Lauree mai conseguite: «Mi mancava solo la tesi, ma non ce l’ho fatta»

Ragazzo stressato

La sindrome «Mi mancava solo la tesi per laurearmi, ma non ce l’ho fatta» esiste da sempre, o almeno, io la ricordo già quando studiavo: ho in mente diversi ragazzi e ragazze di allora, professionisti affermati oggi, che non si sono mai laureati, pur avendo sostenuto con profitto tutti gli esami, solo perché all’epoca non riuscirono a completare, o in certi casi nemmeno a cominciare, il lavoro per la tesi. Oggi molte cose sono cambiate: con lo sdoppiamento fra lauree triennali e bienni magistrali, la sindrome dovrebbe colpire – dovrebbe solo i laureandi magistrali, perché il lavoro finale previsto per una laurea breve è molto più leggero e veloce delle tesi di una volta, per cui non dovrebbe creare troppi problemi. Non dovrebbe, ripeto, perché in realtà oggi c’è una categoria di giovani che riescono ad andare in tilt anche per la stesura di un elaborato di trenta pagine, come quello che serve a laurearsi in Scienze della comunicazione, tanto per fare un esempio.

Pigrizia? Immaturità? Perdita di motivazione? Niente affatto. Le ragioni che bloccano i ragazzi e le ragazze che soffrono di questa sindrome stanno piuttosto in una zona psicologico-emotiva che definirei con parole come: ansia da prestazione, ipercorrettismo, perfezionismo, auto sabotaggio. Il che significa che, se per caso, per sovrappiù di sforzo personale o grazie all’incoraggiamento di qualcuno (parente, amica, fidanzato o prof che sia) riescono a superare lo scoglio della tesi triennale, saranno ovviamente ancora più a rischio se e quando dovranno affrontare quella magistrale: più lunga (dalle 150 pagine in su), più faticosa, più importante, più tutto.

Cosa accade nella testa dei giovani che soffrono di questa sindrome? Io li divido in tre categorie: gli onnicomprensivi, i bulimici, i perfezionisti. Sono in generale ragazze e ragazzi studiosi, meticolosi, con una media di voti molto alta. Sostengono brillantemente tutti gli esami e poi…

E poi eccoli.

Gli onnicomprensivi. Pensano, no di più, sentono con tutti loro stessi che una tesi di laurea, triennale o magistrale, in quanto lavoro finale che chiude un percorso, debba essere il lavoro dei lavori, debba cioè comprendere tutto: tutto quello che hanno studiato, letto, ascoltato, visto durante i tre anni della laurea breve o il biennio di specializzazione, o almeno tutto quello che c’è da sapere su un certo argomento, sicché la tesi possa diventare una specie di punto di riferimento per altri, una pietra miliare. Ovviamente questo sentimento li annichilisce ancor prima che riescano a immaginare, non dico un argomento su cui laurearsi, ma una disciplina, fra le tante che hanno incontrato nel loro percorso di studi, nell’ambito della quale laurearsi. Tendenzialmente, questi ragazzi non riescono nemmeno a scegliere un relatore. O, se lo scelgono, non riescono mai a proporgli un argomento di tesi.

I bulimici. Studiano, studiano, studiano. Accumulano una bibliografia sovrabbondante, enorme. Vanno spesso a colloquio con il relatore o la relatrice, per chiedere ogni volta un parere sull’opportunità di leggere anche questo o quel libro, consultare anche questa o quella rivista o sito web, senza però mai seguire il suo parere se la prof dice loro che hanno letto già abbastanza e non resta che scrivere, viceversa sempre seguendolo in modo ossessivo se l’indicazione è aggiungere altre letture. Non si tratta di desiderio di coprire lo scibile, come nel caso degli onnicomprensivi. È una sorta di bulimia studiereccia: leggi e non ti basta mai, accumuli e non ti senti mai appagato, pieno. Tendenzialmente, questi soggetti rischiano di non cominciare mai a scrivere.

I perfezionisti. Sono quelli che, dopo aver accumulato un numero di letture che valutano sufficiente, non certo in generale, ma per il momento, per un capitolo, o solo perché il prof, comprendendo il problema, ha intimato loro di cominciare a scrivere, finalmente si buttano. Quando lo fanno, però, scrivono e cancellano, scrivono e cancellano. O scrivono ma, non considerando ciò che hanno scritto presentabile al relatore, non glielo consegnano mai. O ancora: impiegano mesi a scrivere un capitolo, a limarlo, perfezionarlo e finalmente, dopo giorni in preda all’angoscia e notti insonni, si presentano al relatore con quello. Che resterà l’unico. Per sempre.

Le tre tendenze possono ovviamente coesistere nella stessa persona, che può alternarle in fasi diverse o viverle tutte assieme, in equilibrio precario e oscillazione continua: ora più una, ora più l’altra, sempre sullo sfondo, ben presente e pressante delle altre due. Una vitaccia.

31 risposte a “Lauree mai conseguite: «Mi mancava solo la tesi, ma non ce l’ho fatta»

  1. Mi sarei aspettata anche una categoria di quelli che rimandano la laurea per un’incoscia paura di quello che viene dopo…dici che non ce ne sono?

  2. Ci avevo pensato Francesca, ma credo che quella paura possa esserci o non esserci alla radice di ciascuna di quelle tre tendenze. Diciamo che ho indviduato tre tendenze il più possibile comportamentali. Il più possibile, eh.😉

  3. La sindrome che ci blocca alla tesi depone a sfavore dell’ università come istituzione.

    Se davvero l’ università servisse a formare un giovane, la mancanza dell’ esame finale dovrebbe incidere pochissimo, la sostanza ormai c’ è, almeno per i 9/10.

    Ma evidentemente le cose non stanno in questi termini, la formazione assume in realtà un ruolo defilato in tutta la faccenda, tutti sappiamo che c’ è in ballo altro, che la tesi e la laurea ci farà entrare nel club degli “accreditati” e non conseguirla, per contro, ci escluderebbe, anche se abbiamo fatto tutto il resto con profitto, anche se la sostanza c’ è per i 9/10. La laurea non serve tanto per “fare” ma per “segnalare”, e questo rende tremendamente importante la tesi, talmente importante che molti collassano.

    Spesso in questo sito si parla di pubblicità ingannevole. Io credo che una delle pubblicità più ingannevoli, anche se non si presenta nelle forme della pubblicità commerciale, riguardi il ruolo dell’ università. Ma attenzione, non dell’ università come bene-privato (non farla ti taglia fuori da tutto cio’ che conta e anche i tuoi stipendi saranno parecchio più bassi) bensì l’ università come bene sociale. Il segnale predomina.

  4. Broncobilly non sono d’accordo con te. La laurea triennale conta già pochissimo sul percorso formativo (6 cfu su 180) ma toglierla sarebbe sbagliato. È una prova di maturità dello studente, è la capacità di saper presentare un proprio progetto, padroneggiando quanto studiato nel triennio.
    Se si ha paura di fare la tesi, quando arriverà il momento di presentare un progetto a un datore di lavoro, per avere o mantenere uno stipendio, cosa si farà?
    Trenta pagine di elaborato sono una richiesta quasi ridicola per uno studente che viene da 3 anni di università e 13 anni di scuola, dove di certo non mancano gli esercizi di scrittura.

  5. Cosa consiglierebbe a una persona che eventualmente si trovarsse in una situazione simile? non sono io eh, macchè, figurarsi se io…
    il mio amico sfortunatamente non è più Suo studente e nemmeno è studente presso la Sua università…

  6. Ma questo articolo non cade nel paradosso della negazione?
    Ad alcuni studenti non potrebbe venire un blocco per paura di assumere uno degli atteggiamenti da Lei descritti?

  7. tutti quelli che conosco io (lo so che non fa statistica :P) appartengono invece alla categoria di quelli che hanno iniziato a lavorare sul finire degli esami – anche se ammetto che tutti sono un po’ perfezionisti!

    Con somma gioia vi annuncio che per un pelo non sono finita tra questa schiera! Ho iniziato a lavorare nel 2011, grazie ad uno stage svolto al secondo e ultimo anno. oggi faccio due lavori bellissimi, e a marzo FINALMENTE mi laureo alla magistrale!
    Però sono stata più volte vicina al fare la rinuncia agli studi… Non l’ho fatto solo perché i miei me l’hanno vietato, lo ammetto!

  8. In questo preciso momento della mia vita io oscillo tra la categoria dei bulimici e quella dei perfezionisti. Ho rimandato la data della laurea già tre volte, anche se non è dipeso totalmente da me (a meno che questa non sia una scusa che uso per giustificarmi). Però l’idea di iniziare a scrivere è stata mia e non del relatore, quindi forse per me c’è ancora speranza…

  9. concordo con la posizione del collega leonardo sanna, non è da sopprimere l’esame di laurea perchè ha una valenza importante e, per alcuni aspetti, sintetizza tutto il percorso formativo non tanto per gli aspetti culturali, quanto per gli aspetti professionali.
    sappiamo tutti, o quanto meno, e voce comune che l’università non forma alla professione (anche io ero di questo avviso, poi ho camiato opinione, ma di questo possiamo perlarne in un’altra situazione) ed il momento della tesi è giusto la sintesi di un percorso che è anche la sintesi interiore della maturità e della consapevolezza che lo studente ha raggiunto durante il percorso di studi. E’ pertanto quello il senso della tesi finale, dimostrare a se stessi prima e a chi ci sta di fronte che si capaci di affrontare a tutto campo un tema, che noi stessi ci siamo scelti, sul quale focalizzare tutte le nostre capacità ivi comprese quelle relazionali e comunicative.
    quando subentra il blocco alla tesi di laurea, occorre vedere cosa si è rotto nel meccanismo. a mio avviso ci sono stati i segnali di questo “guasto imminente”, ma la sintomatologia è stata sottovalutata o volutamente ignorata (come lo struzzo metto la testa sotto la sabbia). a questo punto è chiaro che faccio riferimento al fatto che la problematica è tutta nella nostra testa e non altrove. personalmene ho sentito dire che il docente della tesi è troppo così o è troppo colì o mi fa fare questo o mi fa rifare troppe volte lo stesso capito, ecc. (per inciso, io stesso ho letto i capitoli delle tesi che queste persone hanno scritto più volte, ed io, che non sono il relatore della tesi, avrai fatto la stessa cosa poichè i capitoli erano scritti con i piedi e non con la testa).
    per me la seduta di tesi è, e non può essere altro, un momento di gloria per lo studente che sta per essere proclamato “dottore”, in quei dieci minuti lo studente da prova di quello che è diventato grazie al percorso di studi, da prova di quello che ha costruito su di se e che poi spenderà nel mondo del lavoro o che accrescerà durante il prosieguo degli studi.
    in definitiva, poichè a tutto c’è una ragione, questi ragazzi se si fermano al momento di buttarsi dal trampolino hanno un problema va seriamente indagato e ha il dovere di farlo l’università e hanno il dovere di farlo le istituzioni.
    qualche rigo mi pare valga la pena di scriverlo anche per confutare chi ha scritto l’articolo (a proposito la firma dov’è?) a proposito di come regalano la laurea in alcuni corsi di laurea come scienze della comunicazione dove bastano trenta pagine di tesi per laurearsi. beh devo dire che non ovunque ci si laurea con trenta pagine a scienze della comunicazione. questa è una distorsione di alcuni atenei dove si rimarca il rango di alcune facoltà rispetto ad altre. per intenderci giurisprudenza da più prestigio di lettere.
    anche in questo caso è un problema che si risolve facendo le cose con serietà, poichè se sentono in giro voci di questo genere è evidente che qualcuno non fa il suo dovere fino in fondo con il risultato di screditare un intero corso di laurea se non l’intero ateneo. se ci sono degli standard vanno rispettati, se ci sono degli adempimenti vanno rispettati e fatti rispettare. gli esami non vanno regalati, ma allo studente va chiesta la giusta performance per l’esame come al docente va imposto di formare compiutamente gli studenti perchè da essi dipende tanto il loro futuro qunto quello della collettività.

  10. Grazie Giovanna per aver messo in evidenza questo problema, secondo me molto più vasto e diffuso di quanto si pensi. Anche io sono stato sul punto, molte volte, di mollare tutto. Per fortuna non l’ho fatto.

    Posso dire, e non solo per esperienza personale, che l’atteggiamento che si ha verso lo studio lo si porta poi anche sul lavoro. Solo che il lavoro impedisce i blocchi, perché colleghi e clienti obbligano, in qualche modo, ad uscire dalla situazione, ma il meccanismo rimane sotto traccia.

    Non solo: questi comportamenti nascono durante l’adolescenza, di solito alle superiori. È qui che andrebbero riconosciuti e affrontati, perché più tardi si inizia, peggio è.

    Se vi piace studiare e di solito avete bei voti e vi reputano svegli e intelligenti, se vi trovate bloccati, chiedete aiuto. Agli amici e colleghi prima di tutto e, se occorre, ad uno psicoterapeuta. Studiare è la cosa più bella del mondo, è un peccato non raccoglierne in frutti.🙂

  11. Leonardo, ti pare che quanto dicevo implicasse una svalutazione della laurea triennale? Non è affatto così, mi concentravo sul blocco che coglie alcuni al momento della tesi finale, triennale o magistrale poco importa (ai miei tempi la triennale nemmeno esisteva).

    Parto da domande di fondo: qual è la funzione dell’ università? Perché mi sono iscritto?

    Alcuni ritengono che l’ università serva perlopiù a darmi una formazione; altri, forse più cinici, che serva ad accreditarmi (tramite il pezzo di carta).

    Secondo te chi all’ atto della tesi è colto da “ansia di prestazione, perfezionismo” e altri blocchi psicologici a che categoria appartiene?

    Difficilmente alla prima visto che al momento di affrontare la tesi la formazione universitaria, ovvero cio’ che per costoro conta, è già avvenuta nella quasi totalità. Quelli del primo gruppo vedono quindi l’ esame finale come l’ ultimo step, qualcosa dall’ importanza molto relativa, che non potrà mai né bloccarmi né spaventarmi.

    Consentimi un paradosso tanto per capirsi: un fondamentalista dell’ istruzione dà tutti gli esami, redige una tesi a regola d’ arte ma poi anziché andare a discuterla se ne va al suo primo giorno di lavoro. Perché perdere tempo? la sua formazione si è già completata e l’ università serviva solo a quello, non ha senso tornarci il giorno della tesi, sarebbe una perdita di tempo. Conosco dei nerd duri e puri che si sono comportati così (naturalmente avevano già il contratto in tasca)!

    Ben più probabilmente il “bloccato” appartiene allora alla seconda categoria visto che l’ accreditamento dipende quasi esclusivamente dal buon esito della tesi e dal voto conseguito. Per chi appartiene a questo gruppo la tesi finale assume un’ importanza decisiva: niente tesi, niente accreditamento. Per costoro un momento del genere non è solo l’ ultimo step, uno dei tanti, è un momento in cui sentono di giocarsi quasi tutto. Ma le cose stanno così non ci dobbiamo stupire che nei più fragili insorga un blocco e che tremino le gambe.

    Conclusione: si puo’ ipotizzare che, a parità di carattere, il blocco ricorra in chi dà grande importanza al momento della tesi e che un simile atteggiamento sottenda un giudizio poco nobile circa la reale funzione dell’ università. E dio non voglia che i “bloccati” in questo abbiano ragione.

  12. E’ la prima volta che mi capita – e ringrazio Giovanna Cosenza per avermene offerto l’occasione – di leggere un articolo su questo particolare argomento che mi riguarda da vicino. Mi laureai in Sociologia nel lontano 1971; in seguito decisi di iscrivermi a Filosofia sia per passione sia perchè mi riconoscevano parecchi esami. Superai con facilità tutti gli esami restanti, chiesi la tesi al docente ma subito mi arenai di schianto. Non ho mai più conseguito quella seconda laurea e, leggendo questo articolo, penso che la ragione si situi in quella zona psicologico-emotiva che ha generato una sorta di autosciacallaggio. Ma quanto siamo complessi e complicati, noi umani!

  13. “Se si ha paura di fare la tesi…”
    in molti paesi la tesi non esiste e lo scoglio psicologico (più che altro) è messo ad inizio percorso (le “famigerate” ammissioni alle università) e superato il quale lo studente è libero di godersi la vita universitaria o impegnarsi negli esami senza gravi stress. Questo perchè è scontato che chi frequenta una università di livello x acquisisca competenze di livello x e, in ultimo, che SIA una persona di livello corrispondente.
    Ci sono i pro, ci sono i contro.

  14. Io non ho superato diversi esami perché desideravo studiare in modo degno dell’ attestato e non superare l’ esame in sé. Questo credo sia anche diffuso e significhi sostanzialmente che “ciò che risulta” e “ciò che è effettivamente” studiato siano due cose galatticamente lontane. Brava Caterina

  15. Concordo pienamente con chi ha scritto che una tesi di 30 pagine sia un impegno ridicolo (come risibile è chiamare dottore il laureato di una triennale). In alcuni corsi ho offerto agli studenti la possibilità di ottenere 2 o 3 punti integrativi al voto dell’esame preaprando una tesina. Alle magistrali chiedo 15-20 pagine, alle triennali meno. Ma le categorie citate da Giovanna mi sembra che facciano parte soprattutto di una nicchia, che non appartiene alla moltitudine che infesta gli atenei (soprattutto nei corsi triennali). Parlo della generazione copia-incolla, che usa il web e i libri non come fonti per le ricerche necessarie per il proprio lavoro, ma per un lavoro da amanuense, reso ancora più semplice dall’uso del computer.
    Da anni sono costretto a prendere delle frasi a caso e inserirle su Google per verificare se il lavoro è originale o è uno squallido plagio (reato penale!). Ma questo talvolta non basta, perché c’è chi acquista lavori da tesionline, come anche chi ricopia dai libri. Quasi quasi sono contento di trovare tesi scritte usando un italiano scalcinato: almeno sono lavori originali.
    Quando sono colti in flagrante, molti studenti trovano le giustificazioni più assurde, come un ragazzo che faceva una tesi su Carosello che, dopo aver copiato integralmente vari articoli (uno di Umbero Eco!) mi scrisse che non poteva fare diversamente, perché quando c’era Carosello non era ancora nato. Gli ho risposto, interrompendo il rapporto, che a quel punto nessuno avrebbe poturo scrivere su Napoleone.
    Un altro studente, che definirei un caso umano, ha addirittura copiato da un mio libro.
    Poi, quando nei casi peggiori contesti il lavoro fatto e rifiuti di proseguire, questi studenti truffaldini mandano i genitori a difenderli dal direttore del dipartimeno o addirittura dal rettore, i quali, invece di dire a questi signori che il loro figliolo è un disonesto, cercano un compromesso, presumibilmente nell’attuale ottica universitaria per cui lo studente prima di ogni altra cosa è un cliente.

  16. Rispondo a Riccardo. Io trovo che eliminare l’esame di laurea, per l’organizzazione dei corsi di laurea italiani, svaluti pesantemente il corso di studi. Mi spiego. È stato già scritto da alcuni: all’estero ci sono delle ammissioni molto dure da affrontare, molto più dure dei nostri test-farsa per le facoltà a numero chiuso. Sono delle valutazioni singole, basate sia sui titoli, sia sul curriculum, sia sulle capacità personali. Qua è giustificato non avere un esame di laurea (forse), ma non in tutti i corsi di laurea stranieri non è necessaria una prova finale.

    La differenza però sta nel sistema d’istruzione. ll sistema italiano è prettamente umanistico, scriviamo un sacco, studiamo la nostra lingua molto più a fondo dei nostri pari età esteri e lo facciamo per tutti i 13 anni della nostra carriera scolastica. È evidente che dopo 13 anni di esercizio, il coronamento del percorso di studi debba essere una prova scritta ( e parzialmente orale nel caso della tesi). Altrimenti non ha senso fare 13 anni di scuola studiando grammatica, facendo temi, analisi logica, analisi grammaticale e via dicendo. Poi se vogliamo cambiare tutto è un altro discorso.

    Tu dici “dati gli esami le cose le so” ma la laurea è un altro esame, se non dai la tesi dimostri di NON saper creare un tuo progetto con le conoscenze acquisite. Anche finita la scuola guida sai guidare, eppure serve un esame per avere cosa? Un pezzetto di plastica, chiamato patente. A cosa serve quella scheda lì? Dimostra agli altri che non hanno assistito al tuo esame che tu sai guidare. Lo stesso dicasi per l’esame di Laurea. Dimostra agli altri che non conoscono la tua carriera di studente, che una commissione di professori ha giudicato che tu padroneggi quanto acquisito al punto tale da poter usare autonomamente le tue competenze.

  17. @Emanuele: secondo me questa volta non c’entra tanto il copia-incolla visto che questo particolare problema dello studente (spesso brillante) che si blocca a un passo dalla fine c’era anche prima di internet.

    A me piacerebbe sapere se questo blocco riguarda più studenti di facoltà umanistiche o se invece il tipo di facoltà è irrilevante (tutti i “bloccati” che ho conosciuto io erano “umanisti” ma è anche vero che conosco molte più persone di queste facoltà). La mia migliore amica si è fermata a un passo dalla laurea in filosofia, le mancava un esame e la tesi. Suo padre addirittura si era messo a scriverla lui al posto suo (ma lei ha rifiutato ovviamente), non ha mai voluto spiegare bene che cosa le fosse passato per la mente ma ormai sono passati anni e ci ha messo una pietra sopra. Per me, invece, che ho patito tantissimo l’università (perché mi sentivo stretta in un meccanismo di “ripetizione a pappagallo” che aveva completamente disatteso tutte le mie ingenue aspettative sul mondo accademico), il periodo di lavoro alla tesi (assieme alle tesine – spesso facoltative – che qualche professore ci assegnava durante i corsi) è stato l’unico che ricordo con gioia ed entusiasmo: finalmente avevo modo di esprimere quello che sapevo ma anche quello che ero attraverso un elaborato personale e originale. Anche per questo non capirò mai quelli che copincollano intere parti di tesi. Che poi, alla fine… la tesi di laurea la leggi giusto tu che l’hai scritta, il tuo relatore e il correlatore (e magari tuo padre). Se si pensasse questo, molti miti e paure cadrebbero!

  18. Cara professoressa,

    Condivido la sua analisi. Tuttavia, credo le tre attitudini da lei identificate non siano tanto frutto di una disposizione psicologica o emotiva, ma piuttosto il sintomo di due problemi più sostanziali. Uno è menzionato tra le righe del suo post: molti studenti di oggi non sanno scrivere un documento di trenta pagine. Intendiamoci, non è una questione stilistica (o meglio, non solo), ma innanzitutto organizzativa; è la crescente difficoltà, in altre parole, a organizzare le proprie idee, a plasmare per iscritto il proprio pensiero, ovvero a dare forma, tono e spessore alle proprie tesi (le ragioni sono innumerevoli: dall’accelerazione imposta sulla scrittura dai nuovi media, a un sistema scolastico che sempre più punta a focalizzarsi sulle skills e sempre meno sulle competences). Di conseguenza, anche un documento di trenta pagine appare come qualcosa di insormontabile. Il secondo problema è, per la verità, strettamente collegato al primo: diversi studenti non sanno come si fa una ricerca accademica (sia pur breve). Ovvero: non sanno cos’è una ricerca, non sanno compilare una literature review (e dunque, non sanno nemmeno dove fermarsi), non sanno formulare una research question (qualora riescano a scegliere almeno la disciplina della tesi) e, infine, hanno difficoltà a comprendere come muovere dalla research question verso un’argomentazione originale (per non parlare della differenza tra metodologia e cornice teorica).
    Scrivo questo perché in parte rifletto su alcune difficoltà che ebbi al tempo della stesura della mia tesi, e in parte perché oggi insegno all’università e rivedo in molti studenti le stesse insicurezze, lo stesso tipo di domande. Mi sono laureato a Bologna, in Scienze della Comunicazione, una decina di anni fa, per cui ora non so come sia organizzato il corso di laurea, ma ricordo che dieci anni fa non c’era alcun seminario o modulo che si focalizzasse su “come si scrive una tesi di laurea” (che, ripeto, non è certo, in prima istanza, una questione stilistica, ma metodologica). Studiando successivamente all’estero, ammetto che l’aver frequentato seminari del genere e moduli che chiedevano di scrivere con costanza, mi ha aiutato non poco.

    Saluti

    Stefano Calzati

  19. Leonardo, mi fai notare che l’ esame di tesi è pur sempre un esame da superare. Ma è proprio cio’ da cui parto: la tesi è l’ ultimo step di una lunga camminata. Se si sono fatti nove passi perché mai fermarsi al 10? Evidentemente per molti quest’ ultimo passo riveste un’ importanza particolare.

    Poi mi fai notare che molti si bloccano per una lacuna nelle competenze. Puo’ darsi ma non è questo l’ assunto da cui parte il post che commentiamo, dove mi pare chiaro si ipotizzi un blocco di natura psicologica più che un difetto di competenze. naturalmente l’ assunto si puo’ contestare, come ha fatto Stefano Calzati nel commento più sopra, ma bisognerebbe farlo esplicitamente dissociandosi, personalmente l’ ho accettato e sono partito proprio da lì per esprimere la mia tesi.

  20. Sono anch’io una sostenitrice della categoria mancata del “procrastinare per paura del dopo”, ho già un lavoro, una casa e due figli, ma nonostante questo, l’incognita del dover valutare (e solo valutare) di propormi per un nuovo lavoro e nuove mansioni, mi mette una incredibile inquietudine… Ho finito i traguardi da raggiungere, cosa rimane? Le faccende domestiche? Riuscirò a sopportare quel tanto agognato periodo in cui dovrò “solo” lavorare, fare la mamma e la moglie o mi butterò il prima possibile in qualche impresa faraonica?
    … E comunque la mia tesi della triennale è stata un parto, altro che 30 pagine… Ad antropologia non devono avere molto chiara la differenza tra triennale e specialistica!

  21. ah, che grande verità!
    (ho tutte le tre fasi).

  22. Ragazzi, il problema non è psicologico secondo me. Il problema sta nel fatto che gli studenti italiani 1)non sono maturi 2)non sono in grado di mettere insieme 4 frasi. Infatti, spesso i relatori si ritrovano a dover correggere ancora la grammatica ( !!! ) di persone dai 23-24 anni in su.
    Una tesi di laurea è un lavoro scientifico, qualcosa di serio, non un lavoretto da 30 pagine copia-incolla,fatto con approssimazione. Perlomeno questo dovrebbe essere e forse due studenti su dieci la prendono seriamente, ci lavorano per 7-8 mesi, scelgono materie per così dire “importanti” e argomenti densi. Per cui se non si è in grado di portare avanti un compito, non si è abbastanza maturi nè pronti per affrontare una qualsiasi professione. Perchè (come capita spesso) se il datore di lavoro dovesse chiedere loro di scrivere una relazione in 2 giorni, da presentare davanti ad una assemblea, che fanno, si mettono a piangere?

  23. In Italia non s’impara mai veramente a scrivere. Nè alle elementari, né alle medie, e nemmeno al liceo. Almeno, parlo della mia esperienza. Cosa intendo? Intendo dire che a me personalmente nessuno mi ha mai insegnato a strutturare un testo. Mi sembra che questo problema sia alla base del fatidico blocco di cui parla questo articolo. Blocco che ho provato in prima persona e che è ancora li’ (avrei dovuto laurearmi in filosofia nel 2007). Io direi di rimanere nella categoria dell’onnicomprensivo. Che fra l’altro è bravissimo a crearsi falsi problemi per rallentare o arrestare definitivamente il lavoro.

    Dunque, una scarsa metodicità secondo me è alla base di cosi’ tante situazioni di stallo. Mi spiego meglio. Un lavoro imponente come la tesi di laurea, specie se negli anni precedenti, come mi sembra accada di frequente, non si è mai veramente imparato a creare un testo organizzato (un saggio, una ricerca strutturata, un qualsivoglia lavoro che richieda di essere pianificato prima di esser scritto), la persona che si trova di fronte a questo oneroso dovere senza esser preparata (non dal punto di vista culturale, ma — tecnicamente –) è destinata o ad un penoso lavoro o al blocco totale, forse.

    Ecco io mi son trovato nel 2015 a dover scrivere tre saggi in francese (lingua che ho cominciato a imparare nel 2012) per un diploma da bibliotecario qui in Francia, e paradossalmente non ho avuto gli stessi problemi che in italiano. Perché forse oggi riesco ad individuare meglio i problemi da affrontare e a mettere in pratica delle strategie per risolverli, per delle espressioni un pò in voga. C’è uno spirito della lingua diverso. Mi sembra che nella cultura, nella mentalità accademica che ho incontrato in Francia ci sia, per usare un eufemismo, molto più pragmatismo che nella penisola. Devi fare questo, bisogna rispettare queste regole, si fa così così e cosi’ etc. Nel senso che ti spiegano COME si fa. In Italia nessuno te lo spiega e anzi, spesso ti mettono i bastoni fra le ruote. Ecco tutto o quasi. E a me neanche leggere Eco mi ha aiutato, anzi ho perso del tempo.

    Certo,quello che ho scritto riguarda soprattutto la vecchia tesi, quella del vecchio ordinamento. Oggi con una tesina triennale di mezzo, ecco forse è meglio, ma non so. Fatto che io avevo da fare una tesina per esempio e ho finito per togliere l’esame.

    Questo, alla fine per dire, non che sia interessante, che ho voglia di riprendere in mano la mia tesi. E forse lo farò.

    Saluti.

  24. Io non ho superato i primi 6 mesi di università, altro che tesi… ne so qualcosa di ansia da prestazione…

  25. Io se devo essere sincero ho sperimentato (finora, per ovvie ragioni…) il problema opposto, e probabilmente in questo sono l’unico. Sentivo che anticiparmi parte del lavoro di tesi mi avrebbe dato nuova motivazione per proseguire il percorso di studi, oltre ad aver potuto comunque fare qualcosa nel caso la sessione di esami incombente fosse andata in bianco nonostante tutti i miei sforzi, rischio che ho corso più volte in passato. Naturalmente le mie buone intenzioni si sono scontrate con una regola che dice che il lavoro di tesi non può essere assegnato se si è indietro di più di tot esami (ne avevo indietro una decina). E dire che ci credevo fino in fondo. Risultato? Due sessioni in bianco, passate a fare tutt’altro che studiare per la delusione subita (mi sono sentito quasi esiliato dall’università), un esaurimento nervoso a seguito dello sforzo per un esame che stavo tentando troppe volte (poi superato) e l’immancabile fuoricorso. Ciononostante, supportato dalla famiglia, che si è dimostrata molto (fin troppo) comprensiva nei miei confronti, sono potuto andare avanti, e ora do tutti gli esami che rimangono (una manciata, purtroppo) da autodidatta, con tutte le difficoltà del caso, inclusa la tipica stanchezza di fine percorso che mentre studi ti fa stare incollato per ore su una stessa frase per niente, e una generale demotivazione. Mi dispiace solamente di non poter e di non aver potuto fare di meglio, e di essermi macchiato il curriculum con l’ignobile nomea di fuoricorso. Un fuoricorso che ci credeva e che purtroppo ha affrontato, con coraggio e costanza, problemi che si sono rivelati troppo più grandi di lui, e che ha perso.

  26. Io sto scrivendo la tesi triennale e mi sento di rientrare nella categoria dei perfezionisti. Nonostante sia solo la triennale, la mia relatrice mi ha consigliato un minimo di 80 pagine (da intendersi fatta e finita). Però ambisco anche alla lode, quindi mi serve anche un tocco di originalità e di completezza sull’argomento.
    Mi sembra che per quanto scrivo, nulla vada mai bene (a me stessa). Mi sto stressando talmente tanto che alla fine ho perso la passione per l’argomento che inizialmente mi appassionava molto.

  27. Io se devo essere sincero, pur non avendo ancora potuto avere a che fare con un relatore, la tesi l’ho iniziata: ho scritto una serie di bozze della sezione dei ringraziamenti. Sono già certo di chi ringraziare. Mi direte: ma studia no? La risposta è che, tirando le somme, quest’anno è come se avessi cominciato ad accusare la stanchezza di anni e anni di studio e quindi studio parecchio, ma comincio a rendere pochissimo… Spero che il successivo vada meglio, ma ormai mi sento anch’io demotivato.

  28. Purtroppo non sempre alla triennale vengono richieste 30 pagine. Io studio lingue e mi hanno richiesto minimo 90 pagine.

  29. Le descrizioni sono carine, ma un po’ sommarie, mentre a me piacerebbe capire perché secondo lei gli studenti assumono questi comportamenti, dato che mi sembra di intendere che sono molti. E visto che lei è una prof…

  30. Brava Lucia! Tanta esterofilia e i soliti luoghi comuni.
    “Gli studenti italiani non sanno scrivere e non conoscono le lingue, compreso l’italiano”. Per fortuna che non siano tutti dei letterati ma c’è anche chi costruisce ponti! “L’ignobile nomea dei fuoricorso”. Caro amico Al sono davvero felice per te che hai così pochi problemi da preoccuparti di non andare fuoricorso. Fossi in te però eviterei di dare troppe giustificazioni perché, sai come si dice, excusatio non petita …Quanto alle tesi “copia-incolla”, gentile dott./prof. Gabardi, lei che possiede così tante conoscenze in campo giuridico al punto di sottolineare che si tratta di un reato ascrivibile nella fattispecie penale del plagio, cosa mi dice dei libri scritti da professori e assistenti con il copia-incolla? Poi, mi indigna vedere che queste critiche vengono proprio da voi, assistenti e professori. Perché date la laurea a “cani e porci”? Perchè agli esami fatte passare tutti, compresi quelli che studiano una pagina sì e dieci no e di conseguenza non saranno mai degli “ignobili fuori corso”? A proposito dell’articolo che ha generato tutti questi commenti, a parte il fatto che non pensavo mai che sarei divenuta un caso clinico, oggetto di studi psicologici, mi sembra che l’unico ad aver colto nel segno sia il sig. Mariani. Ad un esame dalla laurea chiesi la tesi,la presentai al Relatore che la ritenne “molto buona”. Chissà come me l’avrebbe giudicata se avesse fatto lo sforzo di leggerla!!!!
    Perchè mi sono bloccata all’ultimo esame? Primo, per orgoglio ferito: l’approccio massivo delle università italiane considera gli studenti solo dei numeri di matricola e non distingue tra meritevoli o meno. Secondo, per la consapevolezza che, ottenuto il pezzo di carta, avrei comunque stentato a trovare lavoro. Morale: oggi sono costretta a disconoscere il mio livello di studi universitario perché, a detta dei CPI, non aver terminato gli studi è indice di “inconcludenza e mancanza di perseveranza”. Forse è vero, ma io mi sento un pò presa per il culo e continuo ad invidiare la mia estetista che ha “sprecato” tre mesi della sua vita per imparare a estirpare peli !!!!
    (W L’ITALIA, GLI STUDENTI ITALIANI, e I CERVELLI NON IN FUGA)

  31. Liberi di credere quello che si vuole credere, ma comunque il fatto che io sia fuoricorso un po’ mi fa soffrire, mi fa soffrire soprattutto il fatto che non possa dedicarmi alla tesi, cioè a sfidare me stesso per produrre qualcosa, ma debba continuare a fagocitare nozioni in modo essenzialmente e praticamente passivo (un grande difetto del sistema scolastico italiano), con il rischio che poi, quando il tanto desiderato momento giungerà, potrei essere trattato con sufficienza, o comunque in modo diverso da chi ha fatto tutto per tempo e con risultati brillanti (i miei risultati sono rispettabili, ma non certo brillanti) da parte del futuro relatore proprio perché in ritardo con i tempi. Certo, vado avanti, ma mi sento un po’ sconfitto.

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