a cui il nostro eroe deve far fronte è che iscriversi a una scuola di giornalismo, in Italia, costa fra gli 8000 e i 23.000 euro complessivi (vedi: http://www.repubblicadeglistagisti.it/article/tabella-costi-scuole-di-giornalismo). Il nostro Paolo, insomma, figlio di una famiglia che, ohinoi, non si è potuto scegliere, da dove prenderà mai quei soldi?

Ed ecco allora come, mia cara prof, l’Italia ha fatto sì che l’informazione morisse. Perché se sono solo i figli dei politici, i figli dei giornalisti più importanti e “ammanicati”, o i figli di chi detiene abbastanza potere per avere soldi e conoscere i politici e giornalisti “giusti”, a poter diventare giornalisti, ragazzi come Paolo non ci riusciranno mai, dico mai. Ed ecco come le istituzioni carogne, le regole astratte (“Funziona così”, mi dicono tutti), messe tra il talento e la possibilità di diffonderlo, sono il cancro che ci porterà tutti verso la mutilazione della cultura. Ecco come l’Italia fa scappare la gente che (beata) può farlo, ecco come la burocrazia intrappola le vite di intere generazioni nel nulla, ci svuota di tutti i sogni, ci consuma dietro battaglie che non vinceremo mai, ci toglie la voce, l’orgoglio, ci indebolisce, ci lega le mani e, per quanto talento tu possa avere, per te non c’è posto, se non puoi pagare il conto.

Cara prof, se è arrivata alla fine, se ha letto tutto per davvero, allora mi dica, prof, mi dica lei: è giusto che io abbia sacrificato il mio sogno, che io abbia dovuto abbandonare per sempre la mia ambizione, solo perché sono nata dentro un sistema che mi impedisce di avere una dignità e una legittimazione?»

La mia risposta a Viola resta fra lei e me. Tu come le risponderesti?

30 risposte a “Se una ragazza vuol fare la giornalista in Italia, ma non è ricca di famiglia né conosce le “persone giuste”, ce la farà mai?

  1. È così.. ma quello che è peggio è che sta diventando così quasi per tutte le “professioni”. A volte penso che neanche nell’Ottocento si era a questi livelli di discriminazione sociale.

  2. Le risponderei che ogni singola sua parola mi rimbalza in testa ogni giorno, e devo stringere i denti per cercare di ignorarle e non lasciare che mi facciano desistere dallo studiare, dal progettare, dal sognare.

    Fa male, non c’è molto altro da dire. Fa male vedere in ogni angolo piccole ma consistenti prove che un lavoro così bello, così importante, ignori troppo stesso qualsiasi regola se non quella dei “parenti/amici/compari di”. Fa male vedere questo sistema malato essere diventato, appunto, un sistema, qualcosa di silenziosamente accettato. Fa male fare tanta fatica a sognare.

  3. Sono solidale con la ragazza, ma secondo me manca una completa comprensione del fenomeno.
    I giornali non vendono più, per questo motivo non assumono. Quindi la domanda di giornalisti è bassissima, e per questo motivo viene privilegiato (privilegiato poi… uno stage e poi via, non servi più) chi ha fatto la scuola di giornalismo e quindi è già tecnicamente un professionista, o chi è “figlio di”.
    Se non sei “figlio di” o non puoi fare la scuola di giornalismo, non illuderti che inviando CV ai quotidiani ti risponda qualcuno. Ci sono troppi aspiranti giornalisti e pochissimi posti di lavoro, quindi i pochi ragazzi che fanno un po’ di carriera sono quelli che fin da adolescenti hanno bazzicato le redazioni dei giornali lavorando GRATIS per molto tempo, tessendo relazioni con tanti giornalisti, pubblicando numerosi articoli. Avere una laurea o un dottorato o un master non conta assolutamente nulla, conta soltanto la gavetta.
    Sono un laureato in Comunicazione e quindi conosco diversi ex colleghi di università che avevano il sogno di fare il giornalista. I meno talentuosi scrivono, sottopagati, per giornali di provincia. Il più talentuoso di tutti, senza santi in paradiso né scuole di giornalismo, ha scalato le redazioni, dall’ultima di provincia fino a quella di un importante quotidiano nazionale. Da adolescente scriveva gratuitamente di sport per un quotidiano di provincia. A 19 anni aveva già tessuto rapporti con tutti i più importanti giornalisti della mia regione, nonché con alcuni di livello nazionale, inviando mail non per chiedere un lavoro ma per proporre un’inchiesta, o un punto di vista. A 20 anni aveva fondato un sito di notizie sportive, e a 21 una piccola agenzia di stampa che gli ha permesso di guadagnare dei bei soldini. A 24 si è trasferito a Roma e ha fatto valere i contatti ottenuti in precedenza. Gli ho sempre visto leggere almeno due quotidiani al giorno, era informatissimo sull’attualità e sul mercato editoriale. Ora lo vedo spesso in tv. Tutti, però, dal meno al più talentuoso, hanno accettato condizioni di lavoro pessime in gioventù, hanno fatto la gavetta pubblicando articoli sugli argomenti meno interessanti del mondo, si sono costruiti contatti. Gli altri miei ex colleghi che dicevano di voler fare i giornalisti avevano anche una buona capacità di scrittura (che, fidatevi, conta poco), ma non gli ho mai visto aprire un quotidiano, non mi avrebbero saputo dire il nome del direttore del Corriere della Sera o de l’Unità, e non erano mai entrati in una redazione a chiedere di scrivere, anche gratis. Purtroppo funziona così, bisogna soltanto che gli aspiranti giornalisti lo capiscano ben prima dei 24 anni (e parlo in generale, non di questo specifico caso).

  4. Sì, in questo caso si può generalizzare senza temere di sbagliare: in Italia, se non si è figli della famiglia ‘giusta’ bisogna abbandonare i propri sogni. Molto spesso o quasi sempre. Vale per il giornalismo e per molto altro.

    Questo post mi fa venire in mente un dato interessante. Buona parte dei miei ex compagni di liceo si è iscritta a giurisprudenza. Nella mia classe c’erano due persone molto ricche di famiglia: uno era figlio di un noto avvocato della mia città, un’altra (la sua fidanzata, oggi sua moglie, solito matrimonio combinato) figlia di facoltosi farmacisti. I due erano anche stati bocciati, perché dormivano (non in senso metaforico, ma proprio fisico e concreto) durante le lezioni, e così erano finiti nella mia classe. Non è che non fossero brillanti – non è indispensabile esserlo – ma proprio non aprivano i libri, non erano abituati a studiare e non sapevano neppure farlo. Zero e ancora zero.
    Bene. Quando sono andati all’università sono stati gli unici della mia classe a riuscire a diventare avvocati. Si sono laureati (mi chiedo come abbiano fatto a scrivere la tesi di laurea, ma so già la risposta) e sono stati promossi al concorso che abilita alla professione. Ora, io non credo che, d’improvviso, a vent’anni, costoro si siano messi a studiare bene, considerando pure le gravissime lacune che avevano accumulato nel corso del tempo e che non possono essere colmate all’università. Credo piuttosto che l’accesso alla professione sia ‘strutturato’ in modo tale che “i figli di”, pure se asini, riescono in qualche modo ad accedervi.
    Altre due mie compagne di classe, invece, molto studiose e molto più preparate di costoro, ma figlie di normali lavoratori, hanno dovuto rinunciare, fuggendo inorridite durante il tirocinio presso alcuni studi legali. E avevano studiato bene. Adesso fanno le impiegate.

  5. Credo piuttosto che l’accesso alla professione sia ‘strutturato’ in modo tale che “i figli di”, pure se asini, riescono in qualche modo ad accedervi.

    Mi correggo, intendevo scrivere: in modo tale da favorire i ‘figli di’.

  6. Dico che sono perfettamente d’accordo. Non solo giornalismo, ma anche gli altri master e corsi di specializzazione hanno un costo elevato, non abbordabile dalla maggior parte delle persone (specie in tempi di crisi!), che non necessariamente corrisponde ad un altrettanto livello qualitativo.

  7. In un paese dove “meritocrazia” è diventata solo una parola-slogan, sbandierata soprattutto da chi è diventato importante o potente per censo, relazioni, cooptazioni, una storia come questa mi fa pensare con rabbia ad una ministra che poco tempo fa, nel pieno di una crisi economica senza precedenti (assai garantita, lei, dall’appartenenza ad una famiglia “giusta”) osò definire choosy i ragazzi italiani, sempre più disoccupati. Quella stessa ministra, ormai ex, riuscì poi a lamentarsi pubblicamente perché i giornalisti le facevano domande a 365°creandole confusione (sentita a Radio 24, in Focus Economia). Massima solidarietà a Viola e a tutti i giovani che si ostinano a credere nei loro sogni!

  8. Cara Viola, di anni ne ho una decina di più: stesso sogno, stessa laurea conseguita con il massimo dei voti, due lingue straniere imparate perfettamente. E stesso fallimento. Un’unica differenza: ho avuto la fortuna di non essere obbligata a spostarmi per gli studi. Anche io dopo la laurea ho portato avanti due lavori, dopo alcuni anni non è stato più possibile. Alla fine è rimasto il lavoro che detesto, ma che mi dà da vivere. Il percorso formativo richiesto in Italia per diventare giornalista per me era troppo lungo, costoso e soprattutto economicamente incerto una volta finito. La mia ossessione era “e se dopo non trovassi comunque un lavoro per mantenermi?”. Nessuno nella mia famiglia è mai stato giornalista né ha legami con quel mondo, e il settore giornalistico è in crisi da decenni, si sa. Ma la cosa che mi dà maggiore sofferenza è che non solo non sono riuscita a realizzare il mio sogno, ma che ho perso anche le potenzialità e competenze che avevo. Ciò che mi colpisce di più di quel che scrivi – oltre alle bellezza e chiarezza della tua scrittura, complimenti! – sono queste righe: “ecco come la burocrazia intrappola le vite di intere generazioni nel nulla, ci svuota di tutti i sogni, ci consuma dietro battaglie che non vinceremo mai, ci toglie la voce, l’orgoglio, ci indebolisce, ci lega le mani e, per quanto talento tu possa avere, per te non c’è posto, se non puoi pagare il conto.” E’ proprio come lo descrivi, con invidiabile lucidità. Dissento su un’unica cosa: credo che non si tratti solo di ingiustizia sociale, ma anche “caratteriale”. La professione giornalistica in Italia è possibile soltanto per chi può economicamente permetterselo, è vero, ma è inarrivabile anche per chi non accetta di farsi mantenere dalla famiglia fino a 35 anni – quando va bene – perché lo trova ingiusto, svilente, o non ha un compagno/compagna a cui appoggiarsi. I miei forse avrebbero avuto la possibilità di aiutarmi, ma a costo di enormi e lunghi sacrifici e io non me la sono sentita di chiederglielo. Ho pensato fosse ingiusto, dopo i tanti sacrifici già fatti e con la possibilità concreta che tutto questo non avrebbe comunque portato a niente. In Italia vince non solo chi può appoggiarsi economicamente alla famiglia, ma anche chi non si sente in difficoltà a farsi mantenere fino a quarant’anni e non ha spirito d’indipendenza. Non mi resta che farti un grande in bocca al lupo e augurarmi che un giornalista legga il tuo post e risponda: “anche se non sei iscritta all’Ordine, giornalista lo sei eccome”.

  9. L’unico modo per non farsi venire l’ulcera o la depressione è concentrarsi sulla capicità di farcela da soli, anche in tempo di crisi, anche in ambiti estranei (un po’ o del tutto) alle nostre ambizioni. E’ una qualità tutt’altro che scontata. Questo, almeno, è quello che mi ripeto razionalmente quasi ogni giorno. Da un punto di vista emotivo, invece, non ho ancora capito come superare l’amarezza, la frustrazione e la rabbia.

  10. Cara Viola, io sono esattamente nella stessa tua situazione e, ahinoi, siamo in un Paese che da molti (moltissimi, troppi) punti di vista fa cagare, nel senso letterale del termine. L’unica cosa che può parzialmente salvarci (la mente perlomeno) è la consapevolezza. In bocca al lupo!

  11. A Viola direi, per prima cosa, che è giusto cercare di realizzare i propri sogni. Ma anche in una società ideale può succedere di non riuscirci, magari per motivi oggettivi (moltissimi vogliono fare i giornalisti e i posti sono pochi) ed è allora saggio valorizzare altre opportunità, come quelle che ha pure avuto, certamente anche per merito suo.
    Poi, è vero che la società italiana, ancora molto corporativa, rende molto difficile la mobilità sociale, cioè a chi sta in basso di salire (e conseguentemente a chi sta in alto di scendere).
    Va aggiunto che la maggioranza della popolazione sembra contraria a misure che faciliterebbero la mobilità sociale. (Ad esempio, l’abolizione o limitazione del valore legale del titolo di studio.) “Diritti acquisiti” è una formula molto popolare.🙂

  12. Pingback: Sempre la stessa storia | i discutibili

  13. Scrivo qui e approfondisco il commento lasciato sul gruppo Facebook di Sdc Unibo.

    – Per iniziare l’iter che porta al tesserino non bisogna inviare cv: solitamente, si prende contatto con la segreteria di redazione di una testata locale e si chiede un appuntamento con caporedattore/caposervizio per verificare la fattibilità di una collaborazione. Poi, se si è fortunati, si iniziano due anni di Vietnam fra retribuzioni minime e fatiche massime.

    – “Ho lavorato anni per giornaletti on-line, con una passione sfrenata per la politica, avevo un blog, stavo molto su Twitter e, nel mio piccolo, avevo tante persone che mi leggevano tutti i giorni, andavo ai congressi, alle manifestazioni e scrivevo reportage, tutto rigorosamente gratis”. MAI lavorare gratis. Se non ci si fa pagare, vuol dire che quel che si è fatto non vale nulla, non si rispetta se stessi e si danneggiano i colleghi retribuiti che, magari, hanno anche investito tempo e denaro per la formazione o per dare qualità al proprio lavoro. Non solo: bisognerebbe sempre rifiutare proposte di collaborazione gratuite in cambio dell’ottenimento del tesserino. Ciò comporterebbe la produzione di fatture false che attestino pagamenti mai avvenuti, fatture che poi dovranno essere presentate all’Odg regionale di competenza per le procedure di iscrizione. Non solo: chi fa proposte di questo tipo dovrebbe essere denunciato alla Gdf.

    – La spiegazione “per collaborare con un giornale devi essere iscritto all’Ordine, ma per essere iscritto all’Ordine devi aver collaborato con un giornale” lascia il tempo che trova perché, da qualche parte, bisogna pure iniziare a scrivere e 9 testate su 10 fanno lavorare anche ragazzi che hanno iniziato il percorso per diventare pubblicisti. Forse, chi ha fornito questa chiusura verso collaboratori senza tessera è perché non ha abbastanza denari per portare a bordo altre penne e si vergogna a farlo sapere.

    – Pubblicisti, professionisti, scuole di giornalismo e dintorni. Ciò che vado ad esporre è una mia opinione maturata in seguito all’esperienza personale. Io sono diventato pubblicista nel 2011, quando avevo 24 anni, dopo due anni di collaborazione con un quotidiano locale. Conosco colleghi che, correttamente, hanno iniziato a collaborare a 19 anni, subito dopo avere terminato le scuole superiori, conciliando università e collaborazione. Per questo dico sempre, considerando la mia intenzione di intraprendere questo tipo di carriera, di avere iniziato tardi. Per quanto concerne il professionismo e le scuole di giornalismo, bisogna tenere presente un aspetto non da poco: con le liberalizzazioni di Monti, sono stati aboliti anche i minimi tariffari previsti per i professionisti. Quindi, uno può pagare fior fior di quattrini in una scuola di giornalismo, per poi uscire con il tesserino da pro in mano (dopo avere superato l’esame di stato) e andare a guadagnare quanto un pubblicista, fare sì qualche stage, ma rimanere in ogni caso impantanati nella palude del precariato.

    C’è una via d’uscita da tutto questo? Per me sì: specializzarsi sulle proprie competenze, studiare, approfondire, diventare sempre più esperti della propria nicchia, aprire un blog e solamente in questo spazio scrivere GRATIS per noi, per mettere in mostra le nostre qualità, per fare esercizio e per migliorarsi nella scrittura. Le collaborazioni gratuite per terzi (vedi le centinaia di blog free ospitati da testate che fanno utili sulla pubblicità lasciando 0 agli autori) uccidono il giornalismo e sviliscono le proprie competenze.

    Rimango a disposizione per ogni chiarimento, anche in privato.

  14. Risponderei a Viola che ha perfettamente ragione e che non posso che condividere la sua rabbia. Sai quanti sogni ho messo io nel cassetto?
    Hai fatto bene a prendere quello che veniva, lì dove ti sono stati dati spazi e possibilità di esprimere le tue potenzialità.

    Arriva un momento nella vita in cui ti rendi conto di non essere parte di molti “ghetti” e che in fondo è meglio guardarli da fuori che rischiare un domani di somigliare a loro. Questo vale ovviamente per quasi tutti i settori professionistici e non solo.

    Le stanze del potere culturale sono eterodirette, ed accessibili a pochi. Sempre gli stessi. Almeno in Italia.

  15. Viola@ è giusto che io abbia sacrificato il mio sogno?

    La vita può condurre – e spesso lo fa – a far sì che si debbano abbandonare i propri sogni, e non solo in campo professionale. D’altra parte, avere un lavoro è un fatto molto positivo – specialmente in questo momento di crisi – perché per vivere occorre guadagnare denaro. Brutale, poco poetico, ma vero. Pertanto, sì, io al tuo posto avrei fatto la stessa scelta.

    Bisogna poi pensare che, magari, quel lavoro che all’inizio non ci piace può aprirci altre vie, può essere il punto di partenza per altre esperienze professionali gratificanti. Inoltre, in qualsiasi momento della nostra esistenza possono nascere in noi nuove passioni, nuovi interessi in grado di stimolarci e di non farci rimpiangere ciò che abbiamo lasciato.

  16. Dopo dicci la tua risposta Giovanna, che sono curiosa!
    Non posso darle consigli perché non sono giornalista. La sua situazione è simile all’autrice del blog “Il Porco al Lavoro”. L’Italia è una vergogna. Chi è onesto e vuole fare il giornalista è meglio che emigri.

  17. Viola: Hai 26 anni e una laurea, non è tardi per niente.

    C’è stato un dibattito interessante proprio su questo argomento (#advicetoyoungjournalists) in seguito a un articolo di Felix Salmon su che sconsigliava la scelta della professione giornalistica. Io gli ho risposto da Quartz: http://qz.com/341588/so-you-want-to-be-a-journalist-its-ok-go-ahead-and-be-one/.

    Sono convinta che non sia tutto perduto, ma sull’Italia c’è un discorso a parte che credo vada fatto sull’albo e sulle scuole di giornalismo, che sconsiglio di frequentare (anche a chi è ricco di famiglia). Ci sono altre strade—non tantissime e quasi tutte portano fuori dall’Italia, almeno per un po’—però ci sono.

  18. Io risponderei invece portando un esempio virtuoso: lo staff di Cortocircuito (http://www.cortocircuito.re.it/), che ha fatto del sano giornalismo di inchiesta antimafia.
    Sono giornalisti ufficiali, sono solo ragazzi con una grande passione?
    Forse non sarà il lavoro con cui porteranno a casa la pagnotta ogni giorno, ma mi chiedo se il sogno si alimenti più così o scribacchiando sui casi di cronaca (in quanti hanno spazio per un editoriale o possono occuparsi di inchieste?).

  19. Io le risponderei di fottersene dei suoi sogni infranti e di cercare altrove la felicità, che è la cosa più importante della vita. Robert Kincaid ne “I ponti di Madison County” dice: “I vecchi sogni erano bei sogni. Non si sono realizzati, comunque li ho avuti.” So che può suonare strano, ma sono arrivata a questo atteggiamento mentale dopo averne superato uno che – come Viola – mi stava rovinando la salute e la vita. Non si tratta di arrendersi, di tratta di assumere nuove consapevolezze. L’alternativa sarebbe stata la disperazione perenne. Del resto, quante persone sono sopravvissute nonostante i loro sogni infranti? Gente più vecchia di noi ha speso la sua vita per una guerra, o per un lavoro che faceva schifo. E allora? Si vive lo stesso. Chiamatelo pure stoicismo.
    Anch’io ho 26 anni, anch’io ho studiato Lettere (ma senza laurearmi) e anch’io sto finalmente per portare a termine la collaborazione di due anni con un giornale per ottenere il tesserino da pubblicista, quindi capisco bene come si sente Viola. Ma grazie a Dio il mio sogno non è mai stato il giornalismo, grazie a Dio il mio sogno non passa necessariamente da un datore di lavoro o da un’azienda. Il mio sogno dipende solo da me. E ho già in conto che potrebbe non realizzarsi mai. Poco male, a 26 anni qualcosa che vale, per me (non per la società del mio Paese né per il resto del mondo), l’ho realizzata. Mi ero ripromessa che entro i 25 anni avrei pubblicato il mio primo libro. Ebbene, ci sono riuscita.
    Direi alla ragazza: “Viola, con tutto il cuore, fottitene di tutto e di tutti, ci sono troppa cattiveria, ipocrisia ed egoismo in giro, e tutti ti danno consigli (quello più gettonato è “vattene dall’Italia”, recitato come un amen ormai) quando ignorano alla grande la tua vita e se ne fregano di te. Vivi per te stessa, trova il modo di essere felice a prescindere dal giornalismo. Il giornalismo è solo un tipo di carriera, come la persona che ai tuoi occhi sembra l’ideale in realtà non è l’unica per te. Esistono tante strade, Viola. La tua esistenza, la tua felicità hanno più valore di qualunque altra cosa, non permettere che vengano rovinante per colpa di un malfunzionamento. In questi anni ho sentito tante di quelle storie di sogni infranti e sacrifici vani che mi sono convinta che il sistema liceo-università-specializzazione-master etc. sia tutta un’enorme presa per il culo che va boicottata.

  20. Scusate, ma mi fa ridere un po’ il commento naif di Gabriele Casagrande, che sembra vivere in un mondo completamente suo.
    La maggior parte delle persone che conosco che voleva fare il giornalista, me compresa, con tesserino o no, ha smesso o lo fa per puro diletto.
    Per quanto riguarda scrivere, spesso, anche se retribuiti non basta: io collaboro da anni con diversi siti web, chiaramente retribuita, ma nessuno di questi è testata registrata all’albo, ordunque non sono valevoli per richiedere il tesserino.
    Tieni conto che, ci sono diverse testate anche famose, che si avvalgono di blogger gratis per fare un certo lavoro, perché dovrebbero pagare?
    Aggiungi anche che quando i giornali e non ti pagano, non parliamo certo di uno stipendio, semmai di qualche soldo in più a fine mese sullo stipendio di un altro lavoro.
    No, la situazione non è rosea: se vuoi fare il giornalista devi essere ammanicato, pagare fior di quattrini per uscire da un master ( e anche lì, oltre lo stage riuscirai ad andare avanti?) oppure farlo come hobby.
    Io lo faccio come hobby.

  21. Il problema è che nei giornali ci sono persone che prendono 3-510000 euro al mese e anche più, mentre i collaboratori quando va bene prendono 15 euro ad articolo, la cosa assurda è che i consiglieri dell’Ordine e i sindacati sono proprio quei giornalisti che, invece di tagliarsi gli stipendi a 6 cifre, accusano i giornalisti che prendono 3-4 euro ad articolo dicendo che è per colpa loro che i giornalisti più fortunati prendono 15 euro ad articolo. E’ il regno dell’assurdo: conosco pure editori (piccoli) che fanno i sindacalisti.

  22. Poi grazie a questo sistema abbiamo informazioni errate che compromettono la libera informazione:http://laveritasostanzialedeifatti.blogspot.it/2015/02/bufala-del-tg5-sulle-assunzioni-nelle.html .
    E a trattare la notizia sono state tante, tante testate.

  23. Scrivo da oltre 30 anni articoli di critica e recensione musicale e teatrale, un settore di cui si parla sempre molto poco considerato evidentemente di importanza marginale rispetto alla cronaca, alla politica o al calcio. Scrivo per passione e per mantenere la tanto ambita a suo tempo iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Nell’arco della mia carriera che mi ha consentito di conoscere e avvicinare personaggi e artisti famosi, sarò stato retribuito un numero irrisorio di volte dopo aver visto nascere e chiudere decine e decine di testate più o meno belle e importanti. A volte mi chiedo perché nonostante la tanto ricercata qualità dell’articolo e gli sforzi sostenuti, questo continua ad essere un lavoro che “non paga” neppure attraverso riviste di importanza nazionale che continuano a stare in piedi grazie solo al volontario di appassionati ed amatori… Molto spesso trovare una testata in grado di pubblicare gratuitamente i propri lavori rappresenta già una fortuna. Non credo si tratti di fare del giornalismo privilegiato “per conoscenze” e “raccomandazioni”, ma piuttosto essere dei nomi noti del settore indipendentemente dalla qualità della scrittura. A Bologna per tanti anni la critica musicale di un quotidiano è stata affidata ad un noto e stimato docente di Storia della Musica (che ovviamente non posso pubblicamente menzionare) che… una volta – e questa è comica – ha pubblicato una ricca recensione e critica musicale di un concerto dove non solo non era stato… ma l’evento era stato annullato a sua insaputa! C’è un’altra strada che a suo tempo mi è sfuggita?

  24. Cara Viola, io come te sogno di diventare giornalista, ho la fortuna di avere una famiglia che, grazie ai sacrifici fatti dai miei genitori nel corso degli anni, è in grado di mantenermi e di farmi pensare esclusivamente allo studio.
    Mi colpisce di te una cosa però. Proprio tu che hai dovuto lavorare per mantenerti, e dunque conosci materialmente quanto sudore costino i quattrini che ti arrivano sul conto, hai collaborato solo ed esclusivamente gratis. Tutti noi abbiamo scritto gratis per qualcuno, almeno i primi tempi, chi dice di no vuole tirarsela o forse ha avuto davvero una straordinaria botta di culo. Io ho fatto un tirocinio gratuito (che almeno mi è valso 12 cfu) e non ho intenzione di collaborare mai più gratis con nessuno. Ora, la mia domanda è, qual’è il prezzo del tuo sogno? È più importante il sogno o la tua dignità? Perché scrivere gratis per testate locali più o meno importanti o campate per aria?

    Io credo che la nostra dignità valga di più, piuttosto che scrivere gratis a vita faccio qualsiasi altro mestiere.

    Sulle scuole di giornalismo sono parzialmente d’accordo poi. Le Scuole servono, perchè c’è bisogno di un ventaglio di competenze sempre più qualificate per fare giornalismo adesso, devi sapere un mucchio di cose che non puoi imparare soltanto andando a consumarti le suole tra conferenze stampa ed eventi vari. Costano tanto è vero, ma è anche vero che ti offrono (o dovrebbero almeno) una formazione di alto livello, mettendoti a disposizione attrezzature all’avanguardia.
    Sono d’accordo che non servano a granchè, sopratutto perchè l’esame per diventare professionista è uguale a 50 anni fa quando le scuole non esistevano, e in secondo luogo perchè non esistono attualmente garanzie sui contratti di lavoro nel mondo giornalistico. Ma tutto questo non è colpa delle Scuole, è colpa dell’intera macchina dell’editoria giornalistica, che come ben sappiamo è in crisi nera.

    Io non lo so se diventerò mai un giornalista ma ci proverò, e per farlo sono pronto anche ad andarmene da un paese che non mi permette di farlo. Ti consiglierei di fare altrettanto. In bocca al lupo.

  25. Leonardo Sanna sullo sfruttamento dipende dalla restata,in passato ad esempio alcuni ragazzi hanno scritto gratis per il mio blog ma il mio blog non ha introiti pubblicitari, altra cosa la si ha quando in alcune testate c’e chi gira con la Berlina e chi con la bicicletta, non so se mi spiego

  26. Certo cinemalaska, lo so. Un conto è scrivere gratis su siti dove nessuno guadagna, come blog di studenti, testate no profit ecc., un conto è scrivere gratis per gente che poi ci guadagna su quello che scrivi. Tutti i “pagherò” “non c’è budget”, quelle son cose da infami, facile fare gli imprenditori col culo altrui!
    Comunque mi è parso di capire che Viola scrivesse di cronaca per dei giornali locali, dunque non blog

  27. “Guarda. Diventa tu stessa il tuo editore. Com’ è stato possibile per i cineasti colle cineprese portatili, ora col web puoi.”
    In ogni caso perché essere giornalisti senza appoggi e mantenimenti sarebbe difficile “per una ragazza”? E’ difficile per chiunque. Senza contare che in questo mondo modaiolo e un filo maschilista è oggettivamente ma paradossalmente più difficile che ti filino se sei un trombone cinquantenne o se sei una stangona di ventiquattro anni?

  28. E’ difficile, ma non impossibile e non mi piacciono diverse considerazioni fatte del post. Potrei citare molte storie di colleghe e colleghi che hanno fatto strada senza alcun ‘aiuto’, ‘raccomandazione’ o ‘mantenimento’ (non più di quello che ricevono in tanti) da parte di una famiglia ricca. Quasi tutte le storie però uniscono a preparazione, bravura, costanza anche un impegno e un sacrificio, una determinazione che vengono da lontano (qui si parla di ‘iniziare’ a 24 anni, sembra di capire), con la collaborazione gratuita o pagata ‘a pezzo’ iniziata ai tempi dell’università, a 18/19 anni. E non è cosa per tutti. C’è chi ho visto rinunciare a Erasmus, alla frequentazione dell’università (con i tempi che si allungano), alle vacanze, anche più di quanto fosse necessario, pur di mantenere in piedi la collaborazione. E che sia considerata una cosa positiva o meno, pochi di questi colleghi hanno fatto il costoso master in giornalismo.

    E poi, certo, ci vuole la fortuna di trovarsi al posto giusto, al momento giusto, di incontrare le persone che ti sappiano valorizzare. La fortuna che si apra un’opportunità. E’ difficile, ma di storie ce ne sono tante e parlo di colleghi e colleghe che ora hanno tra i 28 e i 35 anni, storie recenti. Per questo parlare di ammanicati, raccomandazioni ecc. secondo me è scorretto e ingeneroso rispetto a tutte queste storie. E queste storie non vogliono essere irrispettose nei confronti di colleghi che hanno avuto meno fortuna (E parlo proprio di caso, fortuna), capaci, bravissimi, che si sono ritrovati a piedi perché il loro giornale ha chiuso per esempio. E ricominciare da capo, dal contratto di collaborazione che andava magari bene quando si era all’università, è difficile se non impossibile.

    Va detto che è anche un settore in profonda trasformazione, che sta cambiando. Le opportunità si stanno riducendo fortemente già rispetto a pochissimi anni fa, e forse si ridurranno ancora di più. Io ai giovani colleghi che mi mandano il curriculum consiglio di non puntare solo su questa strada. Il sistema si trasformerà e forse ci saranno nuovi modi di fare giornalismo che si possano mantenere economicamente. Per ora stento a vederli e non è detto che ci siano. La situazione è più o meno quella descritta da Mario Tedeschini Lalli: fare i giornalisti oggi? E’ come fare l’attore o il ballerino (post da leggere) http://t.co/rMNt3GPAEk

    p.s. Per fare i giornalisti con una collaborazione (che è quella dei ‘pubblicisti’) non serve essere iscritti all’ordine, chi ha risposto così al curriculum è stato a mio avviso scorretto e cercava solo un modo per mettere una barriera insormontabile.

  29. Onore al merito!ma la meritocrazia in Italia è una lontana utopia in quasi tutti i campi lavorativi!E se il giornalismo parentale è causa di cancro culturale,figuriamoci quando un mediocre, solo perchè è figlio di,riesce ad avere un posto importante, per esempio in campo medico?Ed ecco che succedono guai irreparabili ed un paziente si ritrova con un organo sano asportato e quello malato di cancro ancora in corpo!Questa è la triste verità di un paese ormai alla deriva che si lascia scappare giovani talenti che sempre più spesso trovano la loro fortuna all’estero!Cosa ancor più grave,un paese che toglie i sogni ai suoi figli….che non dà speranza ai suoi giovani!E se è vero che la speranza è l’ultima a morire è anche vero che chi visse sperando morì ….non si può dire!In questo post,leggo rassegnazione ,troppa ,ma come dar torto a Viola!A torto o a ragione ,io sono convinta che non bisogna rinunciare ai propri sogni e se i sogni son desideri ,desiderare ardentemente qualcosa,ce la fa ottenere!Meglio gettare un guanto di sfida alla sorte che gettare la spugna!Il duello sarà duro specialmente se hai il sole che ti annebbia la vista ma a te che ti importa :devi scrivere con la mano al più cliccando sui tasti di un computer….sferza il destino con le tue armi vincenti e sono certa che prima o poi la tua capacità di farti valere avrà la meglio!

  30. Le direi di farsi forza, ho visto i peggiori porci scrivere su testate anche importanti. Questo da un lato mortifica il nostro lavoro, dall’altro onora chi nonostante tutto cerca di farlo bene.
    Le direi che questo sistema è marcio, e che queste regole non fanno altro che alimentare una nuova forma di schiavismo intellettuale.
    Io non mi vergogno di dire che scrivo su un quotidiano importante, ma con una laurea in tasca mi sostengo distribuendo volantini e accendendo lumini al cimitero. Insista, ma si tenga stretto il suo lavoro. Mi rendi conto che la mia è una non risposta, ma almeno ci sosteniamo a vicenda… Si faccia forza!

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